UN GIORNO TRISTE PER PANDINO
(Anno 1969)
Era una splendida giornata di maggio del 1969. Pareva che nulla potesse turbarne la serenità.
E, invece, nel giro di poche ore, due drammi.
Nel primo pomeriggio si sparse la voce che la professoressa Barbara Spinelli, apprezzata insegnante di francese nella nostra Scuola Media, si era sentita male , in casa, mentre stava riassettando la cucina dopo il pranzo. Il malore era apparso subito molto grave, tanto da dare poche speranze di vita. Morirà, infatti, nel giro di poche ore.
La signora Barbara era una donna bella e intelligente, saggia e serena, dal tratto aristocratico e svolgeva il suo lavoro di insegnante con molto scrupolo. A scuola era un punto di riferimento per tutti i colleghi ed era molto amata dai suoi giovani studenti. Ricordo le lacrime sconsolate di mia figlia Simonetta e delle sue compagne di classe alla triste notizia.
L’eco del grave fatto si era appena diffusa, quando la voce di un altro avvenimento, altrettanto grave, cominciò a circolare.
Dalla parte opposta del paese, in via Garibaldi, era morto improvvisamente Enzo Vaini.
Egli aveva diretto per anni, insieme alla moglie, il nostro ufficio postale quando esso era ancora piccolo piccolo, in Via Umberto, a fianco del botteghino delle signore Stroppa, e dove, se si entrava verso il mezzodì, si potevano gustare tutti i profumi provenienti dalla cucina, che si trovava nella stanza accanto.
Il signor Vaini era stato, insieme alla moglie, di cui ho un ricordo carissimo, uno dei primi amici che avevo trovato a Pandino. Ma di chi non era amico il signor Vaini ?
Tutti quelli che passavano dal suo ufficio erano subito conquistati dalla sua giovialità, nello stesso tempo signorile e alla mano. Egli aveva sempre per tutti un sorriso, una battuta, un saluto particolare, che si manifestava in un gesto ampio e caratteristico, tutto suo. Era un uomo tranquillo, tutto casa e lavoro. Negli ultimi tempi era felice anche per la nascita della nipotina, per la bella casa che era riuscito a costruirsi, per il giardino che curava ogni giorno, personalmente.
Ammiravo sempre il suo prato davanti a casa, così ben tenuto.
E’ stato proprio in quel prato che si è sentito male. Aveva appena avuto notizia del grave malore che aveva colpito la signora Barbara .
Pensava a lei, certo, mentre rastrellava il suo giardino : pensava a lei come facemmo tutti in quel tristissimo pomeriggio. E certo anch’egli ne soffriva.
Non sapeva che l’avrebbe preceduta , anche se di poche ore soltanto, là dove non si soffre più.
Mi piace pensare , anzi, che l’abbia attesa nell’aldilà, col suo sorriso sereno e accattivante, così come aveva fatto per tanti anni, alla fine di ogni mese, dietro lo sportello del suo ufficio, per pagarle lo stipendio.
Quel giorno, lo stipendio, quello definitivo , l’unico che sia veramente importante, Enzo Vaini, insieme a Barbara Spinelli, l’avrà certo ricevuto dal Sommo Padrone, che gli avrà detto :
“Ti ho sempre visto gentile con gli umili, hai sempre sorriso al tuo prossimo, vieni a ricevere il compenso che ti spetta”.
domenica 10 febbraio 2008
LE MONDINE
LE MONDINE
(anni ‘30-’60)
“Nel cielo si ridesta - l’alba tutta d’oro
mondina che passi cantando - con cuore giocondo,
la brezza dell’alba accarezza - i tuoi riccioli d’or.
Sull’aia rivivi il tuo piccolo mondo,
nell’acqua rispecchi il tuo volto più bello di un fior...”
La strofa , con relativo ritornello, me la accenna in sordina Silvia Moroni, gradellese, dalla quale mi piacerebbe ascoltare i ricordi di quando andava a fare la mondariso.
“ Ma più di me”, mi dice, “gliene può parlare la Giacomina. Io sono andata alla “monda” per due anni soltanto, lei l’ha fatto per quasi tutta la vita, lei era la -capa-“.
E allora vado a parlare con Giacomina Sangiovanni, 86 anni, ma vivace e con la memoria vivida come una ragazzetta.
Abita a Gradella da una vita : qui è rimasta vedova, giovanissima, con sei figli da allevare. L’ultima, alla morte del marito, aveva solo diciotto mesi. Mi ripete i loro nomi, contandoli sulla punta delle dita : Gabriele e Gabriella, Pino e Berto, Rosetta e Teresa.
La ricordo anch’io la Giacomina di quegli anni, con quella sua nidiata di bambini : qualcuno di loro ha frequentato la mia scuola. E lei, povera donna, sempre in movimento, sempre a gridare, richiamando ora questo , ora quello, col botteghino di frutta e verdura, ricavato in una stanzetta della sua povera casa . Sempre coi debiti da pagare, come mi dice Pino :
“Quando anche noi, poco più che ragazzini, andavamo con lei alla “monda”, tornavamo col nostro piccolo gruzzolo, guadagnato facendo servizietti qua e là. E cosa si doveva fare appena a casa ? Dovevamo mettere i nostri quattro soldi sul tavolo e lei ci diceva : -Ecco, con questi paghiamo il fornaio, con questi il droghiere, con questi altri paghiamo il “Banì” , che ci forniva la frutta e la verdura per la bottega, e con questi comperiamo gli zoccoli a tutti...-“
Ora Giacomina ha una bella casa, in questa piccola Gradella di sogno, con tutte le abitazioni ristrutturate, ma col fascino di una volta ancora intatto.
Tutti i suoi figli si sono sposati, hanno una buona famiglia, lavorano e stanno bene in salute. Lei vive con Pino, con la nuora che le vuole bene e con due giovanissimi nipoti. Farla parlare di quando faceva la “mondina” , è come invitarla a nozze. E’ un fiume di parole, di ricordi, di battute, bisogna spesso rimetterla in carreggiata, altrimenti il discorso la porta lontano . Ottantasei anni di vita ! Cose da raccontare ne ha, e come ! Basta aver il tempo per ascoltarla.
Giacomina cominciò a fare la mondariso a quattordici anni, quando ancora abitava a Capralba. Erano gli anni venti - trenta.
Allora si partiva a metà maggio, col treno, in vagoni speciali, tutti per loro. Erano in sessanta, settanta e più e andavano in Lomellina.
Ma gli anni di cui parla più volentieri sono quelli passati a Castel d’Agnona, nel novarese, sempre con lo stesso proprietario, il signor Luigi Cerri, molto buono, comprensivo e generoso. Egli , con la moglie, la signora Mariuccia, era sempre sull’argine della risaia a controllare, a dare consigli, a richiamare all’ordine, se necessario.
Il nome del signor Cerri ricorre spesso nei discorsi sia di Silvia che di Giacomina.
“Anzi”, mi dice la nuora, “guardi qui la sua fotografia”.
E prende un quadretto, sistemato su un mobile, tra quelli di alcuni stretti parenti :
“E’ morto due anni fa, improvvisamente. Giacomina ne ha sofferto come per una persona di famiglia” .
Nei primi anni le “mondine” dormivano in un grande capannone, sul “paglione” : solo successivamente ebbero grandi stanze con tutti i servizi.
Si alzavano alle quattro e partivano subito per le risaie.
Alle otto c’era una breve interruzione per far colazione con un grosso pane appena sfornato, che un ragazzo portava in un sacco fin sull’argine. E per bere c’era l’acqua che la Silvia andava a prendere con un barilotto nei fontanili, che erano così diffusi in quella zona. Poi di nuovo coi piedi nell’acqua , che talvolta arrivava fino a ginocchio, a strappare, a ripiantare, a mondare dalle erbacce fino a mezzogiorno.
A quell’ora si smetteva e si percorrevano i due o tre chilometri di viottoli polverosi, a piedi scalzi, per tornare alla cascina. E per pranzo sempre minestrone e pane, talvolta con mortadella, o marmellata, (quanta marmellata !), oppure col cioccolato, o con le salamelle bollite : e allora sì che era una festa !
Si tornava al lavoro alle sedici e si lavorava per altre due o tre ore, a seconda delle necessità.
“Nell’acqua delle risaie,” dice Silvia, “c’erano insetti di ogni genere e lunghe bisce d’acqua che mi spaventavano da morire. E per scherzo, le mie amiche le afferravano e me le buttavano addosso . Ero terrorizzata e loro ridevano. Per evitare punture avevamo ai piedi grossi calzettoni , senza né scarpe , né zoccoli, e in testa portavamo dei grandi cappelli di paglia. E per non farci scottare il viso dal sole, ce lo ricoprivamo con una crema bianca che si comprava in farmacia, la “Crema Biancardi”. Quando la gente ci vedeva con quella faccia tutta bianca, ci diceva : -Siete le mondine di Cerri, vero ?- C’eravamo appena noi con quella crema sulla faccia. E pensare che adesso fanno la “lampada” per abbronzarsi !”
La Giacomina ricorda d’essere andata alla “monda” fino agli anni sessanta.
“Ultimamente si partiva col camion ed eravamo in parecchie : ne venivano anche da Pandino, da Nosadello, da Torlino, da Capralba...”
Lei , quando i figli cominciarono a crescere, se li portava con sé, due o tre per volta.
Ricorda quell’anno in cui Berto , troppo piccolo ancora, era stato mandato a Torlino dagli zii. Ma , pur di partire con la mamma, egli scappò che era ancora notte e arrivò a piedi, alle cinque del mattino, a Pandino, dove incontrò il camion delle mondine già in viaggio e lei dovette prenderlo per forza con sé. Berto aveva otto anni. Con lei c’erano già Rosetta e Pino.
La vita, però, era bella anche allora. Si faceva riposo la domenica pomeriggio e alla sera si ballava sull’aia al suono di una orchestrina. Ma alle dieci tutte dovevano essere a dormire.
Il lavoro durava quaranta giorni ; in casi eccezionali anche cinquanta.
Si tornava a casa con un sacchetto di riso pari ad un chilogrammo per ogni giorno di lavoro, e una discreta sommetta : di solito quattrocento lire a testa per stagione.
Qualcuna delle mondine tornava anche a settembre per la raccolta del riso, che durava una quindicina di giorni. Ma questo era un lavoro a cui si dedicavano, generalmente, gli uomini.
A Gradella le mondine erano parecchie e Silvia ricorda che il Parroco, don Mantovani, spostava le celebrazioni del Corpus Domini per aspettarne il ritorno.
Qualcuna di loro, in Lomellina, ha trovato anche l’uomo della sua vita.
Ricordo anch’io l’anno in cui la Lina Pagazzi, una bella ragazza bruna, si fidanzò e poi si sposò con uno dei proprietari : un matrimonio felice e duraturo.
“La Lina , “ dice Silvia, “ era una brava ragazza. Qualcuno l’ha invidiata per la sua fortuna, ma io le volevo bene e penso proprio che quella fortuna se la sia meritata. Non ha messo su “arie” , no. Veniva sempre a salutarci , quando arrivavamo in paese per la “monda”. Lei era una padrona, ma non ce l’ha mai fatto pesare. Era buona e semplice, come sempre .Ho appena saputo che le è morto il marito in questi giorni. Io lo conoscevo, veniva spesso a Gradella con lei. Sia io che Giacomina ne abbiamo sofferto.”
Queste erano le “mondine” degli anni passati.
Ora, il loro lavoro lo fanno le macchine, ma è tutta un’altra cosa. Invece dei cori festosi con canzoni e risate, c’è il rombo dei trattori coi loro gas di scarico.
Tutta un’altra vita.
(anni ‘30-’60)
“Nel cielo si ridesta - l’alba tutta d’oro
mondina che passi cantando - con cuore giocondo,
la brezza dell’alba accarezza - i tuoi riccioli d’or.
Sull’aia rivivi il tuo piccolo mondo,
nell’acqua rispecchi il tuo volto più bello di un fior...”
La strofa , con relativo ritornello, me la accenna in sordina Silvia Moroni, gradellese, dalla quale mi piacerebbe ascoltare i ricordi di quando andava a fare la mondariso.
“ Ma più di me”, mi dice, “gliene può parlare la Giacomina. Io sono andata alla “monda” per due anni soltanto, lei l’ha fatto per quasi tutta la vita, lei era la -capa-“.
E allora vado a parlare con Giacomina Sangiovanni, 86 anni, ma vivace e con la memoria vivida come una ragazzetta.
Abita a Gradella da una vita : qui è rimasta vedova, giovanissima, con sei figli da allevare. L’ultima, alla morte del marito, aveva solo diciotto mesi. Mi ripete i loro nomi, contandoli sulla punta delle dita : Gabriele e Gabriella, Pino e Berto, Rosetta e Teresa.
La ricordo anch’io la Giacomina di quegli anni, con quella sua nidiata di bambini : qualcuno di loro ha frequentato la mia scuola. E lei, povera donna, sempre in movimento, sempre a gridare, richiamando ora questo , ora quello, col botteghino di frutta e verdura, ricavato in una stanzetta della sua povera casa . Sempre coi debiti da pagare, come mi dice Pino :
“Quando anche noi, poco più che ragazzini, andavamo con lei alla “monda”, tornavamo col nostro piccolo gruzzolo, guadagnato facendo servizietti qua e là. E cosa si doveva fare appena a casa ? Dovevamo mettere i nostri quattro soldi sul tavolo e lei ci diceva : -Ecco, con questi paghiamo il fornaio, con questi il droghiere, con questi altri paghiamo il “Banì” , che ci forniva la frutta e la verdura per la bottega, e con questi comperiamo gli zoccoli a tutti...-“
Ora Giacomina ha una bella casa, in questa piccola Gradella di sogno, con tutte le abitazioni ristrutturate, ma col fascino di una volta ancora intatto.
Tutti i suoi figli si sono sposati, hanno una buona famiglia, lavorano e stanno bene in salute. Lei vive con Pino, con la nuora che le vuole bene e con due giovanissimi nipoti. Farla parlare di quando faceva la “mondina” , è come invitarla a nozze. E’ un fiume di parole, di ricordi, di battute, bisogna spesso rimetterla in carreggiata, altrimenti il discorso la porta lontano . Ottantasei anni di vita ! Cose da raccontare ne ha, e come ! Basta aver il tempo per ascoltarla.
Giacomina cominciò a fare la mondariso a quattordici anni, quando ancora abitava a Capralba. Erano gli anni venti - trenta.
Allora si partiva a metà maggio, col treno, in vagoni speciali, tutti per loro. Erano in sessanta, settanta e più e andavano in Lomellina.
Ma gli anni di cui parla più volentieri sono quelli passati a Castel d’Agnona, nel novarese, sempre con lo stesso proprietario, il signor Luigi Cerri, molto buono, comprensivo e generoso. Egli , con la moglie, la signora Mariuccia, era sempre sull’argine della risaia a controllare, a dare consigli, a richiamare all’ordine, se necessario.
Il nome del signor Cerri ricorre spesso nei discorsi sia di Silvia che di Giacomina.
“Anzi”, mi dice la nuora, “guardi qui la sua fotografia”.
E prende un quadretto, sistemato su un mobile, tra quelli di alcuni stretti parenti :
“E’ morto due anni fa, improvvisamente. Giacomina ne ha sofferto come per una persona di famiglia” .
Nei primi anni le “mondine” dormivano in un grande capannone, sul “paglione” : solo successivamente ebbero grandi stanze con tutti i servizi.
Si alzavano alle quattro e partivano subito per le risaie.
Alle otto c’era una breve interruzione per far colazione con un grosso pane appena sfornato, che un ragazzo portava in un sacco fin sull’argine. E per bere c’era l’acqua che la Silvia andava a prendere con un barilotto nei fontanili, che erano così diffusi in quella zona. Poi di nuovo coi piedi nell’acqua , che talvolta arrivava fino a ginocchio, a strappare, a ripiantare, a mondare dalle erbacce fino a mezzogiorno.
A quell’ora si smetteva e si percorrevano i due o tre chilometri di viottoli polverosi, a piedi scalzi, per tornare alla cascina. E per pranzo sempre minestrone e pane, talvolta con mortadella, o marmellata, (quanta marmellata !), oppure col cioccolato, o con le salamelle bollite : e allora sì che era una festa !
Si tornava al lavoro alle sedici e si lavorava per altre due o tre ore, a seconda delle necessità.
“Nell’acqua delle risaie,” dice Silvia, “c’erano insetti di ogni genere e lunghe bisce d’acqua che mi spaventavano da morire. E per scherzo, le mie amiche le afferravano e me le buttavano addosso . Ero terrorizzata e loro ridevano. Per evitare punture avevamo ai piedi grossi calzettoni , senza né scarpe , né zoccoli, e in testa portavamo dei grandi cappelli di paglia. E per non farci scottare il viso dal sole, ce lo ricoprivamo con una crema bianca che si comprava in farmacia, la “Crema Biancardi”. Quando la gente ci vedeva con quella faccia tutta bianca, ci diceva : -Siete le mondine di Cerri, vero ?- C’eravamo appena noi con quella crema sulla faccia. E pensare che adesso fanno la “lampada” per abbronzarsi !”
La Giacomina ricorda d’essere andata alla “monda” fino agli anni sessanta.
“Ultimamente si partiva col camion ed eravamo in parecchie : ne venivano anche da Pandino, da Nosadello, da Torlino, da Capralba...”
Lei , quando i figli cominciarono a crescere, se li portava con sé, due o tre per volta.
Ricorda quell’anno in cui Berto , troppo piccolo ancora, era stato mandato a Torlino dagli zii. Ma , pur di partire con la mamma, egli scappò che era ancora notte e arrivò a piedi, alle cinque del mattino, a Pandino, dove incontrò il camion delle mondine già in viaggio e lei dovette prenderlo per forza con sé. Berto aveva otto anni. Con lei c’erano già Rosetta e Pino.
La vita, però, era bella anche allora. Si faceva riposo la domenica pomeriggio e alla sera si ballava sull’aia al suono di una orchestrina. Ma alle dieci tutte dovevano essere a dormire.
Il lavoro durava quaranta giorni ; in casi eccezionali anche cinquanta.
Si tornava a casa con un sacchetto di riso pari ad un chilogrammo per ogni giorno di lavoro, e una discreta sommetta : di solito quattrocento lire a testa per stagione.
Qualcuna delle mondine tornava anche a settembre per la raccolta del riso, che durava una quindicina di giorni. Ma questo era un lavoro a cui si dedicavano, generalmente, gli uomini.
A Gradella le mondine erano parecchie e Silvia ricorda che il Parroco, don Mantovani, spostava le celebrazioni del Corpus Domini per aspettarne il ritorno.
Qualcuna di loro, in Lomellina, ha trovato anche l’uomo della sua vita.
Ricordo anch’io l’anno in cui la Lina Pagazzi, una bella ragazza bruna, si fidanzò e poi si sposò con uno dei proprietari : un matrimonio felice e duraturo.
“La Lina , “ dice Silvia, “ era una brava ragazza. Qualcuno l’ha invidiata per la sua fortuna, ma io le volevo bene e penso proprio che quella fortuna se la sia meritata. Non ha messo su “arie” , no. Veniva sempre a salutarci , quando arrivavamo in paese per la “monda”. Lei era una padrona, ma non ce l’ha mai fatto pesare. Era buona e semplice, come sempre .Ho appena saputo che le è morto il marito in questi giorni. Io lo conoscevo, veniva spesso a Gradella con lei. Sia io che Giacomina ne abbiamo sofferto.”
Queste erano le “mondine” degli anni passati.
Ora, il loro lavoro lo fanno le macchine, ma è tutta un’altra cosa. Invece dei cori festosi con canzoni e risate, c’è il rombo dei trattori coi loro gas di scarico.
Tutta un’altra vita.
ROMANO BUZZONI E IL PALLIO DEL CASTELLO
ROMANO BUZZONI E IL PALIO DEL CASTELLO
(Anni 1980-1985)
Parlare col signor Buzzoni è come fare un tuffo nell’entusiasmo.
Ha sessantatré anni, ma è pieno di vita, di idee, di ricordi ; è un organizzatore nato, da sempre.
Fin da ragazzo pensava e realizzava feste, incontri, giochi nella sua terra natale, Ferrara.
Arrivato a Pandino, già nei primi anni ’70, si “buttò” per movimentare il paese, per richiamare gente, per far sorridere e stare in allegria.
Suo primo campo... di lavoro fu il Gruppo Sportivo IRIS.
“Che feste abbiamo organizzato ! Quanta gente accorreva anche da fuori paese”, racconta.
Poi vennero le “Majorettes”, che egli considera , quasi, il grande amore della sua vita. Tutto quello che organizzerà in seguito, lo farà per aiutare le Majorettes, per metterle in luce, per renderle famose. E ci riuscirà : ben presto furono note in molte regioni d’Italia e vennero richieste un po’ dappertutto.
Altrettanto aveva fatto, qualche anno prima, per la Banda Musicale :
“L’abbiamo tutta vestita a nuovo, noi, con le nostre iniziative e attrazioni. Anzi, le Majorettes sono nate proprio per dar lustro alla Banda”.
Quando si arriva al 1980, Buzzoni ha già preso la rincorsa, è pronto per gettarsi nel “sempre più difficile”. E pensa al Palio. Tutto il Consiglio delle Majorettes lo segue e collabora in modo disinteressato.
Due persone desidera che vengano qui ricordate per tutti : Luigi Villa e Carlito Feraboli. Il primo, in modo particolare, gli fu sempre vicino, non lo lasciò mai, su di lui Buzzoni poté sempre contare.
L’idea del Palio, che egli aveva già tutta nella mente, avendovi pensato per giorni e notti intere, si concretizzò durante una cena in un’osteria di Bisnate. Era presente un buon gruppo di collaboratori insieme ad Invernizzi, allora sindaco, che offrì l’appoggio della Amministrazione comunale.
Si doveva ricreare l’atmosfera della vita medioevale , dentro e fuori il Castello.
Non solo. A far da contorno alla manifestazione in costume, ci sarebbero stati, durante la giornata giochi, gare, rappresentazioni tra i rioni del paese, con sei squadre scelte e preparate con cura.
Le squadre avrebbero rappresentato le sei contrade , che erano quelle del Castello, del Luf, del Campo, del Cantunsel, degli Urtass e di Via Goito.
I personaggi del Palio, tutti giovani pandinesi, indossavano bellissimi costumi noleggiati a Milano, presso un costumista famoso.
I ragazzi dei rioni avevano il lavoro più faticoso : dovevano esercitarsi per giorni e giorni, provare e riprovare. Qualcuno, talvolta, si ritirava e allora bisognava cercare il sostituto e non era sempre facile.
Insomma, il Comitato, capitanato da Romano Buzzoni, era sempre in movimento.
Ma, dopo quasi un anno di lavoro, il Palio riusciva perfetto .
Una folla di forestieri gremiva le vie del paese, l’allegria era immensa.
“Che soddisfazione ! Che gioia per gli occhi e per il cuore !” dice Buzzoni.
La sfilata dei personaggi in costume si faceva di primo pomeriggio e c’erano vesti sfarzose e preziose, cavalli e cavalieri bardati di tutto punto e la gente applaudiva meravigliata.
Nell’ambito del Castello, poi, venivano allestiti gli stand dei commercianti e degli esercenti di Pandino e dei dintorni.
Negli ultimi anni di stand se ne contarono ben settanta. Ma, come dice l’organizzatore, una volta di domande di partecipazione ne giunsero ben centosettanta !
Il suo sogno era di accoglierle tutte e di sistemarle sul prato attorno al Castello. Ma non ebbe gli aiuti e i permessi necessari. E questo è rimasto un suo cruccio.
“Non ho guadagnato un centesimo per me. Ho solo lavorato, lavorato, lavorato. Ho trascurato il mio vivaio, i clienti, il mio mestiere di floricultore, Vivevo solo per il Palio. Ce l’avevo proprio nel sangue. Sono arrivato ad avere fino a centocinquanta collaboratori, movimentavo sei squadre con venticinque ragazzi ciascuna...Io, fiorista, ho costruito nel mio capannone tutte le strutture metalliche necessarie. Ho allestito cucine e ristorante con tavolate piene di gente che faceva la fila per una costata alla griglia , o per le mie salamelle sulla brace... Insomma, quella era la mia vita. Avrei voluto rinnovare il Palio per anni e anni, arricchendolo, pubblicizzandolo, movimentandolo con sempre nuove iniziative. Invece...”
Già, invece, come spesso accade, dopo cinque anni entusiasmanti, i fondi messi a disposizione andarono calando, i malintesi fecero capolino, qualcuno dissentiva, qualche altro si ritirava.
Così anche Romano Buzzoni tornò a fare soltanto il floricultore : riprese a potare alberi, sistemare giardini, vendere fiori. Ma il suo cuore è rimasto là, in Castello, tra stand affollati e personaggi in costume, con la Banda che suonava e le sue Majorettes, vivaci e colorate, che facevano esercizi sempre più affascinanti.
E’ proprio il caso di chiederci, da buoni pandinesi :
“Non sarà possibile rivivere quei giorni ? Chi può, provi a pensarci...”
(Anni 1980-1985)
Parlare col signor Buzzoni è come fare un tuffo nell’entusiasmo.
Ha sessantatré anni, ma è pieno di vita, di idee, di ricordi ; è un organizzatore nato, da sempre.
Fin da ragazzo pensava e realizzava feste, incontri, giochi nella sua terra natale, Ferrara.
Arrivato a Pandino, già nei primi anni ’70, si “buttò” per movimentare il paese, per richiamare gente, per far sorridere e stare in allegria.
Suo primo campo... di lavoro fu il Gruppo Sportivo IRIS.
“Che feste abbiamo organizzato ! Quanta gente accorreva anche da fuori paese”, racconta.
Poi vennero le “Majorettes”, che egli considera , quasi, il grande amore della sua vita. Tutto quello che organizzerà in seguito, lo farà per aiutare le Majorettes, per metterle in luce, per renderle famose. E ci riuscirà : ben presto furono note in molte regioni d’Italia e vennero richieste un po’ dappertutto.
Altrettanto aveva fatto, qualche anno prima, per la Banda Musicale :
“L’abbiamo tutta vestita a nuovo, noi, con le nostre iniziative e attrazioni. Anzi, le Majorettes sono nate proprio per dar lustro alla Banda”.
Quando si arriva al 1980, Buzzoni ha già preso la rincorsa, è pronto per gettarsi nel “sempre più difficile”. E pensa al Palio. Tutto il Consiglio delle Majorettes lo segue e collabora in modo disinteressato.
Due persone desidera che vengano qui ricordate per tutti : Luigi Villa e Carlito Feraboli. Il primo, in modo particolare, gli fu sempre vicino, non lo lasciò mai, su di lui Buzzoni poté sempre contare.
L’idea del Palio, che egli aveva già tutta nella mente, avendovi pensato per giorni e notti intere, si concretizzò durante una cena in un’osteria di Bisnate. Era presente un buon gruppo di collaboratori insieme ad Invernizzi, allora sindaco, che offrì l’appoggio della Amministrazione comunale.
Si doveva ricreare l’atmosfera della vita medioevale , dentro e fuori il Castello.
Non solo. A far da contorno alla manifestazione in costume, ci sarebbero stati, durante la giornata giochi, gare, rappresentazioni tra i rioni del paese, con sei squadre scelte e preparate con cura.
Le squadre avrebbero rappresentato le sei contrade , che erano quelle del Castello, del Luf, del Campo, del Cantunsel, degli Urtass e di Via Goito.
I personaggi del Palio, tutti giovani pandinesi, indossavano bellissimi costumi noleggiati a Milano, presso un costumista famoso.
I ragazzi dei rioni avevano il lavoro più faticoso : dovevano esercitarsi per giorni e giorni, provare e riprovare. Qualcuno, talvolta, si ritirava e allora bisognava cercare il sostituto e non era sempre facile.
Insomma, il Comitato, capitanato da Romano Buzzoni, era sempre in movimento.
Ma, dopo quasi un anno di lavoro, il Palio riusciva perfetto .
Una folla di forestieri gremiva le vie del paese, l’allegria era immensa.
“Che soddisfazione ! Che gioia per gli occhi e per il cuore !” dice Buzzoni.
La sfilata dei personaggi in costume si faceva di primo pomeriggio e c’erano vesti sfarzose e preziose, cavalli e cavalieri bardati di tutto punto e la gente applaudiva meravigliata.
Nell’ambito del Castello, poi, venivano allestiti gli stand dei commercianti e degli esercenti di Pandino e dei dintorni.
Negli ultimi anni di stand se ne contarono ben settanta. Ma, come dice l’organizzatore, una volta di domande di partecipazione ne giunsero ben centosettanta !
Il suo sogno era di accoglierle tutte e di sistemarle sul prato attorno al Castello. Ma non ebbe gli aiuti e i permessi necessari. E questo è rimasto un suo cruccio.
“Non ho guadagnato un centesimo per me. Ho solo lavorato, lavorato, lavorato. Ho trascurato il mio vivaio, i clienti, il mio mestiere di floricultore, Vivevo solo per il Palio. Ce l’avevo proprio nel sangue. Sono arrivato ad avere fino a centocinquanta collaboratori, movimentavo sei squadre con venticinque ragazzi ciascuna...Io, fiorista, ho costruito nel mio capannone tutte le strutture metalliche necessarie. Ho allestito cucine e ristorante con tavolate piene di gente che faceva la fila per una costata alla griglia , o per le mie salamelle sulla brace... Insomma, quella era la mia vita. Avrei voluto rinnovare il Palio per anni e anni, arricchendolo, pubblicizzandolo, movimentandolo con sempre nuove iniziative. Invece...”
Già, invece, come spesso accade, dopo cinque anni entusiasmanti, i fondi messi a disposizione andarono calando, i malintesi fecero capolino, qualcuno dissentiva, qualche altro si ritirava.
Così anche Romano Buzzoni tornò a fare soltanto il floricultore : riprese a potare alberi, sistemare giardini, vendere fiori. Ma il suo cuore è rimasto là, in Castello, tra stand affollati e personaggi in costume, con la Banda che suonava e le sue Majorettes, vivaci e colorate, che facevano esercizi sempre più affascinanti.
E’ proprio il caso di chiederci, da buoni pandinesi :
“Non sarà possibile rivivere quei giorni ? Chi può, provi a pensarci...”
GINETTO
GINETTO
(Anni 1938-1996)
A Pandino era chiamato semplicemente così, Ginetto.
Ma il suo nome era Luigi Ghetti, aveva 56 anni quando è morto e da ben trentatrè stava percorrendo un suo durissimo calvario. Forse nessuno come lui ha tanto sofferto e per così lungo tempo.
Eppure Ginetto era stato un ragazzo sano, come gli altri, fino a ventitrè anni. Allegro, vivace, giocatore di calcio, appassionato di motociclette, amante della musica, suonava la batteria nel complesso di Stelio De Paoli.
Era figlio unico , legatissimo a sua madre.
Ha cominciato a lavorare a quindici anni, come operaio, a Milano , subito dopo aver terminato di frequentare la Scuola d’Avviamento Professionale di Pandino.
Fece regolarmente il servizio militare a Gorizia ; era porta - ordini e usava la moto come mezzo di trasporto rapido. E ne era entusiasta.
Quando parlava di quel periodo della sua vita si illuminava tutto.
Era cresciuto in Oratorio quando don Orlando Boccoli ne era il Curato : un Prete che aveva ben amalgamato il gruppo dei suoi giovani, dando loro una impronta duratura. Lo si è visto anche di recente, a fine giugno, quando don Orlando è tornato dalla sua Missione in Brasile per celebrare la Messa d’oro nel nostro Santuario, circondato dai suoi “ragazzi” di allora, che non l’hanno mai dimenticato.
Anche Ginetto era molto legato al suo Curato. Mi è stato raccontato che spesso, anche negli ultimi mesi della malattia, quando il dolore e la tristezza lo aggredivano, bastava cantargli in sordina le vecchie canzoni degli “Aspiranti “ , che don Orlando aveva insegnato, per vederlo sorridere e cercare di batterne il tempo con la mano.
Anche parlargli dei ricordi di scuola, delle partite di calcio, delle gite fatte insieme, lo rasserenava. Le amiche e i compagni di quegli anni lo sapevano e gli facevano spesso compagnia, riandando a quei giorni.
Quando la malattia non era ancora giunta al massimo della sofferenza, i suoi amici più fedeli, tra cui Emilio Monti, Vico Bressani, Guido Moro, Danilo Orsini, Corrado Sala e qualche altro, lo volevano con loro dovunque andassero per gite o svaghi : Ginetto era già in carrozzella, non riusciva più a parlare, era paralizzato in metà del corpo, ma per loro non fu mai un problema.
Negli ultimi anni , dato che era un amante del “liscio” , una volta fu persino accompagnato nella discoteca “Studio Zeta” di Caravaggio. La musica gli teneva sempre molta compagnia.
Aveva 23 anni ed era il 1961, quando si manifestò il primo attacco del male : all’inizio si parlò di epilessia, ma poi si scoprì che si trattava di un tumore al cervello.
Operato al “Besta” di Milano, tornò a casa camminando col bastone. Ma non era finita : qualche tempo dopo il tumore si riformò. Rioperato tornò a casa privo della capacità di parlare.
Allora sì, vedemmo Ginetto veramente disperato. Che sforzi faceva per farsi capire, per comunicare con gli altri !
Ma poi si rassegnò, accettò il suo nuovo handicap, anche se non perse la speranza. Fece lunghi esercizi di logoterapia, con tenacia , pareva anche che migliorasse.
Ma per la terza volta il tumore si ripresentò : operato di nuovo, tornò a casa definitivamente in carrozzella.
La sua vita pareva davvero finita. Ma egli tenne duro, parlava con gli occhi, gestiva con l’unico braccio sano, si aggrappava a chiunque gli mostrasse un po’ di simpatia.
Aveva bisogno di sua madre in tutto. E sua madre era sempre a sua disposizione , giorno e notte, con una costanza e un amore meravigliosi. Nulla doveva mancare a suo figlio : lei lavorava, andava a servizio, esauriva i suoi risparmi, soprattutto dopo la morte del marito, anch’egli stroncato da un tumore.
I ricoveri in ospedale di Ginetto, oltre le tre dolorosissime operazioni, sono stati innumerevoli. Persino sua madre, forse, ne ha perso il conto.
Quando si stava qualche giorno senza vederlo, sulla sua carrozzella, al bar, in chiesa , o per le vie del paese, tutti dicevano :
“Poveretto, sarà un’altra volta in ospedale...”
Ed era così, con crisi cardiache o respiratorie, con dolorose ferite, o piaghe, con umilianti disturbi, o con nuovi piccoli interventi chirurgici. Pareva un povero Cristo sul suo calvario, inchiodato alla sua croce, in attesa della morte liberatrice.
Ma Ginetto la morte non l’ha mai invocata, stava aggrappato alla vita con tutte le sue ultime forze, reagiva, combatteva, sperava, pur nella tragedia senza fine che da anni lo teneva prigioniero.
Ebbe sempre accanto a sé persone amiche, vecchi compagni di scuola, di oratorio, di gioco e di gite, obiettori di coscienza in servizio presso il Comune, sacerdoti, donne generose che si alternavano di notte al suo letto, anche quando era in ospedale, per dare un po’ di sollievo alla madre, perché ogni tanto potesse almeno dormire e , per un po’, forse, dimenticare. Particolarmente preziosa è stata l’assistenza quotidiana del dottor Mattioli.
Pare una cosa da non credere, ma Ginetto, pur nelle sue strazianti sofferenze, non solo era sensibile all’amicizia, alla riconoscenza, ma era anche molto colpito dal dolore altrui : certo, egli era il più adatto a comprendere certe cose. Egli conosceva da tanti anni il sapore amaro, troppo amaro, della sofferenza !
E’ giusto che il paese non si dimentichi troppo presto di Ginetto e che sia vicino a sua madre, la quale ha perso tutto, anche la capacità di piangere, perdendo suo figlio.
(Anni 1938-1996)
A Pandino era chiamato semplicemente così, Ginetto.
Ma il suo nome era Luigi Ghetti, aveva 56 anni quando è morto e da ben trentatrè stava percorrendo un suo durissimo calvario. Forse nessuno come lui ha tanto sofferto e per così lungo tempo.
Eppure Ginetto era stato un ragazzo sano, come gli altri, fino a ventitrè anni. Allegro, vivace, giocatore di calcio, appassionato di motociclette, amante della musica, suonava la batteria nel complesso di Stelio De Paoli.
Era figlio unico , legatissimo a sua madre.
Ha cominciato a lavorare a quindici anni, come operaio, a Milano , subito dopo aver terminato di frequentare la Scuola d’Avviamento Professionale di Pandino.
Fece regolarmente il servizio militare a Gorizia ; era porta - ordini e usava la moto come mezzo di trasporto rapido. E ne era entusiasta.
Quando parlava di quel periodo della sua vita si illuminava tutto.
Era cresciuto in Oratorio quando don Orlando Boccoli ne era il Curato : un Prete che aveva ben amalgamato il gruppo dei suoi giovani, dando loro una impronta duratura. Lo si è visto anche di recente, a fine giugno, quando don Orlando è tornato dalla sua Missione in Brasile per celebrare la Messa d’oro nel nostro Santuario, circondato dai suoi “ragazzi” di allora, che non l’hanno mai dimenticato.
Anche Ginetto era molto legato al suo Curato. Mi è stato raccontato che spesso, anche negli ultimi mesi della malattia, quando il dolore e la tristezza lo aggredivano, bastava cantargli in sordina le vecchie canzoni degli “Aspiranti “ , che don Orlando aveva insegnato, per vederlo sorridere e cercare di batterne il tempo con la mano.
Anche parlargli dei ricordi di scuola, delle partite di calcio, delle gite fatte insieme, lo rasserenava. Le amiche e i compagni di quegli anni lo sapevano e gli facevano spesso compagnia, riandando a quei giorni.
Quando la malattia non era ancora giunta al massimo della sofferenza, i suoi amici più fedeli, tra cui Emilio Monti, Vico Bressani, Guido Moro, Danilo Orsini, Corrado Sala e qualche altro, lo volevano con loro dovunque andassero per gite o svaghi : Ginetto era già in carrozzella, non riusciva più a parlare, era paralizzato in metà del corpo, ma per loro non fu mai un problema.
Negli ultimi anni , dato che era un amante del “liscio” , una volta fu persino accompagnato nella discoteca “Studio Zeta” di Caravaggio. La musica gli teneva sempre molta compagnia.
Aveva 23 anni ed era il 1961, quando si manifestò il primo attacco del male : all’inizio si parlò di epilessia, ma poi si scoprì che si trattava di un tumore al cervello.
Operato al “Besta” di Milano, tornò a casa camminando col bastone. Ma non era finita : qualche tempo dopo il tumore si riformò. Rioperato tornò a casa privo della capacità di parlare.
Allora sì, vedemmo Ginetto veramente disperato. Che sforzi faceva per farsi capire, per comunicare con gli altri !
Ma poi si rassegnò, accettò il suo nuovo handicap, anche se non perse la speranza. Fece lunghi esercizi di logoterapia, con tenacia , pareva anche che migliorasse.
Ma per la terza volta il tumore si ripresentò : operato di nuovo, tornò a casa definitivamente in carrozzella.
La sua vita pareva davvero finita. Ma egli tenne duro, parlava con gli occhi, gestiva con l’unico braccio sano, si aggrappava a chiunque gli mostrasse un po’ di simpatia.
Aveva bisogno di sua madre in tutto. E sua madre era sempre a sua disposizione , giorno e notte, con una costanza e un amore meravigliosi. Nulla doveva mancare a suo figlio : lei lavorava, andava a servizio, esauriva i suoi risparmi, soprattutto dopo la morte del marito, anch’egli stroncato da un tumore.
I ricoveri in ospedale di Ginetto, oltre le tre dolorosissime operazioni, sono stati innumerevoli. Persino sua madre, forse, ne ha perso il conto.
Quando si stava qualche giorno senza vederlo, sulla sua carrozzella, al bar, in chiesa , o per le vie del paese, tutti dicevano :
“Poveretto, sarà un’altra volta in ospedale...”
Ed era così, con crisi cardiache o respiratorie, con dolorose ferite, o piaghe, con umilianti disturbi, o con nuovi piccoli interventi chirurgici. Pareva un povero Cristo sul suo calvario, inchiodato alla sua croce, in attesa della morte liberatrice.
Ma Ginetto la morte non l’ha mai invocata, stava aggrappato alla vita con tutte le sue ultime forze, reagiva, combatteva, sperava, pur nella tragedia senza fine che da anni lo teneva prigioniero.
Ebbe sempre accanto a sé persone amiche, vecchi compagni di scuola, di oratorio, di gioco e di gite, obiettori di coscienza in servizio presso il Comune, sacerdoti, donne generose che si alternavano di notte al suo letto, anche quando era in ospedale, per dare un po’ di sollievo alla madre, perché ogni tanto potesse almeno dormire e , per un po’, forse, dimenticare. Particolarmente preziosa è stata l’assistenza quotidiana del dottor Mattioli.
Pare una cosa da non credere, ma Ginetto, pur nelle sue strazianti sofferenze, non solo era sensibile all’amicizia, alla riconoscenza, ma era anche molto colpito dal dolore altrui : certo, egli era il più adatto a comprendere certe cose. Egli conosceva da tanti anni il sapore amaro, troppo amaro, della sofferenza !
E’ giusto che il paese non si dimentichi troppo presto di Ginetto e che sia vicino a sua madre, la quale ha perso tutto, anche la capacità di piangere, perdendo suo figlio.
DALLA SVEZIA...CON SORPRESA!
E’ successo a Pandino :
DALLA SVEZIA... CON SORPRESA
(Anno 1985)
Radio Pandino, la nostra indimenticata e rimpianta Radio locale, negli anni ’80, è riuscita persino a varcare i confini nazionali, ha scavalcato i monti e superato i mari!
Rifacciamone brevemente la storia.
Radio Antenna 66, nel 1985 trasmetteva in paese da ben otto anni ed era condotta, come si sa, dai due “Angeli”: cioè da Angela Finali, conduttrice dei giorni feriali e da Angelo Cagnola, conduttore della domenica, due simpatiche voci, ormai di casa in tutta la zona.
Ed è toccato proprio ad Angelo, una domenica mattina, leggere una strana lettera, risultata poi, dopo attente ricerche, veramente autentica, proveniente dalla Svezia, per l’esattezza da Grangesberg, città, come diceva il mittente, di 5000 abitanti, 25° chilometri a nord-ovest di Stoccolma.
La lettera l’aveva scritta un dentista, Jan Turner, con l’hobby del radioamatore e che ascoltava varie emittenti FM di tutta Europa.
Egli nella lettera descriveva anche il modello di apparecchio ricevente che usava: un Kenwood KT 1100, con antenna rotante di otto elementi.
Il dottor Turner così spiegava, anche se in un italiano un po’ approssimativo, la buona riuscita della sua ricezione:
“Questa miracolo avvengono grazie a particolari condizioni di strato ionizzato: generalmente le onde FM non vengono riflesse.”
Allegava anche alla lettera il “Rapporto di ricezione”, in cui si leggeva che in data 28.6.85, alle ore 14,55, ora italiana, aveva ascoltato la pubblicità di “Pizza la brucese” (tradotta “l’abruzzese”), ex-Pizzeria Tonino e anche quella di “S come super super regalo” e di “Sampellegrini Lorenzo autoradio Viale Europa Pandino”.
Il giorno 29 giugno, alle ore 10,45, aveva anche captato il numero telefonico di Radio-Antenna 66, “0373-90860” e la pubblicità di “Carla calzature di Agnadello”
Cosa volete? Sarò una sentimentale, ma nel risentire questi nomi e questi numeri, che anni fa ci erano così familiari, ho provato un grande desiderio di riascoltarla la nostra bella Radio Antenna 66!
Peccato che oggi non esista più.
DALLA SVEZIA... CON SORPRESA
(Anno 1985)
Radio Pandino, la nostra indimenticata e rimpianta Radio locale, negli anni ’80, è riuscita persino a varcare i confini nazionali, ha scavalcato i monti e superato i mari!
Rifacciamone brevemente la storia.
Radio Antenna 66, nel 1985 trasmetteva in paese da ben otto anni ed era condotta, come si sa, dai due “Angeli”: cioè da Angela Finali, conduttrice dei giorni feriali e da Angelo Cagnola, conduttore della domenica, due simpatiche voci, ormai di casa in tutta la zona.
Ed è toccato proprio ad Angelo, una domenica mattina, leggere una strana lettera, risultata poi, dopo attente ricerche, veramente autentica, proveniente dalla Svezia, per l’esattezza da Grangesberg, città, come diceva il mittente, di 5000 abitanti, 25° chilometri a nord-ovest di Stoccolma.
La lettera l’aveva scritta un dentista, Jan Turner, con l’hobby del radioamatore e che ascoltava varie emittenti FM di tutta Europa.
Egli nella lettera descriveva anche il modello di apparecchio ricevente che usava: un Kenwood KT 1100, con antenna rotante di otto elementi.
Il dottor Turner così spiegava, anche se in un italiano un po’ approssimativo, la buona riuscita della sua ricezione:
“Questa miracolo avvengono grazie a particolari condizioni di strato ionizzato: generalmente le onde FM non vengono riflesse.”
Allegava anche alla lettera il “Rapporto di ricezione”, in cui si leggeva che in data 28.6.85, alle ore 14,55, ora italiana, aveva ascoltato la pubblicità di “Pizza la brucese” (tradotta “l’abruzzese”), ex-Pizzeria Tonino e anche quella di “S come super super regalo” e di “Sampellegrini Lorenzo autoradio Viale Europa Pandino”.
Il giorno 29 giugno, alle ore 10,45, aveva anche captato il numero telefonico di Radio-Antenna 66, “0373-90860” e la pubblicità di “Carla calzature di Agnadello”
Cosa volete? Sarò una sentimentale, ma nel risentire questi nomi e questi numeri, che anni fa ci erano così familiari, ho provato un grande desiderio di riascoltarla la nostra bella Radio Antenna 66!
Peccato che oggi non esista più.
IL PROFESSOR MASTRETTA E LA SCUOLA CASEARIA
IL PROFESSOR MANSTRETTA E LA SCUOLA CASEARIA
(Anno 1954 - 1998)
Bisogna andare indietro più di quarant’anni per trovare la data di nascita di questa scuola, che ha reso noto il nome di Pandino in tutte le regioni d’Italia e anche all’estero.
Era l’ottobre del 1954 ed era a Pandino da pochi anni un uomo che avrebbe animato la nostra vita paesana per circa un decennio : il professor Alfredo Manstretta.
Veniva dalla colline pavesi e, insieme alla moglie, si era stabilito a Pandino dopo aver avuto l’incarico di Preside della locale Scuola di Avviamento Professionale. Persona affabilissima, colta, spiritosa, si era fatto un’ampia cerchia di amici e, non avendo figli, si era dedicato con grande amore ad educare i ragazzi degli altri e a prepararli alla vita.
Proprio per questo, per prepararli meglio alla vita, dando loro una possibilità in più di lavoro, pensò che in una zona agricola come la nostra, con tanti prati e tanti allevamenti, con abbondante produzione di latte, avrebbe avuto successo una scuola che insegnasse a lavorare questo prodotto per ricavarne burro, formaggi e latticini.
Fu così che riuscì ad ottenere l’autorizzazione ad aprire la prima classe della Scuola Casearia, collegata, almeno nei primi tempi, all’Istituto Professionale per l’Agricoltura di Viadana.
Per sette anni, fino al 1961, egli ne fu l’animatore entusiasta e la vide di anno in anno crescere e popolarsi di allievi, che arrivavano da ogni parte d’Italia.
Lo scopo della scuola era quello di preparare dei tecnici per la lavorazione del latte.
Quindi subito sorse, accanto ad essa, un caseificio, modesto, se si vuole, ma efficiente, che lavorava un solo quintale di latte al giorno. E, vicino al caseificio, ecco anche l’indispensabile laboratorio chimico e batteriologico.
A sostenere il professor Manstretta e ad aiutarlo anche praticamente, ci furono personalità del mondo scientifico e tecnologico nel campo lattiero-caseario, quali il Prof. Paolo Renko e il prof. Cesare Ghitti, che dirigerà poi la scuola , dopo Manstretta, fino a pochi anni fa.
Della piccola sede posta nel vecchio edificio scolastico, quello stesso che in questi giorni sta per essere demolito e ristrutturato per altre esigenze, si passò prima alla nuova Scuola e, dopo tante attese, al nuovo Caseificio con macchinari moderni e con un Laboratorio munito delle più sofisticate apparecchiature.
Il Caseificio era in grado di lavorare, fino a un paio d’anni fa, ben 100 quintali di latte al giorno.
A mano a mano che gli studenti terminavano la Scuola, che prima era di due soli anni di studio, poi di tre, essi trovavano immediatamente lavoro in grandi industrie del ramo, in Italia e anche all’estero.
I “latticini” , com’erano affettuosamente chiamati in paese i ragazzi dal camice bianco, non conoscevano disoccupazione.
Arrivavano da tutte le regioni d’Italia e anche dall’estero ; abbiamo avuto ragazzi indiani, algerini, spagnoli, svizzeri. Ci furono persino laureati russi, cecoslovacchi e sud - americani che vennero alla nostra scuola per perfezionarsi in alcune tecniche di caseificio.
Naturalmente questi studenti forestieri dovevano trovare in paese un alloggio. Ed ecco, allora, nascere il Convitto o Pensionato, fin dai primissimi anni, quando, suo custode, direttore e animatore fu don Raffaele Cordani, che tutti, in paese, certamente ricordano.
Il Convitto ebbe, all’inizio, vita tribolata . Dapprima fu ospitato in un vasto stanzone al pian terreno dell’ala nord del Castello : tante brande ammucchiate in un ambiente umido e scuro.
Ricordo una visita improvvisa del Provveditore agli studi di allora, il dottor Lepore, che era stato messo in allarme da una denuncia per le condizioni anti - igieniche del locale, e le sue insistenze perché io, da poco direttrice delle scuole elementari, mettessi a disposizione la palestra, temporaneamente, per sistemarvi il dormitorio.
Doveva essere, mi disse, per pochi mesi : andò avanti per anni, mettendo a disagio maestri e bambini.
Però, nel frattempo, si adattarono le ali nord ed est del Castello, sia al piano terra che a quello superiore, e il Convitto ebbe , finalmente, una sede bella e prestigiosa.
Attualmente questa sede è ritenuta insufficiente e inadatta e si torna a parlare di un Convitto nuovo, magari costruito appositamente. Chissà...
Accanto alla scuola Casearia si formò, quasi subito, l’Associazione ex - allievi.
Nel corso dei decenni molti di questi hanno raggiunto posizioni di grande rilievo in Italia, ma anche all’estero.
Alcuni, infatti, lavorano , o hanno lavorato, facendosi onore, in Germania, Francia, Belgio, Stati Uniti, Brasile, Venezuela, Messico, Argentina, Canadà, Libia, Somalia, Eritrea.
Per alcuni si sono aperte strade presso grandi industrie dolciarie. Ad altri è stata offerta la direzione di importanti centrali del latte, oppure, addirittura, di grandi organismi internazionali. Ricordiamo per tutti Renzo Gregori, delegato presso il M.E.C. a Bruxelles e Remo Stabile , ispettore della F.A.O. per l’America Latina.
Tutti questi ex - allievi, il cui collegamento è stato tenuto per anni dalla segretaria della scuola, l’ottima signora Carla Marenghi, quando necessitano di personale preparato, si rivolgono alla loro vecchia scuola, sicuri di trovare ciò di cui hanno bisogno.
E a loro, d’altra parte, si rivolge la scuola per ogni evenienza.
Gli ex - allievi si riuniscono tutti gli anni per una allegra e interessante giornata, a Pandino, presso il “loro” Convitto e così mantengono vivi i legami, anche d’affetto, con la vecchia scuola.
Ora, da un biennio, alla Scuola Casearia sono stati aggiunti due nuovi anni di studio, facoltativi, portandola, quindi, a livello di qualsiasi altro liceo e dando alla fine un diploma che permette agli allievi dichiarati “maturi” di iscriversi direttamente all’Università.
Il numero degli studenti frequentanti nell’anno 1997-98 è salito a cento, mentre nel Convitto sono ammessi 41 convittori a tempo pieno e 24 semi - convittori, i quali vi si fermano a studiare, a pranzo e a cena e tornano poi a dormire a casa propria.
Tutti sono assistiti, anche durante la notte, a turno, da otto istitutori, che provvedono, se necessario, a impartire, gratuitamente, lezioni specifiche per il recupero scolastico.
Il Convitto, questo complesso, che è motivo di vita per la scuola stessa, è stato diretto per ben 23 anni dal maestro Umberto Marinoni, proveniente da Credera, ma da quasi un quarto di secolo cittadino pandinese a tutti gli effetti.
Marinoni è andato in pensione da poco, nel giugno 1998, lasciando un ottimo ricordo di sé.
La sua figura autorevole e paterna insieme, il suo tratto signorile, la sua appassionata attenzione a tutti i problemi di carattere pratico o psicologico, l'avevano fatto stimare da superiori, colleghi e studenti.
Si occupava del Convitto come se esso fosse stato la “sua” casa, e dei ragazzi come se fossero stati i “suoi” figli. Era intransigente nei riguardi dell’ordine, della moralità, della disciplina, pur riuscendo sempre a comprendere le necessità di tutti e a intervenire nel migliore dei modi.
Il maestro Marinoni lascia certo un gran vuoto dietro di sé.
Da qualche tempo il Convitto si dibatte in alcune difficoltà dovute alla inadeguatezza dei locali del Castello. Ma si spera che esse vengano risolte in breve tempo, provvedendo ad un’altra sede più idonea ; perché se si dovesse chiudere il Convitto , la Scuola Casearia perderebbe gran parte degli allievi e , nel giro di pochi anni, potrebbe rischiare la chiusura.
Anche il nuovo Caseificio, realizzato con una rilevante spesa da parte del Comune, ha bisogno di riprendere vigore, sfruttando in pieno i modernissimi macchinari di cui è dotato.
Scuola, Convitto e Caseificio costituiscono il “fiore all’occhiello” della nostra Amministrazione Comunale e un vanto per tutto il paese.
Il nome di Pandino, proprio per merito di questa Scuola , si è diffuso in varie parti del mondo e spesso ditte al di là dei confini chiedono di poter contattare gli studenti dell’ultimo anno, ancor prima che essi sostengano gli esami finali. Nessuno di loro è rimasto mai senza lavoro da più di quarant’anni.
Sarebbe un vero “delitto”, quindi, rischiarne la chiusura, per vederla trasferita, magari, in altre località che, da sempre, ce la invidiano e che ogni tanto tornano alla carica per riuscire a strapparcela.
(Anno 1954 - 1998)
Bisogna andare indietro più di quarant’anni per trovare la data di nascita di questa scuola, che ha reso noto il nome di Pandino in tutte le regioni d’Italia e anche all’estero.
Era l’ottobre del 1954 ed era a Pandino da pochi anni un uomo che avrebbe animato la nostra vita paesana per circa un decennio : il professor Alfredo Manstretta.
Veniva dalla colline pavesi e, insieme alla moglie, si era stabilito a Pandino dopo aver avuto l’incarico di Preside della locale Scuola di Avviamento Professionale. Persona affabilissima, colta, spiritosa, si era fatto un’ampia cerchia di amici e, non avendo figli, si era dedicato con grande amore ad educare i ragazzi degli altri e a prepararli alla vita.
Proprio per questo, per prepararli meglio alla vita, dando loro una possibilità in più di lavoro, pensò che in una zona agricola come la nostra, con tanti prati e tanti allevamenti, con abbondante produzione di latte, avrebbe avuto successo una scuola che insegnasse a lavorare questo prodotto per ricavarne burro, formaggi e latticini.
Fu così che riuscì ad ottenere l’autorizzazione ad aprire la prima classe della Scuola Casearia, collegata, almeno nei primi tempi, all’Istituto Professionale per l’Agricoltura di Viadana.
Per sette anni, fino al 1961, egli ne fu l’animatore entusiasta e la vide di anno in anno crescere e popolarsi di allievi, che arrivavano da ogni parte d’Italia.
Lo scopo della scuola era quello di preparare dei tecnici per la lavorazione del latte.
Quindi subito sorse, accanto ad essa, un caseificio, modesto, se si vuole, ma efficiente, che lavorava un solo quintale di latte al giorno. E, vicino al caseificio, ecco anche l’indispensabile laboratorio chimico e batteriologico.
A sostenere il professor Manstretta e ad aiutarlo anche praticamente, ci furono personalità del mondo scientifico e tecnologico nel campo lattiero-caseario, quali il Prof. Paolo Renko e il prof. Cesare Ghitti, che dirigerà poi la scuola , dopo Manstretta, fino a pochi anni fa.
Della piccola sede posta nel vecchio edificio scolastico, quello stesso che in questi giorni sta per essere demolito e ristrutturato per altre esigenze, si passò prima alla nuova Scuola e, dopo tante attese, al nuovo Caseificio con macchinari moderni e con un Laboratorio munito delle più sofisticate apparecchiature.
Il Caseificio era in grado di lavorare, fino a un paio d’anni fa, ben 100 quintali di latte al giorno.
A mano a mano che gli studenti terminavano la Scuola, che prima era di due soli anni di studio, poi di tre, essi trovavano immediatamente lavoro in grandi industrie del ramo, in Italia e anche all’estero.
I “latticini” , com’erano affettuosamente chiamati in paese i ragazzi dal camice bianco, non conoscevano disoccupazione.
Arrivavano da tutte le regioni d’Italia e anche dall’estero ; abbiamo avuto ragazzi indiani, algerini, spagnoli, svizzeri. Ci furono persino laureati russi, cecoslovacchi e sud - americani che vennero alla nostra scuola per perfezionarsi in alcune tecniche di caseificio.
Naturalmente questi studenti forestieri dovevano trovare in paese un alloggio. Ed ecco, allora, nascere il Convitto o Pensionato, fin dai primissimi anni, quando, suo custode, direttore e animatore fu don Raffaele Cordani, che tutti, in paese, certamente ricordano.
Il Convitto ebbe, all’inizio, vita tribolata . Dapprima fu ospitato in un vasto stanzone al pian terreno dell’ala nord del Castello : tante brande ammucchiate in un ambiente umido e scuro.
Ricordo una visita improvvisa del Provveditore agli studi di allora, il dottor Lepore, che era stato messo in allarme da una denuncia per le condizioni anti - igieniche del locale, e le sue insistenze perché io, da poco direttrice delle scuole elementari, mettessi a disposizione la palestra, temporaneamente, per sistemarvi il dormitorio.
Doveva essere, mi disse, per pochi mesi : andò avanti per anni, mettendo a disagio maestri e bambini.
Però, nel frattempo, si adattarono le ali nord ed est del Castello, sia al piano terra che a quello superiore, e il Convitto ebbe , finalmente, una sede bella e prestigiosa.
Attualmente questa sede è ritenuta insufficiente e inadatta e si torna a parlare di un Convitto nuovo, magari costruito appositamente. Chissà...
Accanto alla scuola Casearia si formò, quasi subito, l’Associazione ex - allievi.
Nel corso dei decenni molti di questi hanno raggiunto posizioni di grande rilievo in Italia, ma anche all’estero.
Alcuni, infatti, lavorano , o hanno lavorato, facendosi onore, in Germania, Francia, Belgio, Stati Uniti, Brasile, Venezuela, Messico, Argentina, Canadà, Libia, Somalia, Eritrea.
Per alcuni si sono aperte strade presso grandi industrie dolciarie. Ad altri è stata offerta la direzione di importanti centrali del latte, oppure, addirittura, di grandi organismi internazionali. Ricordiamo per tutti Renzo Gregori, delegato presso il M.E.C. a Bruxelles e Remo Stabile , ispettore della F.A.O. per l’America Latina.
Tutti questi ex - allievi, il cui collegamento è stato tenuto per anni dalla segretaria della scuola, l’ottima signora Carla Marenghi, quando necessitano di personale preparato, si rivolgono alla loro vecchia scuola, sicuri di trovare ciò di cui hanno bisogno.
E a loro, d’altra parte, si rivolge la scuola per ogni evenienza.
Gli ex - allievi si riuniscono tutti gli anni per una allegra e interessante giornata, a Pandino, presso il “loro” Convitto e così mantengono vivi i legami, anche d’affetto, con la vecchia scuola.
Ora, da un biennio, alla Scuola Casearia sono stati aggiunti due nuovi anni di studio, facoltativi, portandola, quindi, a livello di qualsiasi altro liceo e dando alla fine un diploma che permette agli allievi dichiarati “maturi” di iscriversi direttamente all’Università.
Il numero degli studenti frequentanti nell’anno 1997-98 è salito a cento, mentre nel Convitto sono ammessi 41 convittori a tempo pieno e 24 semi - convittori, i quali vi si fermano a studiare, a pranzo e a cena e tornano poi a dormire a casa propria.
Tutti sono assistiti, anche durante la notte, a turno, da otto istitutori, che provvedono, se necessario, a impartire, gratuitamente, lezioni specifiche per il recupero scolastico.
Il Convitto, questo complesso, che è motivo di vita per la scuola stessa, è stato diretto per ben 23 anni dal maestro Umberto Marinoni, proveniente da Credera, ma da quasi un quarto di secolo cittadino pandinese a tutti gli effetti.
Marinoni è andato in pensione da poco, nel giugno 1998, lasciando un ottimo ricordo di sé.
La sua figura autorevole e paterna insieme, il suo tratto signorile, la sua appassionata attenzione a tutti i problemi di carattere pratico o psicologico, l'avevano fatto stimare da superiori, colleghi e studenti.
Si occupava del Convitto come se esso fosse stato la “sua” casa, e dei ragazzi come se fossero stati i “suoi” figli. Era intransigente nei riguardi dell’ordine, della moralità, della disciplina, pur riuscendo sempre a comprendere le necessità di tutti e a intervenire nel migliore dei modi.
Il maestro Marinoni lascia certo un gran vuoto dietro di sé.
Da qualche tempo il Convitto si dibatte in alcune difficoltà dovute alla inadeguatezza dei locali del Castello. Ma si spera che esse vengano risolte in breve tempo, provvedendo ad un’altra sede più idonea ; perché se si dovesse chiudere il Convitto , la Scuola Casearia perderebbe gran parte degli allievi e , nel giro di pochi anni, potrebbe rischiare la chiusura.
Anche il nuovo Caseificio, realizzato con una rilevante spesa da parte del Comune, ha bisogno di riprendere vigore, sfruttando in pieno i modernissimi macchinari di cui è dotato.
Scuola, Convitto e Caseificio costituiscono il “fiore all’occhiello” della nostra Amministrazione Comunale e un vanto per tutto il paese.
Il nome di Pandino, proprio per merito di questa Scuola , si è diffuso in varie parti del mondo e spesso ditte al di là dei confini chiedono di poter contattare gli studenti dell’ultimo anno, ancor prima che essi sostengano gli esami finali. Nessuno di loro è rimasto mai senza lavoro da più di quarant’anni.
Sarebbe un vero “delitto”, quindi, rischiarne la chiusura, per vederla trasferita, magari, in altre località che, da sempre, ce la invidiano e che ogni tanto tornano alla carica per riuscire a strapparcela.
FERIE D'AGOSTO
FERIE D’AGOSTO
(Anni ’60)
Pandino è vuoto. E’ ferragosto.
Ai tavolini dei caffè siede solo qualche malinconico avventore.
Le finestre delle case sono sbarrate e il sole picchia contro le imposte inutilmente. Per via Umberto, di tanto in tanto, passa qualche automobile carica di umanità sudata e stanca.
Il nostro paese è un po’ fuori mano, distanziato dalle grandi vie di comunicazione e con poche attrattive turistiche, se si toglie il Castello, tali da richiamare forestieri in massa.
Per le ferie d’agosto Pandino è soltanto dei pandinesi senza pretese, di quelli che si accontentano di poco: del temporale che giunge all’improvviso, della brezza che si alza, talvolta, verso sera, o della spruzzatina di pioggia che non riesce neppure a bagnare l’asfalto.
Più tardi, poi, davanti al televisore, i pandinesi rimasti in paese, guardano le immagini trasmesse sul video di incidenti stradali, di spiagge brulicanti, di città in cui pare non ci possa più entrare nemmeno uno spillo. E ringraziano il Signore della pace goduta nel piccolo giardino di casa, o nelle stradette tranquille all’ombra del campanile.
Dove sono andati i pandinesi durante le ferie?
Sarebbe interessante fare una statistica: quanti al mare, quanti ai monti, quanti all’estero.
E tra le località scelte, quali le preferite?
Molti, forse i più, hanno certo scelto le spiagge liguri o le coste adriatiche. Altri le valli bergamasche, la Valcamonica o il bellissimo Trentino.
C’è stato anche chi, invece, s’è accontentato di qualche giterella qua e là, un giorno al lago, un altro in montagna, un altro, magari...a Firenze.
Già, perché so di qualcuno che un bel mattino, prima ancora dell’alba, s’è messo in cammino per la città del Giglio.
Una vecchia macchinetta giudiziosa, un programmino ben fatto, alcune guide turistiche da consultare su musei, palazzi, curiosità fiorentine.
Cinque ore di viaggio... Cosa sono cinque ore? Il tempo di fare una cantatina, di raccontare tre barzellette e consumare uno spuntino...
Ma quando il sole comincia ad alzarsi da dietro le colline e l’Autostrada si mette a bollire, nella macchinetta si comincia a sospirare e la voglia di cantare vien meno.
Ma poi, finalmente, si arriva.
Quante cose ci si ripromette di fare, di vedere!
Già, ma è proprio l’entusiasmo che impedisce di notare, tra la marea dei cartelli, delle frecce, dei divieti, l’unico segnale che veramente interessi. E c’è un vigile, proprio lì, a portata di mano, che, invece, ha visto benissimo sia il cartello che la macchinetta targata Cremona.
Un fischio... un’imprecazione tra i denti...
Non c’è che dire...Ha ragione lui e bisogna pagare:
“Tremila, signori. “
“Scusi...”
“Grazie, buon viaggio”.
Il benvenuto nella città del Giglio non è troppo cordiale.
Pazienza!
Ed ora alla caccia di un parcheggio.. Eccolo! No, è già occupato... Forse là dietro...svelto...
Marcia...retromarcia...troppo tardi!
Così si va a casaccio per le strade super affollate, tra turisti col naso per aria, tenendo gli occhi sbarrati per timore di prender sotto qualcuno a destra o a sinistra.
Poi, se Dio vuole, si trova il posteggio, si scende, si afferrano libri e guide turistiche e si parte all’assalto di Piazza della Signoria: meta la Galleria degli Uffizi.
Gente che va, gente che viene, parlate in tutte le lingue, spintoni, calura, sudore, stanchezza.
C’è da fare la coda davanti ad ogni quadro...Che confusione!
Vien fatto di pensare con nostalgia alle stradelle riposanti attorno al campanile del paese lontano, al piccolo prato verde davanti a casa e si sente una gran voglia di tornare.
Addio Firenze, addio autostrada rovente sotto il solleone!
Si torna a casa con un sospiro di sollievo e si pensa con invidia a chi è rimasto a passeggiare per le strade deserte di Pandino e a chi si è seduto ai tavolini vuoti di un caffè, guardando pigramente le poche macchine di passaggio per via Umberto. Ce ne ricorderemo il prossimo ferragosto !
(Anni ’60)
Pandino è vuoto. E’ ferragosto.
Ai tavolini dei caffè siede solo qualche malinconico avventore.
Le finestre delle case sono sbarrate e il sole picchia contro le imposte inutilmente. Per via Umberto, di tanto in tanto, passa qualche automobile carica di umanità sudata e stanca.
Il nostro paese è un po’ fuori mano, distanziato dalle grandi vie di comunicazione e con poche attrattive turistiche, se si toglie il Castello, tali da richiamare forestieri in massa.
Per le ferie d’agosto Pandino è soltanto dei pandinesi senza pretese, di quelli che si accontentano di poco: del temporale che giunge all’improvviso, della brezza che si alza, talvolta, verso sera, o della spruzzatina di pioggia che non riesce neppure a bagnare l’asfalto.
Più tardi, poi, davanti al televisore, i pandinesi rimasti in paese, guardano le immagini trasmesse sul video di incidenti stradali, di spiagge brulicanti, di città in cui pare non ci possa più entrare nemmeno uno spillo. E ringraziano il Signore della pace goduta nel piccolo giardino di casa, o nelle stradette tranquille all’ombra del campanile.
Dove sono andati i pandinesi durante le ferie?
Sarebbe interessante fare una statistica: quanti al mare, quanti ai monti, quanti all’estero.
E tra le località scelte, quali le preferite?
Molti, forse i più, hanno certo scelto le spiagge liguri o le coste adriatiche. Altri le valli bergamasche, la Valcamonica o il bellissimo Trentino.
C’è stato anche chi, invece, s’è accontentato di qualche giterella qua e là, un giorno al lago, un altro in montagna, un altro, magari...a Firenze.
Già, perché so di qualcuno che un bel mattino, prima ancora dell’alba, s’è messo in cammino per la città del Giglio.
Una vecchia macchinetta giudiziosa, un programmino ben fatto, alcune guide turistiche da consultare su musei, palazzi, curiosità fiorentine.
Cinque ore di viaggio... Cosa sono cinque ore? Il tempo di fare una cantatina, di raccontare tre barzellette e consumare uno spuntino...
Ma quando il sole comincia ad alzarsi da dietro le colline e l’Autostrada si mette a bollire, nella macchinetta si comincia a sospirare e la voglia di cantare vien meno.
Ma poi, finalmente, si arriva.
Quante cose ci si ripromette di fare, di vedere!
Già, ma è proprio l’entusiasmo che impedisce di notare, tra la marea dei cartelli, delle frecce, dei divieti, l’unico segnale che veramente interessi. E c’è un vigile, proprio lì, a portata di mano, che, invece, ha visto benissimo sia il cartello che la macchinetta targata Cremona.
Un fischio... un’imprecazione tra i denti...
Non c’è che dire...Ha ragione lui e bisogna pagare:
“Tremila, signori. “
“Scusi...”
“Grazie, buon viaggio”.
Il benvenuto nella città del Giglio non è troppo cordiale.
Pazienza!
Ed ora alla caccia di un parcheggio.. Eccolo! No, è già occupato... Forse là dietro...svelto...
Marcia...retromarcia...troppo tardi!
Così si va a casaccio per le strade super affollate, tra turisti col naso per aria, tenendo gli occhi sbarrati per timore di prender sotto qualcuno a destra o a sinistra.
Poi, se Dio vuole, si trova il posteggio, si scende, si afferrano libri e guide turistiche e si parte all’assalto di Piazza della Signoria: meta la Galleria degli Uffizi.
Gente che va, gente che viene, parlate in tutte le lingue, spintoni, calura, sudore, stanchezza.
C’è da fare la coda davanti ad ogni quadro...Che confusione!
Vien fatto di pensare con nostalgia alle stradelle riposanti attorno al campanile del paese lontano, al piccolo prato verde davanti a casa e si sente una gran voglia di tornare.
Addio Firenze, addio autostrada rovente sotto il solleone!
Si torna a casa con un sospiro di sollievo e si pensa con invidia a chi è rimasto a passeggiare per le strade deserte di Pandino e a chi si è seduto ai tavolini vuoti di un caffè, guardando pigramente le poche macchine di passaggio per via Umberto. Ce ne ricorderemo il prossimo ferragosto !
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