n.28 NATALE ALL’ EQUATORE
Ho conosciuto Fratel Giuseppe Foglio dei Missionari Comboniani. Ha 54 anni ed è nativo di Agnadello, ma ha tanti parenti anche a Pandino.
E’ venuto a parlarmi dei suoi Natali in Ecuador, a Esmeraldas, sulla costa del Pacifico, dove è rimasto diciassette anni, e in Colombia, a Medellin, sulle Ande, a 1600 metri di altitudine, dove lavora attualmente da altri quattro anni.
Da notare che, prima della sua missione da consacrato, aveva svolto per una decina d’anni, andando e tornando dall’America Latina, un apprezzatissimo servizio di volontariato, impegnandosi in lavori di ogni genere.
Poi, nell’ 89, la svolta: decide di prendere i voti come ‘fratello’ presso l’ordine dei religiosi comboniani, chiedendo d’essere assegnato alla vita missionaria.
Così, dopo due anni di noviziato a Venegono, parte per l’Ecuador.
Viene destinato ad Esmeraldas, sulla costa dell’Oceano Pacifico, nella ‘Ciudad de los muchachos’, la Città dei ragazzi, che ospitava un centinaio di ragazzi di strada, orfani o con famiglie disastrate.
Siccome nella ‘Città dei ragazzi’ ci sono vari ordini di scuola, dalle materne, alle elementari, alle medie, fino alle professionali, altri ragazzi vi confluivano da ogni parte di Esmeralda e dei dintorni. Si raggiungeva, allora, persino il numero complessivo di seicento ‘muchachos’ che vi studiavano, apprendevano un lavoro, venivano nutriti con pasti regolari.
Era un complesso enorme. I residenti fissi abitavano in vere case, ognuna delle quali ospitava otto ragazzi con un adulto responsabile, che faceva loro da padre e da educatore. Per essi, i Missionari che dirigevano l’istituzione trovavano quasi sempre, alla fine degli studi, un lavoro in proprio, o alle dipendenze di fabbriche e stabilimenti.
Ma ora in Ecuador le cose sono cambiate.
Fratel Giuseppe, che esercitava e insegnava la professione di meccanico, dice, con rammarico, che adesso è difficile trovare un’ occupazione che permetta di vivere in modo decente. La disoccupazione dilaga ed il poco lavoro che c’è viene retribuito in modo vergognoso. Ora c’è tanta miseria e la gente cerca di emigrare, coi risultati che tutti conosciamo.
Anche nella ‘città dei ragazzi’ il numero dei frequentati la scuola è diminuito, i corsi professionali vengono disertati, dato che non offrono più un inserimento lavorativo.
Parlandomi dei suoi Natali ecuadoregni, mi confessa che là, sulla costa, con 35 gradi di calore in dicembre, è difficile sentire il fascino natalizio come avviene in Italia.
“Là, la gente, in quel periodo e con quella temperatura, se può, passa le sue giornate al mare. Non ci sono luminarie pubbliche per le vie, però ogni famiglia, anche la più povera, mette alle finestre e al balconi le sue lampadine colorate. I presepi nelle case sono pochi“ dice Fratel Giuseppe, “anche se, sia nella ‘Città dei ragazzi’ che nelle chiese, è molto seguita la novena di Natale, quasi più del Natale stesso.”
Fratel Giuseppe continua descrivendomi queste novene ‘canore’. Infatti in quei giorni è tutto un cantare con preghiere, inni, nenie natalizie.
In genere gli abitanti dell’Equador hanno una bella voce e uniscono ai canti, detti ‘arrulos’, di origine africana, accenni di danza e suoni con le ‘maracas’, i ‘bombos’ e il ‘cununu’.
Ai bambini, in quell’occasione, si regale la ‘funda o la ‘fundita’, cioè sacchetti squadrati, grandi o piccoli, riempiti con biscottini a forma di animaletti con qualche caramella o cioccolatino in mezzo. I Missionari della Città dei ragazzi, poi, aggiungono ai dolciumi camicie, calzoncini, vestine e sandaletti per rinnovare un po’ il loro scarso guardaroba.
Ma a fratel Giuseppe piace di più parlare di Medellin, città della Colombia, con un clima bellissimo, mite, più simile a quello italiano, in un ambiente quasi europeo e viene più facile vivere le sensazioni e le attese del Natale.
Anche qui la ‘novena’ è assai sentita e seguita, dato che la città è molto religiosa.
Le chiese sono sempre affollate, con gente attenta, mai frettolosa, anche se le cerimonie durano a lungo. Il presepio, oltre che in chiesa, si fa in quasi tutte le case.
‘Medellin’ è un nome diventato famoso anche da noi come ‘città della droga’, ma, secondo fratel Giuseppe, è una fama errata. C’è sì la droga, la si coltiva, la si commercia, la si esporta. Ma la maggioranza della popolazione è buona, attiva, generosa e cattolicissima.
Fratel Giuseppe parla con commozione del Natale nella Cappella della Missione, a Medellin: i bambini suonano delle piccole ‘caracas’ e cantano i ‘villancicos’, con canti natalizi di origine spagnola e locale.
La Novena è tutta, o quasi, in canto ed è tanto dolce parteciparvi. La si attua sia nelle chiese che per le strade. Al mattino c’è quella per i bambini e alla sera, mai oltre le venti, dato che dopo, col buio, le strade diventano pericolose, si tiene la Novena per gli adulti.
Tipici sono i dolci che in questo periodo si preparano in ogni casa: sono i ‘bugnuelos’, la ‘natilla’ e la ‘ojuela’. Le famiglie dei vari rioni se li scambiano con grande senso di amicizia e l’aiuto, in caso di necessità, è sempre pronto e reciproco. Nei rioni, insomma, si vive come si faceva da noi, tanti anni fa, nei cortili e nelle cascine. Tutti per tutti e nessuno si sentiva solo.
Fratel Giuseppe resta in Italia ancora per qualche settimana, poi riparte per la sua vera patria. Là c’è tanta gente che l’aspetta, che ha bisogno di lui ed egli sogna solo di raggiungerla presto, anche se ad Agnadello ha una mamma più che ottantenne, che non sa quando potrà rivedere.
Chissà quanti Natali fratel Giuseppe passerà tra quella sua gente lontana!
Ma per lui, come per tutti quelli che passano la vita donandosi agli altri, ogni giorno può essere Natale.
Auguri, fratello!
domenica 27 gennaio 2008
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