domenica 27 gennaio 2008

UN BIMBO E' NATO... IN SACRESTIA!

n.21 UN BIMBO E’ NATO . . . IN SACRESTIA !

Padre Sandro Parmiggiani è un missionario saveriano, originario di Salina, nel casalasco.
Siamo amici da tanti anni. Ma già prima, anche senza conoscerci, eravamo stati in contatto . . . ‘spirituale’. Lui era ancora un bambino quando io già scrivevo la vita di padre Damiano de Veuster, l’apostolo dei lebbrosi.
Dopo le elementari entra in seminario a Cremona. Qui, ogni sera, c’era l’abitudine di leggere agli studenti libri con vite di santi. Un anno si lessero i miei ‘Pattini d’oro’ e ‘Molokai’, infanzia e missione alle Hawai di padre Damiano.
Tra quegli studenti c’erano padre Sandro e due suoi amici, che, attirati dalla vita dell’apostolo dei lebbrosi, dopo aver molto pregato, discusso tra loro e chiesto consiglio al Direttore spirituale, chiedono di lasciare il seminario diocesano per farsi missionari.
Col permesso dei superiori, partono da Cremona e continuano la loro preparazione sacerdotale a Parma, nell’Istituto Missioni Estere dei Saveriani.
E diventano tre meravigliosi missionari pieni di entusiasmo.
Già in quegli anni lontani, quindi, io scrivevo anche per loro e forse un giorno, quando suonerà per me l’ultima campana, giungendo alle porte del cielo, a Chi mi chiederà le credenziali, potrò provare a dire:
“Non ho niente tra le mani, non ho niente da dire a mia difesa, però ci sono tre missionari che, forse, non sarebbero andati in missione se . . . Due non li conosco di persona, ma uno è padre Sandro e lui potrebbe, spero, intercedere per me”.
Quindi, padre Sandro, sappi che ci conto, tienti pronto!
Ma questo è un altro discorso.
Ora, invece, voglio raccontare un ‘Natale lontano’ di cui padre Sandro mi ha parlato in un mattino d’estate mentre era di passaggio a Pandino.
Era appena stato consacrato sacerdote missionario, quando gli fu affidato il suo primo incarico: destinazione Bangladesh, un angolo di terra che si affaccia sul golfo del Bengala, tra India e Birmania.
Quattordici giorni di navigazione e sbarco a Bombay.
Mi dice:
“Vuoi conoscere la mia prima impressione sull’India? Questa è la scena che mi è rimasta fotografata nella mente: una folla indescrivibile in movimento continuo, suoni, grida, rumori, odori, miseria. Ed ecco: c’è una ‘santella’ lungo la strada e davanti ci sta una vecchietta; muove di continuo un bastone con appesi ritagli di stracci e di carta e con quello scaccia le mosche da una mucca, che ‘soggiorna’ tranquilla vicino alla ‘santella’. L’altra mano della donna è costantemente tesa per chiedere la carità ai passanti.
Pensiamo che chieda per sé e le offriamo il nostro obolo: ma non è così. Ad ogni moneta che le viene gettata, prende una manciata di fieno e lo porge alla mucca. L’ offerta era per lei, è una mucca sacra! Siamo in India, qui è tutto un altro mondo, cominciamo ad accorgercene.
Da Bombay proseguiamo per Calcutta ed è la stagione delle piogge: due giorni e due notti sopra un treno che non è un treno, è un pezzo di umanità che viaggia, che va, con vecchi, uomini, donne, bambini, animali, gli uni a ridosso degli altri. Non c’è da mangiare, non c’è da bere, in una promiscuità inimmaginabile, tra linguaggi incomprensibili, con soste interminabili.
Poi eccoci, finalmente, a Calcutta. Vediamo gente che ha per casa un tratto di terreno ai margini delle vie, delimitato da quattro righe tracciate con la calce. Qui dentro ci sta una famiglia con tutte le sue povere cose, là ce ne sta un’altra, laggiù un’altra ancora . . . E sopra ci piove.”
Mentre padre Sandro racconta, penso alle scene descritte nel libro “La città della gioia”, che ho letto tempo fa.
Continua il Padre:
“Quanti bambini chiedono la carità! Dio mio, come faremo con quel poco che abbiamo? E mi viene il ‘magone’. Mi sento misero e inutile!
Poi, finalmente, il confine, lo varchiamo e siamo nel Bangladesh. Siamo destinati alla diocesi di Jessore ed il nostro Vescovo è Padre Dante Battaglierin.”
A sentir quel nome ho un sussulto di commozione!
Padre Battaglierin l’ho conosciuto anch’io quando, maestrina alle prime armi, insegnavo ad Alfiano Vecchio, a due passi dalla villa di Grumone, dove c’era il ‘nido degli aquilotti’, cioè la Casa degli Apostolini, i ragazzi che studiavano per poi prendere il volo per paesi lontani. E padre Battaglierin era il loro superiore. Quanti dolci ricordi!
Ma padre Sandro continua:
“Appena giunti in Bangladehs ci fecero frequentare una scuola presso i missionari canadesi dell’Istituto Orientale dei Padri di santa Croce: dovevamo imparare la lingua del posto. In prossimità del Natale e i nostri superiori ci ritennero pronti per esercitare il nostro ministero. Con me c’era il confratello padre Livio Salvetti, un bergamasco.
Partimmo per il villaggio di Marikelbari, il cui nome significa “Casa delle noci di cocco”, lì dovevamo confessare e celebrare l’eucarestia. Padre Livio è un miracolo vivente! E’ ancora là, in Bangladesh, da quarant’anni! E’ un prete severo, scontroso, ‘scorbutico’ persino. Noi lo chiamiamo ‘la vecchia’; è un brontolone dal cuore d’oro.”
Padre Sandro ride, si capisce che gli vuol bene e che lo ammira.
Poi continua:
“Che viaggio per raggiungere il villaggio! Siamo stati cinque ore su una barca, guidata da un cristiano del posto, sopra uno dei tanti fiumi che scendono dall’altipiano del Tibet: cinque ore interminabili su acque gonfie e giallastre al limite della ‘Sundor-bon’, la ‘Foresta bella’, una foresta abitata dalla tigre del Bengala.
Il giorno della vigilia fummo accolti nelle varie case, tutti ci offrirono qualcosa da mangiare, da bere, da fumare. Strane cose dai sapori sconosciuti, un po’ qui e un po’ là e non si doveva rifiutare! Sarebbe stata grave scortesia ! Così durante la notte stetti male, molto male, con gravi disturbi gastroenterici. E a mezzanotte c’era la messa di Natale da celebrare . . . Una vera sofferenza, un disagio indescrivibile.
Era la notte santa, c’era gente dappertutto, venivano famiglie intere anche con vecchi, malati e bimbi piccoli, camminando per dieci, quindici e anche venti chilometri nella foresta. La chiesa era piccola, non ci stavano tutti, così bivaccavano seduti o sdraiati per terra, davanti all’entrata e cantavano nenie natalizie e canzoni locali, dolcissime. Assomigliavano ai pastori attorno alla capanna. Mancavano gli angeli, o forse no . . . forse c’erano anche loro e cantavano tutti insieme, in quella loro strana lingua, le lodi al divino Bambino.
E poi, pensa, proprio in quella notte, come per miracolo, anche là nacque un bambino: un piccino color cioccolato, che strillava come tutti i bimbi del mondo al loro primo apparire alla luce. Nacque in sacrestia, da una mamma venuta da lontano, nonostante le sue condizioni, proprio perchè era Natale!
C’era davvero tutto, in quella notte, nel villaggio della ‘Foresta bella’: c’era un bimbo appena nato, c’erano i pastori seduti attorno alla capanna, c’erano i canti della gente e quelli degli angeli, nascosti in mezzo alla folla e c’erano le stelle, lassù in cielo, a centinaia, a migliaia!
Ed io stavo così male!
Eppure anch’io, nel bananeto che circondava il tempio, cantavo commosso “Tu scendi dalle stelle . . . “, mentre la gente, quando mi passava vicino, mi diceva sorridendo: “Subho Borodìn . . . Subho Borodìn . . . “ che significa:
“Buon Grande Giorno! Buon Grande Giorno!”
E il Grande Giorno per loro era il Natale di Gesù.
Avrei voluto restare in Bangladesh per tutta la vita a parlare di Cristo e del suo vangelo d’amore. Ma mi colpì l’infarto. Sono tornato in Italia con solo un terzo di cuore integro. Eppure vivo, vivo e lavoro. E sto bene, almeno così a volte mi pare. . . “
Già, caro padre Sandro!
Ti voglio confessare una cosa: mi hai fatto sobbalzare qualche mese fa, terrorizzata. Sul nostro giornalino missionario, che ricevo sempre, ho letto un articolo col titolo: “Signore, dammi un cuore . . . “ e accanto c’era la tua firma.
Mi son detta:
“Oh, Dio, padre Sandro ha bisogno di un trapianto!”
E invece no! Ho letto le righe sottostanti, dicevi:
“Signore, dammi un cuore pieno d’amore per gli altri, un cuore missionario.”
Meno male! Ma sta attento, Padre, quando metti i titoli ai tuoi articoli, non farci spaventare.
Grazie per il tuo racconto e “Subho Borodìn . . . Subho Borodìn”, caro amico! Che ogni giorno sia, per te, un ‘Grande Giorno’!

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