sabato 26 gennaio 2008

LA VIGILIA COL 'BISETT'

n.2 LA VIGILIA COL ‘BISETT’

Erano i primi anni ’30 ed abitavamo già in Via Carducci, quasi sotto il campanile.
Si avvicinava il Natale e già si pensava ai pranzi e alle usanze di quei giorni pieni di attese e di buoni sentimenti, con abitudini da rispettare.
La cena della Vigilia di Natale, per esempio, aveva regole fisse.
La mamma, che veniva da Piadena, al confine col mantovano, aveva portato con sé le abitudini culinarie della zona. I tortelli di zucca erano, quindi, di rigore. E tutti fatti in casa, naturalmente.
La zucca si sceglieva e si conservava fin dall’autunno.
La mamma comprava, di preferenza, le zucche dette ‘americane’, dalla scorza giallo-verde, a forma leggermente oblunga, simili alle palle da rugby. Diceva che erano le migliori.
Le conservava in solaio, ben allineate sopra un’assicella, davanti alla finestra e quando andava a prelevarne una per fare i tortelli, le maneggiava tutte con cura, le girava e rigirava per assicurarsi che fossero perfette. Poi, in cucina, tagliava una fetta da quella scelta e la metteva a cuocere per prova.
Già dal taglio si capiva se era una zucca adatta: doveva avere la polpa asciutta e di un bel colore giallo.
Dopo la cottura l’assaggiava e ne controllava anche il sapore e la consistenza.
Quando era sicura della sua bontà, pensava alla pasta da stendere a mano, sopra un’asse apposita sempre conservata con cura.
Metteva al centro un bel mucchio di farina bianca, che prendeva dalla ‘madia’, vi faceva un affossamento al centro e vi rompeva sopra le uova necessarie, quelle che aveva tolto dal pollaio la sera prima, o, addirittura, la mattina stessa, se le sue galline avevano già cantato il loro ‘coccodè’. Le uova, infatti, dovevano essere freschissime, di giornata.
A quei tempi non c’erano macchinette che impastavano e tagliavano in vari formati la pasta fresca. Per stenderla occorreva il ‘mattarello’, un bastone lucido e rotondo, e la forza delle braccia.
Era un lavoro impegnativo perché, alla fine, il tutto doveva risultare elastico e sottile, liscio e uniforme.
Poi con una rotellina apposita, la mamma ne ritagliava delle strisce tutte uguali, che suddivideva in piccoli quadrati, sui quali posava rapidamente cucchiaiate di ripieno, fatto con la polpa ben cotta della zucca, il formaggio grattugiato e le spezie. A volte vi aggiungeva qualche pezzetto di mostarda triturato.
L’operazione successiva era tutto un gioco di dita e di velocità: il quadratino di pasta veniva ripiegato a metà, in diagonale e schiacciato ai lati, come un ‘cappelletto’, arrotolandolo attorno al dito.
Non ricordo cosa si mangiasse noi bambine di secondo: c’erano sicuramente gli spinaci e, forse, la frittata. La cena della Vigilia di Natale era, allora, rigorosamente di magro.
Non mancava mai neppure la mostarda di Cremona, ma a noi bambine piaceva solo guardarla con quei bei frutti colorati e gocciolanti. Pizzicava troppo e se si era tentate di assaggiarla, poi si tossiva e si correva al secchio a bere subito un bel mestolo d’acqua di pozzo.
Per il papà, invece, c’era sempre il ‘bisèt’, cioè l’anguilla marinata che si comprava dal ‘Bigion’, il droghiere che stava quasi davanti alla chiesa.
Il ‘bisèt’ non doveva assolutamente mancare.
Il droghiere panciuto, con tanto di ‘scossalina’ appesa al collo e allacciata in vita, ne aveva, attorno a Natale, un bariletto pieno e vi immergeva le mani per trarne i pezzi che subito avvolgeva nella carta oleata.
Per il babbo era un’abitudine che egli conservava fin dalla fanciullezza: era nato e cresciuto a Roncole di Busseto e si vantava di essere un compaesano del grande Giuseppe Verdi.
A noi bambine, invece, il ‘bisèt’ faceva impressione e ci dava fastidio anche quell’odore forte e acre, che poi restava appiccicato a lungo alle mani quando si toccava anche solo la carta.
A completare la cena, c’erano, poi, i mandarini profumati e il torrone, ‘Vergani’ naturalmente, quello con lo spazzacamino dipinto sulla fascetta.
Di quel torrone se ne doveva mangiare solo la metà: l’altra parte si doveva conservare per l’indomani, giorno di Natale.
La mia stecca, ricordo, al giorno dopo non arrivava mai. La rosicchiavo continuamente, confidando nella generosità della mamma, che, golosa di torrone come me, avrebbe certamente trovato il modo di non lasciarmelo mancare.
Le cene della Vigilia che ricordo meglio sono quelle degli anni ’30, quando avevamo già lasciato il Casello Ferroviario, perché il babbo, dopo un rovinoso incidente in stazione, era stato collocato a riposo.
In quegli anni abitavamo in Via Carducci al numero 8, proprio di fianco al portone del nostro Arciprete. In centro al paese, insomma, quasi sotto il campanile, con la chiesa a due passi.
I tortelli di zucca che faceva la mamma erano ammirati da tutto il vicinato: dalla Bianca, che era la ‘Perpetua’ del parroco, dalla Teresina campanara, dalla Menica, la moglie dell’organista e poi dalla Regina, dalla Paolina e dalla Maria dei Pagani.
Abitando al centro del paese, anche noi ragazzine potevamo partecipare alle spese per la cena, andando nel negozio di ‘Bigion’, oppure in quello del ‘Rosso’, il fruttivendolo, dove si potevano comprare mandarini e ‘gallette’.
La cena, a casa nostra, nell’occasione speciale della Vigilia, si svolgeva in quella che era considerata la ‘sala’, una grande stanza fredda dove appena appena arrivava un po’ di calore dalla porta aperta della cucina, sulla cui stufa a legna la mamma cucinava da ore.
A far luce sopra la tavola, apparecchiata con la tovaglia bianca di Fiandra e i piatti del ‘servizio bello’, pendeva una lucerna coi riccioli in ferro battuto, sui quali il babbo aveva passato, per l’occasione, una pennellata di polverina argentata. Era la stessa lucerna che avevamo al Casello, ma qui vi scendeva una lampadina da venti candele, mentre lassù ci stava una lampada a petrolio, con uno stoppino che si alzava o abbassava a mano per fare più o meno luce.
Attorno alle pareti della stanza erano stati sistemati, da settimane, i grossi vasi degli oleandri che, ad ogni inverno, il babbo portava in casa con l’aiuto del Rico e del Verilio, due vicini della contrada. Erano vasi enormi e i rami dovevano piegare le cime, perché il soffitto non era abbastanza alto. A primavera, però, appena venivano, faticosamente , riportati sulla strada, davanti alle finestre, essi riprendevano quasi subito la loro superba posizione e ogni anno rimettevano una selva di splendidi fiori. Alla Vigilia di Natale, all’ora della cena, essi creavano nella stanza angoli d’ombra molto suggestivi e tutto pareva più bello e raccolto.
A quei tempi non c’era l’usanza della ‘Messa di Mezzanotte’, quindi si andava a letto presto, anche perché alla ‘Messa dell’Alba’, in genere, andavamo tutti, tanto più che Celestina, che aveva una gran bella voce, doveva cantare nel Coro della Parrocchia.
Ricordo con dolcezza quei Natali in chiesa, con tanta gente intorno, con canti, luci e con l’Arciprete, grande, grosso, severo, che pregava e cantava durante la lunga celebrazione, nel gelo rigido dell’immensa chiesa, col fiato che usciva a nuvoletta da tutte le labbra in preghiera.
E poi, tornando a casa, qualche volta, ci affiancava lui, proprio lui, l’Arciprete, che rispondeva, con un sorriso appena accennato, al nostro rispettosissimo augurio di Buon Natale. Era raro vederlo sorridente, ma Natale era un giorno speciale e a volte capitava anche che al sorriso aggiungesse qualche parola gentile. Chissà! Forse anche lui, a Natale, voleva dirci che ci voleva bene. E Dio solo sa, quant’era vero! Io l’ho compreso tardi, quand’ero già grande, quando mi son trovata, quasi sola, ad affrontare uno dei momenti più dolorosi della mia vita, col mondo che pareva crollarmi addosso. Lui, lui solo, il mio vecchio e già malato Arciprete, mi ha spalancato le porte della sua casa e mi ha accolto e protetto come avrebbero fatto mio padre e mia madre, che non c’erano più. Anche per questo non ho mai smesso di ringraziare il Signore.

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