domenica 27 gennaio 2008

NATALE A SCICLI

n.27 NATALE A SCICLI

Ogni tanto don Carlo Necchi fa una scappata al suo paese natale.
Appare, scompare, ritorna, riparte . . .
Un giorno gli chiedo:
“Ma dove va di continuo?”
Ed egli mi spiega che ha un calendario fitto di impegni: impegni di predicazione, naturalmente, un po’ qua e un po’ là. Impegni fissi, in periodi speciali dell’anno, o impegni occasionali, quando qualcuno, che ha sentito dire da qualche altro che c’è un prete che . . . eccetera eccetera, lo invita per ricorrenze speciali nella sua parrocchia, o nel suo convento, o in monastero. Ed egli va e predica, ubbidiente al comando di Cristo: “Andate e predicate a tutte le genti . . . “
Penso che abbia molto successo, poiché, come dicevo, ha un’agenda veramente fitta di annotazioni e date. A Natale, per esempio, è sempre a Scicli, in Sicilia, poi va a Locri e a Reggio, in Calabria, poi torna ad Alife e a Piedimonte, in Campania. Successivamente risale in Emilia Romagna, poi va in Umbria e torna in Lombardia. Dovunque è accolto con grande familiarità e la sua predicazione, con quella voce tonante, ricca di pause, di riflessioni, di incitamenti, con vari spunti di attualità, avvince gli ascoltatori.
Don Carlo è stato consacrato sacerdote nel 1954, ad Alife, dal Vescovo cremonese monsignor Virginio Dondeo , che lo aveva voluto con sé, prima come collaboratore nel seminario minore e poi come segretario.
Al suo seguito, poi, egli raggiunse Orvieto e rimase col suo Vescovo fino alla sua morte, avvenuta nel 1974.
Don Carlo, come egli stesso mi dice, è ‘incardinato’ ormai nella Diocesi di Orvieto ed è canonico di quel duomo meraviglioso.
“Ma al compimento dei 75 anni di età, quando anche un prete può ‘andare in pensione’, cosa farà?” gli chiedo.
Risponde:
“Ho già portato la mia residenza ufficiale a Pandino, nella mia casa paterna, sulla piazza del Castello. Quanti ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza sono legati a questo ambiente! Quindi ritornerò qui, anche se continuerò col mio solito ritmo, finché il Signore mi darà la salute. A Pandino, d’altra parte, non c’è grande necessità di preti.”
Dopo l’accenno alla piazza dove visse i suoi anni verdi, mi vien voglia di chiedergli:
“Non ha ricordi di Natali particolari da narrarmi? Li metterei nel libro che sto ultimando”.
“Certo, ne ho moltissimi”, mi risponde, “ma desidero raccontargliene uno particolarissimo, lontano da Pandino: un Natale a Scicli, in Sicilia”.
E così comincia a parlare, con un entusiasmo che va via via crescendo:
“Il 15 dicembre del 1978, mettevo piede, per la seconda volta, nella terra di Sicilia diretto a Scicli, popoloso paese di 25.000 abitanti, in Diocesi di Noto e provincia di Ragusa, per predicare in quel gioiello del ‘barocco siciliano’ la novena del Natale ed il Natale stesso.
La predicazione sarebbe avvenuta nella monumentale chiesa di San Bartolomeo, una delle principali basiliche in stile ‘barocco siculo’, dove è custodito uno dei più bei presepi permanenti, opera di artigiani napoletani del ‘700.
Mi venivano incontro ricordi del mio primo viaggio in Sicilia, nel settembre del ’57 e, soprattutto, la visione indimenticabile della campagna di Comiso, una distesa di cotone in fiore simile ad un tappeto di viole bianche vellutate.
Arrivati tra Catania e Acireale, il treno si fermò per farci assistere ad uno spettacolo della natura: l’Etna, il “Mongibello” ( il monte più bello) in piena eruzione. I nostri poveri fuochi d’artificio sono nulla in confronto a quelli !
Arrivato a Scicli fui ospite di don Concetto, parroco della Chiesa Madre, il quale era fratello dell’ allora Vicaria delle nostre Suore Adoratrici di Rivolta d’Adda, madre Concetta.
Il paese era già tutto in fermento per la festa e in quei giorni vari gruppi di zampognari, seguiti da frotte di ragazzini, suonavano per via, chiesa per chiesa, le dolci nenie del Natale ( la nostra ‘piva’). Mi incantavo a sentirli!
Si respirava anche aria di grandi pulizie che, per il clima primaverile, mi ricordavano quelle che da noi si fanno a Pasqua.
Nella stupende chiesa osservavo preparare la ‘vara’ di Gesù Bambino.
Si tratta di una grande cassa d’argento e pietre dure, e su, in cima, Lui, il Re Bambino ancora coperto da un panno d’oro, che il pomeriggio del giorno di Natale, con una solenne processione, avrebbe percorso le vie cittadine illuminate a festa, seguita da zampognari, bande musicali e coretti tradizionali.
Venne la sera della vigilia. Le strade erano deserte perché, come da tradizione, la gente era in casa per consumare “u pastizzu”, una specie di focaccia ripiena di ogni tipo di verdura e pesce, per rispettare il precetto del magro.
A mezzanotte, tra mortaretti, bande, zampogne e campane, al ‘Gloria’, scoprii il Re Bambino, un bel putto tutto nudo e trionfante.
La gente venne a baciarlo mentre cantava “u gioia, u gioia, nascette Ninne”.
Poi, finalmente, il Natale.
La messa solenne fu accompagnata da un’orchestra e dal coro. Una vera delizia musicale.
Per il pranzo di mezzogiorno ci fu un altro “pastizzu”, questa volta ripieno di tanti tipi di carne e poi, nel pomeriggio, sotto un sole splendente, la solenne processione. Tutta la città si rovesciò nelle strade a far festa. Il vero carattere gioioso, brillante, dolce e sentimentale di quel popolo meraviglioso qual è il siciliano, esplose tutto nei canti e nei suoni,
Poi, al termine, i meravigliosi fuochi di artificio in onore di “Ninuzzu beddu”.
Forse noi siamo troppo freddi anche nella liturgia! Ma a me quella splendida festa rubò il cuore. Da allora torno a Scicli quasi ogni anno per vivere in pieno la fede nel Dio fatto carne e per sentirne tutta la gioia, che solo il sentimento e il calore di un popolo possono donare.”

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