domenica 27 gennaio 2008

CAMPANELLE E CARILLONS

n.22 CAMPANELLE E CARILLONS

Gina, “la Maestra”, ormai vive sola a Cremosano, nel bel villino in mezzo ad un giardino speciale. Io lo chiamo “il giardino di Chia”, anche se Chia, suo marito, è morto da più di trent’anni.
Ho detto che è un giardino speciale perché Chia era un uomo speciale: maestro, poeta, pittore, giardiniere, sindaco e chi più ne ha, più ne metta.
Nel suo giardino le piante le aveva scelte ad una ad una, tutte diverse tra loro, con fiori diversi, con foglie a gradazione diversa, con bacche tali da richiamare uccelli diversi.
Ed ora ci sono, fatti alti e robusti, l’albero di Giuda, che è il primo a fiorire in una nuvola rosa e la imponente magnolia dalle foglie lucenti e i grandi fiori bianchi e profumati, e poi l’acero rosso e quello tricolore, il pino e l’abete argentato, il corniolo con le bacche per i merli e gli ippocastani enormi, coi fiori bianchi e rossi, a grappoli.
E poi il melo, il pero, il ciliegio, l’albicocco, il pesco e il nocciolo. C’è un noce alto e solenne e c’è il basso cespuglio del ribes. C’è il cespo delle dalie e l’ibisco rosso fuoco, il gelsomino che si arrampica sul muretto di cinta e la forstizia luminosa come il sole. E ancora gerani nelle aiuole, viole del pensiero e ‘fiori di vetro’, giacinti, mughetti e tulipani, giaggioli e rose, rose in quantità, mentre la glicine a grappoli azzurri e bianchi fa ombra sul berceau.
Non si finirebbe più di parlare del giardino di Chia .
A primavera esso è un piccolo paradiso di tinte e di profumi, col fosso d’acqua corrente che passa nel mezzo, scorrendo sotto due ponticelli ricurvi, coi pesci rossi che fanno gola agli aironi, per cui ce n’è sempre qualcuno, appollaiato sul glicine, pronto a scattare appena ne vede uno guizzare tra le calle e le ninfee.
Numerose giovani coppie, ancora oggi, provenienti anche dai paesi vicini, desiderano fare le loro foto ricordo del giorno delle nozze, proprio nel giardino di Chia, in vaporosi abiti bianchi le spose e in abiti scuri e solenni gli sposi, e chiedono a Gina il permesso di entrare in quel suo mondo incantato.
Gina quel permesso lo accorda sempre con gioia: il suo giardino, in quei giorni, rivive e le riporta alla mente il suo Chia, che era sempre là a scrutare ogni fiore che sbocciava e ogni gemma che diventava foglia e che tendeva l’orecchio e osservava con ansia i nidi tra i rami più alti, per scoprire i primi pigolii degli uccellini che stavano uscendo dall’uovo.
Gina ha un album intero dove conserva queste foto di nozze e dice, mostrandolo agli amici:
“Ogni tanto, poi, gli sposi ritornano, magari coi figlioletti che appena camminano e dicono -Vedi, qui siamo venuti quando tu ancora non c’eri. . . - Ed è così bello vederli . . . “
Ebbene, una volta, in quel villino al centro del giardino, Gina viveva con padre e madre anziani e col marito. Non avevano figli e questo era il loro cruccio più grande, perciò i ragazzini delle loro classi e i figli dei vicini erano ospiti fissi in casa loro e, fin dai primi anni di vita, erano abituati a chiamare lei zia e lui zio, oppure nonna e nonno gli anziani genitori.
Gina ricorda tanti natali felici quando in casa c’erano ancora tutti.
La sera della vigilia, appena si faceva scuro, la madre era solita iniziare la recita del Rosario.
Lo si diceva lentamente, devotamente, con Chia che non si sedeva mai quando pregava, perché, diceva, “mi pare di mancare di rispetto al Signore”. Quindi egli andava su e giù per la stanza con le mani intrecciate e la testa china, mentre loro tre, a cerchio, Avemaria dopo Avemaria, aspettavano che arrivasse l’ora per andare alla Messa di mezzanotte.
La chiesa era lì a due passi: bastava uscire dal cancello e salire i tre gradini del sagrato.
Gina, anche adesso che è sola, fa della chiesa la sua seconda casa.
Mi racconta con nostalgia del tempo in cui lei e Chia, nella settimana precedente il Natale, andavano in città, per negozi, alla ricerca di quelle piccole poetiche cose che avrebbero dovuto dare un fascino speciale alle loro stanze.
“E perché poi? Per voi due soli?” chiedo io.
“Oh, no! C’erano i bambini!”
I bambini erano la loro vita: quelli delle scuole, dei parenti, dei vicini. E a Natale, al mattino presto, essi erano già là, al cancello, a suonare la campanella con impazienza, tra i salti e le corse festose del grosso cane lupo, che pareva aspettarli.
In casa, sia Gina che Chia erano pronti per le piccole sorprese: qualche regalo nascosto qua e là, qualche dolce sistemato sul tavolo di cucina e quelle campanelle coi carillons, che avevano appesi ai lampadari e alle soglie delle porte, o che stavano appoggiati sui mobili della sala.
Appena i piccoli entravano, a turno, essi li prendevano in braccio perché arrivassero a tirare i cordoncini delle campanelle e poi, via di corsa a schiacciare i tasti dei carillons che, tutti insieme, si mettevano a suonare musiche natalizie: un vero concertino per la delizia dei bambini.
In quell’atmosfera dolcissima, tutti in fila, raggiungevano poi il fondo del corridoio, dove Gina e Chia avevano allestito, col solito amore e la solita fantasia, il loro presepio, con pastori e pecorelle, alberelli e casette, fontane e laghetti e tante lampadine colorate, nascoste qua e là in mezzo al muschio, per rallegrare il Bambino Gesù appena nato.
Ora Gina si commuove pensando a quegli anni: successivamente Chia si è ammalato, sono arrivati Natali d’ansia e di paura.
I vari piccini, che venivano al mattino a suonare la campanella del cancello, sono diventati grandi e i carillons chissà dove sono finiti!
Peccato! Quelli erano momenti felici.
Ma, nonostante tutto, come è dolce, ancora oggi, ricordarli!
E Gina ne parla, felice, con gli occhi lucenti, come se non fossero passati tutti quegli anni. Come se suo padre, sua madre e Chia fossero ancora là sorridenti, in attesa che i bambini dessero il via al concerto di Natale, mentre dalle finestre e dalle vetrate si affacciavano gli alberi carichi di neve!
Dal campanile, intanto, là, nell’ angolo del giardino, le campane suonavano e suonavano perché era nato Gesù!

Nessun commento: