“HAI DEL TEMPO LIBERO ?”
(1998)
A Pandino pare ci sia un problema : trovare del tempo libero da usare a favore di chi ha bisogno di compagnia.
E con tanti pensionati ancora efficienti in giro, di tempo libero ce n’è sicuramente.
La vita si è allungata e a sessanta, settant’anni c’è ancora tanta vitalità e tanta energia da regalare.
Ebbene, a Pandino le cose da fare ci sono , e come !
Me ne parla con entusiasmo una certa signora che vuole restare assolutamente anonima . Mi piacerebbe raccontare qualcosa di lei in modo più dettagliato. Ma il divieto è assoluto.
Dice : “ Abbiamo bisogno di persone in gamba, attive, generose. Nella nostra Associazione siamo rimasti in pochi e non riusciamo più a coprire le necessità della gente che si rivolge a noi per avere un aiuto. Questo aiuto, talvolta, è anche di carattere finanziario, ma allora è relativamente facile sopperirvi. Più di frequente, invece, ci viene richiesto un aiuto di altro genere, si cerca compagnia, si aspetta una visita, un incoraggiamento, si ha bisogno di parlare con qualcuno. Le ore passano così lentamente quando si è soli !”
A questo punto la signora mi accenna al nome della Associazione di cui fa parte : è un gruppo di grande tradizione, che ha lavorato per decenni anche in paese. Si tratta della San Vincenzo.
Oggi non c’è più bisogno, forse, come faceva la signora Gina Polgatti negli anni ‘50-‘60, di portare la bottiglia di vino, o il pezzo di carne, la legna per la stufa , o il corredino per la neonata di una famiglia di povera gente. Oggi occorre altro.
Certo, è più facile aprire il portafoglio , o firmare un assegno. Ci si sente subito in pace con la coscienza. Ma non è questo che la signora sta chiedendo. Oggi occorre qualche ora di tempo, solo qualche ora di tempo !
C’è, per esempio, l’ammalato solo, magari costretto a letto, o l’anziana signora coi figli lontani, che passa lunghi pomeriggi in silenzio, rimuginando pensieri malinconici, aspettando che qualcuno vada a bussare alla sua porta per scambiare quattro parole. Oppure chi, con difficoltà di movimenti, ha bisogno d’una piccola spesa urgente e sta alla finestra sperando che passi qualcuno a cui affidare l’incarico.
Cose da poco, sembrerebbe . Se si fosse in tanti si potrebbero coprire le varie necessità, non facendo mancare ad alcuno quel “pane” morale che oggi, purtroppo, sta diventando così prezioso.
Ecco, la San Vincenzo ha bisogno soprattutto di questo.
A volte l’anziano è un po’ monotono nei suoi discorsi, si ripete, si commisera.
Occorre tatto e generosità per dargli sollievo. Dice la signora :
“Ma come è gratificante, quando si esce da una casa, sentirsi dire .- Venga ancora , torni presto...-“
Veramente la signora di cui parlo di cose per gli altri ne fa molte di più : assiste famiglie numerose con bimbi piccoli onde dar sollievo a certe povere madri, aiuta genitori con figli in difficoltà o colpiti da handicap, accompagna malati in ospedale per sedute di terapia, paga bollette a persone indigenti.
“Tutto a nome della San Vincenzo, naturalmente... Non è poi gran cosa. Se ci fosse più gente potremmo fare di più...”
E’ come un ritornello : “Se ci fosse più gente ...”
E’ questo che occorre, ormai, alle soglie del 2000, a Pandino come altrove. E’ questa la nuova povertà, cui occorre provvedere.
“Se l’avrai fatto al più piccolo dei tuoi fratelli, l’avrai fatto a me...” si legge nel Vangelo.
E allora, anziché chiudersi in casa e lasciarsi prendere, magari, dalla depressione, ecco l’invito :
“Venite alla San Vincenzo, troverete sempre qualcosa da fare e non avrete più le giornate vuote ! E inoltre, riceverete più di quanto darete...”
Coraggio, dunque. Chi ha qualche ora da riempire, vada a bussare alla Casa parrocchiale e dica :
“Eccomi, cosa posso fare ?”
C’è un lungo elenco di persone in attesa : il “lavoro” si troverà immediatamente e la “depressione da pensionamento” sparirà.
lunedì 28 gennaio 2008
IL CORREDINO ROSA
IL CORREDINO ROSA - Una storia vera.
(Anno 1970)
L’anziana signora Gina Polgatti scese l’ultima rampa di scale del suo caseggiato e si fermò un attimo sul portone, prima di affrontare la nebbia spessa della strada.
Si tirò il pelo del cappotto fin sulla bocca e uscì. Aveva una borsa infilata al braccio e la teneva con molto riguardo . Sperava che suo marito non rientrasse proprio allora: poteva chiederle che cosa teneva in fondo alla borsa.
“E’ un gran buon uomo”, pensava la signora Gina”, peccato che non voglia ammettere che certa gente, per tirarsi un po’ su, abbia bisogno di quel suo vecchio vino robusto, a cui tiene tanto.”
Però, insieme alla bottiglia, quel giorno, aveva anche un corredino rosa che era un amore. E quello era piaciuto anche a suo marito. Tutti e due, infatti, avevano un gran cruccio: la loro casa era troppo vuota senza i figli che avevano desiderato e che non erano mai arrivati. Così, appena ne nasceva uno in una famiglia di povera gente, vi pensavano con un certo senso d’invidia e provavano piacere nel provvedere anche loro a qualcosa.
In quei giorni, appunto, era nata una bimbetta ; la signora Gina non sapeva bene se era la nona o la decima, in una casa di contadini, in una cascina fuori di mano. E quindi, anche se c’era quel nebbione tremendo, bisognava proprio andare, tanto più che la vecchia signora cullava in cuore una segreta speranza: che alla bambina mettessero il suo nome e le chiedessero di far da madrina.
Come le sarebbe piaciuto! A questo pensava camminando svelta sul ciglio erboso della strada.
I rari passanti che incontrava non potevano fare a meno di gridarle:
“Oh, signora Gina, anche oggi in giro? Stia attenta...!”
Aveva una gamba che, col freddo, le faceva male e zoppicava. Ma ci teneva a fare in fretta, perché voleva essere di ritorno prima che facesse buio completo. D’un tratto, però, si sovvenne che da qualche giorno non vedeva la vecchia Carolina. Forse si era messa a letto ed era sola... e chissà se aveva ancora legna per accendere la stufa. Pensò, quindi, di farvi una capatina, proprio il tempo di mettere dentro la testa per darle la buona sera.
Piegò nel vicolo, zoppicando ancora di più sull’acciottolato. L’abitazione di Carolina era costituita da una sola stanza. Bussò e spinse la porta. C’era così buio dentro che, a tutta prima, non vide nulla. Poi dal letto venne la voce della donna:
“O signora Gina, finalmente. .Sono qui sola e ho finito la legna...E pensare che ai miei tempi...”
“Povera me”, pensò la vecchia signora, “ se non la interrompo subito non riuscirò più ad arrivare alla cascina...”
Le spiaceva riconoscerlo, ma le pareva di peccare contro la carità, desiderando solo di far presto per andare a vedere quella piccina appena nata. Eppure era così, c’era poco da fingere. E allora, per castigarsi, portò la sedia accanto al letto e si preparò ad ascoltare con pazienza.
La Carolina si mise a parlare, ansimando, con frequenti colpi di tosse. Ripeteva cose che la signora Gina aveva già sentito decine di volte. Lei stava sulle spine, cercava di interromperla e intanto rabbrividiva: nella stanza la stufa era spenta e c’era solo un mucchietto di legna in un angolo.
“Ma qui avete freddo, aspettate che vi accendo il fuoco...”
“Oh, no, sotto le coperte sto bene... la legna mi servirà per domani...”
“Macché, ora ve lo accendo, poi passerò alla segheria e vi ordinerò un po’ di legna, non preoccupatevi...E poi, tenete....”
Trasse dal fondo della borsa la bottiglia di vino e la pose sul tavolo.
“Domani potrete berne un po’... vi farà bene, vedrete...”
Veramente la bottiglia era destinata alla mamma della piccina appena nata. Ma come si fa, non si poteva lasciare la vecchia Carolina senza un goccio di vino buono.
Poi si tolse i guanti, si levò il cappotto e si accinse ad accendere la stufa. La legna era umidiccia e cominciò a far fumo. Dovette tribolare un po’, costringendosi a non fare le cose in fretta e facendo continuamente dei cenni di assenso alla Carolina, che andava avanti imperterrita a raccontare.
La signora Gina stava sulle spine. Finalmente, con l’aiuto di Dio, riuscì a districarsi, si alzò, salutò, promise di tornare appena possibile e uscì.
La nebbia, fuori, le parve ancora più fitta e il buio stava scendendo al galoppo.
All’angolo della strada c’era l’edicola e il giornale della sera portava titoli cubitali. Al vecchio Domenico sarebbe piaciuto poterlo leggere... Un attimo solo! Comperò il giornale e si propose di mettere dentro la testa (solo la testa!) da Domenico per consegnarglielo.
Ma sulla porta della macelleria, lì vicino, stava la signora Adele:
“Venga, signora Gina, solo un minuto, debbo darle una cosa....”
Come si fa a dire di no... era certo qualcosa che doveva servire ai suoi poveri.
“Guardi che bel pezzo di carne...domani è domenica, cosa dice? Può far comodo a qualcuno...”
Certo, certo, alla mamma di quella piccina appena nata servirà a meraviglia, in sostituzione della bottiglia di vino appena data alla Carolina...
Ma naturalmente anche la signora Adele aveva qualcosa da dire... Non si poteva correre via come un ladro! Così la signora Gina perse un altro po’ di tempo.
La casa di Domenico era proprio lì a due passi. Mise dentro la testa e tese il giornale.
“Ecco le ultime notizie, Menico. Avrete da leggere per un po’”.
La gioia che gli lesse negli occhi la compensò del tempo perduto.
“Mi accenda la luce, signora Gina: di solito me la accende mia figlia, quando mi porta la cena, pane e latte, latte e pane, non c’è molto da divertirsi...E tanta grazia che c’è quello...sa, mia figlia fa fatica anche lei, poveretta. Intanto che aspetto leggo un po’....Mi piace leggere il giornale, sa...”
Il pezzo di carne in fondo alla borsa le pesava, ora, come fosse di piombo. Chiese mentalmente perdono a Dio se aveva cercato di tenerlo nascosto a Menico e lo trasse da sotto il corredino.
“Ecco, tenete. Domani potrete avere un buon brodo e un pezzo di lesso che deve essere una meraviglia..."
Così anche la carne se n’era andata, ma ora non avrebbe più avuto intoppi e avrebbe raggiunto la cascina. Temeva che il battesimo si facesse l’indomani e si sa come vanno le cose nelle case dei contadini con molti figli: all’ultimo momento, a far da madrina si manda la più alta delle sorelle...e lei...
Meglio non pensarci e camminare.
Ma alla periferia del paese c’era ancora la sosta alla segheria per ordinare la legna promessa alla vecchia Carolina. Ma avrebbe fatto presto, bastavano due parole.
In casa c’era il proprietario, il signor Zucchelli, un uomo di gran cuore, che cominciò a parlare degli acquisti che la povera gente faceva ai primi freddi.
”Una cosa che fa pena... un quintale, o anche meno, per volta... e a credito. Quando vedo che comprano col contagocce e sempre senza un centesimo, penso che ci sia ancora tanta miseria in giro. Anzi, se non disturbo troppo, vorrei sottoporle alcuni nomi. Conosco poco la gente di qui, ma se ci fosse veramente bisogno, darei volentieri una mano.”
Si poteva dire di no?
Così la signora Gina lo seguì nello studio e cominciò a far passare bollette su bollette. Lei parlava e lui scriveva “saldato”, “saldato”, “saldato”....
Alla signora Gina si apriva il cuore per la felicità e quasi dimenticò che fuori il buio stava scendendo.
Quando uscì i lampioni erano già accesi. La nebbia cadeva giù dall’alto con folate cattive.
La strada per andare alla cascina correva in mezzo ai campi, tra due rogge e non aveva illuminazione.
Era assurdo, ormai, tentare di raggiungerla.
Tristemente, col suo corredino rosa pieno di nastri e di fiocchi, fece ritorno a casa.
L’ indomani telefonò al parroco e chiese della piccina che le stava tanto a cuore.
“Non lo sa? L’abbiamo battezzata stamattina. L’han chiamata Ornella... Un bel nome, vero?”
La signora Gina restò senza parole, depose il telefono e sentì una gran voglia di piangere.
(Anno 1970)
L’anziana signora Gina Polgatti scese l’ultima rampa di scale del suo caseggiato e si fermò un attimo sul portone, prima di affrontare la nebbia spessa della strada.
Si tirò il pelo del cappotto fin sulla bocca e uscì. Aveva una borsa infilata al braccio e la teneva con molto riguardo . Sperava che suo marito non rientrasse proprio allora: poteva chiederle che cosa teneva in fondo alla borsa.
“E’ un gran buon uomo”, pensava la signora Gina”, peccato che non voglia ammettere che certa gente, per tirarsi un po’ su, abbia bisogno di quel suo vecchio vino robusto, a cui tiene tanto.”
Però, insieme alla bottiglia, quel giorno, aveva anche un corredino rosa che era un amore. E quello era piaciuto anche a suo marito. Tutti e due, infatti, avevano un gran cruccio: la loro casa era troppo vuota senza i figli che avevano desiderato e che non erano mai arrivati. Così, appena ne nasceva uno in una famiglia di povera gente, vi pensavano con un certo senso d’invidia e provavano piacere nel provvedere anche loro a qualcosa.
In quei giorni, appunto, era nata una bimbetta ; la signora Gina non sapeva bene se era la nona o la decima, in una casa di contadini, in una cascina fuori di mano. E quindi, anche se c’era quel nebbione tremendo, bisognava proprio andare, tanto più che la vecchia signora cullava in cuore una segreta speranza: che alla bambina mettessero il suo nome e le chiedessero di far da madrina.
Come le sarebbe piaciuto! A questo pensava camminando svelta sul ciglio erboso della strada.
I rari passanti che incontrava non potevano fare a meno di gridarle:
“Oh, signora Gina, anche oggi in giro? Stia attenta...!”
Aveva una gamba che, col freddo, le faceva male e zoppicava. Ma ci teneva a fare in fretta, perché voleva essere di ritorno prima che facesse buio completo. D’un tratto, però, si sovvenne che da qualche giorno non vedeva la vecchia Carolina. Forse si era messa a letto ed era sola... e chissà se aveva ancora legna per accendere la stufa. Pensò, quindi, di farvi una capatina, proprio il tempo di mettere dentro la testa per darle la buona sera.
Piegò nel vicolo, zoppicando ancora di più sull’acciottolato. L’abitazione di Carolina era costituita da una sola stanza. Bussò e spinse la porta. C’era così buio dentro che, a tutta prima, non vide nulla. Poi dal letto venne la voce della donna:
“O signora Gina, finalmente. .Sono qui sola e ho finito la legna...E pensare che ai miei tempi...”
“Povera me”, pensò la vecchia signora, “ se non la interrompo subito non riuscirò più ad arrivare alla cascina...”
Le spiaceva riconoscerlo, ma le pareva di peccare contro la carità, desiderando solo di far presto per andare a vedere quella piccina appena nata. Eppure era così, c’era poco da fingere. E allora, per castigarsi, portò la sedia accanto al letto e si preparò ad ascoltare con pazienza.
La Carolina si mise a parlare, ansimando, con frequenti colpi di tosse. Ripeteva cose che la signora Gina aveva già sentito decine di volte. Lei stava sulle spine, cercava di interromperla e intanto rabbrividiva: nella stanza la stufa era spenta e c’era solo un mucchietto di legna in un angolo.
“Ma qui avete freddo, aspettate che vi accendo il fuoco...”
“Oh, no, sotto le coperte sto bene... la legna mi servirà per domani...”
“Macché, ora ve lo accendo, poi passerò alla segheria e vi ordinerò un po’ di legna, non preoccupatevi...E poi, tenete....”
Trasse dal fondo della borsa la bottiglia di vino e la pose sul tavolo.
“Domani potrete berne un po’... vi farà bene, vedrete...”
Veramente la bottiglia era destinata alla mamma della piccina appena nata. Ma come si fa, non si poteva lasciare la vecchia Carolina senza un goccio di vino buono.
Poi si tolse i guanti, si levò il cappotto e si accinse ad accendere la stufa. La legna era umidiccia e cominciò a far fumo. Dovette tribolare un po’, costringendosi a non fare le cose in fretta e facendo continuamente dei cenni di assenso alla Carolina, che andava avanti imperterrita a raccontare.
La signora Gina stava sulle spine. Finalmente, con l’aiuto di Dio, riuscì a districarsi, si alzò, salutò, promise di tornare appena possibile e uscì.
La nebbia, fuori, le parve ancora più fitta e il buio stava scendendo al galoppo.
All’angolo della strada c’era l’edicola e il giornale della sera portava titoli cubitali. Al vecchio Domenico sarebbe piaciuto poterlo leggere... Un attimo solo! Comperò il giornale e si propose di mettere dentro la testa (solo la testa!) da Domenico per consegnarglielo.
Ma sulla porta della macelleria, lì vicino, stava la signora Adele:
“Venga, signora Gina, solo un minuto, debbo darle una cosa....”
Come si fa a dire di no... era certo qualcosa che doveva servire ai suoi poveri.
“Guardi che bel pezzo di carne...domani è domenica, cosa dice? Può far comodo a qualcuno...”
Certo, certo, alla mamma di quella piccina appena nata servirà a meraviglia, in sostituzione della bottiglia di vino appena data alla Carolina...
Ma naturalmente anche la signora Adele aveva qualcosa da dire... Non si poteva correre via come un ladro! Così la signora Gina perse un altro po’ di tempo.
La casa di Domenico era proprio lì a due passi. Mise dentro la testa e tese il giornale.
“Ecco le ultime notizie, Menico. Avrete da leggere per un po’”.
La gioia che gli lesse negli occhi la compensò del tempo perduto.
“Mi accenda la luce, signora Gina: di solito me la accende mia figlia, quando mi porta la cena, pane e latte, latte e pane, non c’è molto da divertirsi...E tanta grazia che c’è quello...sa, mia figlia fa fatica anche lei, poveretta. Intanto che aspetto leggo un po’....Mi piace leggere il giornale, sa...”
Il pezzo di carne in fondo alla borsa le pesava, ora, come fosse di piombo. Chiese mentalmente perdono a Dio se aveva cercato di tenerlo nascosto a Menico e lo trasse da sotto il corredino.
“Ecco, tenete. Domani potrete avere un buon brodo e un pezzo di lesso che deve essere una meraviglia..."
Così anche la carne se n’era andata, ma ora non avrebbe più avuto intoppi e avrebbe raggiunto la cascina. Temeva che il battesimo si facesse l’indomani e si sa come vanno le cose nelle case dei contadini con molti figli: all’ultimo momento, a far da madrina si manda la più alta delle sorelle...e lei...
Meglio non pensarci e camminare.
Ma alla periferia del paese c’era ancora la sosta alla segheria per ordinare la legna promessa alla vecchia Carolina. Ma avrebbe fatto presto, bastavano due parole.
In casa c’era il proprietario, il signor Zucchelli, un uomo di gran cuore, che cominciò a parlare degli acquisti che la povera gente faceva ai primi freddi.
”Una cosa che fa pena... un quintale, o anche meno, per volta... e a credito. Quando vedo che comprano col contagocce e sempre senza un centesimo, penso che ci sia ancora tanta miseria in giro. Anzi, se non disturbo troppo, vorrei sottoporle alcuni nomi. Conosco poco la gente di qui, ma se ci fosse veramente bisogno, darei volentieri una mano.”
Si poteva dire di no?
Così la signora Gina lo seguì nello studio e cominciò a far passare bollette su bollette. Lei parlava e lui scriveva “saldato”, “saldato”, “saldato”....
Alla signora Gina si apriva il cuore per la felicità e quasi dimenticò che fuori il buio stava scendendo.
Quando uscì i lampioni erano già accesi. La nebbia cadeva giù dall’alto con folate cattive.
La strada per andare alla cascina correva in mezzo ai campi, tra due rogge e non aveva illuminazione.
Era assurdo, ormai, tentare di raggiungerla.
Tristemente, col suo corredino rosa pieno di nastri e di fiocchi, fece ritorno a casa.
L’ indomani telefonò al parroco e chiese della piccina che le stava tanto a cuore.
“Non lo sa? L’abbiamo battezzata stamattina. L’han chiamata Ornella... Un bel nome, vero?”
La signora Gina restò senza parole, depose il telefono e sentì una gran voglia di piangere.
domenica 27 gennaio 2008
LA SIGNORA GINA
LA SIGNORA GINA
(Anno 1973)
La signora Gina Polgatti, da decenni, rappresentava in Parrocchia la San Vincenzo.
Era la carità fatta persona: è stata la benefattrice dei poveri, la consolatrice degli afflitti, ha incoraggiato, e non solo a parole, chiunque avesse dei problemi o delle difficoltà da superare.
Ha avuto in tasca per anni e anni le caramelle per i bambini, i “toscani” per i vecchietti del Ricovero, il biglietto da mille per chi era solo e anziano e si sarebbe magari consolato con un buon bicchiere al bar.
Mancava un letto a qualche immigrato, a qualche famiglia numerosa era nato un altro figlio?
Si andava dalla signora Gina: lei sapeva dove trovare il necessario.
Occorreva un cappotto pesante per mandare un ragazzo al lavoro, oppure un mantello per il nonno, o un abitino per la prima comunione, o il velo per un battesimo? La signora Gina apriva un armadio e lì c’era tutto.
Qualcuno non aveva più riso, o pasta, o mancava dell’olio o del burro per cucinare? Ci pensava lei, molto spesso provvedendo di tasca sua, oppure consegnando il tanto atteso “Buono” della San Vincenzo.
Aveva spesso anche la bottiglia di vino buono nascosta in fondo alla borsa: il marito di quel vino era geloso, ma in certi casi, secondo la signora Gina, esso era proprio necessario.
Nasceva un bambino? Eccola pronta col corredino nuovo.
Stava male qualcuno? Lei correva subito a dare una mano.
Portavano una mamma all’ospedale? Per i bambini e per la casa si dava subito da fare lei, la signora Gina.
Tutti i ragazzini di Pandino le volevano bene come se fosse stata la nonna di tutti. Era felice quando poteva dire:
“Io non ho figli, ma ieri, a San Rocco, avevo trenta bambini a fare merenda”.
Ispirava fiducia a chiunque e non si stancava mai di bussare alla porta dei consueti benefattori per chiedere l’offerta mensile.
Una donna eccezionale, semplice semplice, ingenua come un fanciullo, con un viso ridente anche quando aveva gli occhi pieni di lacrime per la commozione. Una di quelle donne che una comunità non riesce a dimenticare.
(Anno 1973)
La signora Gina Polgatti, da decenni, rappresentava in Parrocchia la San Vincenzo.
Era la carità fatta persona: è stata la benefattrice dei poveri, la consolatrice degli afflitti, ha incoraggiato, e non solo a parole, chiunque avesse dei problemi o delle difficoltà da superare.
Ha avuto in tasca per anni e anni le caramelle per i bambini, i “toscani” per i vecchietti del Ricovero, il biglietto da mille per chi era solo e anziano e si sarebbe magari consolato con un buon bicchiere al bar.
Mancava un letto a qualche immigrato, a qualche famiglia numerosa era nato un altro figlio?
Si andava dalla signora Gina: lei sapeva dove trovare il necessario.
Occorreva un cappotto pesante per mandare un ragazzo al lavoro, oppure un mantello per il nonno, o un abitino per la prima comunione, o il velo per un battesimo? La signora Gina apriva un armadio e lì c’era tutto.
Qualcuno non aveva più riso, o pasta, o mancava dell’olio o del burro per cucinare? Ci pensava lei, molto spesso provvedendo di tasca sua, oppure consegnando il tanto atteso “Buono” della San Vincenzo.
Aveva spesso anche la bottiglia di vino buono nascosta in fondo alla borsa: il marito di quel vino era geloso, ma in certi casi, secondo la signora Gina, esso era proprio necessario.
Nasceva un bambino? Eccola pronta col corredino nuovo.
Stava male qualcuno? Lei correva subito a dare una mano.
Portavano una mamma all’ospedale? Per i bambini e per la casa si dava subito da fare lei, la signora Gina.
Tutti i ragazzini di Pandino le volevano bene come se fosse stata la nonna di tutti. Era felice quando poteva dire:
“Io non ho figli, ma ieri, a San Rocco, avevo trenta bambini a fare merenda”.
Ispirava fiducia a chiunque e non si stancava mai di bussare alla porta dei consueti benefattori per chiedere l’offerta mensile.
Una donna eccezionale, semplice semplice, ingenua come un fanciullo, con un viso ridente anche quando aveva gli occhi pieni di lacrime per la commozione. Una di quelle donne che una comunità non riesce a dimenticare.
GIANNI E PIERO, PANDINESI IN ... MISSIONE!
GIANNI E PIERO, PANDINESI IN...MISSIONE!
(Anno 1997)
Chi l’avrebbe detto!
Gianni Bertazzoli, non certo un uomo con la vocazione...missionaria, e Pierino Tonelli, un piccolo commerciante dalla vita pacifica, si sono innamorati dell’Africa Equatoriale.
Chi sono i nostri amici?
A Pandino sarebbe forse inutile descriverli. Tutti, credo, li conoscono: robusti, più che cinquantenni, con tanto di...pancetta sporgente e una calvizie prematura incoronata da pochi capelli già bianchi..
Il primo, mio vicino di casa, ai tempi dei tempi, quando i miei figli erano bambini, veniva da loro chiamato “il biondo delle gomme”. Faceva, infatti, il gommista come suo padre e i capelli, allora, tendevano al biondo.
Ora, da buon pensionato, insegna l’arte ai due figli, Pierangelo e Lorenzo ed egli sovrintende, dà consigli, tratta allegramente coi clienti, li intrattiene, ama scherzare.
Una volta amava anche cantare. Era un piacere ascoltarlo, al mattino presto, appena apriva il cancello del suo capannone.
Attualmente è anche Presidente della Pro - loco pandinese e inventa di continuo feste ed incontri.
Pierino Tonelli , “il bambino che crebbe in un Santuario”, lo conosco da quando aveva sei anni: piccolo, biondo, un po’ solitario. Abitava alla cascina Tomasone, dove poi, quasi mezzo secolo più tardi, vennero scoperti sotto gli intonaci dei vecchi muri della casa, preziosi affreschi del ‘400, appartenenti all’antico Santuario che sorgeva sul posto.
Ora quel bambino è cresciuto e, come ho detto, ha messo su pancia. Ha aperto un negozietto, tipo supermercato familiare e fa il commerciante. Collabora con Gianni Bertazzoli ed è vice presidente della Pro - loco.
Che in due uomini così potesse nascere questa specie di “vocazione”, nessuno l’avrebbe mai pensato.
Eppure...
E’ successo a ferragosto del 1997.
Un giorno un cliente di Gianni, residente a Paullo, va da lui a comperare le gomme per un trattore. Chiede un prezzo speciale, poiché si tratta di un’opera di beneficienza. E poi dice:
“Ora servirebbe qualcuno che le monti queste gomme.”
E Gianni, subito:
” Posso farlo io. Dov’è il trattore?”
Risponde il cliente:
“Sul Lago Vittoria, in Tanzania, al confine col Kenya: aereo fino a Nairobi e 800 chilometri in fuoristrada nella foresta equatoriale.”
Gianni, dopo un primo sbalordimento, ci fa un pensierino e ne parla all’amico Piero:
“Tu ci verresti?”
“Io sì”, risponde Piero.
Così combinano. C’è un bel po’ da fare prima: vaccinazioni, documenti, cambio di moneta, piccoli oggetti da portare con sé per distribuirli, dolcetti per i bambini e così via.
Quando arrivano le feste dei Morti, dopo aver sistemato tutto in famiglia e sul lavoro, i due amici partono: aereo fino a Nairobi, poi la jeep per 800 chilometri, un po’ su strada, un po’ su sentieri impraticabili nella foresta equatoriale.
In un ambiente tutto verde e azzurro, bello a vedersi, popolato da gridi d’uccelli e da animali selvaggi, con tanto tanto caldo, i nostri due amici incontrano un Missionario bergamasco, Padre Giuseppe, Passionista, in Tanzania da più di trent’anni. Qui egli è a casa sua, completamente inserito, come se qui fosse nato e non nelle fresche vallate bergamasche.
I villaggi sparsi qua e là hanno solo capanne di fango. I bambini sbucano da tutte le parti, vivacissimi e ridenti per far festa ai due uomini bianchi appena arrivati.
Pierino, prima di partire, ha prelevato dal suo negozio caramelle e Baci Perugina. Ora ne riempie le mani tese dei piccoli e organizza persino dei giochi e delle gare e li distribuisce in premio.
Poi Gianni e Piero cominciano ad esplorare quel mondo così nuovo e diverso: scoprono una vegetazione stupenda, piccole capanne fatte di fango e di foglie, dove bisogna chinarsi fin quasi a terra per entrare, vedono bambini di pochi anni che già maneggiano in modo esperto il machete e uccidono, senza timore, grossi serpenti avvinghiati agli alberi.
La gente è cordiale e ospitale, tutti vorrebbero avere l’onore di accogliere e toccare i due uomini bianchi.
I due amici visitano anche le scuole: capannoni senza pareti, col solo tetto sostenuto da pali e coperto di rami. Le ha costruite tutte Padre Giuseppe nei posti più sperduti, vicino ai villaggi. Sono ben 53 e sono piene di bambini con maestri improvvisati.
In una di queste scuole non arriva ancora l’acqua potabile: i tubi, appena inviati da un benefattore di Dalmine, ci sono ; c’è anche il piccolo acquedotto che il Padre ha scavato. Occorre un volonteroso che faccia le misure, che scavi, che saldi i tubi e applichi i rubinetti e così via.
Gianni si offre, ha una certa pratica, sa fare un po’ di tutto. Pierino collabora.
E l’acqua arriva nella scuola con grande festa di tutti!
Poi il periodo di “missione” finisce. E’ ora di tornare.
Mi confessa Gianni:
“Mentre il fuoristrada mi portava a Nairobi e dopo, quando dall’aereo vedevo l’Africa sparire, dicevo tra me: - Troppa miseria, troppa ignoranza, non è vita quella. Basta, io non ci torno più.- Avevo un groppo in gola, ero demoralizzato e infastidito.”
Ma appena a casa, parlandone con gli amici, quel senso di disagio si attenua.
“Durante le ferie natalizie” dice, “mi son trovato qui a bighellonare, ad annoiarmi, senza aver nulla da fare. Ho detto a Piero: - E pensare che là ci sarebbe tanto lavoro! Cosa dici?- E Piero mi ha risposto: -Penso che dobbiamo tornarci, non credi?-“
Nello sfogliare le fotografie fatte laggiù, Gianni commenta:
“Guardi, per bere filtrano l’acqua delle pozzanghere. E noi mandiamo le sonde su Marte! L’altro giorno alla riunione degli artigiani, in città, ci hanno spiegato che ora nei nostri negozi, nelle nostre officine verrà tutto computerizzato! E là non vanno a scuola perché ci sarebbero chilometri e chilometri da percorrere in mezzo alle foreste, e non ci sono strade, e se la stagione delle piogge ritarda o anticipa, neppure i fagioli nascono più e loro non sanno cosa mangiare!”
Conclusione: Gianni e Piero ripartiranno. Si organizzeranno meglio, porteranno più roba, si fermeranno di più. E chissà che non ci sia qualcun altro che chieda di partire con loro! Gianni, nel frattempo, ha pensato, (immaginate un po’ ) , di fare una raccolta di occhiali da vista. Laggiù, ha detto il missionario, c’è tanta gente che ne ha bisogno. Egli conosce alcuni rappresentanti e da loro si fa consegnare i campionari con gli occhiali passati di moda. Faranno il loro servizio splendidamente !
E bravi amici! La vita è proprio sempre piena di sorprese.
(Anno 1997)
Chi l’avrebbe detto!
Gianni Bertazzoli, non certo un uomo con la vocazione...missionaria, e Pierino Tonelli, un piccolo commerciante dalla vita pacifica, si sono innamorati dell’Africa Equatoriale.
Chi sono i nostri amici?
A Pandino sarebbe forse inutile descriverli. Tutti, credo, li conoscono: robusti, più che cinquantenni, con tanto di...pancetta sporgente e una calvizie prematura incoronata da pochi capelli già bianchi..
Il primo, mio vicino di casa, ai tempi dei tempi, quando i miei figli erano bambini, veniva da loro chiamato “il biondo delle gomme”. Faceva, infatti, il gommista come suo padre e i capelli, allora, tendevano al biondo.
Ora, da buon pensionato, insegna l’arte ai due figli, Pierangelo e Lorenzo ed egli sovrintende, dà consigli, tratta allegramente coi clienti, li intrattiene, ama scherzare.
Una volta amava anche cantare. Era un piacere ascoltarlo, al mattino presto, appena apriva il cancello del suo capannone.
Attualmente è anche Presidente della Pro - loco pandinese e inventa di continuo feste ed incontri.
Pierino Tonelli , “il bambino che crebbe in un Santuario”, lo conosco da quando aveva sei anni: piccolo, biondo, un po’ solitario. Abitava alla cascina Tomasone, dove poi, quasi mezzo secolo più tardi, vennero scoperti sotto gli intonaci dei vecchi muri della casa, preziosi affreschi del ‘400, appartenenti all’antico Santuario che sorgeva sul posto.
Ora quel bambino è cresciuto e, come ho detto, ha messo su pancia. Ha aperto un negozietto, tipo supermercato familiare e fa il commerciante. Collabora con Gianni Bertazzoli ed è vice presidente della Pro - loco.
Che in due uomini così potesse nascere questa specie di “vocazione”, nessuno l’avrebbe mai pensato.
Eppure...
E’ successo a ferragosto del 1997.
Un giorno un cliente di Gianni, residente a Paullo, va da lui a comperare le gomme per un trattore. Chiede un prezzo speciale, poiché si tratta di un’opera di beneficienza. E poi dice:
“Ora servirebbe qualcuno che le monti queste gomme.”
E Gianni, subito:
” Posso farlo io. Dov’è il trattore?”
Risponde il cliente:
“Sul Lago Vittoria, in Tanzania, al confine col Kenya: aereo fino a Nairobi e 800 chilometri in fuoristrada nella foresta equatoriale.”
Gianni, dopo un primo sbalordimento, ci fa un pensierino e ne parla all’amico Piero:
“Tu ci verresti?”
“Io sì”, risponde Piero.
Così combinano. C’è un bel po’ da fare prima: vaccinazioni, documenti, cambio di moneta, piccoli oggetti da portare con sé per distribuirli, dolcetti per i bambini e così via.
Quando arrivano le feste dei Morti, dopo aver sistemato tutto in famiglia e sul lavoro, i due amici partono: aereo fino a Nairobi, poi la jeep per 800 chilometri, un po’ su strada, un po’ su sentieri impraticabili nella foresta equatoriale.
In un ambiente tutto verde e azzurro, bello a vedersi, popolato da gridi d’uccelli e da animali selvaggi, con tanto tanto caldo, i nostri due amici incontrano un Missionario bergamasco, Padre Giuseppe, Passionista, in Tanzania da più di trent’anni. Qui egli è a casa sua, completamente inserito, come se qui fosse nato e non nelle fresche vallate bergamasche.
I villaggi sparsi qua e là hanno solo capanne di fango. I bambini sbucano da tutte le parti, vivacissimi e ridenti per far festa ai due uomini bianchi appena arrivati.
Pierino, prima di partire, ha prelevato dal suo negozio caramelle e Baci Perugina. Ora ne riempie le mani tese dei piccoli e organizza persino dei giochi e delle gare e li distribuisce in premio.
Poi Gianni e Piero cominciano ad esplorare quel mondo così nuovo e diverso: scoprono una vegetazione stupenda, piccole capanne fatte di fango e di foglie, dove bisogna chinarsi fin quasi a terra per entrare, vedono bambini di pochi anni che già maneggiano in modo esperto il machete e uccidono, senza timore, grossi serpenti avvinghiati agli alberi.
La gente è cordiale e ospitale, tutti vorrebbero avere l’onore di accogliere e toccare i due uomini bianchi.
I due amici visitano anche le scuole: capannoni senza pareti, col solo tetto sostenuto da pali e coperto di rami. Le ha costruite tutte Padre Giuseppe nei posti più sperduti, vicino ai villaggi. Sono ben 53 e sono piene di bambini con maestri improvvisati.
In una di queste scuole non arriva ancora l’acqua potabile: i tubi, appena inviati da un benefattore di Dalmine, ci sono ; c’è anche il piccolo acquedotto che il Padre ha scavato. Occorre un volonteroso che faccia le misure, che scavi, che saldi i tubi e applichi i rubinetti e così via.
Gianni si offre, ha una certa pratica, sa fare un po’ di tutto. Pierino collabora.
E l’acqua arriva nella scuola con grande festa di tutti!
Poi il periodo di “missione” finisce. E’ ora di tornare.
Mi confessa Gianni:
“Mentre il fuoristrada mi portava a Nairobi e dopo, quando dall’aereo vedevo l’Africa sparire, dicevo tra me: - Troppa miseria, troppa ignoranza, non è vita quella. Basta, io non ci torno più.- Avevo un groppo in gola, ero demoralizzato e infastidito.”
Ma appena a casa, parlandone con gli amici, quel senso di disagio si attenua.
“Durante le ferie natalizie” dice, “mi son trovato qui a bighellonare, ad annoiarmi, senza aver nulla da fare. Ho detto a Piero: - E pensare che là ci sarebbe tanto lavoro! Cosa dici?- E Piero mi ha risposto: -Penso che dobbiamo tornarci, non credi?-“
Nello sfogliare le fotografie fatte laggiù, Gianni commenta:
“Guardi, per bere filtrano l’acqua delle pozzanghere. E noi mandiamo le sonde su Marte! L’altro giorno alla riunione degli artigiani, in città, ci hanno spiegato che ora nei nostri negozi, nelle nostre officine verrà tutto computerizzato! E là non vanno a scuola perché ci sarebbero chilometri e chilometri da percorrere in mezzo alle foreste, e non ci sono strade, e se la stagione delle piogge ritarda o anticipa, neppure i fagioli nascono più e loro non sanno cosa mangiare!”
Conclusione: Gianni e Piero ripartiranno. Si organizzeranno meglio, porteranno più roba, si fermeranno di più. E chissà che non ci sia qualcun altro che chieda di partire con loro! Gianni, nel frattempo, ha pensato, (immaginate un po’ ) , di fare una raccolta di occhiali da vista. Laggiù, ha detto il missionario, c’è tanta gente che ne ha bisogno. Egli conosce alcuni rappresentanti e da loro si fa consegnare i campionari con gli occhiali passati di moda. Faranno il loro servizio splendidamente !
E bravi amici! La vita è proprio sempre piena di sorprese.
RICORDO DI DON PEPPINO
RICORDO DI DON PEPPINO
(Anno 1983)
Rimettendo ordine tra alcune mie vecchie carte, mi son capitate tra le mani alcune note, che avevo steso, tanti anni fa, per incarico di don Peppino de Stefani, il Parroco che resse la nostra comunità per circa sei anni, dal 1954 all’inizio di gennaio del 1961.
Avevo scritto quelle note dietro sua richiesta per illustrare una iniziativa che egli aveva voluto chiamare la “Crociata della bontà”.
Tanti giovani di oggi, che a quell’epoca erano bambini e frequentavano la nostra scuola elementare, certamente se ne ricordano e, forse, ora ne sorrideranno compiaciuti. Fu, infatti, una iniziativa che coinvolse tutti, i genitori, i ragazzi e gli insegnanti.
Ho riletto quelle pagine prima con un senso di curiosità, poi con commozione.
La figura del nostro Parroco di allora mi è tornata davanti così viva, che alla fine mi son chiesta, con un esame di coscienza un po’ tardivo, se avevo sempre fatto, nei suoi riguardi, tutto il mio dovere, se non gli avevo talvolta negato, involontariamente, delle soddisfazioni che meritava, se avevo sempre cercato di essergli d’aiuto.
Durante la Crociata della bontà, però, gli fui accanto con entusiasmo.
Ricordo come fosse ora il giorno in cui mi telefonò in Direzione per chiedermi un colloquio e parlarmi della sua idea.
Venne in ufficio un po’ ansante, su per quelle due lunghe rampe di scale, e siccome gli dicevo che sarei andata io, con piacere, da lui, egli con quel suo fare umile e sorridente, mi rispose:
“Oh no, era mio dovere...”
Poi aggiunse che contava su di me, sui maestri, sulla scuola tutta perché la bella iniziativa riuscisse.
Mano a mano che parlava per spiegarmi le varie fasi della Crociata, spiava sul mio viso l’impressione che suscitava e quando s’accorse che mi stavo entusiasmando forse più di lui, divenne allegro come un bambino.
Credo che tra tutte le iniziative prese negli anni in cui rimase in mezzo a noi, questa sia stata quella che gli ha dato più soddisfazioni.
Mi pare bello, quindi, ricordarla a tutti coloro che l’hanno vissuta durante quella lontana quaresima. Non c’era bambino, in quei giorni, che non si fosse messo d’impegno.
A casa, a scuola, in chiesa, per la strada era tutto un fiorire di buone azioni, di ubbidienze, di gesti gentili.
Chi non ricorda la piazza invasa da centinaia e centinaia di bimbi, dai piccolissimi dell’asilo ai grandi delle medie, tutti col proprio palloncino variopinto legato al polso?
E che festa di colori quando quella miriade di palloncini prese il volo portando lontano il proprio messaggio d’amore.
Noi, forse, io per prima, non dicemmo al nostro Parroco grazie abbastanza, o glielo dicemmo male, o dimenticammo troppo presto il bene che ci aveva fatto nei sei anni di permanenza tra noi.
Sapemmo troppo tardi, è vero, della sua grave e strana malattia, per cui, come ci spiegò don Berta un anno dopo la sua morte, sulle colonne del “Qui Pandino”, egli aveva, a volte, delle crisi che lo coglievano per la strada, sul pulpito, durante la stessa celebrazione della Messa, creandogli quasi uno stato di ipnosi, di cui, spesso, egli neppure si accorgeva, tranne quando cadeva a terra addirittura privo di sensi. Ecco perché talvolta pareva dimentico di una promessa, non riconosceva un volto, non salutava un amico.
Povero don Peppino, quanto deve essergli costato il poco calore, la mancanza, talvolta, di collaborazione sincera, quanto deve aver sofferto nella solitudine in cui, qualche volta, fu lasciato.
Alle nuove generazioni, quelle che di don Peppino sentiranno parlare soltanto ora, vogliamo raccomandare di star vicini ai loro sacerdoti e di non commettere gli stessi errori che alcuni di noi, allora, senza saperlo, hanno commesso.
(Anno 1983)
Rimettendo ordine tra alcune mie vecchie carte, mi son capitate tra le mani alcune note, che avevo steso, tanti anni fa, per incarico di don Peppino de Stefani, il Parroco che resse la nostra comunità per circa sei anni, dal 1954 all’inizio di gennaio del 1961.
Avevo scritto quelle note dietro sua richiesta per illustrare una iniziativa che egli aveva voluto chiamare la “Crociata della bontà”.
Tanti giovani di oggi, che a quell’epoca erano bambini e frequentavano la nostra scuola elementare, certamente se ne ricordano e, forse, ora ne sorrideranno compiaciuti. Fu, infatti, una iniziativa che coinvolse tutti, i genitori, i ragazzi e gli insegnanti.
Ho riletto quelle pagine prima con un senso di curiosità, poi con commozione.
La figura del nostro Parroco di allora mi è tornata davanti così viva, che alla fine mi son chiesta, con un esame di coscienza un po’ tardivo, se avevo sempre fatto, nei suoi riguardi, tutto il mio dovere, se non gli avevo talvolta negato, involontariamente, delle soddisfazioni che meritava, se avevo sempre cercato di essergli d’aiuto.
Durante la Crociata della bontà, però, gli fui accanto con entusiasmo.
Ricordo come fosse ora il giorno in cui mi telefonò in Direzione per chiedermi un colloquio e parlarmi della sua idea.
Venne in ufficio un po’ ansante, su per quelle due lunghe rampe di scale, e siccome gli dicevo che sarei andata io, con piacere, da lui, egli con quel suo fare umile e sorridente, mi rispose:
“Oh no, era mio dovere...”
Poi aggiunse che contava su di me, sui maestri, sulla scuola tutta perché la bella iniziativa riuscisse.
Mano a mano che parlava per spiegarmi le varie fasi della Crociata, spiava sul mio viso l’impressione che suscitava e quando s’accorse che mi stavo entusiasmando forse più di lui, divenne allegro come un bambino.
Credo che tra tutte le iniziative prese negli anni in cui rimase in mezzo a noi, questa sia stata quella che gli ha dato più soddisfazioni.
Mi pare bello, quindi, ricordarla a tutti coloro che l’hanno vissuta durante quella lontana quaresima. Non c’era bambino, in quei giorni, che non si fosse messo d’impegno.
A casa, a scuola, in chiesa, per la strada era tutto un fiorire di buone azioni, di ubbidienze, di gesti gentili.
Chi non ricorda la piazza invasa da centinaia e centinaia di bimbi, dai piccolissimi dell’asilo ai grandi delle medie, tutti col proprio palloncino variopinto legato al polso?
E che festa di colori quando quella miriade di palloncini prese il volo portando lontano il proprio messaggio d’amore.
Noi, forse, io per prima, non dicemmo al nostro Parroco grazie abbastanza, o glielo dicemmo male, o dimenticammo troppo presto il bene che ci aveva fatto nei sei anni di permanenza tra noi.
Sapemmo troppo tardi, è vero, della sua grave e strana malattia, per cui, come ci spiegò don Berta un anno dopo la sua morte, sulle colonne del “Qui Pandino”, egli aveva, a volte, delle crisi che lo coglievano per la strada, sul pulpito, durante la stessa celebrazione della Messa, creandogli quasi uno stato di ipnosi, di cui, spesso, egli neppure si accorgeva, tranne quando cadeva a terra addirittura privo di sensi. Ecco perché talvolta pareva dimentico di una promessa, non riconosceva un volto, non salutava un amico.
Povero don Peppino, quanto deve essergli costato il poco calore, la mancanza, talvolta, di collaborazione sincera, quanto deve aver sofferto nella solitudine in cui, qualche volta, fu lasciato.
Alle nuove generazioni, quelle che di don Peppino sentiranno parlare soltanto ora, vogliamo raccomandare di star vicini ai loro sacerdoti e di non commettere gli stessi errori che alcuni di noi, allora, senza saperlo, hanno commesso.
SILVIA
SILVIA
(Anno I988)
L’avevo definita “la bambina del miracolo”, sopra un quotidiano locale, tre settimane sole prima che morisse.
Parlo di Silvia Ferla, la nipotina di Tino il sagrestano: una bella ragazzina bionda, sorridente, piena di vita.
E’ morta di leucemia nel gennaio del 1988.
La malattia si era manifestata, improvvisamente, alla fine della quarta elementare: sulle gambe della bambina la mamma aveva trovato alcune macchie, simili a “botte” così frequenti nei ragazzini che corrono e giocano tutto il giorno con frequenti cadute.
Silvia amava la bicicletta, c’era sempre sopra, in gara con tutti. E poi aveva appena partecipato ai “Giochi della gioventù” insieme ai compagni di classe ; si era impegnata nelle gare di corsa e quei segni sulle gambe potevano essere benissimo le tracce di qualche caduta.
Ma i primi controlli medici misero tutti in allarme. Il sospetto era che si trattasse di leucemia e della forma più pericolosa.
Da allora i ricoveri nell’ospedale San Gerardo di Monza, specializzato nella cura delle leucemie infantili, furono parecchi. Però la bambina reagiva bene. Un po’ per volta i ricoveri si distanziavano tra di loro, anche se, lo si sapeva, il decorso sarebbe stato lungo, lunghissimo, prima di poter dichiarare vinto il terribile male.
L’Ospedale San Gerardo era dotato di apparecchiature altamente specializzate, il gruppo dei medici del Reparto era tra i più preparati, la ricerca sulla malattia tra le più avanzate.
Silvia era senz’altro in buone mani.
Il papà della bambina, riconoscente per le attenzioni riservate alla figlia, aveva aderito al Comitato Maria Letizia Verga, fondato da un genitore che aveva perso la sua bimba a causa della leucemia.
Detto Comitato raccoglieva fondi con manifestazioni e iniziative varie e cercava di sensibilizzare la gente, affinché l’ospedale potesse acquistare macchinari sempre più perfezionati e istituisse borse di studio per giovani medici interessati all’argomento.
Così anche Pandino visse in quegli anni momenti di generosità: pesche di beneficenza, lotterie, spettacoli, raccolta di carta e di ferro, convegni, incontri. Presto, in paese, tutti sapemmo tutto, o quasi, sulla leucemia infantile.
E intanto Silvia migliorava, anche se la terapia le aveva fatto perdere i bei capelli biondi di cui era andata fiera: la si vedeva a scuola, o in giro per il paese col fularino in testa, ma sempre sorridente e vivace.
Tappa dopo tappa, passo dopo passo, Silvia aveva superato ogni prova. Erano passati cinque anni, i medici la chiamavano “la bambina del miracolo”. Ancora pochi mesi, ancora un ultimo controllo, poi Silvia sarebbe stata definitivamente dichiarata guarita. E ciò dava speranza a molti: la leucemia si poteva vincere!
Ma verso il natale del 1987, improvvisamente, senza un motivo apparente, ecco ripresentarsi le terribili macchie sul corpo della ragazzina, ecco di nuovo le piccole emorragie, segno che la malattia stava tornando.
Di nuovo corsa all’ospedale di Monza, di nuovo cameretta sterile, flebo, iniezioni: i genitori e i nonni si disperano. Ma lei, Silvia, quasi ci scherza sopra, fa coraggio a chi le sta vicino giorno e notte.
“E’ capitato altre volte...vedrete, tra poco passerà...”
E invece no. Per l’Epifania Silvia si aggrava sempre più e poco dopo muore.
E’ il 9 gennaio 1988.
Un vero dramma per tutto il paese, per la famiglia, per i compagni di scuola, per i ragazzi dell’oratorio.
La malattia di Silvia era stata vissuta da tutti, tra timori e speranze. La sua guarigione avrebbe dato sicurezza a tanti altri bambini che stavano combattendo la stessa battaglia, e avrebbe ridato ai medici l’entusiasmo per continuare tenacemente nella ricerca.
Invece...
A distanza di dieci anni il nome di Silvia Ferla è ancora vivo in paese, la sua storia viene ogni volta raccontata, gli aiuti al Comitato Maria Letizia Verga continuano ad affluire. Ogni anno si “corre per la vita” e tutto il paese, nel nome di Silvia, si mette a camminare per strade e viottoli ; ognuno è felice di trovarsi a fianco dell’altro per contribuire, con questo trionfo primaverile, a far sì che la storia di Silvia non si ripeta, che, d’ora in poi, abbia un finale diverso.
E quando si vede passare per le nostre strade quella marea di gente multicolore, con ragazzi ed adulti, coi bambini più piccoli issati sulle spalle dei padri, con giovani madri che spingono carrozzelle, persino coi cagnolini di casa, con tanto di numero allacciato sul dorso, avendo anch’essi pagato la quota d’iscrizione, ebbene, pare proprio che Silvia sia ancora lì, in mezzo a loro, a correre con loro con quel suo sorriso schietto e con la sua grande voglia di vivere.
Ricordando Silvia desidero rivolgere un pensiero anche a tutti coloro, bambini o ragazzi, che hanno perso la vita per gravi malattie in questi ultimi anni a Pandino . Tutti hanno lasciato un segno nella nostra vita di comunità e resteranno per sempre nei nostri cuori.
(Anno I988)
L’avevo definita “la bambina del miracolo”, sopra un quotidiano locale, tre settimane sole prima che morisse.
Parlo di Silvia Ferla, la nipotina di Tino il sagrestano: una bella ragazzina bionda, sorridente, piena di vita.
E’ morta di leucemia nel gennaio del 1988.
La malattia si era manifestata, improvvisamente, alla fine della quarta elementare: sulle gambe della bambina la mamma aveva trovato alcune macchie, simili a “botte” così frequenti nei ragazzini che corrono e giocano tutto il giorno con frequenti cadute.
Silvia amava la bicicletta, c’era sempre sopra, in gara con tutti. E poi aveva appena partecipato ai “Giochi della gioventù” insieme ai compagni di classe ; si era impegnata nelle gare di corsa e quei segni sulle gambe potevano essere benissimo le tracce di qualche caduta.
Ma i primi controlli medici misero tutti in allarme. Il sospetto era che si trattasse di leucemia e della forma più pericolosa.
Da allora i ricoveri nell’ospedale San Gerardo di Monza, specializzato nella cura delle leucemie infantili, furono parecchi. Però la bambina reagiva bene. Un po’ per volta i ricoveri si distanziavano tra di loro, anche se, lo si sapeva, il decorso sarebbe stato lungo, lunghissimo, prima di poter dichiarare vinto il terribile male.
L’Ospedale San Gerardo era dotato di apparecchiature altamente specializzate, il gruppo dei medici del Reparto era tra i più preparati, la ricerca sulla malattia tra le più avanzate.
Silvia era senz’altro in buone mani.
Il papà della bambina, riconoscente per le attenzioni riservate alla figlia, aveva aderito al Comitato Maria Letizia Verga, fondato da un genitore che aveva perso la sua bimba a causa della leucemia.
Detto Comitato raccoglieva fondi con manifestazioni e iniziative varie e cercava di sensibilizzare la gente, affinché l’ospedale potesse acquistare macchinari sempre più perfezionati e istituisse borse di studio per giovani medici interessati all’argomento.
Così anche Pandino visse in quegli anni momenti di generosità: pesche di beneficenza, lotterie, spettacoli, raccolta di carta e di ferro, convegni, incontri. Presto, in paese, tutti sapemmo tutto, o quasi, sulla leucemia infantile.
E intanto Silvia migliorava, anche se la terapia le aveva fatto perdere i bei capelli biondi di cui era andata fiera: la si vedeva a scuola, o in giro per il paese col fularino in testa, ma sempre sorridente e vivace.
Tappa dopo tappa, passo dopo passo, Silvia aveva superato ogni prova. Erano passati cinque anni, i medici la chiamavano “la bambina del miracolo”. Ancora pochi mesi, ancora un ultimo controllo, poi Silvia sarebbe stata definitivamente dichiarata guarita. E ciò dava speranza a molti: la leucemia si poteva vincere!
Ma verso il natale del 1987, improvvisamente, senza un motivo apparente, ecco ripresentarsi le terribili macchie sul corpo della ragazzina, ecco di nuovo le piccole emorragie, segno che la malattia stava tornando.
Di nuovo corsa all’ospedale di Monza, di nuovo cameretta sterile, flebo, iniezioni: i genitori e i nonni si disperano. Ma lei, Silvia, quasi ci scherza sopra, fa coraggio a chi le sta vicino giorno e notte.
“E’ capitato altre volte...vedrete, tra poco passerà...”
E invece no. Per l’Epifania Silvia si aggrava sempre più e poco dopo muore.
E’ il 9 gennaio 1988.
Un vero dramma per tutto il paese, per la famiglia, per i compagni di scuola, per i ragazzi dell’oratorio.
La malattia di Silvia era stata vissuta da tutti, tra timori e speranze. La sua guarigione avrebbe dato sicurezza a tanti altri bambini che stavano combattendo la stessa battaglia, e avrebbe ridato ai medici l’entusiasmo per continuare tenacemente nella ricerca.
Invece...
A distanza di dieci anni il nome di Silvia Ferla è ancora vivo in paese, la sua storia viene ogni volta raccontata, gli aiuti al Comitato Maria Letizia Verga continuano ad affluire. Ogni anno si “corre per la vita” e tutto il paese, nel nome di Silvia, si mette a camminare per strade e viottoli ; ognuno è felice di trovarsi a fianco dell’altro per contribuire, con questo trionfo primaverile, a far sì che la storia di Silvia non si ripeta, che, d’ora in poi, abbia un finale diverso.
E quando si vede passare per le nostre strade quella marea di gente multicolore, con ragazzi ed adulti, coi bambini più piccoli issati sulle spalle dei padri, con giovani madri che spingono carrozzelle, persino coi cagnolini di casa, con tanto di numero allacciato sul dorso, avendo anch’essi pagato la quota d’iscrizione, ebbene, pare proprio che Silvia sia ancora lì, in mezzo a loro, a correre con loro con quel suo sorriso schietto e con la sua grande voglia di vivere.
Ricordando Silvia desidero rivolgere un pensiero anche a tutti coloro, bambini o ragazzi, che hanno perso la vita per gravi malattie in questi ultimi anni a Pandino . Tutti hanno lasciato un segno nella nostra vita di comunità e resteranno per sempre nei nostri cuori.
GABRIELLA, O DELL'AMICIZIA
GABRIELLA, O DELL’AMICIZIA
(Anno 1998)
La domenica sera, uscendo dalla chiesa, dopo la “Vespertina”, incontro spesso tra la folla il volto sorridente di Gabriella. Lo incontro da anni, (dieci? venti?), e mi par sempre lo stesso, come se il tempo, per lei, si fosse fermato.
E’ un viso tutto speciale, molto dolce, con un sorriso che sembra non finire mai, in una giovane donna tutta linda, elegante e gentile. In certe domeniche, fino a qualche tempo fa, vedevo, quasi appesa al suo braccio, la Mariuccia, un’amica cieca dagli anni dell’infanzia.
Con lei Gabriella era venuta alla Messa, con lei era andata all’altare a fare la Comunione, con lei, dopo la Messa, si sarebbe recata sicuramente al cimitero a far visita alla povera Teresina, che era partita per l’aldilà col cruccio della figlia cieca lasciata sola.
Ora la Mariuccia non si vede più, non esce più di casa, il suo handicap l’ha resa scontrosa e solitaria. E allora è Gabriella che, dopo la messa, passa da lei e le fa compagnia.
A volte, ancora adesso, mi piace fermarmi a far due chiacchiere con Gabriella: è una fonte di notizie, conosce tutti, è sempre piena di premure .
Per lei la gente è sempre “tanto brava” e se poi è gente che soffre, come si fa a non darsi da fare per aiutarla? E lei l’ha sempre fatto e continua a farlo, con semplicità, sul lavoro, a casa, per la strada.
Ne parla come se tutto ciò sia cosa da nulla, cose che tutti fanno anche se non lo dicono.
“Cosa vuole che sia” mi chiede sorridendo” dar la mano a un’amica? Per esempio alla Mariuccia, una compagna d’infanzia. Le voglio bene, ecco.”
E questo anche se la Mariuccia, dopo la morte della madre, si è chiusa in se stessa ed è diventata scontrosa.
“Cosette da niente, per carità! Quando vado da lei le accendo la radio, una volta le piaceva molto la musica. Lo sa che aveva imparato a suonare il pianoforte? E poi le regolo la sveglia perché suoni le ore al tempo giusto, e le scaldo la cena che la sorella Giuseppina le porta ogni volta, già pronta, e parliamo un po’ insieme... Cosa vuole che sia? E’ una cosa che mi piace, non c’è proprio alcun merito a farlo. Non crede?”
E’ così convincente che quasi le credo.
E poi continua :
“Quel che faccio io per Mariuccia è proprio un niente. Sapesse cosa fa la Marile! E anche la Giuseppina...”
La Marile è la cognata, la Giuseppina la sorella .
“Loro sì che sono da ammirare ! Vanno da lei tutti i giorni, a turno, non la lasciano mai sola. Ed è una pena, perché lei, povera Mariuccia, adesso non parla quasi più, o meglio, parla soltanto da sola. Si è creata un suo mondo, completamente isolato dal resto della gente. E qualche volta, quando è nervosa, la gente la caccia anche di casa. La Marile fa tutto sorridendo, non si lamenta mai. E pensare che anche lei ha la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi problemi. Lei sì, meriterebbe un lungo articolo, non io, per carità... Io alla Mariuccia, voglio soltanto bene. Torno a dirle :-È forse un merito voler bene a un’amica ?-“
Ecco, questa è Gabriella Villa : un sorriso piacevole in mezzo alla gente, un cuore buono che crede gli altri sempre più buoni di lei.
(Anno 1998)
La domenica sera, uscendo dalla chiesa, dopo la “Vespertina”, incontro spesso tra la folla il volto sorridente di Gabriella. Lo incontro da anni, (dieci? venti?), e mi par sempre lo stesso, come se il tempo, per lei, si fosse fermato.
E’ un viso tutto speciale, molto dolce, con un sorriso che sembra non finire mai, in una giovane donna tutta linda, elegante e gentile. In certe domeniche, fino a qualche tempo fa, vedevo, quasi appesa al suo braccio, la Mariuccia, un’amica cieca dagli anni dell’infanzia.
Con lei Gabriella era venuta alla Messa, con lei era andata all’altare a fare la Comunione, con lei, dopo la Messa, si sarebbe recata sicuramente al cimitero a far visita alla povera Teresina, che era partita per l’aldilà col cruccio della figlia cieca lasciata sola.
Ora la Mariuccia non si vede più, non esce più di casa, il suo handicap l’ha resa scontrosa e solitaria. E allora è Gabriella che, dopo la messa, passa da lei e le fa compagnia.
A volte, ancora adesso, mi piace fermarmi a far due chiacchiere con Gabriella: è una fonte di notizie, conosce tutti, è sempre piena di premure .
Per lei la gente è sempre “tanto brava” e se poi è gente che soffre, come si fa a non darsi da fare per aiutarla? E lei l’ha sempre fatto e continua a farlo, con semplicità, sul lavoro, a casa, per la strada.
Ne parla come se tutto ciò sia cosa da nulla, cose che tutti fanno anche se non lo dicono.
“Cosa vuole che sia” mi chiede sorridendo” dar la mano a un’amica? Per esempio alla Mariuccia, una compagna d’infanzia. Le voglio bene, ecco.”
E questo anche se la Mariuccia, dopo la morte della madre, si è chiusa in se stessa ed è diventata scontrosa.
“Cosette da niente, per carità! Quando vado da lei le accendo la radio, una volta le piaceva molto la musica. Lo sa che aveva imparato a suonare il pianoforte? E poi le regolo la sveglia perché suoni le ore al tempo giusto, e le scaldo la cena che la sorella Giuseppina le porta ogni volta, già pronta, e parliamo un po’ insieme... Cosa vuole che sia? E’ una cosa che mi piace, non c’è proprio alcun merito a farlo. Non crede?”
E’ così convincente che quasi le credo.
E poi continua :
“Quel che faccio io per Mariuccia è proprio un niente. Sapesse cosa fa la Marile! E anche la Giuseppina...”
La Marile è la cognata, la Giuseppina la sorella .
“Loro sì che sono da ammirare ! Vanno da lei tutti i giorni, a turno, non la lasciano mai sola. Ed è una pena, perché lei, povera Mariuccia, adesso non parla quasi più, o meglio, parla soltanto da sola. Si è creata un suo mondo, completamente isolato dal resto della gente. E qualche volta, quando è nervosa, la gente la caccia anche di casa. La Marile fa tutto sorridendo, non si lamenta mai. E pensare che anche lei ha la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi problemi. Lei sì, meriterebbe un lungo articolo, non io, per carità... Io alla Mariuccia, voglio soltanto bene. Torno a dirle :-È forse un merito voler bene a un’amica ?-“
Ecco, questa è Gabriella Villa : un sorriso piacevole in mezzo alla gente, un cuore buono che crede gli altri sempre più buoni di lei.
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