n.15 PROPRIO LA MATTINA DI NATALE . . .
Era la mattina di Natale del lontano 1958. Simonetta aveva da poco compiuto i due anni.
Quel 25 dicembre, col presepio già finito sul mobile del tinello e le stelle ritagliate nella carta dorata incollate sui vetri, Simon, come usavamo chiamarla in famiglia, si svegliò pallidissima e stanca, con occhi, manine e piedi molto gonfi. Una cosa mai vista.
Fu subito chiamato il medico, il carissimo dottor Nicolò Greco.
Era giorno festivo, ma allora per il medico condotto non c’erano giorni di riposo, turni, oppure guardie mediche che lo sostituissero. Se capitava qualcosa, era lui che doveva correre, sia di giorno che di notte.
Descrivemmo, quindi, al dottore le condizioni in cui si era svegliata la piccina ed egli subito di allarmò.
Quando giunse, tutta la famiglia e persino le vicine di casa, la buona Paola Ferrani e la Rachelina Tornaghi, che era considerata l’infermiera del vicinato, dato che sapeva far le “punture”, stavano attorno alla bimba, che era sul divano, buona buona, zitta zitta, avvolta in coperte di lana.
Ognuno diceva la sua: sarà la conseguenza delle due tonsilliti che ha fatto, oppure no, avrà fatto una indigestione, avrà mangiato troppi cioccolatini . . .
Invece quello che ci comunicò il medico fu ben più grave:
“Si tratta, a quanto pare, giudicando da tutti i sintomi, di una nefrite acuta emorragica. E’ una cosa seria,” disse, “ ma la cureremo”.
Ci diede subito degli ordini drastici:
“Le misurerete l’acqua che berrà e il cibo che mangerà”.
E ci scrisse le dosi che non dovevamo assolutamente superare. E poi aggiunse:
“Inoltre occorre caldo, caldo e riposo. La nefrite è una malattia renale, che, come si diceva un tempo, si cura con le tre -L- , letto, latte, lana, cioè riposo, dieta a base di latte e caldo.”
Cominciò per noi un vero calvario.
La piccina nei primi giorni aveva sempre fame, voleva il pane, piangeva chiedendo il pane.
Ricordo che il giorno di santo Stefano aveva cominciato a nevicare. Per convincerla che il pane non c’era, le raccontavamo che il garzone del fornaio non poteva venire, in bicicletta, come gli altri giorni, a portare il pane, perché c’era troppa neve. Bisognava aspettare che smettesse di nevicare.
A pranzo e a cena ci davamo il cambio. Chi stava a tavola, nel cucinino, nascosto al di là della tenda, non doveva fare rumori con piatti e posate. Simonetta non doveva capire che si stava mangiando.
E allora, a turno, dovevamo distrarla con giochi, canti, rumori perché non udisse.
Il dottor Greco veniva a casa nostra due volte al giorno per controllarla e una volta la settimana si dovevano rifare le analisi.
Poi cominciammo con la penicillina. Dovevamo tenerla ferma in due, mentre il dottore la pungeva: ma era così bravo che era più la paura che il male e, un po’ alla volta, si abituò anche a quelle.
Dio mio, che brutto Natale abbiamo passato e che Capodanno di tristezza!
Passò gennaio e passò febbraio. Le analisi cominciarono ad essere meno disastrose, l’appetito le era passato, non chiedeva più pane da mangiare e acqua da bere, il gonfiore agli occhi pareva diminuito.
Un giorno il medico ci disse:
“Penso proprio che vada meglio, ma seguite sempre scrupolosamente i miei consigli. Avremmo dovuto ricoverarla in ospedale, ma anche là le avrebbero fatto quello che le abbiamo fatto noi. E qui, a casa sua, non ha dovuto subire traumi più gravi. Ho rischiato parecchio, ma ora sono più tranquillo.”
Arrivò marzo coi primi tepori, con la brezza che accarezzava gli alberelli dell’aiuola davanti alla finestra che stavano mettendo le prime gemme, con le prime viole che le sorelline le andavano a cercare tra l’erba delle rive.
Simonetta stava rifiorendo, anche se la cura delle tre - elle - doveva proseguire.
Una mattina, sul prato dietro casa nostra, arrivò un gregge per una sosta durante il lungo viaggio che l’avrebbe portato verso i monti.
C’era il pastore con tanto di somarello e cani da guardia, con pecore ed agnellini.
Stando in casa li si sentiva belare.
Portammo Simonetta alla finestra perché li vedesse attraverso i vetri. Era felice, rideva, tendeva la mani quasi per poterli toccare.
Allora ebbi un’idea: uscii e chiesi al pastore se mi dava un agnellino da mostrare alla bambina malata, che stava osservandolo dalla finestra.
Il pastore guardò e si commosse. Volle venire di persona a portarglielo: lo tenesse pure per tutto il tempo che voleva, tanto sarebbero partiti solo nel pomeriggio. Preferivano camminare di notte, le strade erano più sgombre e meno pericolose.
Che gioia per Simonetta! Era l’agnellino più piccolo che c’era nel gregge. Glielo mettemmo accanto sul divano e lei lo accarezzava e lo baciava.
All’improvviso vedemmo arrivare, in orario diverso dal solito, il medico per il controllo giornaliero.
Eravamo tutti costernati.
Cosa avrebbe detto? Lui, che era così scrupoloso circa l’igiene! Una pecora appena tolta dal campo tra le mani di una bambina malata!
E invece no!
Appena vide la bambina così felice, il buon dottore sorrise e disse:
“Penso proprio che sia guarita!”
E si chinò ad accarezzare la pecorina.
Erano passati tre mesi, tre mesi di paura. Ma ora stava giungendo la primavera e Simonetta era guarita! La felicità era tornata nella nostra casa e con tutto il cuore ne ringraziammo il Signore.
domenica 27 gennaio 2008
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