IL DOTTOR AGOSTINO BOZZETTI
(1920-1998)
Da dieci anni ormai, il dottor Bozzetti vive a Milano insieme alla moglie signora Rosy.
Ha voluto spostarsi, col pensionamento, accanto alla figlia Cesy e ai molti nipoti.
“Voglio godere un po’ di più degli affetti familiari,” ha detto.
Ma penso che, lasciando Pandino, abbia sofferto.
Era in mezzo a noi dal 1971, ma le famiglie pandinesi lo conoscevano già da molto prima.
Infatti, fin dai primissimi anni ’50, mentre era medico condotto a Palazzo Pignano, era diventato il pediatra “ufficiale” di tutti i bambini del circondario.
Egli, come dice spesso, li ha visti nascere, i nostri bambini, li ha controllati e curati regolarmente, li ha visti crescere, e poi ha visto nascere e ha curato i loro figli e, qualche volta, anche i loro nipoti. Più di così !
Era una figura familiare a tutti. Alto, bello, distinto , a volte, soprattutto nei primi tempi, un po’ scorbutico, (ma il fatto non guastava), era sempre guardato con rispetto e ammirazione.
Quanti episodi avrebbe da raccontare nel rifare la sua storia di “medico di campagna”.
Già, perché il dottor Bozzetti ama definirsi proprio così, “un medico di campagna” e se ne vanta.
A quei tempi il medico condotto doveva saper fare tutto : l’ostetrico nei casi di parti difficili, il dentista, se il mal di denti metteva in crisi grandi o piccini, e anche il chirurgo nei casi urgenti.
Egli aveva sempre avuto, fin da ragazzo, una grande ammirazione per la figura del dottore del suo paese ed ha sempre coltivato il desiderio di imitarlo.
Era figlio del Segretario comunale di Paderno Ponchielli , mentre sua madre faceva la maestra elementare : un ragazzino come tanti altri, ma con un sogno nel cuore mai cancellato, diventare medico.
A ventiquattro anni si laurea a Pavia, a ventotto si specializza in Pediatria e, qualche anno dopo, in Medicina interna e in Igiene.
Diventa medico condotto di Genivolta già nel 1945, un anno difficile per le vicende della guerra e del dopoguerra.
Quasi nessuno, a quei tempi, aveva l’automobile e allora quante volte il buon dottore di campagna si caricava il paziente in macchina e lo portava lui stesso direttamente in ospedale !
Quante alzatacce notturne quando qualcuno suonava il campanello in piena notte, perché aveva un parente che stava male !
Mi racconta, con una sorta di tenerezza, di quella anziana contadina che, avendo appena ottenuto il libretto sanitario , che le garantiva l’assistenza medica gratuita, volle subito approfittarne. Entrò in ambulatorio e quando il dottore la invitò a sistemarsi sul lettino, ella vi salì in piedi perché, come disse, “voleva che la visitasse bene, davanti e dietro”.
Oppure di quella “mondina” in attesa di un bimbo, che lo accusò di favorire le donne belle, perché egli aveva dato parere negativo al suo impiego nelle risaie. Il medico, infatti, doveva accertarsi che le aspiranti mondariso non fossero in stato di gravidanza, poiché avrebbero potuto essere danneggiate da un lavoro così pesante.
Era talmente grande , allora, la povertà in campagna, che si accettava tutto, pur di guadagnare qualcosa.
L’attività che il dottor Bozzetti, però, ricorda con più piacere, è quella svolta collaborando con l’O.N.M.I. ( Opera Nazionale Maternità e Infanzia).
Iniziò subito, nel 1949, prima a Casalbuttano e a Robecco, più tardi a Pandino, Rivolta, Spino d’Adda, Agnadello, Torlino e Trescore : una collaborazione durata vent’anni, che gli fece guadagnare, oltre alla stima di tutti, anche una medaglia al merito.
Quando arriva nel Cremasco è il 1951 : diventa medico condotto e Ufficiale Sanitario di Palazzo Pignano e Torlino.
Allora abitava a Cascine Gandini e i pandinesi andavano spesso a bussare alla sua porta appena un bambino aveva qualche malessere.
E’ stato così che il dottor Bozzetti li ha visti crescere di anno in anno, con una particolare attenzione per ciascuno di loro.
Lo ricordo anch’io, sempre sollecito, anche se a me bastava un nonnulla per mettermi in agitazione.
Era diventato quasi un amico di famiglia, orgoglioso dei nostri figli, quando crescevano bene, come fossero stati figli suoi.
In questo periodo, tra il ’68 e il’69, ebbe l’incarico di tenere lezioni di igiene presso la Scuola di specializzazione universitaria di Milano. Pubblicò anche due volumi su l’Unità Sanitaria e sulla Vaccinazione antirosolia.
Ora dice con orgoglio :
“Le prime vaccinazioni antirosolia in Italia , le ho praticate io, a Torlino.”
Nel 1971 assunse anche la Direzione Sanitaria della nostra Casa di Riposo. Ancora adesso ricorda con affetto e riconoscenza, oltre il dottor Greco, che lo aveva preceduto, le ottime Suore Adoratrici, che lavorarono accanto a lui, in silenzio e con generosità.
Desidera anche rivolgere un pensiero affettuoso e grato alle sue due più strette collaboratrici di quegli anni : l’ostetrica Elsa Fiorani e l’impareggiabile signorina Luisa Taffurelli, allora Assistente sanitaria e Direttrice del nostro Asilo Nido. Esse lavorarono, dice, pressoché gratuitamente, sempre pronte ad accorrere ad ogni chiamata del medico e per ogni intervento presso le famiglie.
Nel 1987, quando decide di ritirarsi, “anche per lasciare il posto ai giovani”, è Presidente del Comitato Sanitario locale, è ricco di esperienza e di affetti e gli piange il cuore abbandonare i suoi “amici”, come chiama, abitualmente, i suoi pazienti.
E allora sapete cosa fa ?
Non comunica a nessuno la sua decisione ; finge di partire per le ferie, come ogni anno. Andrà in montagna, tra le sue adorate montagne del Trentino, per riposarsi un po’.
Agli amici, a tutti i suoi “amici”, scrive una lettera che tra la gente suscita stupore e dolore.
La fa imbucare il giorno dopo la sua partenza.
“Cari amici, quando riceverete questa mia...”
Una lettera commossa , che ci ha commossi.
Ma anche ora, da Milano, non smette di interessarsi ai suoi pandinesi.
Ogni volta che torna in paese, ( e torna spesso), chiede notizie, incarica di portare i suoi saluti, si rattrista per i lutti, si rallegra per i successi. Perché è così che si fa tra amici, vero dottore ?
Per questo Le siamo grati e le auguriamo tanti e tanti anni di vita serena.
Lucio : un gioco mortale
( Anno 1962)
E’ un caldo e luminoso pomeriggio di giugno.
I ragazzini sono in vacanza da pochi giorni. Non ce n’è uno in casa: chi non è all’oratorio è in giro per le strade in cerca di compagni, oppure è tra i campi, a pescare lungo il Tormo o a caccia di nidi, come Lucio Chiappa, otto anni, scolaretto di terza elementare nella classe del maestro Franco Tubertini.
Ad un tratto un grido corre di bocca in bocca, attraversando tutte le strade di Pandino, entrando in ogni casa, turbando la serena atmosfera pomeridiana:
“Un bambino è stato raccolto ferito sotto un traliccio dell’alta tensione, nei campi al di là del Roggetto. Una macchina di passaggio l’ha portato all’ospedale di Rivolta...”
L’allarme semina ansie e paure.
Ogni madre corre a cercare il proprio figlio col cuore in gola e quando lo ritrova finisce un incubo:
“Non è mio figlio...Non è mio figlio...!”
Ma allora chi è il piccolo ferito raccolto nei campi?
“ E’ un bambino biondo...no, è bruno coi ricci... ha la maglietta rossa...macché, è una maglietta a righe...”
E subito dopo:
“Non è di Pandino, è uno dei nomadi che sono accampati attorno al Castello...”
E’ vero; ci sono alcune carovane, da giorni, appena oltre le antiche mura della cinta. Sicuramente è uno di quelli. Noi, ai nostri figli ci stiamo attenti, a noi non possono capitare certe cose...
Ma in paese l’atmosfera si fa sempre più tesa, un’ombra di dubbio cala su tutti. Chissà... qualche bambino manca ancora all’appello, ma certo sarà in campagna, sarà al campo di calcio, sarà a casa di un amico...
Soltanto lui, un prete arrivato da poco in paese, prende, con decisione, la strada giusta.
Per lui, Parroco, non c’è differenza tra questo o quel bambino, tra il piccolo pandinese, o lo zingarello della carovana.
Quel prete è don Rino Stellardi, da poco più d’un anno Parroco a Pandino. Egli prende la sua “600” e vola all’Ospedale di Rivolta d’Adda.
I medici lo portano in una stanzetta dove un piccino, irriconoscibile per le gravi ustioni al volto, giace quasi privo di vita, in coma. Si ferma per un’ora al suo lettino, spera che riapra gli occhi, che gli dica il suo nome, che qualcosa gli permetta di riconoscerlo. Inutilmente.
Allora si fa consegnare i suoi sandali, i suoi calzoncini, la sua maglietta e corre di nuovo a Pandino.
Sul sagrato della chiesa c’è un folto gruppo di bambini che sta giocando ; tra pochi giorni ci saranno le Cresime, in chiesa il curato li aspetta per la preparazione. Don Rino scende dalla macchina con i poveri indumenti in mano e li mostra ai ragazzini:
“Guardate, riconoscete questa maglietta, questi calzoncini?”
Non ci sono esitazioni:
“E’ la maglietta di Lucio!”
Ecco svelato il mistero, purtroppo.
Ed ora tocca a lui, povero prete, andare a casa di Lucio a portare la triste notizia, con quale cuore lo si può solo immaginare.
Lucio era un bambino delle “mie” scuole, quindi era un “mio” bambino. Ne ho sofferto terribilmente. Che strazio quei trentanove giorni di agonia! Rifare quel calvario, oggi, dopo tanti anni mi provoca ancora una stretta al cuore.
Eppure, allora, vivemmo anche giorni di speranza. Pregammo molto, a scuola, a casa, in chiesa: volevamo proprio strappare al Signore la grazia. Anche i medici ci invitavano ad aver fede.
Lucio non parlava, ma un giorno lo vedemmo socchiudere gli occhi, e un’altra volta gli scorgemmo una lacrima tra le ciglia e lo sentimmo anche rispondere con un lamento mentre don Rino lo chiamava:
“Lucio, sono il Parroco, qui c’è don Attilio, c’è anche il tuo maestro, c’è la direttrice...”
Da Rivolta, con maggiori speranze, lo vedemmo trasportato al Policlinico di Milano.
“I bambini hanno tante risorse...Speriamo...”, ci dissero i medici.
Intanto i giorni passavano, sempre uguali. Ogni volta, allontanandoci dal suo lettino, pensavamo:
“Chissà, forse la prossima volta lo troveremo meglio.”
Ma quando dal Policlinico lo trasportarono a Niguarda per sopravvenute complicazioni, la speranza si fece sempre più esile.
Poi Lucio tornò.
Tornò a casa con l’autoambulanza e tutti capimmo che era la fine.
“Ha poche ore di vita” ci dissero.
Povero Lucio! Era, invece, l’inizio di un altro Calvario, più doloroso, più tragico.
Lo vedemmo morire un poco per volta, giorno per giorno, durante tre lunghe settimane. E sempre, a vegliarlo, suo padre e sua madre. A scrutarlo, a indovinare i suoi desideri per rendergli meno penosa l’agonia.
Ad ogni tocco di campana il cuore ci si stringeva:
“Che suoni a morto...? Che sia per Lucio...?”
E quando la morte venne a sciogliere i lacci dolorosi che lo tenevano ancora avvinto alla vita, ne ringraziammo, piangendo, il Signore.
A scuola tenemmo vivo per anni il ricordo di Lucio istituendo il “Premio Lucio Chiappa” per alunni meritevoli delle classi quinte. Con ciò abbiamo sperato anche di inculcare nei nostri bambini l’attenzione verso certi giochi pericolosi, verso certe imprudenze che dovevano essere evitate a tutti i costi, anche ricordando Lucio. Nessuno, da allora, è più salito su un traliccio; i nostri scolaretti di quegli anni impararono ad averne terrore. Ogni volta si diceva: “Pensate a Lucio...Lucio è morto per un gioco simile...”
Dopo Lucio Chiappa ricordammo, con altrettanti Premi scolastici annuali, anche Mariolino Arrighetti, alunno di quinta elementare, investito e ucciso da un’automobile al crocicchio del cimitero nel 1964, e Agostino Balletto, anch’egli scolaro di quinta elementare, annegato a Spino, nell’Adda, nel.1967, in un giorno di vacanza, ed Emanuele Oliani della classe terza, morto anch’egli nel 1967 per una grave malattia.
Tutti questi nomi hanno accompagnato, nel ricordo, durante gli anni della scuola elementare, tanti e tanti ragazzini degli anni ’60 e ’70.
domenica 27 gennaio 2008
STORIA DI UN MONSIGNORE
STORIA DI UN MONSIGNORE
Quando nacque, il 16 giugno di tanti anni fa, gli diedero il nome di Luigi, non so se per ricordare qualche parente, come di usava una volta nelle famiglie patriarcali quale era la sua, o per affidarlo alla protezione di San Luigi Gonzaga, di cui ricorreva la festa cinque giorni dopo.
Poi, siccome era il più piccolo della nidiata, divenne Luigino e più tardi, crescendo, il suo nome, abbreviato, fu Gino. E tale rimase per tutta la vita, anche quando, già coi capelli grigi, lo fecero Monsignore. E non pareva adatto quel nome così confidenziale al titolo onorifico concessogli addirittura dal Papa. Un “monsignor Gino” non sembrava adeguato, ma, piuttosto che perdere quel “Gino”, ci scommetto, egli avrebbe preferito non essere Monsignore.
E così fu: quasi nessuno, dopo qualche tempo, ricordò che quel prete semplice e cordiale, alto, robusto, sorridente, che preferiva il suo dialetto bergamasco alle frasi ricercate “in lingua”, era proprio un Monsignore. Sicché quando la gente lo vide fotografato sul giornale, in una giornata memorabile, tra Papa e Vescovo, a Roma, in Piazza San Pietro, con fascia e bottoni della tonaca d’un rosso scarlatto, quasi trasecolò:
“Ma guarda che figurone il nostro don Gino!”
E si sentì anch’essa importante, poiché era la prima volta che un Parroco del paese diventava Monsignore.
Un Monsignore pieno di pensieri, di preoccupazioni, con cifre e cifre che gli ballavano nella mente giorno e notte. Per forza! Con quello che si era messo in mente di fare! Seguendo una Voce che arrivava da secoli addietro, aveva iniziato a costruire un Santuario per Maria.
Ma questa è storia dei nostri giorni e la conoscono tutti.
Io voglio invece parlare di quel ragazzino di tanti anni fa, nato e cresciuto in campagna, in una grande famiglia ricca di terre e di parenti, tutti, per tradizione, agricoltori.
La cascina dove abitava era grande, tutta chiusa come una fortezza, col portone che dava sui campi, con le case dei contadini, (tanti), tutte uguali, col pozzo, il forno per il pane, la legnaia, l’abbeveratoio per le bestie, la grande aia in cemento su cui si stendeva il grano ad essiccare al sole.
E poi le stalle enormi, che si affacciavano sotto il porticato ad archi, con le grandi colonne tutte in mattoni a vista: quelle colonne che sono rimaste nel cuore di Monsignore fin da quei tempi lontani, sicché le ha poi volute, uguali, a completare il porticato del suo Santuario, luminose, calde di sole, robuste, adatte a superare decenni e forse secoli.
Adiacenti alla grande aia c’erano, poi, le cantine immense, scure, con le grandi botti in rovere e il torchio altissimo in cui fermentava il vino, frutto del vigneto che si allargava a dismisura coi suoi lunghissimi filari, tutti di viti scelte, selezionate con cura, potate ogni anno con amore, sorvegliate e guardate a vista dal padrone che ne conosceva, si può dire, ogni tralcio, nonostante le enormi dimensioni.
Ecco, qui è vissuto il ragazzetto che oggi mi piace ricordare: lo immagino magro, scurito da sole, bruno di occhi e di capelli, coi piedi nudi nei sandali, i calzoncini corti sulle gambe sempre piene di graffi e di botte, come si conviene a bambini in continuo movimento.
Eccolo sulla sua bicicletta mentre, sotto la calura del mezzodì, pedala velocemente verso la campagna con la sporta infilata nel manubrio, per portare il pranzo ai contadini che stanno falciando il fieno. Con lui ci sarà stato, sicuramente, qualche altro ragazzino, magari scalzo tra la polvere dei viottoli, gareggiando a chi faceva prima, col cane di casa che abbaiava allegramente.
Più tardi, però, quella vita beata finì. Per Gino venne l’ora degli studi e fu portato in collegio, un collegio importante, tenuto dai Gesuiti, un ordine colto e severo.
Chissà come saranno stati quei giorni per il ragazzetto appena decenne, tra corridoi in penombra, aule cariche di libri, grandi dormitori coi lettini bianchi tutti in fila.
Certo ne avrà sofferto, avrà forse scritto, tra le lacrime, a sua madre e a suo padre di andarlo a riprendere, perché gli mancava tanto la sua grande casa sull’aia sotto il sole.
Poi la vita del collegio avrà imposto il suo tran-tran: campanella all’alba per la sveglia, sosta in Cappella per la preghiera in comune, il refettorio col caffelatte fumante, le ore di studio con tanto latino da imparare.
Al ritorno a casa, durante i mesi estivi, il ragazzo, fattosi di anno in anno più grande e serio, avrà vissuto ancora, forse, ore spensierate tra i filari delle viti su cui si coloravano, pian piano, i grappoli gonfi di succo, tra i viottoli polverosi, bevendo ai fontanili di cui era ricca la zona, ascoltando i passeri sugli alberi e i canti dei contadini sull’aia mentre spannocchiavano il granoturco, e i muggiti delle bestie nelle stalle, e il fragore dei carri che andavano e venivano, tra il profumo del fieno che si accatastava sui grandi fienili.
Poi la vocazione.
C’era una bianca Madonna in una grotta, nell’angolo del giardino di casa. Il ragazzo vi faceva una sosta, di tanto in tanto, sempre più pensoso.
A quella bianca Madonna in preghiera col rosario tra le mani, egli si affezionò sempre più. E quando aveva un cruccio, un dubbio, un desiderio irrisolto andava là, in quell’angolo di giardino e pregava.
Sua madre lo seguiva con gli occhi, quasi presaga. Già il fratello maggiore, Agostino, era entrato il Seminario, tra i Salesiani.
Dopo tanti anni, tornando davanti a quella statua bianca, sistemata, ora, in una piazzetta raccolta e ombrosa, Monsignore ha pianto di commozione.
Forse fu l’educazione ricevuta in famiglia, forse fu la preparazione impartita dai Gesuiti, o forse ambedue le cose e in più il disegno di Dio, al quale, in fondo in fondo, non si può mai sfuggire: così avvenne che anche Gino entrò in Seminario, già adulto, al termine degli studi.
E fu prete.
Ancora oggi, ogni mattina ed ogni sera, (lo confessa candidamente), egli ringrazia il Signore d’averlo fatto Sacerdote, e Sacerdote in eterno.
Poi l’han fatto Monsignore : Monsignor Gino Alberti.
Ma questa, come ho già detto, è storia di oggi. Tutti la vediamo e la viviamo, in comunità di intenti e di affetti.
Ed allora è inutile scriverne: lasciamo parlare le opere di ogni giorno.
Questa è storia vera.
Quando nacque, il 16 giugno di tanti anni fa, gli diedero il nome di Luigi, non so se per ricordare qualche parente, come di usava una volta nelle famiglie patriarcali quale era la sua, o per affidarlo alla protezione di San Luigi Gonzaga, di cui ricorreva la festa cinque giorni dopo.
Poi, siccome era il più piccolo della nidiata, divenne Luigino e più tardi, crescendo, il suo nome, abbreviato, fu Gino. E tale rimase per tutta la vita, anche quando, già coi capelli grigi, lo fecero Monsignore. E non pareva adatto quel nome così confidenziale al titolo onorifico concessogli addirittura dal Papa. Un “monsignor Gino” non sembrava adeguato, ma, piuttosto che perdere quel “Gino”, ci scommetto, egli avrebbe preferito non essere Monsignore.
E così fu: quasi nessuno, dopo qualche tempo, ricordò che quel prete semplice e cordiale, alto, robusto, sorridente, che preferiva il suo dialetto bergamasco alle frasi ricercate “in lingua”, era proprio un Monsignore. Sicché quando la gente lo vide fotografato sul giornale, in una giornata memorabile, tra Papa e Vescovo, a Roma, in Piazza San Pietro, con fascia e bottoni della tonaca d’un rosso scarlatto, quasi trasecolò:
“Ma guarda che figurone il nostro don Gino!”
E si sentì anch’essa importante, poiché era la prima volta che un Parroco del paese diventava Monsignore.
Un Monsignore pieno di pensieri, di preoccupazioni, con cifre e cifre che gli ballavano nella mente giorno e notte. Per forza! Con quello che si era messo in mente di fare! Seguendo una Voce che arrivava da secoli addietro, aveva iniziato a costruire un Santuario per Maria.
Ma questa è storia dei nostri giorni e la conoscono tutti.
Io voglio invece parlare di quel ragazzino di tanti anni fa, nato e cresciuto in campagna, in una grande famiglia ricca di terre e di parenti, tutti, per tradizione, agricoltori.
La cascina dove abitava era grande, tutta chiusa come una fortezza, col portone che dava sui campi, con le case dei contadini, (tanti), tutte uguali, col pozzo, il forno per il pane, la legnaia, l’abbeveratoio per le bestie, la grande aia in cemento su cui si stendeva il grano ad essiccare al sole.
E poi le stalle enormi, che si affacciavano sotto il porticato ad archi, con le grandi colonne tutte in mattoni a vista: quelle colonne che sono rimaste nel cuore di Monsignore fin da quei tempi lontani, sicché le ha poi volute, uguali, a completare il porticato del suo Santuario, luminose, calde di sole, robuste, adatte a superare decenni e forse secoli.
Adiacenti alla grande aia c’erano, poi, le cantine immense, scure, con le grandi botti in rovere e il torchio altissimo in cui fermentava il vino, frutto del vigneto che si allargava a dismisura coi suoi lunghissimi filari, tutti di viti scelte, selezionate con cura, potate ogni anno con amore, sorvegliate e guardate a vista dal padrone che ne conosceva, si può dire, ogni tralcio, nonostante le enormi dimensioni.
Ecco, qui è vissuto il ragazzetto che oggi mi piace ricordare: lo immagino magro, scurito da sole, bruno di occhi e di capelli, coi piedi nudi nei sandali, i calzoncini corti sulle gambe sempre piene di graffi e di botte, come si conviene a bambini in continuo movimento.
Eccolo sulla sua bicicletta mentre, sotto la calura del mezzodì, pedala velocemente verso la campagna con la sporta infilata nel manubrio, per portare il pranzo ai contadini che stanno falciando il fieno. Con lui ci sarà stato, sicuramente, qualche altro ragazzino, magari scalzo tra la polvere dei viottoli, gareggiando a chi faceva prima, col cane di casa che abbaiava allegramente.
Più tardi, però, quella vita beata finì. Per Gino venne l’ora degli studi e fu portato in collegio, un collegio importante, tenuto dai Gesuiti, un ordine colto e severo.
Chissà come saranno stati quei giorni per il ragazzetto appena decenne, tra corridoi in penombra, aule cariche di libri, grandi dormitori coi lettini bianchi tutti in fila.
Certo ne avrà sofferto, avrà forse scritto, tra le lacrime, a sua madre e a suo padre di andarlo a riprendere, perché gli mancava tanto la sua grande casa sull’aia sotto il sole.
Poi la vita del collegio avrà imposto il suo tran-tran: campanella all’alba per la sveglia, sosta in Cappella per la preghiera in comune, il refettorio col caffelatte fumante, le ore di studio con tanto latino da imparare.
Al ritorno a casa, durante i mesi estivi, il ragazzo, fattosi di anno in anno più grande e serio, avrà vissuto ancora, forse, ore spensierate tra i filari delle viti su cui si coloravano, pian piano, i grappoli gonfi di succo, tra i viottoli polverosi, bevendo ai fontanili di cui era ricca la zona, ascoltando i passeri sugli alberi e i canti dei contadini sull’aia mentre spannocchiavano il granoturco, e i muggiti delle bestie nelle stalle, e il fragore dei carri che andavano e venivano, tra il profumo del fieno che si accatastava sui grandi fienili.
Poi la vocazione.
C’era una bianca Madonna in una grotta, nell’angolo del giardino di casa. Il ragazzo vi faceva una sosta, di tanto in tanto, sempre più pensoso.
A quella bianca Madonna in preghiera col rosario tra le mani, egli si affezionò sempre più. E quando aveva un cruccio, un dubbio, un desiderio irrisolto andava là, in quell’angolo di giardino e pregava.
Sua madre lo seguiva con gli occhi, quasi presaga. Già il fratello maggiore, Agostino, era entrato il Seminario, tra i Salesiani.
Dopo tanti anni, tornando davanti a quella statua bianca, sistemata, ora, in una piazzetta raccolta e ombrosa, Monsignore ha pianto di commozione.
Forse fu l’educazione ricevuta in famiglia, forse fu la preparazione impartita dai Gesuiti, o forse ambedue le cose e in più il disegno di Dio, al quale, in fondo in fondo, non si può mai sfuggire: così avvenne che anche Gino entrò in Seminario, già adulto, al termine degli studi.
E fu prete.
Ancora oggi, ogni mattina ed ogni sera, (lo confessa candidamente), egli ringrazia il Signore d’averlo fatto Sacerdote, e Sacerdote in eterno.
Poi l’han fatto Monsignore : Monsignor Gino Alberti.
Ma questa, come ho già detto, è storia di oggi. Tutti la vediamo e la viviamo, in comunità di intenti e di affetti.
Ed allora è inutile scriverne: lasciamo parlare le opere di ogni giorno.
Questa è storia vera.
PAESE MIO ...
PAESE MIO . . .
Che cosa tu avessi di bello, tranne l’imponente Castello messo lì, al centro del paese, quasi per sbaglio, proprio non avrei saputo dirlo allora.
Quando ti vidi per la prima volta, con quelle strade disastrate, tra nuvole di polvere, con gente che mi pareva lontana e ostile tutta presa dai propri affari, ebbi molti dubbi su di te, paese mio.
Quella corriera gremita e traballante che veniva da Crema, mi aveva messo lo stomaco in subbuglio, sicchè, scendendo davanti alla chiesa, ebbi improvvisamente voglia di piangere.
Erano i primi giorni di aprile del 1946 ed io avevo poco più di vent’anni.
Venivo da lontano, dopo un viaggio durato ore : prima in bicicletta fino ad una stazioncina solitaria dove passava, in ora mattutina, il treno per Crema.
Poi quei vagoni scassati e fragorosi con mille spifferi e coi vetri così sporchi che non riuscivo a vedere la campagna in fuga.
Infine la corriera, dove salire sembrava un’impresa impossibile, tanta era la gente che spingeva per accaparrarsi un posto : gente stipata, in piedi, aggrappata ad ogni appiglio per non cadere ai sobbalzi delle ruote, quando affondavano nelle buche profonde lasciate dagli ancora recenti mitragliamenti.
E , inoltre, un linguaggio incomprensibile, dai toni che mi sembrarono duri e sgradevoli, così diversi dalla dolce cadenza del mio dialetto cremonese.
Non trovai alcuno, quel giorno, che mi facesse un sorriso, che mi rivolgesse una parola gentile.
Pareva che nessuno mi vedesse, che a nessuno interessasse chi fossi, da dove venissi, dove andassi,
con gente frettolosa che a malapena mi rispose quando chiesi dove fossero le scuole.
Questo fu il primo impatto, ma poi, a scuola, fu tutta un’altra cosa : trovai subito il sorriso schietto di Attilio e Maria Marzagalli, i bidelli, e il benvenuto cordiale delle prime colleghe che vidi , in gruppo, in corridoio : la signorina Cazzulani, la signora Lazzaroni, la maestra Castagnola e la Bianca Carinelli.
In seguito, un po’ per volta, conobbi il negozio del fornaio, quello del lattaio e quel botteghino sotto i portici dove compravo, di tanto in tanto , un vasetto di marmellata per le mie cene frugali.
Poi imparai a comprendere il dialetto parlato dai bambini.
Mi avevano assegnata una classe quinta maschile. Ricordo ancora l’aula a pianterreno e quei bambini che non mi diedero mai problemi, ai quali volli bene subito : Luigi, Giuseppe, Pio, Antonio, Gianni, Pino e così via.
Avevano avuto , prima che io arrivassi, un ottimo maestro, Vanni Groppelli, con l’hobby della musica e del canto. Quanti cori sono usciti ogni giorno dalle nostre finestre spalancate !
Ecco, paese mio, come ho fatto ad affezionarmi a te !
Mi piacque, poi, scoprire i tuoi angoli più caratteristici , le tue viette tortuose, tra stalle e cortili, tra case antiche e ritagli di orti.
Dopo le lezioni giravo qua e là con la giovane collega Ida Caizzi che veniva da molto, molto lontano e che aveva, più di me, motivo per rimpiangere il suo passato : era profuga da Zara, dove aveva lasciato, per non tornarci più, oltre all’incanto del suo mare, la sua giovinezza, la scuola, gli amici, i ricordi.
.E poi la gente cominciò a sorridermi, tanto che giunsi a pensare che sarebbe stato bello ricominciare qui una nuova vita.
E così avvenne.
Dopo di allora, durante anni e decenni, tu, Pandino, sei diventato per me, veramente il “paese del cuore” !
Che cosa tu avessi di bello, tranne l’imponente Castello messo lì, al centro del paese, quasi per sbaglio, proprio non avrei saputo dirlo allora.
Quando ti vidi per la prima volta, con quelle strade disastrate, tra nuvole di polvere, con gente che mi pareva lontana e ostile tutta presa dai propri affari, ebbi molti dubbi su di te, paese mio.
Quella corriera gremita e traballante che veniva da Crema, mi aveva messo lo stomaco in subbuglio, sicchè, scendendo davanti alla chiesa, ebbi improvvisamente voglia di piangere.
Erano i primi giorni di aprile del 1946 ed io avevo poco più di vent’anni.
Venivo da lontano, dopo un viaggio durato ore : prima in bicicletta fino ad una stazioncina solitaria dove passava, in ora mattutina, il treno per Crema.
Poi quei vagoni scassati e fragorosi con mille spifferi e coi vetri così sporchi che non riuscivo a vedere la campagna in fuga.
Infine la corriera, dove salire sembrava un’impresa impossibile, tanta era la gente che spingeva per accaparrarsi un posto : gente stipata, in piedi, aggrappata ad ogni appiglio per non cadere ai sobbalzi delle ruote, quando affondavano nelle buche profonde lasciate dagli ancora recenti mitragliamenti.
E , inoltre, un linguaggio incomprensibile, dai toni che mi sembrarono duri e sgradevoli, così diversi dalla dolce cadenza del mio dialetto cremonese.
Non trovai alcuno, quel giorno, che mi facesse un sorriso, che mi rivolgesse una parola gentile.
Pareva che nessuno mi vedesse, che a nessuno interessasse chi fossi, da dove venissi, dove andassi,
con gente frettolosa che a malapena mi rispose quando chiesi dove fossero le scuole.
Questo fu il primo impatto, ma poi, a scuola, fu tutta un’altra cosa : trovai subito il sorriso schietto di Attilio e Maria Marzagalli, i bidelli, e il benvenuto cordiale delle prime colleghe che vidi , in gruppo, in corridoio : la signorina Cazzulani, la signora Lazzaroni, la maestra Castagnola e la Bianca Carinelli.
In seguito, un po’ per volta, conobbi il negozio del fornaio, quello del lattaio e quel botteghino sotto i portici dove compravo, di tanto in tanto , un vasetto di marmellata per le mie cene frugali.
Poi imparai a comprendere il dialetto parlato dai bambini.
Mi avevano assegnata una classe quinta maschile. Ricordo ancora l’aula a pianterreno e quei bambini che non mi diedero mai problemi, ai quali volli bene subito : Luigi, Giuseppe, Pio, Antonio, Gianni, Pino e così via.
Avevano avuto , prima che io arrivassi, un ottimo maestro, Vanni Groppelli, con l’hobby della musica e del canto. Quanti cori sono usciti ogni giorno dalle nostre finestre spalancate !
Ecco, paese mio, come ho fatto ad affezionarmi a te !
Mi piacque, poi, scoprire i tuoi angoli più caratteristici , le tue viette tortuose, tra stalle e cortili, tra case antiche e ritagli di orti.
Dopo le lezioni giravo qua e là con la giovane collega Ida Caizzi che veniva da molto, molto lontano e che aveva, più di me, motivo per rimpiangere il suo passato : era profuga da Zara, dove aveva lasciato, per non tornarci più, oltre all’incanto del suo mare, la sua giovinezza, la scuola, gli amici, i ricordi.
.E poi la gente cominciò a sorridermi, tanto che giunsi a pensare che sarebbe stato bello ricominciare qui una nuova vita.
E così avvenne.
Dopo di allora, durante anni e decenni, tu, Pandino, sei diventato per me, veramente il “paese del cuore” !
PRESENTAZIONE
PRESENTAZIONE
Penso che i miei concittadini si chiederanno per quale motivo, a così breve distanza, ( son passati appena due anni), io abbia scritto un secondo “Paese del cuore”, anche se ho aggiunto un - 2 - al titolo per distinguerlo dal primo.
Debbo confessare che dopo i ripetuti rimproveri, benevoli, non c’è che dire, di tanta gente che mi faceva notare di aver dimenticato questo o quello, ho fatto un esame di coscienza e mi son detta ;
“Hanno ragione, ho trascurato troppa gente e troppi avvenimenti pandinesi. Dovrò rimediare”.
E così mi sono rimessa a frugare tra i miei ricordi e tra i ritagli dei giornali ai quali avevo, negli anni passati, collaborato.
Ecco, quindi, questi sessantasette racconti con tanti , tanti nomi di miei concittadini, alcuni scomparsi da anni, ma altri sempre ben vivi e attivi. Ho calcolato che i nomi dei pandinesi citati sono circa quattrocento.
Certo , ho trascurato ancora persone che pure meritavano una segnalazione e chiedo scusa agli interessati, o ai loro parenti : ma il libro era bene non avesse più pagine di quelle che ha..
Ciò non vuol dire che presto ne scriverò un altro !
State tranquilli : questo è proprio l’ultimo !
Quattro volumi in quattro anni, e alla mia età, sono effettivamente troppi e come recentemente ho detto, durante la presentazione di “Storie di Maestri e di bambini”, davvero me ne vergogno : mi pare di approfittare troppo della cortesia del miei concittadini.
Anche questo libro verrà venduto a totale beneficio del nostro nuovo Santuario della Madonna del Riposo : una splendida realizzazione, che fa onore al paese e di cui sono tanto grata a quel prete coraggioso e dalla fede incrollabile, che è il nostro parroco, monsignor Gino Alberti.
Stavolta la pubblicazione è completamente sponsorizzata dalla banca di Credito Cooperativo di Dovera e Postino, la quale ha aperto da poco due sportelli anche nel nostro comune, al capoluogo e a Nosadello.
Ne ringrazio con tutto il cuore , il Consiglio di Amministrazione, il Collegio sindacale e , in modo particolarissimo, il direttore generale dottor Franco Bottoni e il caro maestro Bruno Sangalli, che ha tenuto i contatti.
In tal modo tutto, ma proprio tutto il ricavato della vendita dei libri verrà versato alla parrocchia per aiutarla a saldare i debiti rimasti : ancora parecchi, purtroppo !
Sarà solo una goccia nel mare, certo, ma io mi auguro che tanti pandinesi continuino a dare una mano a don Gino : ne ha bisogno, anche per riacquistare un po’ di tranquillità.
Nel nuovo libro ho voluto inserire la storia breve di alcuni avvenimenti del nostro recente passato : piccoli flash per far sorridere, per tener su il morale, raccontati quasi con allegria. Certo piaceranno.
Il tutto sempre corrispondente a verità : non ci sono episodi inventati, è tutta cronaca vera.
Ed è , soprattutto, sempre scritta col cuore.
Un grande amore mi lega , ormai, a questo mio paese di adozione e vorrei fare di più per dimostrarlo a tutti : ai piccoli delle mie scuole, diventati ormai padri e madri di famiglia e ai loro genitori che ora, magari, sono diventati nonni.
Vivo qui da più di cinquant’anni, ho fatto in tempo ad affezionarmi a moltissima gente. Spero che in tanti l’abbiano capito.
Grazie per l’accoglienza che farete anche a questo mio ultimo... divertimento. Mi e’ piaciuto scriverlo, credetemi. Il mio è stato , più che altro , un gesto d’amore nei vostri riguardi
Ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato con notizie, fotografie, consigli. In modo particolare ringrazio il signor Parroco e il maestro Invernizzi.
E grazie a tutti quelli che mi leggeranno.
MARMILIA GATTI GALASI
Penso che i miei concittadini si chiederanno per quale motivo, a così breve distanza, ( son passati appena due anni), io abbia scritto un secondo “Paese del cuore”, anche se ho aggiunto un - 2 - al titolo per distinguerlo dal primo.
Debbo confessare che dopo i ripetuti rimproveri, benevoli, non c’è che dire, di tanta gente che mi faceva notare di aver dimenticato questo o quello, ho fatto un esame di coscienza e mi son detta ;
“Hanno ragione, ho trascurato troppa gente e troppi avvenimenti pandinesi. Dovrò rimediare”.
E così mi sono rimessa a frugare tra i miei ricordi e tra i ritagli dei giornali ai quali avevo, negli anni passati, collaborato.
Ecco, quindi, questi sessantasette racconti con tanti , tanti nomi di miei concittadini, alcuni scomparsi da anni, ma altri sempre ben vivi e attivi. Ho calcolato che i nomi dei pandinesi citati sono circa quattrocento.
Certo , ho trascurato ancora persone che pure meritavano una segnalazione e chiedo scusa agli interessati, o ai loro parenti : ma il libro era bene non avesse più pagine di quelle che ha..
Ciò non vuol dire che presto ne scriverò un altro !
State tranquilli : questo è proprio l’ultimo !
Quattro volumi in quattro anni, e alla mia età, sono effettivamente troppi e come recentemente ho detto, durante la presentazione di “Storie di Maestri e di bambini”, davvero me ne vergogno : mi pare di approfittare troppo della cortesia del miei concittadini.
Anche questo libro verrà venduto a totale beneficio del nostro nuovo Santuario della Madonna del Riposo : una splendida realizzazione, che fa onore al paese e di cui sono tanto grata a quel prete coraggioso e dalla fede incrollabile, che è il nostro parroco, monsignor Gino Alberti.
Stavolta la pubblicazione è completamente sponsorizzata dalla banca di Credito Cooperativo di Dovera e Postino, la quale ha aperto da poco due sportelli anche nel nostro comune, al capoluogo e a Nosadello.
Ne ringrazio con tutto il cuore , il Consiglio di Amministrazione, il Collegio sindacale e , in modo particolarissimo, il direttore generale dottor Franco Bottoni e il caro maestro Bruno Sangalli, che ha tenuto i contatti.
In tal modo tutto, ma proprio tutto il ricavato della vendita dei libri verrà versato alla parrocchia per aiutarla a saldare i debiti rimasti : ancora parecchi, purtroppo !
Sarà solo una goccia nel mare, certo, ma io mi auguro che tanti pandinesi continuino a dare una mano a don Gino : ne ha bisogno, anche per riacquistare un po’ di tranquillità.
Nel nuovo libro ho voluto inserire la storia breve di alcuni avvenimenti del nostro recente passato : piccoli flash per far sorridere, per tener su il morale, raccontati quasi con allegria. Certo piaceranno.
Il tutto sempre corrispondente a verità : non ci sono episodi inventati, è tutta cronaca vera.
Ed è , soprattutto, sempre scritta col cuore.
Un grande amore mi lega , ormai, a questo mio paese di adozione e vorrei fare di più per dimostrarlo a tutti : ai piccoli delle mie scuole, diventati ormai padri e madri di famiglia e ai loro genitori che ora, magari, sono diventati nonni.
Vivo qui da più di cinquant’anni, ho fatto in tempo ad affezionarmi a moltissima gente. Spero che in tanti l’abbiano capito.
Grazie per l’accoglienza che farete anche a questo mio ultimo... divertimento. Mi e’ piaciuto scriverlo, credetemi. Il mio è stato , più che altro , un gesto d’amore nei vostri riguardi
Ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato con notizie, fotografie, consigli. In modo particolare ringrazio il signor Parroco e il maestro Invernizzi.
E grazie a tutti quelli che mi leggeranno.
MARMILIA GATTI GALASI
PER CONCLUDERE ...
A conclusione di questa nostalgica raccolta di “Natali lontani” inserisco
“IL CLOWN O DELLO STUPORE”
il racconto che mi ha inviato, da Parigi, don Franco Follo, ora Monsignore e Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, che fu mio delizioso scolarino, biondo e riccioluto, nelle classi prima e seconda elementare di Pandino, nei lontani primi anni ’50.
Grazie, Franco, ed un abbraccio
dalla tua maestra
che, come scrivi nelle ultime righe del tuo racconto,
“non solo ti ha istruito, ma ti ha educato, prendendoti per mano”.
Che onore! Grazie, Monsignore
“IL CLOWN O DELLO STUPORE”
il racconto che mi ha inviato, da Parigi, don Franco Follo, ora Monsignore e Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, che fu mio delizioso scolarino, biondo e riccioluto, nelle classi prima e seconda elementare di Pandino, nei lontani primi anni ’50.
Grazie, Franco, ed un abbraccio
dalla tua maestra
che, come scrivi nelle ultime righe del tuo racconto,
“non solo ti ha istruito, ma ti ha educato, prendendoti per mano”.
Che onore! Grazie, Monsignore
LA STRAGE DEGLI...INNOCENTI
n.31 LA STRAGE DEGLI . . . INNOCENTI
E’ il Natale dell’anno 2003.
La famiglia si è arricchita, in quest’ ultimo decennio, di tre bambine stupende: Chiara, Stella e Federica, otto, sette e due anni.
Col mio presepio un po’ malmesso, sono sempre venute anche loro a giocare.
In questo ultimo periodo ho provveduto a prepararlo sulla mia libreria a muro, che ha i piani abbastanza ampi e profondi. Ogni anno scelgo il piano a portata della più piccina, poi, mano a mano che le bimbe crescono, sposto il presepio più in alto.
Quest’anno ho dovuto adattarlo all’altezza di Federica, una bambola bionda con una testolina piena di ricci e con due occhi che sembrano pezzetti di cielo. Per lei andava bene il penultimo piano e così ho tolto i numerosi
libri che vi stavano allineati e li ho sparpagliati un po’ dappertutto.
Nel fare il presepio, quest’anno, ho evitato di usare il muschio e la farina: con Federica, ne avrei avuto continuamente cosparso il pavimento. Ho, invece, usato carta in abbondanza, carta verde per la pianura, carta grigia per i monti e azzurra per il cielo.
La capanna è la stessa di una decina di anni fa, solida e maneggevole. Me l’ha confezionata Erica col ‘das’ seccato e dipinto. Fa un bell’effetto.
Le statuine, purtroppo, sono quello che sono, vecchiotte, mutilate, scolorite. Per fortuna alcune sono in coppia: ho due Bambinelli, due Madonne e due san Giuseppe. E poi due asini e due buoi. E ciò per non correre il rischio di rimanere, proprio a Natale, con la grotta vuota, perché qualche nipotina ha distrutto i personaggi essenziali.
Quest’anno tutto pareva andar bene.
E’ arrivata la sera della Vigilia con le lampadine colorate sull’albero di magnolia davanti alla finestra, con le stelle dorate, un po’ sbiadite a dire il vero, appese all’inferriata e i lumini accesi davanti al Bambino.
Anche il giorno di Natale tutto andò per il meglio: Federica guardava incantata e, tutt’al più, spostava delicatamente la donnina che portava il latte, o il pastore che guidava il gregge, oppure il cane, che ora stava davanti ed ora dietro le pecorine.
Pareva che avesse molto rispetto per quel presepio che vedeva, coscientemente, per la prima volta.
Poi, la sera, il dramma.
Si accingeva a tornare a casa, dopo essersi fermata tutto il pomeriggio dai nonni materni, quando, forse inciampando, cadde rovinosamente battendo bocca e naso sul pavimento.
Un disastro, povera piccola!
Due denti spezzati alla base, naso gonfio e sanguinante, labbra che si ingrossavano a vista d’occhio e sangue, sangue dappertutto. Si pensò che fosse necessario portarla d’urgenza al Pronto Soccorso, ma era troppo agitata; forse era meglio, prima, riuscire a calmarla un po’.
E così si fece, infatti. Lei si addormentò, anche se noi abbiamo passato una notte piena di paure.
L’indomani, quando il medico, almeno in parte, ci tranquillizzò, tutti ci demmo da fare per coccolarla e farla giocare, anche se il suo faccino era quasi irriconoscibile.
E allora che fare?
Io non trovai di meglio che metterle a disposizione il presepio: ne facesse quel che voleva.
Spostai pecore e pastori e glieli diedi da giocare, sistemandoli su sedie e tavolini.
Naturalmente qualche statuina cadde, qualche altra finì in angoli sconosciuti, il Bambinello se lo mise in tasca e non volle più toglierlo, la stella cometa, che era di carta dorata, la ruppe a metà, il laghetto di carta stagnola scomparve.
Che fare? Il giorno di Natale era passato. Decisi che potevo anche fare a meno del presepio.
Federica, quindi, ci giocò, incontrastata, per quattro giorni, fino a quando, come i genitori avevano programmato, tutti partirono per la montagna e io non trovai di meglio che raccogliere quel che restava del presepio e deporlo nello scatolone, sperando di riuscire a salvare qualcosa.
Ma poi Federica tornò e le tornò anche in mente il presepio: volle di nuovo le statuine per giocare.
Aveva sempre la bocca rovinata e non riusciva a mangiare. Non volevo farla piangere. Così ripresi lo scatolone e glielo misi a disposizione senza preoccuparmi d’altro. Che almeno giocasse, povera piccina!
Fu allora che cominciò sul serio la . . . strage degli innocenti!
Iniziò con la mucca che un contadino, con tanto di lanterna in mano, stava portando alla grotta: la spezzò a metà con un colpo secco. Diceva che era “glossa”, non le piaceva, la voleva ridimensionare.
Poi se la prese con la donna che portava due secchi: sosteneva che c’era l’acqua dentro. Picchiò e picchiò per farla uscire, ma l’acqua era solo dipinta, naturalmente. Così i due secchi si frantumarono insieme alle braccia della donna.
Non vi dico le torture che impose al cammello di uno dei Re Magi. Era alto, con lunghe gambe sottili. Era, forse, la statuina più bella. Ma lei non riusciva a farla stare in piedi; ad ogni piccolo scossone cadeva. Sbatté così forte la povera bestia sul pavimento, che le quattro gambe partirono contemporaneamente.
C’era anche un angelo, che doveva stare appeso sulla grotta, ma lei voleva farlo camminare e non si vedevano i piedi. Cercò con ogni mezzo di guardare sotto la tunica azzurra di gesso e l’angelo si spezzò a metà.
E che dire del pastorello che portava una pecorina sulle spalle: voleva levargliela, ma naturalmente non poteva venire via. La graffiò, la sbattè contro l’orlo della sedia, ripetutamente, tanto che, invece della pecorina partì la testa del pastorello.
Le pecorine, alla fine, diventarono le sue preferite: le metteva dovunque. Alla fine erano quasi tutte scomparse: forse le ritroverò, presto o tardi, in qualche cassetto, o dietro ai libri, o in mezzo alle mie carte. Per ora sarà meglio lasciarle riposare dove sono, almeno sono al sicuro.
Temo proprio che l’anno venturo, se vorrò preparare ancora il presepio, dovrò fare una scorta di pastorelli e pecore, di angeli e di stelle, tutte statuine nuove, meglio di plastica, se possibile. Gli “innocenti” di quest’anno ci hanno rimesso gambe, braccia e teste, purtroppo.
Ma l’anno prossimo Federica avrà tre anni e chissà . . . forse sarà più tranquilla, capirà di più . . .
E’ bello, Signore, aspettare un altro Natale per veder crescere un bambino!
E’ il Natale dell’anno 2003.
La famiglia si è arricchita, in quest’ ultimo decennio, di tre bambine stupende: Chiara, Stella e Federica, otto, sette e due anni.
Col mio presepio un po’ malmesso, sono sempre venute anche loro a giocare.
In questo ultimo periodo ho provveduto a prepararlo sulla mia libreria a muro, che ha i piani abbastanza ampi e profondi. Ogni anno scelgo il piano a portata della più piccina, poi, mano a mano che le bimbe crescono, sposto il presepio più in alto.
Quest’anno ho dovuto adattarlo all’altezza di Federica, una bambola bionda con una testolina piena di ricci e con due occhi che sembrano pezzetti di cielo. Per lei andava bene il penultimo piano e così ho tolto i numerosi
libri che vi stavano allineati e li ho sparpagliati un po’ dappertutto.
Nel fare il presepio, quest’anno, ho evitato di usare il muschio e la farina: con Federica, ne avrei avuto continuamente cosparso il pavimento. Ho, invece, usato carta in abbondanza, carta verde per la pianura, carta grigia per i monti e azzurra per il cielo.
La capanna è la stessa di una decina di anni fa, solida e maneggevole. Me l’ha confezionata Erica col ‘das’ seccato e dipinto. Fa un bell’effetto.
Le statuine, purtroppo, sono quello che sono, vecchiotte, mutilate, scolorite. Per fortuna alcune sono in coppia: ho due Bambinelli, due Madonne e due san Giuseppe. E poi due asini e due buoi. E ciò per non correre il rischio di rimanere, proprio a Natale, con la grotta vuota, perché qualche nipotina ha distrutto i personaggi essenziali.
Quest’anno tutto pareva andar bene.
E’ arrivata la sera della Vigilia con le lampadine colorate sull’albero di magnolia davanti alla finestra, con le stelle dorate, un po’ sbiadite a dire il vero, appese all’inferriata e i lumini accesi davanti al Bambino.
Anche il giorno di Natale tutto andò per il meglio: Federica guardava incantata e, tutt’al più, spostava delicatamente la donnina che portava il latte, o il pastore che guidava il gregge, oppure il cane, che ora stava davanti ed ora dietro le pecorine.
Pareva che avesse molto rispetto per quel presepio che vedeva, coscientemente, per la prima volta.
Poi, la sera, il dramma.
Si accingeva a tornare a casa, dopo essersi fermata tutto il pomeriggio dai nonni materni, quando, forse inciampando, cadde rovinosamente battendo bocca e naso sul pavimento.
Un disastro, povera piccola!
Due denti spezzati alla base, naso gonfio e sanguinante, labbra che si ingrossavano a vista d’occhio e sangue, sangue dappertutto. Si pensò che fosse necessario portarla d’urgenza al Pronto Soccorso, ma era troppo agitata; forse era meglio, prima, riuscire a calmarla un po’.
E così si fece, infatti. Lei si addormentò, anche se noi abbiamo passato una notte piena di paure.
L’indomani, quando il medico, almeno in parte, ci tranquillizzò, tutti ci demmo da fare per coccolarla e farla giocare, anche se il suo faccino era quasi irriconoscibile.
E allora che fare?
Io non trovai di meglio che metterle a disposizione il presepio: ne facesse quel che voleva.
Spostai pecore e pastori e glieli diedi da giocare, sistemandoli su sedie e tavolini.
Naturalmente qualche statuina cadde, qualche altra finì in angoli sconosciuti, il Bambinello se lo mise in tasca e non volle più toglierlo, la stella cometa, che era di carta dorata, la ruppe a metà, il laghetto di carta stagnola scomparve.
Che fare? Il giorno di Natale era passato. Decisi che potevo anche fare a meno del presepio.
Federica, quindi, ci giocò, incontrastata, per quattro giorni, fino a quando, come i genitori avevano programmato, tutti partirono per la montagna e io non trovai di meglio che raccogliere quel che restava del presepio e deporlo nello scatolone, sperando di riuscire a salvare qualcosa.
Ma poi Federica tornò e le tornò anche in mente il presepio: volle di nuovo le statuine per giocare.
Aveva sempre la bocca rovinata e non riusciva a mangiare. Non volevo farla piangere. Così ripresi lo scatolone e glielo misi a disposizione senza preoccuparmi d’altro. Che almeno giocasse, povera piccina!
Fu allora che cominciò sul serio la . . . strage degli innocenti!
Iniziò con la mucca che un contadino, con tanto di lanterna in mano, stava portando alla grotta: la spezzò a metà con un colpo secco. Diceva che era “glossa”, non le piaceva, la voleva ridimensionare.
Poi se la prese con la donna che portava due secchi: sosteneva che c’era l’acqua dentro. Picchiò e picchiò per farla uscire, ma l’acqua era solo dipinta, naturalmente. Così i due secchi si frantumarono insieme alle braccia della donna.
Non vi dico le torture che impose al cammello di uno dei Re Magi. Era alto, con lunghe gambe sottili. Era, forse, la statuina più bella. Ma lei non riusciva a farla stare in piedi; ad ogni piccolo scossone cadeva. Sbatté così forte la povera bestia sul pavimento, che le quattro gambe partirono contemporaneamente.
C’era anche un angelo, che doveva stare appeso sulla grotta, ma lei voleva farlo camminare e non si vedevano i piedi. Cercò con ogni mezzo di guardare sotto la tunica azzurra di gesso e l’angelo si spezzò a metà.
E che dire del pastorello che portava una pecorina sulle spalle: voleva levargliela, ma naturalmente non poteva venire via. La graffiò, la sbattè contro l’orlo della sedia, ripetutamente, tanto che, invece della pecorina partì la testa del pastorello.
Le pecorine, alla fine, diventarono le sue preferite: le metteva dovunque. Alla fine erano quasi tutte scomparse: forse le ritroverò, presto o tardi, in qualche cassetto, o dietro ai libri, o in mezzo alle mie carte. Per ora sarà meglio lasciarle riposare dove sono, almeno sono al sicuro.
Temo proprio che l’anno venturo, se vorrò preparare ancora il presepio, dovrò fare una scorta di pastorelli e pecore, di angeli e di stelle, tutte statuine nuove, meglio di plastica, se possibile. Gli “innocenti” di quest’anno ci hanno rimesso gambe, braccia e teste, purtroppo.
Ma l’anno prossimo Federica avrà tre anni e chissà . . . forse sarà più tranquilla, capirà di più . . .
E’ bello, Signore, aspettare un altro Natale per veder crescere un bambino!
UN NATALE FRANCESCANO
n.30 UN NATALE FRANCESCANO
Fra Paolo ogni tanto torna a casa a trovare i suoi cari. E’ giovane, alto, magro, tutto pelle e ossa . . . e barba! Sembra quasi sparire nel lungo saio francescano. Ride quando gli chiedo:
“Ma in convento ti danno da mangiare?”
E’ un francescano . . . proprio francescano! Sorridente, pio, amico di tutti, il ragazzo che ogni madre vorrebbe avere.
Fu una sorpresa quando, in paese, si sparse la notizia che Paolo Grandini , poco più che ventenne, entrava in convento.
C’erano state, in parrocchia, un paio d’anni prima, delle predicazioni straordinarie. Il parroco don Gino Alberti aveva invitato, per una settimana di incontri, alcuni “Fratelli di San Francesco” ed era venuto il Superiore, padre Ambrogio, con due dei suoi confratelli, padre Silvio e padre Camillo.
Per tutta una settimana la chiesa parrocchiale si riempì di gente attenta.
I frati erano molto bravi e sapevano toccare il cuore di tutti.
Era l’autunno del 1992 e persino Paolo, che allora aveva vent’anni, riusciva a star fermo nel banco, ascoltando. E già questo era un fatto straordinario, dato il carattere vivace che il ragazzo si ritrovava: un ragazzo sbarazzino, ardito, avventuroso, che aveva scelto di fare il servizio militare tra i ‘parà’ della “Folgore” e che, anche dopo il congedo, ancora si dilettava nei lanci col paracadute. Quasi un’ansia di cielo, di silenzi, di avventure diverse, lontane dal piccolo mondo abitato da piccoli uomini.
Credo che sia nato in quei giorni di ascolto, in chiesa, il suo desiderio di provare a cambiare.
E altroché se è cambiato! E’ irriconoscibile, se non per quei suoi grandi occhi che ridono sempre.
Raccontava, qualche mese dopo, il Parroco di allora, don Gino:
“Mi han detto che lassù, al Convento di Nogarole, quando si cerca Paolo, si può andare sicuri in cappella. Paolo è là, solo, e sta pregando.”
E questo mi sembrava già un miracolo, ricordando quel ragazzo insofferente di freni, mai fermo, che alla messa domenicale stava laggiù, in piedi, appoggiato alla porta, desideroso solo di uscire all’aria aperta.
Ho visto Paolo, qualche mattina fa, alla messa feriale e gli ho accennato al libro di ricordi natalizi che stavo preparando.
Gli ho chiesto: “Non mi parleresti un po’ del tuo Natale in convento?”
Si è subito illuminato in volto: “Certo, volentieri. Cosa debbo fare?”
E siccome era già in partenza, dato che il suo breve soggiorno a casa stava per finire, mi disse:
“Le manderò qualcosa di scritto, perché mi è impossibile raccontarglielo a voce, parto tra poche ore.”
Così mi ha scritto e io voglio riportare qui, per intero, il suo racconto. Non voglio cambiare nemmeno una virgola. Bravo Paolo! Ci dai una grande lezione di gioiosa umiltà e una grande carica di fede.
Pace e bene a te, fra Paolo!
Ed ora ecco qui il suo testo, che inizia ricordando il primo presepio di Greccio preparato da san Francesco d’Assisi in persona:
“Tutto cominciò nel dicembre del 1223, quando, a due settimane circa dal Natale , il beato Francesco chiamò a sé il suo amico Giovanni Velita, signore
di Greccio e gli disse:
“Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme e, in qualche modo, vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie ad un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello.”
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ceri e fiaccole per illuminare quella notte nella quale si accese, splendida nel cielo, la stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello.
In questa scena commovente risplende la semplicità evangelica. Si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Questa notte è chiara come il giorno, la selva risuona di voci e cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore e la notte sembra tutto un sussulto di gioia.
Poi il sacerdote celebra solennemente l’ Eucarestia sul presepio.
Ciò che Francesco voleva vedere era la povertà e l’estrema umiliazione del Figlio di Dio nato a Betlemme.
Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.”
Dopo questa poetica premessa, fra Paolo racconta il suo Natale in convento, le sue emozioni, la sua fede, la sua letizia tutta francescana:
“Anche quest’anno la quaresima d’Avvento è passata in un volo.
Fra Francesco sta ultimando piccole sistemazioni al presepio allestito nella cripta, il convento è avvolto da un silenzio gioioso, mancano poche ore alla solenne celebrazione e tutto è pronto.
Ci si ritira nella parte superiore del convento dove è preparata una piccola greppia
con il fieno, e un bambinello di legno giace in attesa della processione.
Si incomincia a cantare “Tu scendi dalle stelle . . .” e, in fila, si scende dalle scale illuminate dalle nostre candele. Si scende e ciò rappresenta il Figlio di Dio che, dalla sua sede regale, discese nel grembo della Vergine e venne in mezzo a noi.
Siamo quasi arrivati e la processione di noi frati entra nella chiesa, tutta splendente: le luci, le candele, i canti, tutto commuove, nel cuore c’è gioia e speranza.
Finita la celebrazione, ci si trova per gli auguri di Natale in una saletta del convento. Condividiamo questa gioia con amici e vicini. Tutti hanno portato qualche dolce e si fa un po’ di festa.
Poi c’è una sorpresa. Padre Franco attira l’attenzione di tutti:
“Comincia a nevicare!” dice giulivo.
Come consuetudine il Natale noi lo passiamo in fraternità, come famiglia unita nel Signore che è venuto ad abitare tra noi. Siamo tutti impegnati, chi nella predicazione e chi in cucina, ognuno cerca di fare del suo meglio.
Finalmente ci stiamo avvicinando all’ora della condivisione fraterna.
Dopo il santo Rosario ci troviamo tutti in refettorio, riscaldato dal calore della stufa a legna. Tutto è pronto e, tra la gioia di stare insieme, il clima di festa e la neve che scende leggera, vola questa giornata.
Ci ritroviamo a ‘Compieta’ con tanta gioia. Le luci sono spente e ognuno di noi ha nel cuore tante emozioni. Ci sono molte persone che ci vogliono bene e che non ci fanno mancare nulla, il Signore è sempre generoso nella sua Provvidenza.
Ricordando tutti a Dio, perché ricompensi con la tanta serenità coloro che ci fanno del bene, ci troviamo ancora a guardare il presepio e, con la neve che scende sempre abbondante, c’è un clima di forte spiritualità che ci rende ancor più fratelli.
San Francesco celebrava con gioia il Natale del Bambino Gesù e diceva che, fin dal giorno della sua nascita, Egli si impegnò a salvarci. E voleva che ogni cristiano esultasse nel Signore, il quale ha dato a noi tutto se stesso.
“Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare coloro che stanno nelle tenebre . . . e dirigere i nostri passi sulla via della Pace.”
Grazie, fra Paolo!
E ‘Pace e bene’ a te e a tutti i tuoi confratelli!
Fra Paolo ogni tanto torna a casa a trovare i suoi cari. E’ giovane, alto, magro, tutto pelle e ossa . . . e barba! Sembra quasi sparire nel lungo saio francescano. Ride quando gli chiedo:
“Ma in convento ti danno da mangiare?”
E’ un francescano . . . proprio francescano! Sorridente, pio, amico di tutti, il ragazzo che ogni madre vorrebbe avere.
Fu una sorpresa quando, in paese, si sparse la notizia che Paolo Grandini , poco più che ventenne, entrava in convento.
C’erano state, in parrocchia, un paio d’anni prima, delle predicazioni straordinarie. Il parroco don Gino Alberti aveva invitato, per una settimana di incontri, alcuni “Fratelli di San Francesco” ed era venuto il Superiore, padre Ambrogio, con due dei suoi confratelli, padre Silvio e padre Camillo.
Per tutta una settimana la chiesa parrocchiale si riempì di gente attenta.
I frati erano molto bravi e sapevano toccare il cuore di tutti.
Era l’autunno del 1992 e persino Paolo, che allora aveva vent’anni, riusciva a star fermo nel banco, ascoltando. E già questo era un fatto straordinario, dato il carattere vivace che il ragazzo si ritrovava: un ragazzo sbarazzino, ardito, avventuroso, che aveva scelto di fare il servizio militare tra i ‘parà’ della “Folgore” e che, anche dopo il congedo, ancora si dilettava nei lanci col paracadute. Quasi un’ansia di cielo, di silenzi, di avventure diverse, lontane dal piccolo mondo abitato da piccoli uomini.
Credo che sia nato in quei giorni di ascolto, in chiesa, il suo desiderio di provare a cambiare.
E altroché se è cambiato! E’ irriconoscibile, se non per quei suoi grandi occhi che ridono sempre.
Raccontava, qualche mese dopo, il Parroco di allora, don Gino:
“Mi han detto che lassù, al Convento di Nogarole, quando si cerca Paolo, si può andare sicuri in cappella. Paolo è là, solo, e sta pregando.”
E questo mi sembrava già un miracolo, ricordando quel ragazzo insofferente di freni, mai fermo, che alla messa domenicale stava laggiù, in piedi, appoggiato alla porta, desideroso solo di uscire all’aria aperta.
Ho visto Paolo, qualche mattina fa, alla messa feriale e gli ho accennato al libro di ricordi natalizi che stavo preparando.
Gli ho chiesto: “Non mi parleresti un po’ del tuo Natale in convento?”
Si è subito illuminato in volto: “Certo, volentieri. Cosa debbo fare?”
E siccome era già in partenza, dato che il suo breve soggiorno a casa stava per finire, mi disse:
“Le manderò qualcosa di scritto, perché mi è impossibile raccontarglielo a voce, parto tra poche ore.”
Così mi ha scritto e io voglio riportare qui, per intero, il suo racconto. Non voglio cambiare nemmeno una virgola. Bravo Paolo! Ci dai una grande lezione di gioiosa umiltà e una grande carica di fede.
Pace e bene a te, fra Paolo!
Ed ora ecco qui il suo testo, che inizia ricordando il primo presepio di Greccio preparato da san Francesco d’Assisi in persona:
“Tutto cominciò nel dicembre del 1223, quando, a due settimane circa dal Natale , il beato Francesco chiamò a sé il suo amico Giovanni Velita, signore
di Greccio e gli disse:
“Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme e, in qualche modo, vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie ad un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello.”
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ceri e fiaccole per illuminare quella notte nella quale si accese, splendida nel cielo, la stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello.
In questa scena commovente risplende la semplicità evangelica. Si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Questa notte è chiara come il giorno, la selva risuona di voci e cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore e la notte sembra tutto un sussulto di gioia.
Poi il sacerdote celebra solennemente l’ Eucarestia sul presepio.
Ciò che Francesco voleva vedere era la povertà e l’estrema umiliazione del Figlio di Dio nato a Betlemme.
Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.”
Dopo questa poetica premessa, fra Paolo racconta il suo Natale in convento, le sue emozioni, la sua fede, la sua letizia tutta francescana:
“Anche quest’anno la quaresima d’Avvento è passata in un volo.
Fra Francesco sta ultimando piccole sistemazioni al presepio allestito nella cripta, il convento è avvolto da un silenzio gioioso, mancano poche ore alla solenne celebrazione e tutto è pronto.
Ci si ritira nella parte superiore del convento dove è preparata una piccola greppia
con il fieno, e un bambinello di legno giace in attesa della processione.
Si incomincia a cantare “Tu scendi dalle stelle . . .” e, in fila, si scende dalle scale illuminate dalle nostre candele. Si scende e ciò rappresenta il Figlio di Dio che, dalla sua sede regale, discese nel grembo della Vergine e venne in mezzo a noi.
Siamo quasi arrivati e la processione di noi frati entra nella chiesa, tutta splendente: le luci, le candele, i canti, tutto commuove, nel cuore c’è gioia e speranza.
Finita la celebrazione, ci si trova per gli auguri di Natale in una saletta del convento. Condividiamo questa gioia con amici e vicini. Tutti hanno portato qualche dolce e si fa un po’ di festa.
Poi c’è una sorpresa. Padre Franco attira l’attenzione di tutti:
“Comincia a nevicare!” dice giulivo.
Come consuetudine il Natale noi lo passiamo in fraternità, come famiglia unita nel Signore che è venuto ad abitare tra noi. Siamo tutti impegnati, chi nella predicazione e chi in cucina, ognuno cerca di fare del suo meglio.
Finalmente ci stiamo avvicinando all’ora della condivisione fraterna.
Dopo il santo Rosario ci troviamo tutti in refettorio, riscaldato dal calore della stufa a legna. Tutto è pronto e, tra la gioia di stare insieme, il clima di festa e la neve che scende leggera, vola questa giornata.
Ci ritroviamo a ‘Compieta’ con tanta gioia. Le luci sono spente e ognuno di noi ha nel cuore tante emozioni. Ci sono molte persone che ci vogliono bene e che non ci fanno mancare nulla, il Signore è sempre generoso nella sua Provvidenza.
Ricordando tutti a Dio, perché ricompensi con la tanta serenità coloro che ci fanno del bene, ci troviamo ancora a guardare il presepio e, con la neve che scende sempre abbondante, c’è un clima di forte spiritualità che ci rende ancor più fratelli.
San Francesco celebrava con gioia il Natale del Bambino Gesù e diceva che, fin dal giorno della sua nascita, Egli si impegnò a salvarci. E voleva che ogni cristiano esultasse nel Signore, il quale ha dato a noi tutto se stesso.
“Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare coloro che stanno nelle tenebre . . . e dirigere i nostri passi sulla via della Pace.”
Grazie, fra Paolo!
E ‘Pace e bene’ a te e a tutti i tuoi confratelli!
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