n.8 NATALE 1940
1940, l’anno più triste della mia vita.
Era l’inizio di febbraio, io stavo frequentando l’ultimo anno di studi, poi avrei ottenuto il diploma e sognavo l’università.
Era un sabato pomeriggio e tornavo col treno dalla città, dopo le consuete lezioni ed esercitazioni dei “sabati fascisti”, obbligatori per tutti gli studenti.
Ero con mia sorella Mariarosa che, all’inizio degli studi, frequentava il secondo anno.
Quel giorno, scendendo dal treno davanti alla stazione, avemmo la sorpresa di trovare il babbo ad aspettarci: una novità.
Ma la spiegazione fu tragica.
“La mamma sta male, è gravissima, in coma”, ci disse.
L’avevamo lasciata al mattino presto, ferma sull’uscio di casa a salutarci con le solite raccomandazioni:
“State attente, comportatevi bene.”
E a me:
“E tu bada a tua sorella, mi raccomando.”
Una mattina come tante.
La mamma morì l’indomani, all’alba, senza riprendere conoscenza.
Passammo mesi disperati, col babbo che non si rassegnava, che non parlava più, che era tutto chiuso nel suo mondo di sofferenza e che quasi ci ignorava.
Arrivò maggio e le scuole vennero chiuse in anticipo. Io mi diplomai.
La guerra era alle porte.
Il 10 giugno Mussolini, capo del governo, comunicò al popolo italiano che l’Italia si schierava a fianco della Germania contro le forze alleate.
Iniziava uno dei periodi più disastrosi della nostra storia.
Tutto cambiò.
Durante l’estate io mi arrabattai per trovarmi un lavoro: mi assunsero per alcune ore al giorno nell’ufficio del Dazio comunale, dato che uno degli impiegati era stato richiamato alle armi.
Arrivò settembre e il babbo si ammalò: pareva una malattia sconosciuta.
Era deperito, non parlava e non sorrideva più da quel triste febbraio, rifiutava il cibo. A fine mese morì di crepacuore. Era il 25 settembre 1940.
Restammo sole, noi tre ragazze.
Allora si diventava maggiorenni a 21 anni. Noi ne avevamo diciotto, sedici e tredici.
Il Tribunale ci assegnò un tutore e costituì un Consiglio di famiglia, dato che non avevamo parenti prossimi vicini.
Prima di allora noi si viveva con la pensione del babbo e con quel lavoro che si era ‘inventato’ per arrotondarla, dopo che era stato collocato a riposo.
Non avevamo proprietà redditizie, non avevamo depositi bancari a cui attingere. Non avevamo potuto neppure riscuotere la pensione di settembre del papà, che doveva essere pagata il 25 di ogni mese, dato che proprio quel giorno, all’alba, egli era morto.
Avevamo sì, il diritto ad una pensione di reversibilità da parte delle Ferrovie dello Stato, dato che eravamo minorenni. Ma i documenti da presentare per inoltrare la domanda erano tanti e complessi. I soldi sarebbero arrivati sicuramente, con gli arretrati, ma bisognava aspettare.
Mariarosa ad ottobre riprese gli studi: libri, cancelleria, abbonamento al treno, nuove spese a cui provvedere.
Io mi ero cercata anche qualche lezione privata e, naturalmente, all’università non ci pensai più.
Venne dicembre. Il tutore ci aiutò a procurarci la legna per l’inverno: l’avremmo pagata quando fossero giunti gli arretrati della pensione. Intanto noi ci demmo a far conti su conti per regolarci nel comprare il necessario per vivere.
Celestina, che stava imparando a fare la sarta, accettò qualche lavoretto poco impegnativo e qualche cosa riuscì anche lei a portare nella cassa comune.
Io, in famiglia, venivo chiamata ‘Quintino Sella’ perché mi comportavo, dicevano, come quel ministro delle finanze di fine ‘800, che aveva deciso di adottare una politica di “economia fino all’osso” per rimettere ordine nei conti dello stato.
Anch’io, infatti, tentavo, in casa, una “economia fino all’osso”. Tenevo una contabilità puntigliosa, misuravo i centesimi, non cedevo a richieste o a tentazioni.
Tiravamo la cinghia, non ci permettemmo alcun diversivo per mesi.
E arrivò Natale: Natale 1940.
Di quel giorno e del giorno precedente, quello della Vigilia, ho un ricordo indelebile.
Avevamo a Piadena, paese d’origine della mamma, uno zio ed una zia. Lui era zio Franceschino, capostazione in pensione. Lei era la zia Angelina, severa e matronale, che ci metteva soggezione.
Quando c’era ancora la mamma si andava a trovarli, in treno, una volta all’anno, di solito nel giorno dei morti, così la mamma poteva far visita ai suoi genitori al cimitero. Gli zii a casa nostra non venivano mai.
Quell’anno, qualche giorno prima di Natale, ci avevano scritto invitandoci a passare le feste da loro.
Che poi fossero feste! Per noi erano giorni di lacrime e di ricordi.
Però, ripensandoci, poteva essere un modo per mangiare un po’ meglio e un po’ di più. E poi saremmo stati al caldo per un paio di giorni, senza consumare la legna, così preziosa. E poteva anche darsi che gli zii, alla fine, ci dessero qualche lira di mancia.
Già, sarebbe stato utile andare!
Ma il treno? Chi ci avrebbe pagato il viaggio in treno?
Noi eravamo ridotte al “lumicino”. Non c’erano più soldi in casa e pur avendo ancora diritto ad usare i biglietti gratuiti riservati al figli dei ferrovieri, avremmo dovuto farli timbrare in stazione spendendo ben settantacinque centesimi ciascuno. Settantacinque per tre, significavano lire 2 e 19 centesimi! E non li avevamo.
Decidemmo, quindi, che non si poteva partire.
Avremmo dovuto pranzare in casa con quel poco che c’era in dispensa.
Per il “cenone” della Vigilia avevo già pensato io: una vicina che aveva un orto, mi aveva pagato le lezioni date alla figlia con una sporta di spinaci. E siccome le nostre sei galline avevano fatto, puntualmente, le loro uova giornaliere, ci sarebbero bastati spinaci e uova. Addio tortelli di zucca, mostarda e torrone!
E per Natale?
Ci avremmo pensato l’indomani: ormai si viveva alla giornata.
Prima che si facesse buio, andammo, come al solito, al cimitero a trovare mamma e papà. C’era un bel tratto di strada da fare, fuori paese, ma il freddo l’avremmo vinto camminando svelte e battendo i piedi con forza sulla terra gelata.
Quel giorno, però, Verilio, il seppellitore, aveva chiuso il cimitero in anticipo, forse per prepararsi al cenone. Così noi ci fermammo al cancello, intirizzite e con le lacrime che ci bagnavano il viso: lacrime che, però, nessuna voleva mostrare alle sorelle.
C’era già buio e i lumini sulle tombe sembravano piccole stelle in mezzo alla brina. Ma non assomigliavano certo alle stelle comete che i bambini, a quell’ora, stavano posando sui loro presepi.
Rientrate a casa, ognuna di noi aveva un pensiero fisso in testa:
“Possibile che la mamma non avesse avuto un posto, magari segreto, dove mettere, di tanto in tanto, i centesimi o le lire che riusciva a risparmiare sulla spesa?”
Fu Celestina a suggerire:
“Insomma, proviamo a cercare ben bene. Qualcosa, in casa, ci deve pur essere.”
Lei era quella che stava più tempo con la mamma, mentre noi eravamo a scuola in città, e conosceva i suoi piccoli segreti meglio di noi.
Così ci mettemmo a cercare in ogni angolo: nei cassetti, tra gli aghi e i fili del cestino da lavoro, sulla mensola del camino sotto i vasetti dei fiori finti e sotto i candelieri di ottone. E poi nella credenza coi vetri smerigliati, sotto i piatti, le scodelle, i bicchieri che sollevammo ad uno ad uno. Poi più su, così in alto che dovemmo usare una sedia per raggiungere l’ultimo piano dove c’era il servizio “bello” del caffè, quello che non si usava mai, ma che si teneva per il caso capitasse un’occasione straordinaria. Cosa che non era mai successa.
Ebbene, proprio lì, sotto una tazzina col bordo dorato, c’erano alcune monetine di nichel.
Fu Celestina a trovarle. Che grido di gioia!
Le contammo: quasi dieci lire!
Bastavano e avanzavano!
“Domani si va a Piadena! Evviva!”
E così facemmo.
Agli zii non raccontammo dell’ansia in cui ci eravamo trovate. Nessuno doveva sapere delle nostre difficoltà, ce ne saremmo vergognate troppo. Dovevamo farcela da sole, con un’economia “fino all’osso” appunto e con una testardaggine che neppure noi immaginavamo di possedere.
Poi, pian piano, vennero tempi più sereni, come sempre succede quando si tocca il fondo del dolore.
Io vinsi, al primo tentativo, il Concorso magistrale ed ebbi la sede fissa vicino a casa, con stipendio assicurato. Giunse anche regolarmente la pensione e ci furono pagati gli arretrati. Saldammo subito il debito della legna col tutore e ci permettemmo pasti regolari.
Eravamo giovani e, per di più, avevamo due potenti protettori in cielo.
Di Natali così, infatti, non ne avemmo più.
domenica 27 gennaio 2008
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