sabato 26 gennaio 2008

LE CALZE DI GESU' BAMBINO

LE CALZE DI GESU’ BAMBINO

Allora abitavo al Casello ferroviario numero 5, sulla linea Cremona-Brescia. Là sono nata e là sono vissuta, serenamente, fino ai nove anni.
Il Casello era alto e solitario, avvolto nel silenzio. La ferrovia, infatti, correva fuori dal paese, sopra una scarpata frusciante di robinie e lassù, oltre lo sferragliare del treno, che passava quattro volte al giorno, si udivano solo le campane del paese, col suono più o meno attutito a seconda dello spirare del vento.
I treni davanti al Casello passavano lenti perché la stazione era vicina e quindi o rallentavano per la fermata ormai prossima, oppure stavano appena iniziando a prendere la rincorsa.
Le locomotive andavano a carbone e i macchinisti, neri come spazzacamini, si affacciavano sempre a salutarci con la mano. Quando il grande roseto a spalliera, che faceva da siepe davanti a casa nostra, era fiorito, essi, allungando il braccio, riuscivano persino a cogliere le rose.
Doveva essere l’anno 1926: mia sorella Mariarosa non era ancora nata.
Quella volta santa Lucia era appena arrivata con la solita bambola, il cavalluccio di legno con le rotelline da tirare con la corda e la trombetta di latta con la quale io e Celestina salutavamo il passaggio dei treni. Vi saranno stati poi, sicuramente, i soliti mandarini e i torroncini ‘Vergani’.
Qualche giorno dopo, però, la mamma ci aveva avvertito che quell’anno sarebbe arrivato anche Gesù Bambino a portarci un suo dono speciale: un bel paio di calzerotti bianchi ciascuno, di lana, caldi caldi, da mettere il giorno di Natale, quando saremmo andati tutti in chiesa a vedere il presepio.
Mi pare di ricordare che non ci fosse l’abitudine di farlo, il presepio, al Casello. Ma forse mi sbaglio.
Infatti ricordo vagamente che nelle serate d’inverno si stava tutti attorno al tavolo, dopo cena, ritagliando certe figurine colorate dalle pagine di un giornale: figurine che poi, però, non stavano mai bene ritte in piedi, perché bastava una mossa falsa, o un sospiro più profondo, o un colpo di tosse per buttare a terra pastori e pecorelle.
Qualche giorno prima di Natale, quell’anno, cominciò a nevicare e noi, lassù al Casello, ci sentivamo tutti chiusi come in un mondo incantato.
Col naso appiccicato ai vetri della finestra di cucina, guardavamo i fiocchi volare silenziosi sui rami spogli del roseto: anzi, pareva quasi che vi fiorissero sopra, improvvisamente, tante rose bianche, invece di quelle rosso fuoco che si aprivano a maggio!
I passeri cercavano, disperati, qualcosa da becchettare e si facevano coraggiosi, arrivando fin sul nostro davanzale. Allora la mamma ci dava una manciatina di riso e apriva uno spiraglio dicendo:
“Fate piano, che i chicchi non cadano nella neve.”
Poi, fatta l’operazione, in fretta, richiudeva i vetri e noi si stava là, in silenzio e immobili, ad aspettare.
I passeri arrivavano, uno dietro l’altro, mentre noi, ferme come statuine per non farli spaventare, guardavamo meravigliate.
Sulla immensa distesa bianca, che copriva la ferrovia e i campi tutti intorno alla scarpata, sbucavano soltanto le rotaie scure a segnare la via dei treni e, poco più in là, la lanterna a semaforo, che il papà doveva aver cura di accendere, con la luce rossa o con quella verde, manovrando poi lo “scambio”, quando si avvicinava l’orario dei treni, per far loro imboccare il binario giusto.
Quanta neve venne quell’anno!
Si annunciava un Natale bianco, il più bianco che si potesse immaginare.
Un segreto pensiero passava a noi bambine nella mente:
“Verrà Gesù Bambino? Troverà il sentiero?”
Quei calzerotti bianchi, per noi, volevano dire poter scendere in paese, entrare nella grande chiesa in mezzo alla gente e ammirare il presepio.
‘Andare in paese’, per noi era come fare un viaggio, a piedi, naturalmente, ma ‘un viaggio’, con mamma e papà, vestite a festa, lungo il sentiero fino al Ponte di ferro, poi giù dalla scarpata, adagio, su quei gradini che la neve aveva sicuramente già coperto e che il papà avrebbe ripulito col badile preso in prestito dal contadino, che aveva la stalla appena sotto.
Poi c’era il tratto di strada a fianco della roggia, sempre piena d’acqua, che mi terrorizzava, e, finalmente, dopo la curva, le prime case del paese.
Ma se non c’erano quei calzettoni di lana bianca, soffice e calda, chissà quanto freddo avremmo sofferto! E, forse, la mamma non avrebbe avuto il coraggio di portarci in chiesa.
Bisognava proprio che Gesù Bambino arrivasse in tempo.
E invece no!
Forse Gesù Bambino, quella notte, era arrivato fin sulla porta, camminando, magari, in mezzo alle rotaie, dato che il sentiero non si vedeva più. Ma qui giunto, doveva essersi accorto d’aver perduto il pacchetto delle calze! E con tutta quella neve, come poteva ritrovarle?
La mamma, infatti, ci disse che si vedevano le impronte dei suoi piedini fin davanti a casa, ma le calze non c’erano!
“Certo le ha perdute nella neve . . . “ ci disse.
Così il babbo, con l’impermeabile e la mantellina di servizio e col cappello da ferroviere, dovette uscire la mattina presto per cercarle, prima che la neve, che stava di nuovo cadendo a larghe falde, le seppellisse completamente.
Noi bambine, col nasino sui vetri, vedemmo il babbo andare lentamente, a testa bassa, lungo il sentiero: un’ombra nera che si faceva sempre più piccola, man mano che si allontanava.
Ma quando ritornò, i calzerotti c’erano, belli, soffici, lunghi e caldi.
“Ho dovuto arrivare fino in paese, sapete . . . “ ci disse sorridendo.
Certo! Lo sapemmo, poi, da grandi: la magliaia abitava vicino alle Suore e la sera della Vigilia, con tutta quella neve, non si era sentita di venire fino al Casello numero 5. Era troppo lontano!
Questo è stato il primo Natale di cui porto il ricordo nel cuore.
Altri, tanti altri se ne sono aggiunti poi, ognuno col suo carico di gioie e di speranze, ma anche di dolori e delusioni.
Tanti Natali, belli e meno belli, a chiusura di un altro anno di vita, di cui vorrei,
nonostante tutto, anche oggi, ringraziare il Signore.
Una volta ai ‘piccoli’ i doni li portava Gesù Bambino. Ora ai ‘grandi’ i doni li porta il Moto Club pandinese!
E’ una bella storia questa dei centauri di casa nostra! Il giorno della Befana, di solito, essi avevano l’abitudine di tassarsi acquistando panettoni e pandoro. Poi si recavano tutti in gruppo, sulle loro motociclette, a Rivolta, dove le Suore adoratrici raccolgono e assistono i meno fortunati, dando loro una famiglia nella Casa Spinelli.
Le Suore, però, fecero osservare, che, pur essendo graditissimi i dolci omaggi natalizi, c’era il gruppo degli assistiti più giovani che aveva un altro ardente desiderio: fare una bella corsa sulle moto rombanti, magari anche solo nei viali del parco. Ma d’inverno la cosa non era fattibile ed allora ecco la svolta! I nostri centauri sarebbero andati a trovarli d’estate. Ognuno di loro si sarebbe preso a bordo un amico dell’Istituto e poi via tra i viali ombrosi del parco-giardino!
Qui nella foto eccone alcuni, a cavalcioni delle motociclette più potenti, aggrappati ai giubbotti dei guidatori. Che felicità per loro e per i nostri bravi centauri, che in questi giorni festeggiano i loro vent’anni di vita con ben 200 iscritti!

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