n.26 LA “PIVA” SOTTO CASA
Negli anni ’80 e ’90, quando ero già in pensione, e anche in quelli precedenti, mentre ero in servizio, mi svegliavo, la mattina di Natale, al suono della Banda.
Mi raccontava, a quei tempi, il maestro Monti, che negli anni precedenti il Corpo Bandistico era sempre presente in chiesa alla messa di mezzanotte e si aspettava che scoccassero al campanile i dodici rintocchi, per dare il via alle “pastorali”, che mettevano, nel cuore di tutti, nostalgici pensieri natalizi.
Poi, a cerimonie ultimate, la Banda usciva sul sagrato e riprendeva a suonare nenie e musiche tradizionali.
Quando la gente sfollava, anche i suonatori scendevano dal sagrato e si avviavano baldanzosi per via Umberto, in su e in giù, sempre suonando musiche dolcissime. E poi . . . e poi c’era la consolazione finale.
Il panettiere Gì Villa, proprio a metà della via principale, spalancava la porta del suo negozio e li invitava ad entrare. C’era un buon profumo di pane appena sfornato, caldo caldo e col pane c’erano anche le salsicce e un bottiglione di vino che in poco tempo si svuotava.
“Bei tempi,” dice Monti, “Non ricordo bene quando fu che la tradizione del panino a mezzanotte e del bicchier di vino sia finita. E’ stato un peccato, però. Dopo di allora la “piva” l’abbiamo suonata solo al mattino di Natale, girando per le strade e fermandoci di tanto in tanto davanti alle case delle persone importanti.”
Negli anni in cui io dirigevo la scuola elementare mi era capitato di organizzare il Corso Musicale di tipo bandistico, con lezioni settimanali anche per i piccoli delle nostre classi, per tutti coloro, cioè, che avessero dimostrato gusto musicale e l’intenzione di inserirsi, poi, nella Banda locale.
Il Corso aveva sempre avuto ottimo successo ed aveva fornito, con regolarità, nuovi elementi, anche femminili, al Corpo Bandistico, che in paese era, ed è, una vera felice tradizione.
Forse per questo il maestro Monti mi considerava una persona “importante”. Quindi,
in segno di riconoscenza, era riservato anche a me, come al Sindaco e al Parroco, l’onore di ricevere il “Buon Natale” al suono di nenie natalizie.
Uno dei ragazzini suonatori si vestiva da Babbo Natale e si metteva una gerla sulle spalle. Ma, anziché offrire doni, ne attendeva. Io, quindi, tenevo sempre di riserva scatole di caramelle, qualche stecca di torrone, oppure il panettone. E la mancia, naturalmente.
Ricordo gli anni in cui avevo i figli piccoli. Al suono della “piva”, com’era generalmente chiamata in paese, essi si mettevano in subbuglio e non potendo uscire per il freddo troppo rigido, si affacciavano alla finestra, col naso contro i vetri e guardavano con curiosità e attenzione, magari invidiando i suonatori.
Poi i figli sono cresciuti, io sono andata in pensione e pensavo proprio che non mi venisse più riservato l’onore di quella “serenata” mattutina natalizia.
Invece, il buon maestro Monti continuò a portarmi sotto casa i suoi allievi più giovani, quelli che io stessa, anni prima, avevo incoraggiato a frequentare il Corso musicale.
Era bello sentirli suonare, anche se mi facevano un po’ pena, perché avevano le dita intirizzite e i nasi tutti rossi per il gelo.
Li riconoscevo tutti quanti, o quasi. E se il nome di alcuni proprio non mi veniva, era lui, Antonio Monti, che me lo suggeriva.
Li rivedevo ogni volta con piacere e spesso mi tornavano in mente episodi della loro vita di bambini, che mi facevano sorridere, episodi che loro stessi, forse, non ricordavano nemmeno più.
Qualche altro ricordo, a proposito della “piva”, me lo racconta Monti.
Egli rammenta, per esempio, il gran freddo di certe notti di Natale, quando la Banda percorreva le strade del paese a mezzanotte.
Il paese era più piccolo, allora, tutto raccolto tra le due Circonvallazioni. Bastava percorrerle e attraversare via Umberto e il giro era finito. Eppure persino gli strumenti gelavano e sotto i clarinetti si formavano i “candelotti” di ghiaccio e i tasti si inceppavano.
Per questo erano preziosi i “vin-brulé” bollenti che la Maria “Ramela” preparava all’Osteria della Madonna, e i caffè corretti che Attilio Marzagalli, gran suonatore di “piatti”, nonchè Presidente della Banda, preparava a casa sua alla fine del giro.
Ma spesso capitava che, bevi un bicchiere dal Gì Villa per mandar giù i panini caldi, o la tazza del “brulé della “Ramela”, o il liquorino nel caffè di Attilio, alla fine qualcuno non era più tanto sicuro sulle gambe. Come quella volta che, uscendo dalla casa di Attilio, allora bidello delle scuole elementari, tutti si accorsero che mancava un musicante.
Allora le scuole erano circondate da folte siepi di ligustro che segnavano i vialetti e i cortili, e c’era buio pesto, naturalmente.
Ebbene, cerca qua e cerca là, chiama e richiama, finalmente si trova il musicante disperso, lungo disteso proprio dietro ad una di quelle siepi. Il vino bollente, il liquorino, il freddo e la stanchezza, e chissà cos’altro, lo avevano fatto inciampare, era caduto e là era rimasto!
Il maestro Monti ricorda anche quando, rimpolpata la Banda coi ragazzini del Corso di Orientamento musicale, si dovette smettere di uscire a mezzanotte per suonare le “pastorali”. I ragazzini erano troppo giovani e il paese si era molto ampliato. E poi, forse, la gente aveva gusti diversi e non amava più essere svegliata a notte fonda dalle nenie della “piva”. Così si decise di uscire con la Banda di mattina e, per rendere la cosa più simpatica, si volle vestire uno dei membri più giovani del gruppo da Babbo Natale.
Erano gli anni sessanta, quando suo figlio Giampiero, ancora alle elementari, cominciò a suonare nella Banda e il padre pensò di mettere a lui il costume rosso col cappuccio.
Occorreva, però, procurarlo quel costume; così egli, qualche giorno prima, partì per Milano in “Vespa”, col figlio sul seggiolino, per andarlo a noleggiare. Sulla strada c’era uno strato di ghiaccio e fu duro quel viaggio, sia per il padre che per il figlio!
La Banda aveva sempre bisogno di finanziamenti, c’erano sempre mille difficoltà a cui provvedere, e quel giro con la “piva”, la mattina di Natale , fruttava bene. La gente era contenta e si affacciava alle finestre facendo piovere giù monete e caramelle.
Poi gli anni sono passati, è arrivato il nuovo secolo, il terzo millennio.
I bambini sono cresciuti, sono diventati uomini e donne ed io ora, anche se li incontro per la strada, non li riconosco più.
E anche la “piva” davanti a casa nessuno è più venuto a suonarmela.
Però è piacevole anche solo il ricordarlo.
Ho visto crescere nella mia lunga vita tanti ragazzini, di cui rammento volti e caratteristiche: ecco, quella, in prima, piangeva sempre i primi tempi, e quest’altro era la disperazione del suo maestro, non sapeva star fermo un attimo, ma bastava dargli matita e pastelli e diventava un altro. E quell’altra era un modello per tutti, per ordine e generosità. E l’altro, come dimenticarlo, sempre col banco vicino alla cattedra, perché altrimenti una ne pensava e cento ne faceva! E poi . . . e poi . . .
Quante ne avrei da raccontare!
Mi capita spesso, ora, quando entro in un’aula delle mie vecchie scuole, di ritrovare sui volti degli alunni espressioni e somiglianze con padri e madri, che ho visto negli stessi banchi anni e anni fa.
E capita spesso che, uscendo da un’aula, o vedendoli sciamare felici all’uscita, dica:
“Salutatemi i vostri genitori!”
Non so se poi loro, a casa, se ne ricordano (cosa di cui dubito assai!).
Ma sono sicura che padri e madri sorriderebbero, se venisse loro riferito il mio saluto. Perché è bello riandare con la mente agli anni passati tra i banchi della prima scuola, quando l’innocenza dei piccoli e la tenerezza dei grandi facevano di ogni classe un piccolo regno incantato.
domenica 27 gennaio 2008
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