n.3 LA DELUSIONE DI NATALE
Trovo la signora Cecilia, reduce da un infortunio casalingo, in una corsia d’ospedale. Sta bene, le occorre solo un po’ di tempo per rimettere a posto, con esercizi riabilitativi, le ossa danneggiate.
Sentendo di questa mia raccolta di Natali lontani che sto per mettere insieme, mi vuole raccontare i suoi ricordi di tanti anni fa.
“E’ stata la più grande delusione della mia fanciullezza”, mi dice.
E si mette a narrare.
Bisogna andare indietro nel tempo, fino all’anno 1940, un anno già di per sé molto infelice e tragico, dato che era iniziata la seconda guerra mondiale.
La sua famiglia era di modeste condizioni, come, in genere, era la maggior parte delle famiglie di allora.
La gente si accontentava di poco, ma c’era anche poco da desiderare nei paesi di campagna. I bambini crescevano tra casa, scuola e chiesa e tutti gli adulti avevano nei loro riguardi le stesse attenzioni, insegnando gli stessi principi, dando gli stessi esempi di semplicità, laboriosità e fede in Dio.
La signora Cecilia mi confessa che lei, all’età di tredici anni, credeva ancora in santa Lucia e nel Bambin Gesù, portatori di doni ai ragazzini buoni.
A quel tempo, probabilmente, era facile crederci: non c’erano vetrine piene di ogni ben di Dio, non c’erano né radio, né televisioni che reclamizzassero giocattoli e doni,
non c’erano genitori che, nell’imminenza delle feste, partissero in macchina per la città e tornassero carichi di pacchi, che poi non sapevano più dove nascondere, una volta entrati in casa.
Cecilia aveva un fratellino ed un cuginetto. Quest’ultimo era stato accolto nella sua famiglia alla morte della mamma ed era stato cresciuto dagli zii come fosse un figlio loro.
Alla sera della vigilia di quell’anno 1940, il babbo aveva raccomandato ai tre bambini di pulire per bene le proprie scarpe, che diventassero lucide come specchi, se volevano che Gesù Bambino vi lasciasse i suoi doni durante la notte santa. Così ognuno si era dato da fare con lucido e spazzola, poi tutti e tre se ne erano andati a dormire molto presto, onde essere pronti alla sveglia mattutina per la ‘Messa dell’aurora’.
Stranamente, quella notte, Cecilia si svegliò: forse era stato un rumore improvviso, o, forse, era l’ansia per l’attesa di quel Bimbo che, arrivando dal cielo sulla terra, avrebbe lasciato qualcosa anche per loro.
Svegliandosi si accorse che dalla porta della cucina arrivava un filo di luce.
Che ci fosse già in casa Gesù Bambino?
Immediatamente saltò giù dal letto, leggera come una piuma e, a piedi nudi, si avvicinò alla fessura da cui giungeva quella lama di luce.
E chi c’era là, davanti al camino spento?
A Cecilia il cuore quasi cessò di battere. Là, chino davanti al camino, c’era suo padre: stava sistemando le tre paia di scarpe dei figli davanti alla cenere ormai fredda.
Dunque Gesù Bambino stava arrivando! Voleva vederlo!
Rimase appiccicata a quella porta coi piedi nudi sul pavimento gelato, tutta tremante d’ansia, più che di freddo.
Ma ecco il dramma.
Vede che il babbo si allontana dal camino, prende dal tavolo un sacchetto, ritorna davanti a quelle sei scarpine e comincia a contare, passando dall’una all’altra: una, due, tre, quattro, cinque e poi di nuovo, una, due, tre, quattro e cinque . . .
E così via, per sei volte.
Ma cinque cosa?
Non riesce a vedere bene, ma le sembrano proprio castagne secche quelle che il babbo mette nelle scarpe, cinque castagne secche per ogni scarpina.
Poi prende un altro sacchetto e conta ancora: una . . . due . . . tre, una . . . due . . . tre . . . e così via .
Questa volta Cecilia è sicura che si tratta di noci, lo capisce dal rumore che fanno.
Di nuovo il babbo si avvicina al tavolo e stavolta prende un cestino:
“Uno qui . . . uno qui . . . uno qui . . .” dice sottovoce.
Sono cachi! Uno per ogni paia di scarpe!
Sul tavolo ci sono altri pacchetti e il padre si accinge a proseguire nella sua distribuzione, ma lei non ha più il coraggio di stare a guardare e trattenendo a fatica il pianto, corre a letto e si nasconde sotto le coperte.
“Dio mio,” mi dice la signora Cecilia, ”che delusione! Dunque non era Gesù Bambino che portava i doni, era il papà che lo faceva di nascosto! Ma allora era tutto falso? E perché raccontarci delle bugie?
Ecco, quello è stato per me un Natale tristissimo, ne porto ancora il ricordo nel cuore e mi rivedo, come fosse adesso, mentre, gelata e ansante, nascondo il capo tra le lenzuola, singhiozzando. Piangevo il mio mondo di bambina crollato improvvisamente. Poi, in punta di piedi, venne vicino al mio letto il babbo, che probabilmente s’era accorto di quel mio spiare attraverso la fessura della porta. Venne e mi fece, col dito davanti alle labbra, un segno imperioso di fare silenzio, accennando ai fratellini che dormivano tranquilli. E così ho fatto. Non ho mai detto a nessuno quel segreto così doloroso. Poi sono cresciuta e anche di quella delusione ho cominciato a sorridere “.
E’ bello, vero e commovente il racconto di quel natale lontano, in un paese bergamasco di tanti anni fa. Un paese dove, mi racconta ancora la signora Cecilia, si viveva tutti come in una grande famiglia, e dove, fatta più grande, lei usciva di nascosto con la ‘sìsola’ piena di farina gialla, che ‘rubava’ alla mamma, per permettere ad una povera donna del cortile, che aveva tanti figli e pochi soldi, di fare la polenta anche quella sera.
Mi dice sorridendo:
“Un giorno o l’altro so che dovrò confessarmi di questo mio peccato . . . Rubavo alla mia mamma, che non si è mai accorta di nulla . . . “
Aggiungo io:
“O forse la mamma sapeva tutto e avrà sorriso compiaciuta. La sua bambina aveva un cuore generoso . . . Che facesse pure! Così avrà pensato la sua mamma dentro di sé.”
La delusione di quel Natale lontano non aveva indurito il cuore di Cecilia. Anzi, l’aveva maturato.
Anche a questo servono, a volte, i dispiaceri.
Era diventata grande e aveva capito che nella vita c’erano altre pene, altre mortificazioni per cui si doveva piangere. E vedere il padre contare castagne secche e noci da mettere nelle scarpe dei figli la notte di Natale, sostituendosi a Gesù Bambino, era, in fondo, un motivo di tenerezza.
Si era poveri, ma ai figli si doveva tentare di dare almeno i sogni: come quello di un Bambino Gesù che veniva nelle case della povera gente coi suoi doni, portando amore.
Una bella illusione!
Quel giorno, accanto al letto d’ospedale, ne abbiamo sorriso insieme e gli occhi lucidi della signora Cecilia non facevano tristezza.
Questi sono ricordi dolcissimi, che ci aiutano a vivere.
sabato 26 gennaio 2008
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