n.16 UN NATALE . . DIMENTICATO
Cerco di strappare ad un sacerdote amico, don Cesare Nisoli parroco di Pandino, il racconto di un suo natale lontano da inserire nel mio libro.
Ma egli insiste nel dirmi di non avere ricordi. Lo dice sorridendo, ma ci sento dentro una punta di tristezza.
Forse mi sbaglio, o forse no.
Aveva solo undici anni quando entrò nel Seminario di Cremona. Una città lontana dal suo paese e dalla sua casa, dove c’erano, con papà e mamma, tre fratellini più piccoli di lui.
Forse avrà anche pianto nella grande camerata in cui si era venuto a trovare insieme ai quarantasette compagni, entrati come lui in seminario il 1° ottobre di quell’anno. Anche loro, certo, avranno avuto il cuore gonfio di nostalgia.
Ma egli non lo dice.
Non credo, però, che abbia dimenticato quel suo primo Natale lontano da casa: forse ha solo tentato di cancellarne il ricordo.
Era la fine degli anni ’50.
Al paese faceva il chierichetto. Era sveglio, vivace, intelligente. In quella casa piena di bambini, penso che di monellerie ne abbia combinate parecchie.
Mi piacerebbe saperne di più. Ma è inutile: egli continua a dire di non ricordare.
Poi, all’improvviso, esce con questa frase:
“Quel primo Natale non ci mandarono a casa . . . “
Dopo tre mesi di seminario, quei ragazzi avevano altre cose da fare durante le feste. A casa li avrebbero, forse, mandati dopo. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Don Cesare tace.
Forse pensa al presepio sotto la cappa del camino, che lui, quell’anno, non poté preparare. Saranno certo andati i suoi fratelli per viottoli campestri e lungo le rive, col cesto e la paletta, a raccogliere il muschio. E chissà! Forse sua madre avrà pensato a lui, che l’anno prima era il più esperto, il più agile, il più sicuro nella ricerca, quello a cui i fratellini ubbidivano senza discutere. E certo ne avrà sentito la mancanza, soffrendone senza darlo a vedere, perché il suo ‘bambino’ era in buone mani.
Era stato ‘chiamato da Dio’, sarebbe diventato un ‘ministro di Dio’. E lei non doveva essere triste se la casa pareva vuota senza di lui. Era un dono divino avere un figlio prete.
“Non ci mandarono a casa,” continua improvvisamente il ‘don’, “perché dovevamo partecipare alle funzioni in Duomo, alla presenza del Vescovo”.
In quegli anni il seminario era ancora affollato e le grandi stanze, i corridoi, le aule risuonavano delle voci dei ‘chiamati’.
I superiori ne erano orgogliosi. Presentarli al Vescovo nella solenne festività del Natale, tra luci e canti, con tanta gente commossa, era per loro motivo di gioia ed un onore.
Ma loro, i ragazzini, cosa avevano nel cuore? Cosa pensavano davanti al grande artistico presepio della Cattedrale, che altri avevano preparato?
Sognavano, forse, quello piccolo, con le statuine di gesso un po’ malconce, che il papà, a casa, aveva tolto dallo scatolone conservato in soffitta?
Certo, quello era un presepio povero, ingenuo, col laghetto fatto di carta stagnola e con le stelle disegnate dai bambini e ritagliate nella carta dorata . . E davanti ad esso c’erano i nonni, venuti per l’occasione, e il babbo, la mamma, i fratellini, gli amici che accendevano i lumini tra il muschio, spostando, di tanto in tanto, pastori e pecorelle perché fossero più vicini a Gesù. E poi la tavola apparecchiata col servizio delle feste, con la mamma indaffarata in cucina, coi vicini che mettevano dentro la testa e dicevano ‘Buon Natale!’ e poi chiedevano: “Ma il bambino non è tornato? Neanche a Natale? Poverino . . . “
E alla mamma, certamente, venivano le lacrime agli occhi.
Ecco, don Cesare, queste cose, mi ha detto di non ricordarle.
Ma non ci credo.
A tutto ciò e ad altro ancora avrà certo pensato anche lui in quel giorno lontano, col Vescovo, solenne e sfavillante nei paramenti sacri, che guardava compiaciuto le ‘giovani promesse al servizio della Chiesa’.
Un po’ per volta, però, anche l’amico sacerdote si ‘sgela’ e mi regala qualche ricordo in più. Dice:
“La celebrazione a Natale era molto solenne con le luci che inondavano l’altare della cattedrale. Ricordo l’emozione e la soddisfazione di cantare nel grande coro a quattro voci, che animava la Messa grande delle ore undici, in duomo. Ricordo anche il pranzo con la mostarda e il panettone nel grande refettorio del seminario e il clima di festa e di ‘famiglia’ che vi regnava. Ci sentivamo tutti amici, grandi e piccoli, studenti e professori e per noi del primo anno era una consolazione sentirci così importanti, trattati alla pari anche da coloro che consideravamo i nostri modelli.”
Il ‘don’ si fa pensoso, capisco che vorrebbe dire e non dire, ma poi cede, anche se mi sembra commosso. E mi spiace contribuire a fargli rivivere
momenti che, forse, preferirebbe davvero dimenticare.
“Certo” dice, “a casa c’erano papà e mamma, i nonni, i fratelli e la sorellina e poi gli amici, i giochi da fare insieme, il presepio da risistemare . . . Quell’anno non tornammo in famiglia che dopo pasqua! Dal primo ottobre al lunedì dell’Angelo! Fu davvero un periodo troppo lungo. Ed era la prima volta che stavo lontano da casa e avevo solo undici anni! Quel Natale fu un giorno velato di tristezza. Avrei tanto voluto trascorrere coi miei cari quella festa così bella! Avrei avuto anche tante cose da raccontare, su quei primi mesi vissuti senza di loro. Ma non fu così, purtroppo. Sì, molti dei miei ricordi di quel giorno furono davvero velati di tristezza.”
Poi aggiunge, come per consolarsi:
“L’anno successivo, però, le cose andarono meglio. A casa tornammo il giorno di Santo Stefano e passammo in famiglia tutte le vacanze natalizie.”
Vorrei poter dire di più di questo prete che stimo moltissimo e che certo, se volesse, avrebbe molte cose ancora da raccontare. Ma rispetto il suo ritegno e gli sono riconoscente per avermi permesso di aggiungere, nel mio libro, questo suo ricordo di un ‘Natale lontano’, che, anche se fatto con poche notizie, è uno dei più teneri che potessi narrare.
Spero che don Cesare mi perdoni, anche se ho parlato di cose che, in parte, ho dovuto solo immaginare, dato che lui . . . le aveva dimenticate!
domenica 27 gennaio 2008
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