domenica 27 gennaio 2008

IL PRESEPIO DI SPINE

n 24 IL PRESEPIO DI SPINE

La maestra Angela è una siciliana trapiantata, da circa trent’anni, al nord, anzi, come scrive lei, “nel lontano, misterioso e seducente nord”.
Credeva d’aver accantonato per sempre certi suoi ricordi di ragazzina, o meglio, aveva “deliberatamente abbandonato e irrimediabilmente perduto tutto quanto”, dato che riteneva “fosse meglio non pensarci più”.
Poi dice d’aver incontrato me, che, con una domanda buttata lì quasi per caso, le ho fatto ritrovare le cose che pensava perdute, “tutte, persino le più piccole e scontate, le più insignificanti, quelle che fanno maggiormente tenerezza”.
La mia domanda era stata semplice e spontanea, dettata da curiosità, ma anche dall’affetto che nutro per Angela. Le avevo chiesto:
“Com’erano i tuoi natali di bambina?”
E così ho scoperto cose bellissime, vissute in quel piccolo paese nascosto tra i monti, costruito appositamente, secoli e secoli fa, dai messinesi in fuga davanti ai pirati saraceni che arrivavano dal mare, portando morte e distruzione.
Riporto integralmente il suo scritto corredato da tre fotografie molto significative: quella della sua mamma, che ha perso giovanissima, quella della sua chiesa e quella del suo paese: tre amori mai dimenticati.
Grazie Angela, per avermi permesso di conoscerti meglio e per avermi spalancato davanti un mondo così diverso dal nostro e così pieno di fascino.

- Il Cappellano del mio istituto era particolarmente simpatico perché faceva prediche brevissime, ma più che prediche, spesso, erano veri e propri indovinelli: voleva che noi allieve imparassimo a riflettere.
Un giorno se ne venne fuori così: “Ragazze, avete mai notato che Dio è mancino? Con la sinistra fa cose molto più straordinarie che con la destra.”
Ci pensammo sopra per un po’, ma nessuna di noi aveva mai letto o sentito del mancinismo di Dio e ci arrendemmo subito.
Dopo qualche giorno don Liborio spiegò l’enigma: la mano destra di Dio è quella che opera in modo chiaro e trasparente, molto spesso in seguito a preghiere, la sinistra, invece, agisce con sottile diplomazia e raggiunge le persone indirettamente, senza che queste abbiano chiesto nulla o si accorgano di niente.
Mi limitai a dire ”Ah!” senza capire perché mai Dio dovesse agire quasi di nascosto, ma dentro mi restò una sorta di curiosità latente, quasi aspettassi di imbattermi nella mano sinistra di Dio per smascherarla.
Pensieri di ragazza che negli anni si riprodussero e divennero altri.
Finché, circa un mese fa, chiacchierando del più e del meno con mia cugina, mi accorsi che, senza volerlo, stavo di nuovo argomentando sulla mano sinistra di Dio.
“Forse pensi che si tratti solo di astrazioni”, disse Gianna, ”invece sono realtà quotidiane ed anzi, secondo me, succede spesso che vengano attribuite al caso circostanze che, in realtà, sono volute dal Cielo. Vedi, a volte quello di cui si ha bisogno non è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma solo di qualcuno che sappia accettarci come siamo, con le nostre poche qualità e i molti limiti. A te non è mai capitato di sentirti particolarmente bene in compagnia di una determinata persona? Se t’è capitato, potrebbe essere stato grazie alla mano sinistra di Dio”.
Rimasi senza parole. M’era capitato, sì, ma il dubbio che Dio stesse occupandosi proprio di me non m’aveva nemmeno sfiorata. Altro che smascherare la Sua mano!
Era sicuramente una persona normalissima quella a cui stavo pensando in quel momento, ma possedeva delle singolarità che innegabilmente influenzavano il mio modo di essere e di pensare.
Se l’abbia incontrata per volontà del caso o del Cielo, non lo saprò mai, ciò non toglie che sia stata proprio lei a chiedermi se nei miei ricordi ci fosse un natale particolare.
Risposi immediatamente di no e lei, con garbata fermezza: “Pensaci”, mi disse.
Non è che abbia dovuto pensarci, è che non sono più riuscita a non pensarci.
I ricordi sono arrivati come cartoline, di cui per prima cose si dice “E’ un panorama” e solo in un secondo tempo se ne scorgono tutti i particolari, anche quelli piccolissimi.
Il panorama è quello del mio paese, lontano 1200 chilometri. Una strada che serpeggia cento volte per innumerevoli colline e poi, d’un tratto, eccolo apparire tra le rocce, come per magia.
L’intento dei miei antichissimi antenati era proprio quello di sottrarlo il più possibile alla vista dei saraceni, i pirati che infestavano il mare, a circa otto chilometri.
Sono stati loro, i miei avi, un po’ greci e un po’ normanni, a costruire intorno alle case i terrazzamenti per le coltivazioni, riservando le zone più alte al pascolo e al bosco. E così è rimasto.
Le case stanno addossate le une alle altre quasi a sorreggersi a vicenda, cosa che, a pensarci bene, ha una sua traduzione pratica, tant’è che non ne è mai crollata alcuna, nonostante gli innumerevoli terremoti che da sempre tormentano il territorio della Sicilia orientale. E, tra i gruppi di case, una ragnatela disordinata di viuzze, rampe, scalinate e trafori. Questi ultimi sono veri e propri passaggi segreti tra i vari quartieri del paese. Fatti con pietre, terra e calce, sono tanto stretti da permettere il passaggio di una sola persona per volta. inoltre bui e umidi, ma tuttora praticabili, anche se non ci si avventura nessuno che non sia del posto.
L’unica costruzione di rilievo è la Chiesa Madre dedicata a san Nicola, la chiesa di ogni mio Natale, finché non ho compiuto vent’anni e mi sono trasferita qui, nel lontano, misterioso e seducente nord.
Era tutto più bello, più grande, qui, le chiese in modo particolare e non mi stancavo di ammirarne l’architettura, gli affreschi, le statue, persino le persone che vi entravano e che, per compostezza e abilità nel canto, mi ricordavano i personaggi che Giusti descrive in “Sant’ Ambrogio”.
Tuttavia erano pensieri da turista i miei, difatti mi sentivo proprio una turista, qualcuno che non ha legami col posto in cui si trova e neanche con la gente, le abitudini, le tradizioni.
Rivolevo furiosamente la “mia” Chiesa e la “mia” gente . . . ma avevo deliberatamente abbandonato e irrimediabilmente perduto tutto quanto.
Era meglio non pensarci più.
E adesso, dopo tanti anni, una scrollatina ben assestata ed ecco ritrovate le cose che pretendevo perse; tutte, persino le più piccole e scontate, le più insignificanti, che poi sono quelle che mi fanno maggiormente tenerezza. Come il coro quasi sempre stonato che si levava durante le funzioni in chiesa; o il pullman che portava in città e su cui si viaggiava curvi e imbarazzati, perché era fuori standard a causa del ponte troppo basso sotto cui doveva passare; o la ‘spinepulici’, una pianta a fili lunghissimi e spinosi che veniva raccolta una volta all’anno, all’inizio di dicembre. Papà usciva prestissimo per cercarla e quando tornava a casa noi bambini eravamo ancora a letto a dormire.
Allora era una festa svegliarsi e trovare quella montagna di spine in cucina perché significava l’inizio di una lunga serie di novità, fatte di dolciumi, canti, giochi e riti particolari, come il suono delle campane alle tre di notte, che spingeva tutti fuori casa, diretti in chiesa per la Novena di Natale, quando ancora era così buio che non ci si vedeva in faccia e non si sapeva chi si stesse salutando.
La ‘spinepulici’ era, comunque, il primo e più appariscente ingrediente del presepio, anche se di altri non è che ce me fossero poi tanti: muschio, un po’ di pietre, arance qua e là e tre statuine in tutto.
Eppure la mamma ci sapeva ricavare un presepio straordinariamente bello e, mentre lo costruiva, io e mio fratello la guardavamo senza perdere uno solo dei suoi gesti, estasiati dalla sua bravura.
Guai a non avere il presepio! Lo zampognaro non sarebbe venuto in casa nostra. Inammissibile! Una casa senza presepio era una casa senza fede e non meritava il suono delle ‘ciaramelle’!
La mamma lo sapeva e in quattordici anni non mancò mai di costruire il presepio, sicché lo zampognaro per quattordici volte entrò in casa nostra a suonare la sua zampogna solo per noi.
Poi venne l’embolia e si portò via la mamma.
E’ vero, non c’è un Natale particolare nei miei ricordi, ce ne sono quattordici.

Nessun commento: