n.14 NATALE IN CASTELLO
L’amica Marinella Cornalba, saputo di questa mia raccolta di ricordi natalizi, mi invia, all’ultimo momento, una bella storia vera ambientata in un castello senza principi e dame, ma popolato da povera gente con tanti splendidi bambini : una storia di Natale di tanti anni fa. La racconta con tenerezza e nostalgia a Beatrice e Federico, i nipotini nati e residenti a Rimini, nella
bella città di mare. La riporto integralmente, dato che è così viva da sembrare vissuta in diretta. E, invece, conta ormai più di cinquant’anni!
“Beatrice, Federico, venite dalla nonna! Vi voglio raccontare una storia vera. C’era una volta un castello, senza principi e senza dame, dove abitavano tante famiglie e tanti tanti bambini. Tra essi c’erano anche due sorelline, Marinella e Margherita che vivevano con un papà e una mamma meravigliosi. Erano povere, come lo era tanta gente a quei tempi, ma erano fortunate perché erano circondate da molto amore.
La loro mamma era una bravissima sarta e il loro papà era molto ammalato e non poteva quasi mai lavorare, per cui mamma Gianna doveva darsi da fare giorno e notte per assicurare alle figlie il necessario.
I bambini nel castello giocavano molto, tutti insieme, sui traballantii loggiati , o sotto i portici, oppure nel grande cortile e, più che i giocattoli, usavano la fantasia. E di quella ce n’era molta tra i ragazzini, dato anche che essa costava niente. . . Era molto bella la vita in castello e il Natale, poi, era magico. Ricordo grandissime nevicate e il cortile con montagne di neve, con tanti bambini alle prese con grossi pupazzi. Qualcuno prendeva di nascosto, in casa, un cappello, una sciarpa, magari rubava la pipa del nonno e una grossa carota alla mamma per fare il naso al fantoccio e poi si cercava una scopa e gliela si infilava tra le braccia. Era una gran festa, anche se le mani diventavano viola per il gran gelo.
Che freddo a quei tempi! Non c’erano caloriferi, c’erano solo le stufe a legna che di notte si lasciavano spente. Così, quando ci si svegliava al mattino era meraviglioso guardare verso le finestre, dove il gelo aveva ricamato dei bellissimi fiori: sembravano finissime trine! Marinella e Margherita, abbracciate nel lettone, guardavano quel ghiaccio sui vetri aspettando che la mamma scaldasse il latte per la loro colazione. La settimana prima di Natale c’era una grande animazione in tutte le famiglie: bisognava preparare il presepio. C’era da cercare il muschio , l’ “erba tèpa”, che si raccoglieva, di solito, sulle mura di cinta del castello, poi si cercavano i “soch” nella legnaia per fare le montagne su cui appoggiare il ponticello e si metteva tra la “tèpa” lo specchio per fare il laghetto. Alla fine, si tiravano fuori dallo scatolone le statuine incartate, ad una ad una, l’anno prima. Si sistemavano pastori, pecorelle, la Madonna e san Giuseppe. Ma il Bambino Gesù no: quello mamma Gianna lo nascondeva, perchè Gesù, diceva, nasce la notte del 25 dicembre e non prima! Avevamo anche l’albero, rigorosamente vero. Era piantato nell’orto e veniva tolto dalla terra e messo nel vaso con palline colorate, nastri argentati e, meraviglia delle meraviglie, con le candeline vere che si accendevano col fiammifero e c’era da stare attente per non incendiare tutto. Io e Margherita aspettavamo il Natale con molta trepidazione, aprendo, giorno dopo giorno, tutte le caselle del “calendario dell’avvento”, che non era certo come quelli di oggi, con tanti colori e lustrini. Era dato in omaggio coi dadi per brodo Knor e vi erano rappresentati degli gnomi che scendevano dalla montagna con gli sci e che avevano in testa un lungo berretto rosso che volava nel vento con la scritta “ Knor”.
Noi aspettavamo con ansia che la mamma ci desse il permesso di aprire l’ultima finestrella per scoprire quello che stava dietro. E anche se il calendario era sempre quello, l’attesa del Natale era così sentita che tutto ci sembrava nuovo. C’era poi l’attesa della poesia da recitare, quella che ci avevano insegnato le Suore dell’oratorio, e della letterina che ci aveva fatto fare la maestra l’ultimo giorno di scuola e che avevamo tenuta nascosta. Dovevamo metterla sotto il piatto del babbo e lui, poi, doveva leggerla e fingersi commosso per le dolci parole e per i nostri buoni propositi. La notte di Natale la mamma metteva molta legna nella stufa perché Gesù non doveva soffrire il freddo. E che gioia quando, al mattino, lo trovavamo nel presepio! Il nostro era un Gesù Bambino bellissimo, anzi, è un Gesù Bambino bellissimo! Infatti quella statuina c’è ancora, ha un camicino rosa bordato d’oro e un visino contornato da tanti riccioli biondi. Il mattino di Natale c’erano sempre dei doni per noi. C’erano i calzettoni fatti a mano dalla nonna Ernesta, di tinta “béje” con delle righine marrone sul risvolto e qualche golfino confezionato da zia Caterina. Un anno avemmo anche un lettino azzurro per la bambola, anche quello c’è ancora, perchè, cari bambini, la vostra nonna non butta via niente!
Però, prima dei regali c’era la preghiera da recitare davanti al presepio, detta un po’ in fretta, in verità, per la gran voglia di vedere i doni. Poi c’era la messa con mamma e papà e infine il pranzo di Natale.
E tu, Beatrice, non guardarmi con quel faccino stupito! Allora non avevamo tutto, ogni giorno, come avete la fortuna di avere voi. Noi aspettavamo le grandi feste per poter mangiare un etto di prosciutto in quattro, una fettina di panettone e il lusso di un etto di mascherpone che la mamma preparava con zucchero e cannella.
Però ci fu , un anno , un Natale particolare, quando per la prima volta vedemmo un “pandoro” e una scatola di ananas, regali di zia Enza che arrivava dalla Svizzera!
Quello ci sembrò proprio un pranzo da nababbi!
La zia portò anche al nostro papà una scatola di sigarette “Turmok”; ricordo che quando fu vuota servì per anni a noi bambine come salvadanaio. E l’abbiamo ancora!
Miei cari piccini, a voi che oggi avete tutto, questi ricordi possono far sorridere e probabilmente non ne gusterete neppure il significato, ma l’augurio che vi faccio è che possiate vivere momenti magici anche in questo mondo così diverso, così disilluso e scarso di sentimenti. Vi auguro di crescere stupendovi, sempre, anche delle piccole cose che la vita vi offre, ricordando che nella vita l’amore vale più di tutti i tesori del mondo.”
domenica 27 gennaio 2008
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