domenica 27 gennaio 2008

UN PICCOLO PRESEPIO DI CARTONE

n.9- UN PICCOLO PRESEPIO DI CARTONE


“E’ giunto con la posta
nella tenda del soldato
un piccolo presepio di cartone.
E null’altro c’era,
ma non pianse.
C’era quello che bastava . . .
. . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .”

Trovo questi miei versi in un vecchio album dove ho raccolto i “miei peccati di gioventù”. Così, infatti, chiamo le mie poesie degli anni verdi, quando scrivere versi significava anche sognare ad occhi aperti.
Tutti, in gioventù, abbiamo scritto poesie. Io ho commesso l’errore di conservarle ed ora mi trovo a rileggere, con una certa commozione, queste strofe, che, a dire il vero, mi hanno dato anche alcune soddisfazioni.
Era prossimo il Natale del 1942 e il Quotidiano provinciale aveva bandito un concorso sul tema “Natale di guerra”.
Io avevo appena ricevuto dall’amico Giuseppe, che da qualche mese era in Africa, nella zona di El Alamein, una cartolina della posta militare in cui mi diceva:
“Grazie, è arrivato il tuo presepio. E’ un bellissimo pensiero. Qui non si vede ancora la stella cometa. Qui scoppiano soltanto granate . . . “
Quello che avevo spedito a Giuseppe era un piccolo presepio di cartone, di quelli che si potevano chiudere in una busta, ma che poi, seguendo apposite piegature, acquistavano anche una terza dimensione, la profondità, con figurine sul fondo e con altre ritagliate nei due strati successivi. Era carino, colorato e lucente. Era un segno di casa, che sapevo sarebbe riuscito gradito a quel ragazzo veneto, biondo, sempre sorridente, che avevo conosciuto al mio paese, quando era venuto col suo Battaglione “Pontieri” a fare esercitazioni sul fiume Oglio.
Anche Giuseppe, durante la libera uscita, frequentava la sede del Dopolavoro, dove era stata allestita una sala di ritrovo per i militari e dove eravamo state mobilitate anche noi, giovani insegnanti, per prestare qualche ora di assistenza.
C’era la guerra e su quei ragazzi gravava la minaccia della Campagna di Russia: quel fare e rifare ponti sul nostro fiume era, certamente, un segnale. Altri ponti, in ben altre situazioni, avrebbero dovuto costruire sui grandi fiumi dell’est.
Giuseppe, però, si era lasciato attirare da un bando militare che cercava volontari per l’arruolamento tra i “Guastatori” della “Folgore”, con destinazione Africa Settentrionale.
Egli aveva accettato l’invito ed io, come allora si usava, mi ero impegnata a fargli da “madrina di guerra”, scrivendogli regolarmente ed aiutandolo, per quanto mi fosse stato possibile.
Alla nostra Sala di ritrovo, il Comandante del Battaglione Pontieri aveva assegnato, fin dall’inizio, un “Piantone”, cioè un militare responsabile della disciplina e del comportamento dei colleghi in libera uscita.
Questo “Piantone” era Nino, un caporale di Bergamo Alta dove, da borghese, faceva il postino e dove viveva con la madre anziana e una sorella.
Era un ragazzo molto tranquillo, serio, piuttosto taciturno e un po’ sfaccendato, dato che il lavoro, durante il giorno, si limitava a ripulire la Sala, a riordinare dischi, giornali e carte da lettera.
Tra i militari, a quei tempi, c’era anche qualche analfabeta e per loro noi, maestrine appena diplomate, dovevamo scrivere lettere e cartoline a casa. A qualcuno abbiamo anche tentato di insegnare a leggere.
Dopo alcuni mesi di permanenza in paese, all’inizio dell’inverno, il Battaglione Pontieri partì.
Seppi dalle cartoline che Nino mi spediva, che stavano trasferendosi verso il confine, direzione Russia.
Quando ebbi il suo indirizzo militare, in prossimità del Natale, anche a lui spedii quel “piccolo presepio di cartone”.
Per questo, quando vidi la notizia di quel Concorso per una poesia sul Natale di guerra, mi venne la tentazione di inviare quei versi, che iniziavano proprio con la frase:
“E’ giunto con la posta,
nella tenda del soldato . . . “
Stranamente la poesia, semplicissima e quasi infantile, piacque e la commissione le assegnò un secondo posto in classifica: prima risultò una poesia in dialetto cremonese, molto commovente.
Mi arrivò anche l’invito ufficiale a presentarmi, la sera della vigilia di Natale, in un certo teatro di città, dove un attore avrebbe letto le prime tre composizioni premiate, quindi anche la mia.
Non ci andai, naturalmente. Ero sola, senza mezzi di trasporto e la città era lontana. E poi ero timidissima e molto schiva e chissà come mi sarei sentita a disagio.
A Giuseppe, in Africa, quel presepio arrivò in tempo per la festa natalizia.
Da Nino, invece, non ebbi alcuna notizia in merito. Da quel Natale, infatti, Nino non scrisse più, né a sua madre, né a sua sorella e neppure a me.
Da quel Natale 1942 Nino è scomparso. Risultò ufficialmente disperso nel deserto bianco.
Morto durante la tragica ritirata? Ferito? Prigioniero?
Sepolto senza un nome da mani sconosciute?
Ci scrivemmo io, sua madre e sua sorella, a guerra finita: io per avere notizie, loro per piangere con me.
Nino aveva parlato e scritto a casa dei giorni sereni passati al nostro paese, delle amicizie che aveva fatto quand’era “Piantone” nella Sala-ritrovo.
Se anche Nino aveva fatto in tempo a ricevere quel piccolo presepio di cartone, di certo se lo sarà tenuto sul cuore come un segno di tenerezza, come un angolo di casa. Forse l’aveva nello zaino quando è caduto nella neve senza potersi più rialzare.
Giuseppe, invece, lo avrà certamente riportato a casa, dopo la guerra e la lunga prigionia, magari sciupato e scolorito, con ancora sabbia e paglia tra la Madonna e il Bambinello. E guardandolo avrà certo pensato con dolcezza ai giorni trascorsi in mezzo a noi.
Sono passati tanti anni, ma che commozione ricordando!
Questa è una storia di Natale molto triste, come tristi sono sempre le storie di guerra.
“Bambino Gesù, che nasci ogni giorno nel cuore degli uomini che credono in Te, cancella le guerre da tutta la terra e dona al mondo la Pace!
Noi ti preghiamo!”

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