domenica 27 gennaio 2008

STORIA DI UN MONSIGNORE

STORIA DI UN MONSIGNORE
Quando nacque, il 16 giugno di tanti anni fa, gli diedero il nome di Luigi, non so se per ricordare qualche parente, come di usava una volta nelle famiglie patriarcali quale era la sua, o per affidarlo alla protezione di San Luigi Gonzaga, di cui ricorreva la festa cinque giorni dopo.
Poi, siccome era il più piccolo della nidiata, divenne Luigino e più tardi, crescendo, il suo nome, abbreviato, fu Gino. E tale rimase per tutta la vita, anche quando, già coi capelli grigi, lo fecero Monsignore. E non pareva adatto quel nome così confidenziale al titolo onorifico concessogli addirittura dal Papa. Un “monsignor Gino” non sembrava adeguato, ma, piuttosto che perdere quel “Gino”, ci scommetto, egli avrebbe preferito non essere Monsignore.
E così fu: quasi nessuno, dopo qualche tempo, ricordò che quel prete semplice e cordiale, alto, robusto, sorridente, che preferiva il suo dialetto bergamasco alle frasi ricercate “in lingua”, era proprio un Monsignore. Sicché quando la gente lo vide fotografato sul giornale, in una giornata memorabile, tra Papa e Vescovo, a Roma, in Piazza San Pietro, con fascia e bottoni della tonaca d’un rosso scarlatto, quasi trasecolò:
“Ma guarda che figurone il nostro don Gino!”
E si sentì anch’essa importante, poiché era la prima volta che un Parroco del paese diventava Monsignore.
Un Monsignore pieno di pensieri, di preoccupazioni, con cifre e cifre che gli ballavano nella mente giorno e notte. Per forza! Con quello che si era messo in mente di fare! Seguendo una Voce che arrivava da secoli addietro, aveva iniziato a costruire un Santuario per Maria.
Ma questa è storia dei nostri giorni e la conoscono tutti.
Io voglio invece parlare di quel ragazzino di tanti anni fa, nato e cresciuto in campagna, in una grande famiglia ricca di terre e di parenti, tutti, per tradizione, agricoltori.
La cascina dove abitava era grande, tutta chiusa come una fortezza, col portone che dava sui campi, con le case dei contadini, (tanti), tutte uguali, col pozzo, il forno per il pane, la legnaia, l’abbeveratoio per le bestie, la grande aia in cemento su cui si stendeva il grano ad essiccare al sole.
E poi le stalle enormi, che si affacciavano sotto il porticato ad archi, con le grandi colonne tutte in mattoni a vista: quelle colonne che sono rimaste nel cuore di Monsignore fin da quei tempi lontani, sicché le ha poi volute, uguali, a completare il porticato del suo Santuario, luminose, calde di sole, robuste, adatte a superare decenni e forse secoli.
Adiacenti alla grande aia c’erano, poi, le cantine immense, scure, con le grandi botti in rovere e il torchio altissimo in cui fermentava il vino, frutto del vigneto che si allargava a dismisura coi suoi lunghissimi filari, tutti di viti scelte, selezionate con cura, potate ogni anno con amore, sorvegliate e guardate a vista dal padrone che ne conosceva, si può dire, ogni tralcio, nonostante le enormi dimensioni.
Ecco, qui è vissuto il ragazzetto che oggi mi piace ricordare: lo immagino magro, scurito da sole, bruno di occhi e di capelli, coi piedi nudi nei sandali, i calzoncini corti sulle gambe sempre piene di graffi e di botte, come si conviene a bambini in continuo movimento.
Eccolo sulla sua bicicletta mentre, sotto la calura del mezzodì, pedala velocemente verso la campagna con la sporta infilata nel manubrio, per portare il pranzo ai contadini che stanno falciando il fieno. Con lui ci sarà stato, sicuramente, qualche altro ragazzino, magari scalzo tra la polvere dei viottoli, gareggiando a chi faceva prima, col cane di casa che abbaiava allegramente.
Più tardi, però, quella vita beata finì. Per Gino venne l’ora degli studi e fu portato in collegio, un collegio importante, tenuto dai Gesuiti, un ordine colto e severo.
Chissà come saranno stati quei giorni per il ragazzetto appena decenne, tra corridoi in penombra, aule cariche di libri, grandi dormitori coi lettini bianchi tutti in fila.
Certo ne avrà sofferto, avrà forse scritto, tra le lacrime, a sua madre e a suo padre di andarlo a riprendere, perché gli mancava tanto la sua grande casa sull’aia sotto il sole.
Poi la vita del collegio avrà imposto il suo tran-tran: campanella all’alba per la sveglia, sosta in Cappella per la preghiera in comune, il refettorio col caffelatte fumante, le ore di studio con tanto latino da imparare.
Al ritorno a casa, durante i mesi estivi, il ragazzo, fattosi di anno in anno più grande e serio, avrà vissuto ancora, forse, ore spensierate tra i filari delle viti su cui si coloravano, pian piano, i grappoli gonfi di succo, tra i viottoli polverosi, bevendo ai fontanili di cui era ricca la zona, ascoltando i passeri sugli alberi e i canti dei contadini sull’aia mentre spannocchiavano il granoturco, e i muggiti delle bestie nelle stalle, e il fragore dei carri che andavano e venivano, tra il profumo del fieno che si accatastava sui grandi fienili.
Poi la vocazione.
C’era una bianca Madonna in una grotta, nell’angolo del giardino di casa. Il ragazzo vi faceva una sosta, di tanto in tanto, sempre più pensoso.
A quella bianca Madonna in preghiera col rosario tra le mani, egli si affezionò sempre più. E quando aveva un cruccio, un dubbio, un desiderio irrisolto andava là, in quell’angolo di giardino e pregava.
Sua madre lo seguiva con gli occhi, quasi presaga. Già il fratello maggiore, Agostino, era entrato il Seminario, tra i Salesiani.
Dopo tanti anni, tornando davanti a quella statua bianca, sistemata, ora, in una piazzetta raccolta e ombrosa, Monsignore ha pianto di commozione.
Forse fu l’educazione ricevuta in famiglia, forse fu la preparazione impartita dai Gesuiti, o forse ambedue le cose e in più il disegno di Dio, al quale, in fondo in fondo, non si può mai sfuggire: così avvenne che anche Gino entrò in Seminario, già adulto, al termine degli studi.
E fu prete.
Ancora oggi, ogni mattina ed ogni sera, (lo confessa candidamente), egli ringrazia il Signore d’averlo fatto Sacerdote, e Sacerdote in eterno.
Poi l’han fatto Monsignore : Monsignor Gino Alberti.
Ma questa, come ho già detto, è storia di oggi. Tutti la vediamo e la viviamo, in comunità di intenti e di affetti.
Ed allora è inutile scriverne: lasciamo parlare le opere di ogni giorno.
Questa è storia vera.

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