domenica 27 gennaio 2008

RICORDO DI DON PEPPINO

RICORDO DI DON PEPPINO
(Anno 1983)
Rimettendo ordine tra alcune mie vecchie carte, mi son capitate tra le mani alcune note, che avevo steso, tanti anni fa, per incarico di don Peppino de Stefani, il Parroco che resse la nostra comunità per circa sei anni, dal 1954 all’inizio di gennaio del 1961.
Avevo scritto quelle note dietro sua richiesta per illustrare una iniziativa che egli aveva voluto chiamare la “Crociata della bontà”.
Tanti giovani di oggi, che a quell’epoca erano bambini e frequentavano la nostra scuola elementare, certamente se ne ricordano e, forse, ora ne sorrideranno compiaciuti. Fu, infatti, una iniziativa che coinvolse tutti, i genitori, i ragazzi e gli insegnanti.
Ho riletto quelle pagine prima con un senso di curiosità, poi con commozione.
La figura del nostro Parroco di allora mi è tornata davanti così viva, che alla fine mi son chiesta, con un esame di coscienza un po’ tardivo, se avevo sempre fatto, nei suoi riguardi, tutto il mio dovere, se non gli avevo talvolta negato, involontariamente, delle soddisfazioni che meritava, se avevo sempre cercato di essergli d’aiuto.
Durante la Crociata della bontà, però, gli fui accanto con entusiasmo.
Ricordo come fosse ora il giorno in cui mi telefonò in Direzione per chiedermi un colloquio e parlarmi della sua idea.
Venne in ufficio un po’ ansante, su per quelle due lunghe rampe di scale, e siccome gli dicevo che sarei andata io, con piacere, da lui, egli con quel suo fare umile e sorridente, mi rispose:
“Oh no, era mio dovere...”
Poi aggiunse che contava su di me, sui maestri, sulla scuola tutta perché la bella iniziativa riuscisse.
Mano a mano che parlava per spiegarmi le varie fasi della Crociata, spiava sul mio viso l’impressione che suscitava e quando s’accorse che mi stavo entusiasmando forse più di lui, divenne allegro come un bambino.
Credo che tra tutte le iniziative prese negli anni in cui rimase in mezzo a noi, questa sia stata quella che gli ha dato più soddisfazioni.
Mi pare bello, quindi, ricordarla a tutti coloro che l’hanno vissuta durante quella lontana quaresima. Non c’era bambino, in quei giorni, che non si fosse messo d’impegno.
A casa, a scuola, in chiesa, per la strada era tutto un fiorire di buone azioni, di ubbidienze, di gesti gentili.
Chi non ricorda la piazza invasa da centinaia e centinaia di bimbi, dai piccolissimi dell’asilo ai grandi delle medie, tutti col proprio palloncino variopinto legato al polso?
E che festa di colori quando quella miriade di palloncini prese il volo portando lontano il proprio messaggio d’amore.
Noi, forse, io per prima, non dicemmo al nostro Parroco grazie abbastanza, o glielo dicemmo male, o dimenticammo troppo presto il bene che ci aveva fatto nei sei anni di permanenza tra noi.
Sapemmo troppo tardi, è vero, della sua grave e strana malattia, per cui, come ci spiegò don Berta un anno dopo la sua morte, sulle colonne del “Qui Pandino”, egli aveva, a volte, delle crisi che lo coglievano per la strada, sul pulpito, durante la stessa celebrazione della Messa, creandogli quasi uno stato di ipnosi, di cui, spesso, egli neppure si accorgeva, tranne quando cadeva a terra addirittura privo di sensi. Ecco perché talvolta pareva dimentico di una promessa, non riconosceva un volto, non salutava un amico.
Povero don Peppino, quanto deve essergli costato il poco calore, la mancanza, talvolta, di collaborazione sincera, quanto deve aver sofferto nella solitudine in cui, qualche volta, fu lasciato.
Alle nuove generazioni, quelle che di don Peppino sentiranno parlare soltanto ora, vogliamo raccomandare di star vicini ai loro sacerdoti e di non commettere gli stessi errori che alcuni di noi, allora, senza saperlo, hanno commesso.

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