Breve storia dell’Apparizione e del Santuario della Madonna del Riposo
(Anni 1432-1997)
Un vecchio cascinale
C’era una volta, a Pandino, persa nella campagna, una vecchia cascina, proprio sulla curva, dove la strada si biforca : a destra si va ad Agnadello, diritto si arriva a Rivolta.
Per quasi duecento anni l’avevano abitata varie famiglie di agricoltori.
Si chiamava “Cascina Tomasone” e il nome le derivava da una vecchissima storia, tramandata dalla gente di padre in figlio.
Nel lontano 1432, quando Pandino aveva da pochi anni un Castello, pur essendo un piccolo borgo di soli quattrocento abitanti, nel cascinale abitava Tomaso Damici, un giovanotto robusto, detto anche Tomasone.
Era da poco rimasto orfano di genitori e conduceva la terra, che suo padre gli aveva lasciato, meglio che poteva.
A questo giovanotto, una notte, è apparsa la Madonna col Bambino in braccio, seduta sopra il ceppo di un noce, che un furioso temporale aveva abbattuto qualche giorno prima.
Quella notte egli stava andando a incendiare la cascina del suo vicino, Gaspare della Falconera, col quale aveva avuto un dissidio. Per tre volte egli è uscito di casa, tenendo delle brace accese in un coppo.
Ma giunto al cancello , ogni volta s’accorge che una bella signora forestiera sta riposandosi con un bimbo sulle ginocchia ed un libro in mano, proprio lì, su quel ceppo di noce che egli, a fatica, aveva trascinato in cascina, dopo averne a lungo discusso col vicino, che ne reclamava la proprietà. E ogni volta rientra in casa, sperando che la signora se ne vada.
Ma la terza volta la Madonna lo ferma , gli parla, si fa riconoscere , lo induce al perdono e chiede che venga costruita una chiesa, proprio lì, sul posto, come segno di pace.
Tomaso cade in ginocchio e si pente del gesto malvagio che stava attuando. Quando rialza la testa, la bella Signora è scomparsa. Ai piedi del ceppo di noce è sgorgata una fonte che prima non c’era.
Alle prime luci dell’alba, Tomaso corre in paese, parla con la gente, racconta a tutti la strana apparizione. I capi di Pandino insieme a donne, uomini e bambini, corrono al Tomasone.
E’ vero ! Lì c’è una pozza d’acqua cristallina che non c’era mai stata.
Arriva anche Ubone degli Uberti , il marmista, da sempre zoppicante e sofferente : arriva arrancando, dietro a tutti, con le sue stampelle : pieno di fiducia , immerge la gamba dolorante nella fonte del miracolo e la ritrae guarita. Butta le stampelle e grida il suo grazie a Maria.
Le madri pandinesi, nel corso dei secoli, hanno raccontato la storia di questo lontano miracolo ai figli bambini e poi, ogni volta, li portavano nella piccola chiesa di Santa Marta, di fronte al Castello, davanti ad una statua di legno dorato e dicendo :
“Ecco, questa è la Madonna del Tomasone, fermiamoci a dire un’ Ave Maria” :
Così i ragazzini pandinesi sono cresciuti per decenni, forse addirittura per secoli, con quel racconto nella mente e, probabilmente, l’hanno ritenuto una fiaba, di quelle che si narravano, nelle sere d’inverno, davanti al camino.
A scuola, poi, i maestri, nel parlare del paese, riprendevano quella storia, l’arricchivano di particolari, ne citavano date, nomi, fatti e documenti.
La Madonna raffigurata, nella bella statua di legno dorato, così come Tomaso l’aveva descritta, venne chiamata “Madonna del riposo”, dato che Maria, quella notte, lì si era fermata a riposare, seduta sul ceppo del noce.
Da anni ed anni, ogni volta che si passava davanti a quella vecchia cascina, si ripensava all’antico miracolo e alla chiesa che là era stata costruita nel 1432, alle processioni della gente, che vi accorreva ad ogni scoppiar di battaglie, così frequenti in quei primi secoli, dato che questa nostra terra era zona di confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia.
E pareva quasi che quell’andare e venire di carri agricoli e di bestie al pascolo, fosse un poco simile ad un sacrilegio : là dove era apparsa la Madonna, là dove era esistita per secoli una chiesa, non era giusto che non fosse rimasto neppure un segno, che tutto fosse solo affidato, ormai, alla fantasia della gente e alle storie raccontate ai bambini.
Poi la vecchia cascina venne abbandonata. Si era attorno agli anni settanta. Erano passati quasi due secoli da quando il piccolo santuario del Tomasone era stato sconsacrato e trasformato in casa colonica, dopo gli editti napoleonici dell’inizio ‘800. Ed ora anche quell’antica casa colonica aveva esaurito il suo compito. La gente se ne andava a vivere in paese.
Di anno in anno crollava un pezzo di tetto, si scrostavano le pareti, gli infissi venivano strappati via dal vento, l’acqua, durante i temporali, entrava nelle stanze e rovinava i pavimenti.
Il vecchio Tomasone andava alla rovina e pareva proprio che a nessuno importasse.
Poi i campi tutti intorno, un po’ alla volta, si riempirono di cantieri, di macchine scavatrici, di betoniere, di impalcature : un nuovo villaggio stava occupando, metro dopo metro, i campi ridotti a sterpaglie.
Ma il cascinale restava là, con accanto il grande gelso che ogni anno metteva foglie e more e che aveva quasi duecento anni, stando ad un ingiallito documento trovato in archivio.
Stava là, il vecchio cascinale, terrorizzando la gente che passava, poiché pareva proprio che da un momento all’altro, potesse crollare addosso a qualche curioso ragazzino, che , magari, vi entrava per gioco. Se le cose andavano avanti così, presto sarebbe stato abbattuto e sulle sue rovine sarebbe sorta una palazzina piena di finestre e di balconi, ricca di sole e di modernità
Un nome scritto nella storia
Ma nel destino del Tomasone stava scritto il nome di un prete straordinario, curioso della sua storia, innamorato della Vergine Maria, che credeva con forza a quell’antico racconto della Apparizione durante la notte della vigilia della domenica in Albis del 1432. E gli piangeva il cuore nel veder morire, sepolto sotto ville e palazzi, ciò che restava di quel luogo benedetto.
Il nome di quel prete, scritto nella storia segreta dell’Apparizione, era quello di don Gino Alberti.
E poi, a Pandino, c’erano alcuni curiosi, appassionati di storia locale : non si rassegnavano a far distruggere quel cadente cascinale dalle ruspe impietose. Cercavano qualcosa che confermasse le loro supposizioni. Se lì c’era stata, per secoli, una chiesa, qualche segno si doveva trovare : un dipinto, un pavimento, un arco, una colonna, chissà !
E così, sfidando le travi corrose e in bilico, si diedero a cercare, non sapevano neppure loro cosa, sicuri, però, che un segno doveva pur esserci , che alimentasse le loro speranze.
Fu così che, grattando sotto gli intonaci, trovarono, con un tuffo al cuore, i colori degli antichi affreschi coperti da varie mani di pittura, o rosa, o azzurra, o verdolina, vecchie di secoli, con cui generazioni di contadini avevano rinfrescato le pareti affumicate delle stanze.
E poi ci fu una previdente Amministrazione Comunale che, concedendo i permessi per costruire il nuovo villaggio residenziale nei terreni adiacenti, si riservò un certo numero di metri quadrati da adibire a verde pubblico, proprio lì, attorno al vecchio cascinale.
Fu allora che a quel prete straordinario, da una decina d’anni Parroco di Pandino, venne un’idea alla quale si aggrappò con tutte le sue forze : ecco là, proprio là , doveva sorgere un nuovo Santuario a Maria, a quella Madonna del Riposo che, più di cinquecento anni prima, in quel luogo era apparsa a Tomaso.
Un’idea quasi impossibile da realizzare, che egli, però, comincia a cullare nel cuore, pregando, perdendo il sonno la notte, pensandoci e ripensandoci, senza avere quasi il coraggio di parlarne durante le pause del suo impegnatissimo vivere quotidiano.
Un sogno, dunque ? Soltanto un sogno ?
Ma giunge l’autunno del 1992. Da mesi don Gino Alberti pensa, prega, si entusiasma, si abbatte, reagisce.
Poi comincia a parlarne : prima ai suoi più stretti collaboratori, i giovani sacerdoti don Angelo Storari e don Massimo Calvi, poi ai vari Consigli, Gruppi, Associazioni.
Che ne pensano i collaboratori più vicini al loro Parroco ?
C’è chi si entusiasma , ma c’è anche chi ha dei dubbi.
Poi se ne accenna in Curia. Certo l’idea è bella, ma come farà, don Gino ? La Curia non ha mezzi finanziari da offrire.
“Faremo da soli”.
L’affermazione sembra azzardata, ma chissà... Pandino è generosa...
Poi si interpella il Comune : che ne dite di quel terreno da adibire a verde pubblico ? Sono circa diecimila metri quadri, ci starebbe il Santuario e anche il verde pubblico...
Certo, la cosa si potrebbe fare, ma attenzione : non vi potranno essere contributi neppure qui...
E allora ? E allora coraggio, don Gino ! Faremo da soli !
La gente a poco a poco si appassiona all’idea. La povera gente, dapprima.
C’è una anziana pensionata che assicura :
“Il primo milione glielo voglio dare io”.
E ce n’è un altro che dice :
“Dal mio guadagno detraggo ciò che mi serve per vivere e il resto glielo porto ogni mese, non dubiti. Io vivo con poco.”
E alla sua morte, lassù in montagna, durante un’escursione, si scopre che alla Parrocchia, per il Santuario, egli ha lasciato in eredità la sua casa.
C’è poi una vecchia signora dalle ampie possibilità, che dice :
“So che serve una cifra importante per avere l’autorizzazione a cominciare i lavori. Gliela offro io con tutto il cuore”.
La vecchia signora è la proprietaria della Cascina Falconera. Che destino ! E’ la stessa cascina che Tomaso, quella sera, si accingeva a incendiare ! Don Gino comincia a sperare.
Il primo annuncio ufficiale appare su “Collegamento”, il Bollettino Parrocchiale del paese, nel dicembre del ’92. Scrive il Parroco :
“L’idea suggestiva di un piccolo Santuario al Tomasone, corredato da opportune articolazioni logistiche, noi la poniamo vicino alla culla del Divino Infante: che sia solo un sogno, una speranza, o una probabilità fattiva, lo diranno la grazia del Signore e la buona volontà dei pandinesi.”
E due mesi dopo, nel febbraio ’93, sempre su “Collegamento”, si può leggere a firma -don Gino- :
“Debbo confessare che, pur fiducioso e pieno di speranza nel dare l’annuncio, mai mi sarei aspettato una accoglienza tanto pronta e concorde, proveniente da tutti i settori della comunità. Sembra che la Madonna stessa si sia incaricata di aprire, subito e da ogni parte, le vie che conducono a quella realizzazione, tanto rapidamente si son venuti creando, attorno all’iniziativa, entusiasmo e disponibilità.”
Passano i mesi : arrivano gli incontri mariani di maggio, uno dei quali si tiene proprio là, sul campo dove tra poco arriveranno, si spera, le ruspe per dare il via ai sospirati lavori.
La folla guarda e prega : qui è apparsa Maria, qui ha avuto la sua prima Casa pandinese, qui ritornerà con l’aiuto di Dio e col sostegno della nostra gente.
Canzone di architettura
Nel febbraio ’94, ecco, finalmente, la notizia che son pronti i progetti preparati da cinque architetti, uno più bello dell’altro. Difficile scegliere.
Don Gino, che nel frattempo è stato fatto Monsignore, non vuole averne la responsabilità e non vuole influenzare alcuno. Forma una commissione di esperti, tutti estranei all’ambiente pandinese. Decidano loro in base alla propria competenza.
Ed ecco il responso : l’opera scelta è quella dell’architetto Claudio Bettinelli di Crema.
Don Gino nel darne notizia, nella Pasqua del ’94, intitola il suo scritto “Canzone di architettura”.
Le fotografie del progetto, pubblicate su “Collegamento”, riprendono tutto l’insieme da ogni lato. Pare davvero un canto che nasce tra il verde e sale verso l’azzurro.
Giunge il 1995 . Ruspe al lavoro, autocarri che vengono e che vanno e prime delusioni, purtroppo : il terreno ha bisogno di lavori straordinari prima che si gettino le fondamenta.
Un’opera di palificazione costosa e imponente è indispensabile.
Ma facciamoci coraggio !
Si va avanti e ben presto sul prato sconnesso c’è una grande spianata in cemento, su cui, poi, si appoggeranno le mura portanti.
E’ qui che arriva, il 23 aprile ’95, domenica in Albis, il nuovo vescovo di Cremona, mons. Giulio Nicolini per porre la prima pietra.
E’ festa grande !
La folla sul piazzale è enorme , la primavera sta sbocciando dovunque : nei giardini, nei campi, nei cuori.
Il nostro Santuario è al nastro di partenza, benedetto dal Vescovo, sotto lo sguardo sorridente della nostra Madonna !
D’ora in avanti i lavori non hanno soste. Vediamo nascere le mura, svettare il campanile. Il grande tetto, simile ad un manto, attira l’attenzione della gente, e poi il colonnato del portico, caldo di sole nei suoi mattoni a vista, l’abitazione del Cappellano, la sala-ragazzi, la sala-ristoro, la Cappella delle adunanze, gli appartamenti della Casa dell’Accoglienza, voluta da benefattori forestieri, amici di vecchia data di don Gino. Proprio loro vorrebbero che tutto fosse come allora nel Santuario Mariano. Nessuno aveva pensato, per esempio, alla fontana che sgorgò dove la Vergine aveva posato i piedi : una spesa che si era stati costretti ad eliminare per motivi di risparmio. Ebbene, ci penseranno loro, questi amici preziosi . La fontana ci sarà.
Il 1996 trascorre tra il batticuore del Parroco, che si accentua ad ogni scadenza dei pagamenti, e la “corsa” dei pandinesi per arrivare in tempo a coprire le spese.
Goccia su goccia si riempie il mare !
I milioni previsti, purtroppo, diventano miliardi. Ma don Gino dice :
“Quando sono in pena mi rivolgo a Maria e, improvvisamente, ecco arrivare la mano di Dio. Giunge un’offerta che non mi aspettavo.”
Per la domenica in Albis del 1997, ritorna il Vescovo per benedire le nuove campane : esse sono cinque e il loro suono si spargerà nella campagna circostante, toccherà i cascinali sparsi, arriverà fino al paese : una voce benedetta che ci riempirà di gioia.
Quel giorno la festa è grande, la folla è al di sopra di ogni previsione : giornata splendida, cielo terso, sole caldo e un vento allegro e pazzo che sembra scherzare con tutti.
Il Parroco è commosso fin quasi alle lacrime. Il Vescovo, entusiasta, parla alla gente col cuore in mano. Un “campanaro” pieno di brio, improvvisa un festoso concerto che il vento si porta lontano.
Ogni campana ha i nomi dei Santi cari alla nostra devozione : c’è la più grande, dedicata a Cristo Redentore ; poi quella che ricorda la Vergine del Riposo con a lato le immagini del nostro Castello e del nuovo Santuario. La terza porta i nomi di San Giuseppe, San Pietro, San Paolo e San Francesco, patroni della Chiesa universale e di quella italiana.
Poi c’è la quarta con i protettori di Pandino e della Diocesi, Santa Margherita, Santa Marta e Sant’Omobono.
Ed infine la più piccola, col Beato più recente, Francesco Spinelli, e col Santo protettore della gioventù, San Luigi Gonzaga.
Il tutto per il ragguardevole peso di 950 chilogrammi, con un concerto “pesante” in si bemolle, destinato a farsi sentire a distanza col suo suono armonioso e gentile.
Ho fatto un sogno .. .
Giunge così, finalmente, dopo un’estate laboriosa, tutta dedicata a rifiniture preziose ed attente, la prima domenica di ottobre del 1997 : il nuovo Santuario pandinese della Madonna del Riposo, viene benedetto e inaugurato dal vescovo mons. Nicolini.
Il voto è stato sciolto.
L’avevano fatto, quel voto, prima di don Gino, costruendo o restaurando l’antico Santuario e tenendone viva la storia, altri Parroci di Pandino nel corso dei secoli e i loro nomi sono ricordati in antichi manoscritti.
C’è, per primo, don Gottardo Valtorta che nel 1432 accoglie le parole di Maria , riportate da Tomaso, e si accinge subito alla costruzione della prima chiesa, lì, sul posto.
C’è poi don Stefano Zuvadelli che, nel 1610, fa riprodurre integralmente gli appunti di don Gottardo in cui si narrava la storia dell’Apparizione e della costruzione di quel primo Santuario.
Troviamo più avanti don Giuseppe Calleri che, nel 1710, benedice i restauri del tempio che i parrocchiani avevano effettuato per ringraziare la Vergine del Riposo, la quale li aveva protetti durante una furiosa epidemia.
Nel 1783 c’è don Giovanni Pavesi, guarito da una grave malattia dopo novene fatte dai parrocchiani alla Madonna del Tomasone. In segno di riconoscenza , ci furono quell’anno, a Pandino, quattro giorni di solenni cerimonie, culminate con l’incoronazione della statua della Vergine del Riposo.
Poi troviamo don Francesco Zanenga che, nel 1779, dice nelle sue memorie : “Lascio scritto che la festa della domenica in Albis si farà ogni anno in grande solennità, fino alla consumazione dei secoli”.
E ancora, nel 1891, il Parroco don Pietro Martire Frosi, che “con l’aiuto dei divoti del paese”, fa restaurare la statua quattrocentesca della Madonna.
Ora, negli annali del Tomasone, si scriverà questa data, 5 ottobre 1997, quando tutto un popolo esultante si è stretto attorno al suo parroco, Monsignor Gino Alberti, che un giorno disse di aver fatto un sogno...
Era un sogno “impossibile” ed egli l’ha cullato per mesi, per anni, ora incerto, ora trepidante, ora sicuro di sé ed entusiasta.
Ha affrontato notti insonni, timori ed ansie, dubbi e speranze, ha pianto ed ha sorriso.
Ha parlato, pregato, predicato , incitato la sua gente, ringraziato.
E’ vissuto nell’attesa di questo giorno ; non per sé, certo. Egli, infatti, ripeteva spesso :
“Io sono solo un povero prete...E’ la Madonna che agisce servendosi di me.”
Ora il Santuario della Vergine del Riposo è qui, nuovo, alle porte del paese, bello come una visione, ricco come una promessa.
Maria l’aveva chiesta questa sua “casa” più di cinquecento anni fa e poi aveva posto quel sogno nel cuore di un prete e l’aveva aiutato a vincere tutte le difficoltà confortandolo nei momenti di mortificazione e di delusione.
Gli ha dato speranza, ha spinto la gente verso di lui e poi ha riempito quel mare di necessità pian piano, quasi per rendere il suo aiuto più desiderato e prezioso.
Ed ecco, il miracolo s’è avverato, il sogno si è realizzato !
Don Gino se n’è andato improvvisamente e tragicamente, vittima incolpevole di un incidente stradale, due anni dopo l’inaugurazione del nuovo Santuario, il 17 dicembre 1999. Ma questo tempio di pietra resta e parlerà di Lui per anni e anni e dovrà diventare un tempio di anime, un tempio vivo, così come Lui l’aveva sognato
Sarà ancora necessaria, certamente, l’opera di Maria, che chiami tutti a Cristo, e l’opera dei suoi sacerdoti , che riempiano il tempio di sacre preghiere, di inviti, di incontri.
Insomma, un sogno che continua : un sogno pieno di fascino, destinato a durare nel tempo.
martedì 12 febbraio 2008
L'AVVENTURA ROMANA
L’AVVENTURA ROMANA
(Anno 1996)
Nella storia del nostro Santuario della Madonna del Riposo, c’è un giorno che non può essere dimenticato: il 6 maggio 1996, data dell’ “avventura romana”.
L’idea di portare a Roma la statua quattrocentesca, appena restaurata, della Vergine del Riposo, era nata quasi in sordina. C’erano, però, molti dubbi.
Era proprio opportuno farle fare un simile viaggio? La statua non ne avrebbe sofferto? E poi nella gran folla, che sempre invade Piazza San Pietro durante le udienze del Papa, che parte potevano avere i pandinesi?
Ma l’entusiasmo, a poco a poco, invase tutti.
A Roma si trovò subito l’appoggio incondizionato del nostro compaesano don Franco Follo, che dal 1983 fa parte della segreteria di Stato del Vaticano.
“Non preoccupatevi, qui a Roma organizzo tutto io”.
Anche il Vescovo di Cremona, mons. Giulio Nicolini, che aveva molta dimestichezza con la Sede romana, approvò l’idea e si offrì di accompagnare i pandinesi nel loro viaggio.
Don Massimo, don Angelo e i collaboratori più stretti della parrocchia, abbatterono gli ultimi dubbi di don Gino. E così un centinaio di persone con ogni mezzo, treno, pullman, aereo, automobili private, giunse nella capitale ed accolse la nostra statua che, tra mille attenzioni ed ansie, arrivò puntuale in Piazza San Pietro.
Ai pandinesi don Franco aveva riservato un posto speciale. Sopra la gradinata, davanti alla basilica, essi potevano godere di una panoramica stupenda sulla marea di gente arrivata per l’udienza pontificia da ogni parte del mondo.
Qui, si sperava, sarebbe anche passato il Papa e chissà...
Ma la realtà ha superato ogni aspettativa: il Papa, addirittura si è fermato, ha parlato coi pandinesi, ha baciato per tre volte la nostra Madonna.
Una semplice statua che alla fine del lontano 1400 un ignoto artigiano ha scolpito nel legno, ripetendo l’atteggiamento e l’espressione del volto, che Tomaso aveva descritto dopo l’Apparizione ; una statua che era stata ospitata per secoli in quello che ora è il rudere cadente che ancora sta lì, sulla curva della strada per Agnadello ; quella statua che avremmo portato in trionfo nel nuovo Santuario che stava sorgendo.
Quella statua era lì, sotto il sole di Roma, con tanta gente davanti e col Papa chino davanti ad essa per baciarla!
Un trionfo che ha strappato lacrime di commozione a tutti i presenti.
E noi rimasti a casa? Ci siamo ritrovati soli, senza la Madonna e senza preti, o quasi.
Ho detto “quasi” perché il Parroco ha fatto il prete volante, anche se, invece dell’aereo (ve lo dico in un orecchio, pare che abbia paura di volare!), si è servito del “Pendolino”: tante ore di viaggio e poche di sosta a Roma. Ma lui, proprio lui, non poteva assolutamente mancare. E don Agostino, suo fratello, giunto appositamente da Viadana, l’ha sostituito egregiamente.
Così noi, rimasti a casa, non abbiamo potuto far altro che pensare, con un po’ di rammarico, a coloro che erano là.
Appunto col pensiero fisso a Piazza San Pietro, io, verso mezzogiorno, stavo cercando con mio figlio di localizzare una rete televisiva che fosse collegata con l’udienza papale.
Finalmente l’abbiamo trovata, ma la trasmissione era già in corso: il Papa stava parlando in spagnolo, poi parlò in russo, poi in cecoslovacco e infine in polacco.
Ogni tanto sul video veniva inquadrata la folla. Ci siamo chiesti:
“Chissà dove saranno i pandinesi... E la Madonna dove sarà?”
Ad un certo punto io temetti che il saluto agli italiani il Papa l’avesse già letto all’inizio dell’udienza.
E invece no.
Ecco che un Monsignore al microfono comincia a citare i nomi dei gruppi italiani presenti. Prima nomina tante parrocchie del Veneto, poi passa alla provincia di Bergamo e a quella di Brescia, e poi ecco, finalmente, il nome che aspettavamo: “La Parrocchia Santa Margherita di Pandino, provincia di Cremona, accompagnata dal Vescovo Nicolini”.
A questo punto in casa mia suona il telefono: una voce sconosciuta, un po’ titubante, mi dice:
“Sono tutta agitata, signora, ho bisogno di parlare con qualcuno. Sta pensando anche lei a quello che penso io?”
Poi la signora si presenta, la riconosco, la vedo spesso alla messa mattutina.
“Penso ai nostri pandinesi a Roma”, continua la signora.
“Certo, ci penso anch’io, anzi, sto vedendo alla TV la Piazza San Pietro proprio in questo momento.”
E le dò in fretta le istruzioni per sintonizzarsi sulla rete lodigiana.
La signora è commossa, lo sono anch’io.
Poi il Papa riprende a parlare e, giunto alla Parrocchia Santa Margherita, cita la nostra statua quattrocentesca della Madonna del Riposo e il nostro Santuario in costruzione.
A questo punto la trasmissione si interrompe così non vediamo il Papa che bacia, come sapremo l’indomani, la nostra Madonna, che benedice i pandinesi e che posa con loro per la foto ricordo. Immaginiamo, però, l’entusiasmo dei nostri centoventi compaesani. Anche noi eravamo felici: i nostri cuori erano con loro e non importava se centinaia e centinaia di chilometri ci separavano.
Abbiamo avuto anche noi, qui a casa, il nostro...attimo di gloria: i nomi di Pandino, della Madonna del Riposo e del nostro nuovo Santuario li ha pronunciati il Papa stesso, davanti a gente di ogni parte del mondo.
(Anno 1996)
Nella storia del nostro Santuario della Madonna del Riposo, c’è un giorno che non può essere dimenticato: il 6 maggio 1996, data dell’ “avventura romana”.
L’idea di portare a Roma la statua quattrocentesca, appena restaurata, della Vergine del Riposo, era nata quasi in sordina. C’erano, però, molti dubbi.
Era proprio opportuno farle fare un simile viaggio? La statua non ne avrebbe sofferto? E poi nella gran folla, che sempre invade Piazza San Pietro durante le udienze del Papa, che parte potevano avere i pandinesi?
Ma l’entusiasmo, a poco a poco, invase tutti.
A Roma si trovò subito l’appoggio incondizionato del nostro compaesano don Franco Follo, che dal 1983 fa parte della segreteria di Stato del Vaticano.
“Non preoccupatevi, qui a Roma organizzo tutto io”.
Anche il Vescovo di Cremona, mons. Giulio Nicolini, che aveva molta dimestichezza con la Sede romana, approvò l’idea e si offrì di accompagnare i pandinesi nel loro viaggio.
Don Massimo, don Angelo e i collaboratori più stretti della parrocchia, abbatterono gli ultimi dubbi di don Gino. E così un centinaio di persone con ogni mezzo, treno, pullman, aereo, automobili private, giunse nella capitale ed accolse la nostra statua che, tra mille attenzioni ed ansie, arrivò puntuale in Piazza San Pietro.
Ai pandinesi don Franco aveva riservato un posto speciale. Sopra la gradinata, davanti alla basilica, essi potevano godere di una panoramica stupenda sulla marea di gente arrivata per l’udienza pontificia da ogni parte del mondo.
Qui, si sperava, sarebbe anche passato il Papa e chissà...
Ma la realtà ha superato ogni aspettativa: il Papa, addirittura si è fermato, ha parlato coi pandinesi, ha baciato per tre volte la nostra Madonna.
Una semplice statua che alla fine del lontano 1400 un ignoto artigiano ha scolpito nel legno, ripetendo l’atteggiamento e l’espressione del volto, che Tomaso aveva descritto dopo l’Apparizione ; una statua che era stata ospitata per secoli in quello che ora è il rudere cadente che ancora sta lì, sulla curva della strada per Agnadello ; quella statua che avremmo portato in trionfo nel nuovo Santuario che stava sorgendo.
Quella statua era lì, sotto il sole di Roma, con tanta gente davanti e col Papa chino davanti ad essa per baciarla!
Un trionfo che ha strappato lacrime di commozione a tutti i presenti.
E noi rimasti a casa? Ci siamo ritrovati soli, senza la Madonna e senza preti, o quasi.
Ho detto “quasi” perché il Parroco ha fatto il prete volante, anche se, invece dell’aereo (ve lo dico in un orecchio, pare che abbia paura di volare!), si è servito del “Pendolino”: tante ore di viaggio e poche di sosta a Roma. Ma lui, proprio lui, non poteva assolutamente mancare. E don Agostino, suo fratello, giunto appositamente da Viadana, l’ha sostituito egregiamente.
Così noi, rimasti a casa, non abbiamo potuto far altro che pensare, con un po’ di rammarico, a coloro che erano là.
Appunto col pensiero fisso a Piazza San Pietro, io, verso mezzogiorno, stavo cercando con mio figlio di localizzare una rete televisiva che fosse collegata con l’udienza papale.
Finalmente l’abbiamo trovata, ma la trasmissione era già in corso: il Papa stava parlando in spagnolo, poi parlò in russo, poi in cecoslovacco e infine in polacco.
Ogni tanto sul video veniva inquadrata la folla. Ci siamo chiesti:
“Chissà dove saranno i pandinesi... E la Madonna dove sarà?”
Ad un certo punto io temetti che il saluto agli italiani il Papa l’avesse già letto all’inizio dell’udienza.
E invece no.
Ecco che un Monsignore al microfono comincia a citare i nomi dei gruppi italiani presenti. Prima nomina tante parrocchie del Veneto, poi passa alla provincia di Bergamo e a quella di Brescia, e poi ecco, finalmente, il nome che aspettavamo: “La Parrocchia Santa Margherita di Pandino, provincia di Cremona, accompagnata dal Vescovo Nicolini”.
A questo punto in casa mia suona il telefono: una voce sconosciuta, un po’ titubante, mi dice:
“Sono tutta agitata, signora, ho bisogno di parlare con qualcuno. Sta pensando anche lei a quello che penso io?”
Poi la signora si presenta, la riconosco, la vedo spesso alla messa mattutina.
“Penso ai nostri pandinesi a Roma”, continua la signora.
“Certo, ci penso anch’io, anzi, sto vedendo alla TV la Piazza San Pietro proprio in questo momento.”
E le dò in fretta le istruzioni per sintonizzarsi sulla rete lodigiana.
La signora è commossa, lo sono anch’io.
Poi il Papa riprende a parlare e, giunto alla Parrocchia Santa Margherita, cita la nostra statua quattrocentesca della Madonna del Riposo e il nostro Santuario in costruzione.
A questo punto la trasmissione si interrompe così non vediamo il Papa che bacia, come sapremo l’indomani, la nostra Madonna, che benedice i pandinesi e che posa con loro per la foto ricordo. Immaginiamo, però, l’entusiasmo dei nostri centoventi compaesani. Anche noi eravamo felici: i nostri cuori erano con loro e non importava se centinaia e centinaia di chilometri ci separavano.
Abbiamo avuto anche noi, qui a casa, il nostro...attimo di gloria: i nomi di Pandino, della Madonna del Riposo e del nostro nuovo Santuario li ha pronunciati il Papa stesso, davanti a gente di ogni parte del mondo.
LA SCARPA... DEL LADRO!
E’ successo a Pandino:
LA SCARPA DEL... LADRO
(Anno 1988)
Potrebbe essere la storia di Cenerentola in versione... moderna!
La località del fatto: una palazzina di nuova fabbricazione, alla periferia del paese, appartamento al piano rialzato.
Protagonisti dell’avventura: due giovani sposi, Giuseppe Labò e consorte, residenti in via Garibaldi, appena rientrati dal viaggio di nozze, e un ladro, svelto... ma non troppo.
Sono le ventidue e trenta di una tiepida sera del mese di giugno. I due sposini stanno guardando un programma televisivo. Ma lui, Giuseppe, ha l’udito fine. Gli par di sentire un rumore sospetto e si alza per controllare.
Dalla tapparella semi abbassata della stanza da letto vede una gamba che sta arrancando per uscire in tutta fretta.
Si precipita, l’afferra, ma quella sguscia via. A lui resta in mano soltanto una scarpa.
Affacciandosi alla finestra scopre che il ladro mancato sale su un’auto e fugge.
Ai giovani sposi stavolta è andata bene.
Con quella scarpa in mano Giuseppe pensa che sarebbe bello potersi mettere alla ricerca del suo...Cenerentolo!
Ma forse non ne vale la pena: meglio farci sopra una risata e raccontare l’avventura agli amici del bar.
LA SCARPA DEL... LADRO
(Anno 1988)
Potrebbe essere la storia di Cenerentola in versione... moderna!
La località del fatto: una palazzina di nuova fabbricazione, alla periferia del paese, appartamento al piano rialzato.
Protagonisti dell’avventura: due giovani sposi, Giuseppe Labò e consorte, residenti in via Garibaldi, appena rientrati dal viaggio di nozze, e un ladro, svelto... ma non troppo.
Sono le ventidue e trenta di una tiepida sera del mese di giugno. I due sposini stanno guardando un programma televisivo. Ma lui, Giuseppe, ha l’udito fine. Gli par di sentire un rumore sospetto e si alza per controllare.
Dalla tapparella semi abbassata della stanza da letto vede una gamba che sta arrancando per uscire in tutta fretta.
Si precipita, l’afferra, ma quella sguscia via. A lui resta in mano soltanto una scarpa.
Affacciandosi alla finestra scopre che il ladro mancato sale su un’auto e fugge.
Ai giovani sposi stavolta è andata bene.
Con quella scarpa in mano Giuseppe pensa che sarebbe bello potersi mettere alla ricerca del suo...Cenerentolo!
Ma forse non ne vale la pena: meglio farci sopra una risata e raccontare l’avventura agli amici del bar.
UN PANDINESE IN GIRO PER L'EUROPA
UN PANDINESE IN VIAGGIO PER L’EUROPA
(1942-1945)
E’ Ferragosto del 1998.
La sera è incipiente, la gente, poca, dato che molti sono ancora in vacanza, esce dal Santuario e si
ferma sul piazzale per salutare gli amici. Ormai ci conosciamo tutti, noi, fedelissimi della Vespertina delle venti. Ed ecco, un amico mi sorride e mi chiede se ho un attimo di tempo : ho detto “un amico” anche se , forse, in tutti questi anni, ci siamo scambiati solo sorrisi e qualche gesto di saluto. Ma tant’è : è anche lui un “amico”, poiché tutti, dopo una Messa raccolta e sentita come questa in Santuario, ci sentiamo più uniti.
Mi dice ; “Oggi sono tutti in ferie, in giro per il mondo. Sa, anch’io ho girato l’Europa in su e in giù, tanti anni fa. Ma non ero in ferie, ero in guerra. Ho scritto un diario, allora. Lei riferisce spesso di fatti d’altri tempi, forse le piacerebbe leggerlo...”
Certo che mi piacerebbe ! Sono sempre curiosa delle cose passate, delle esperienze vissute dagli altri.
“Se domani glielo porto, va bene ?”
“Benissimo, l’aspetto.”
E così Rosolino Bertazzoli, classe 1923, pandinese da generazioni, mi porta due quaderni : uno è scritto a mano .
“Vede, ho riordinato , appena rientrato dalla prigionia, le note che avevo scritto di volta in volta...”
L’altro è dattiloscritto, senza pretese, cucito al centro con l’ago e il filo e chiuso in una semplice copertina di cartone.
“Me l’hanno battuto a macchina i miei figli, così si legge meglio”.
E’ vero e io mi ci metto subito, quasi con golosità.
Anch’io ho vissuto quegli anni di guerra, quelle date le ricordo tutte, ad una ad una.
Quel Natale 1942, per esempio, quando il nostro amico riceve la “cartolina” di richiamo alle armi ; io ero a scuola e facevo la “raccolta della lana” tra i miei scolari per poi confezionare indumenti caldi da inviare ai soldati in Russia.
E quell’otto settembre del 1943, quando egli, a Patrasso, in Grecia, ode la notizia dell’armistizio firmato da Badoglio : notizia che doveva restare segreta e che, invece, trapelò e percorse come una ventata l’Italia, la Russia, l’Africa, la Grecia, l’Albania, la Jugoslavia, dovunque ci fossero eserciti in guerra. Io vidi in quei giorni, per le nostre strade, soldati in fuga, nascosti tra i campi, in cerca di cibo e di abiti borghesi, abbandonati a se stessi, senza ordini, senza guida, senz’altro pensiero che raggiungere le case lontane dove trovare un rifugio .
Rosolino Bertazzoli quel giorno era a Patrasso, in una enorme caserma senza più ufficiali. Che fare ? Da lì era impossibile fuggire e raggiungere casa. Così vennero i tedeschi, che si erano sentiti traditi dagli ex alleati e li disarmarono , li caricarono su lunghe tradotte e, senza dare spiegazioni, li portarono verso il nord.
E’ commovente leggere le frasi con cui egli descrive quel viaggio allucinante. Dalla Grecia alla Bulgaria, da qui in Albania, poi in Jugoslavia, infine in Austria e poi in Germania , su su, fino a Berlino. Un viaggio che non finiva mai, con poco cibo, con tanta ansia nel cuore, con l’Italia che si allontanava sempre più.
Poi ecco i prigionieri in un vastissimo campo recintato, tra migliaia e migliaia di soldati italiani sconvolti : troppo presto ci si era illusi che con l’armistizio la guerra fosse finita.
“Nelle scodelle del rancio c’erano solo barbabietole bollite e qualche pezzo di rapa e, sul fondo, cucchiaiate di sabbia... E poi un filone di pane nero del peso di un chilo e mezzo da dividerci in sette...”
Anch’io ricordo quel pane nero e appiccicoso, che qui in Italia si comprava coi bollini delle tessere annonarie. Eppure come lo si divorava, afflitti come eravamo da una fame sempre insaziata.
Nel campo berlinese per i nostri soldati comincia anche un’altra tragedia : i bombardamenti sulla città.
“Il cielo su Berlino è sempre totalmente coperto di apparecchi, con formazioni che arrivano e altre che se ne vanno dopo aver sganciato le loro bombe”, scrive Bertazzoli.
La città brucia, è tutta un rogo. Appena cessa l’allarme aereo, i prigionieri debbono uscire con picconi e badili a rimuovere le macerie, a sgombrare le strade, a recuperare i morti.
Ricordo anch’io i bombardamenti di quegli anni ; come quando a Gorla, alla periferia di Milano, un aereo sganciò le sue bombe sopra una scuola elementare, uccidendo di colpo 300 bambini con 15 maestri, la direttrice della scuola e due bidelli ! Che strazio...
Arriva il Natale del 1943. Il nostro amico racconta :
“La sera della vigilia ho mangiato la solita minestra di rape. Però la giornata mi era stata propizia : avevo trovato, nel rimuovere le macerie, un pezzo di pane e lo avevo gelosamente custodito in fondo allo zaino per l’indomani, giorno di natale... A mezzanotte in punto il Cappellano del campo celebra la Messa davanti al presepio, tenuto nascosto dietro una tenda fino allo scoccare dell’ora fatale... E’ magnifico ! Sebbene costruito con immagini di cartone dipinte dal tenente medico, sembra quasi vivo e mi fa ricordare i bei presepi della mia chiesa pandinese. Sono emozionato e penso ai miei cari lontani. Chissà che gioia se sapessero che noi siamo qui , davanti a un altare, davanti a Gesù Bambino e preghiamo per loro e perché arrivi presto il giorno in cui potremo riabbracciarli... Alla fine tutti facciamo la santa Comunione. A me viene spontanea una preghiera : -Gesù, tu che sei colui
che pacifica i cuori, porta finalmente la sospirata pace in tutto il mondo e fa che ad ogni madre tornino presto a casa i figli...-“
Passa il Natale, arriva la Pasqua. Crollano i palazzi attorno a loro, bruciano le case, scoppiano le bombe. I prigionieri vivono giornate intere rintanati nei rifugi e quando escono con picconi e badili, pare che Berlino non esista più.
Ma un giorno, dato che era stata concessa una certa libertà ai prigionieri, dopo che avevano accettato di aderire ai “lavoratori liberi” , come richiesto dalle autorità tedesche, ecco la grande occasione !
E’ un pomeriggio di novembre e nel campo sportivo di Westend si disputa la partita di calcio Italia - Francia, tra lavoratori di Berlino.
“Sono presenti” , si legge nel diario, “migliaia di persone e moltissimi sono gli italiani. Mentre seguo la partita, mi sento battere sulla spalla. Mi giro e, sorpresa, mi trovo davanti un paesano, Pietro Zanaboni ! Non si può immaginare la gioia ! L’emozione ci chiude la gola... Anche lui si trova a Berlino, ma dall’altra parte della città... La domenica dopo , con un compagno di Trescore Cremasco che ha un compaesano nello stesso campo, vado a trovarlo. Sembra quasi d’essere al paese.”
Arriva un altro Natale e poi Capodanno. Con Zanaboni continuano a vedersi, si vanno a trovare a vicenda attraversando una immensa Berlino ormai ridotta ad un cumulo di macerie fumanti.
I russi, si sente dire da radio - campo, si fanno sempre più vicini. Il nostro amico scrive :
“Sono ormai a 90 chilometri dalla capitale. La popolazione è atterrita e tutti vengono mobilitati per la difesa di quel che rimane della città... Anche noi siamo trasportati dieci Km. più in là per costruire fortificazioni, trincee, camminamenti, fossi anticarro”.
La guerra sta volgendo al termine. Dopo un’altra Pasqua tra le bombe, arriva la fine di aprile.
I caccia russi passano a volo radente e i bombardieri scaricano bombe su bombe. Si vive ormai solo nei rifugi. Scrive ancora Bertazzoli :
“Il 23 aprile ci portano con seghe ed accette nel grande parco di Tiergarten. La Cancelleria di Hitler si trova a meno di cento metri. Noi veniamo impiegati a tagliare grosse piante e a buttarle in terra per formare delle improvvisate difese. Gli apparecchi russi, sfiorando gli alberi, mitragliano a tutta forza... La situazione si fa critica. Io e alcuni compagni riusciamo ad allontanarci da quell’inferno e rientriamo incolumi al nostro campo... Il bosco di Tiergarten viene tutto raso al suolo. I nostri compagni si sono salvati. Abbiamo avuto solo un paio di feriti.... Nella notte attendiamo con ansia l’arrivo dei russi ; sembrano dietro la porta , ma non arrivano mai....Il due maggio 1945 si ode gridare nel rifugio dove siamo nascosti : - La guerra è finita !-“
Ma per il nostro amico non è proprio così.
Arrivano, infatti, i russi e dopo un paio di settimane giunge l’ordine di partire.
Con una lunga e lenta tradotta, tra binari disastrati, su ponti traballanti, con locomotive che perdono acqua, gli italiani lasciano Berlino.
Ma la tradotta non scende in Italia, come essi speravano. Va , invece, a Varsavia, in Polonia.
Altro campo di raccolta, altre attese, altre speranze. Ma pare che nessuno voglia occuparsi degli italiani : ognuno ha i suoi problemi a cui pensare. Gli italiani devono arrangiarsi da soli.
E così un giorno si mettono in cammino e vanno vanno, a piedi, lungo strade polacche sconosciute, alla ricerca di altri compatrioti che sappiano indirizzarli, togliendoli dallo sbando.
Finalmente a Landsberg trovano un centro di raccolta con un capitano medico che lo dirige.
Altra attesa lunga, monotona.
“Qui muoiono sei compagni”, scrive il nostro amico, “ proprio quando si stava avverando il sogno di far ritorno a casa”.
Finalmente il 16 settembre 1945 arriva l’ordine della partenza.
Altra tradotta lenta, scassata, su rotaie semi distrutte, su ponti ricostruiti in fretta.
“Ma non si andrà in Italia neppure stavolta. Si ritorna a Berlino. I russi ci consegnano agli americani, saranno loro a riportarci in patria... Guardando la metropoli ridotta ad un cumulo di macerie , la mia avventura mi sembra un brutto sogno...La realtà, ora, mi riempie di gioia. Mi viene il desiderio di perdonare a tutti”. Così scrive Bertazzoli nel suo diario.
Alla stazione di Berlino, dopo qualche ora d’attesa, viene cambiata la locomotiva al convoglio e si riparte, stavolta giù decisamente verso il sud. Si attraversa la Baviera, si tocca Monaco, si entra in Austria. L’Italia è vicina ! Ecco il confine, poi Bolzano, Trento, Verona, Milano, Treviglio.
Il nostro amico è quasi arrivato a casa. Lascia la stazione con due compagni doveresi incontrati durante il viaggio, e sale sulla corriera per Lodi.
“E’ piena zeppa di gente,” scrive il nostro reduce, “ ma non ci sgomentiamo. Noi tre siamo abituati ai viaggi scomodi : prendiamo posto sul tetto della corriera, dove si respira aria migliore...In meno di mezz’ora sono nelle vicinanze di Pandino. Ecco il mio bel campanile.... E’ lunedì, giorno di mercato, la gente gremisce la piazza...”
In questo modo il pandinese Rosolino Bertazzoli ha fatto il suo “giro d’Europa” : un tragico giro, che egli non augura ad alcuno.
Meglio , molto meglio, certo, il giro del mondo che tanti pandinesi si sono fatti in questo Ferragosto ’98 per godersi le ferie !
(1942-1945)
E’ Ferragosto del 1998.
La sera è incipiente, la gente, poca, dato che molti sono ancora in vacanza, esce dal Santuario e si
ferma sul piazzale per salutare gli amici. Ormai ci conosciamo tutti, noi, fedelissimi della Vespertina delle venti. Ed ecco, un amico mi sorride e mi chiede se ho un attimo di tempo : ho detto “un amico” anche se , forse, in tutti questi anni, ci siamo scambiati solo sorrisi e qualche gesto di saluto. Ma tant’è : è anche lui un “amico”, poiché tutti, dopo una Messa raccolta e sentita come questa in Santuario, ci sentiamo più uniti.
Mi dice ; “Oggi sono tutti in ferie, in giro per il mondo. Sa, anch’io ho girato l’Europa in su e in giù, tanti anni fa. Ma non ero in ferie, ero in guerra. Ho scritto un diario, allora. Lei riferisce spesso di fatti d’altri tempi, forse le piacerebbe leggerlo...”
Certo che mi piacerebbe ! Sono sempre curiosa delle cose passate, delle esperienze vissute dagli altri.
“Se domani glielo porto, va bene ?”
“Benissimo, l’aspetto.”
E così Rosolino Bertazzoli, classe 1923, pandinese da generazioni, mi porta due quaderni : uno è scritto a mano .
“Vede, ho riordinato , appena rientrato dalla prigionia, le note che avevo scritto di volta in volta...”
L’altro è dattiloscritto, senza pretese, cucito al centro con l’ago e il filo e chiuso in una semplice copertina di cartone.
“Me l’hanno battuto a macchina i miei figli, così si legge meglio”.
E’ vero e io mi ci metto subito, quasi con golosità.
Anch’io ho vissuto quegli anni di guerra, quelle date le ricordo tutte, ad una ad una.
Quel Natale 1942, per esempio, quando il nostro amico riceve la “cartolina” di richiamo alle armi ; io ero a scuola e facevo la “raccolta della lana” tra i miei scolari per poi confezionare indumenti caldi da inviare ai soldati in Russia.
E quell’otto settembre del 1943, quando egli, a Patrasso, in Grecia, ode la notizia dell’armistizio firmato da Badoglio : notizia che doveva restare segreta e che, invece, trapelò e percorse come una ventata l’Italia, la Russia, l’Africa, la Grecia, l’Albania, la Jugoslavia, dovunque ci fossero eserciti in guerra. Io vidi in quei giorni, per le nostre strade, soldati in fuga, nascosti tra i campi, in cerca di cibo e di abiti borghesi, abbandonati a se stessi, senza ordini, senza guida, senz’altro pensiero che raggiungere le case lontane dove trovare un rifugio .
Rosolino Bertazzoli quel giorno era a Patrasso, in una enorme caserma senza più ufficiali. Che fare ? Da lì era impossibile fuggire e raggiungere casa. Così vennero i tedeschi, che si erano sentiti traditi dagli ex alleati e li disarmarono , li caricarono su lunghe tradotte e, senza dare spiegazioni, li portarono verso il nord.
E’ commovente leggere le frasi con cui egli descrive quel viaggio allucinante. Dalla Grecia alla Bulgaria, da qui in Albania, poi in Jugoslavia, infine in Austria e poi in Germania , su su, fino a Berlino. Un viaggio che non finiva mai, con poco cibo, con tanta ansia nel cuore, con l’Italia che si allontanava sempre più.
Poi ecco i prigionieri in un vastissimo campo recintato, tra migliaia e migliaia di soldati italiani sconvolti : troppo presto ci si era illusi che con l’armistizio la guerra fosse finita.
“Nelle scodelle del rancio c’erano solo barbabietole bollite e qualche pezzo di rapa e, sul fondo, cucchiaiate di sabbia... E poi un filone di pane nero del peso di un chilo e mezzo da dividerci in sette...”
Anch’io ricordo quel pane nero e appiccicoso, che qui in Italia si comprava coi bollini delle tessere annonarie. Eppure come lo si divorava, afflitti come eravamo da una fame sempre insaziata.
Nel campo berlinese per i nostri soldati comincia anche un’altra tragedia : i bombardamenti sulla città.
“Il cielo su Berlino è sempre totalmente coperto di apparecchi, con formazioni che arrivano e altre che se ne vanno dopo aver sganciato le loro bombe”, scrive Bertazzoli.
La città brucia, è tutta un rogo. Appena cessa l’allarme aereo, i prigionieri debbono uscire con picconi e badili a rimuovere le macerie, a sgombrare le strade, a recuperare i morti.
Ricordo anch’io i bombardamenti di quegli anni ; come quando a Gorla, alla periferia di Milano, un aereo sganciò le sue bombe sopra una scuola elementare, uccidendo di colpo 300 bambini con 15 maestri, la direttrice della scuola e due bidelli ! Che strazio...
Arriva il Natale del 1943. Il nostro amico racconta :
“La sera della vigilia ho mangiato la solita minestra di rape. Però la giornata mi era stata propizia : avevo trovato, nel rimuovere le macerie, un pezzo di pane e lo avevo gelosamente custodito in fondo allo zaino per l’indomani, giorno di natale... A mezzanotte in punto il Cappellano del campo celebra la Messa davanti al presepio, tenuto nascosto dietro una tenda fino allo scoccare dell’ora fatale... E’ magnifico ! Sebbene costruito con immagini di cartone dipinte dal tenente medico, sembra quasi vivo e mi fa ricordare i bei presepi della mia chiesa pandinese. Sono emozionato e penso ai miei cari lontani. Chissà che gioia se sapessero che noi siamo qui , davanti a un altare, davanti a Gesù Bambino e preghiamo per loro e perché arrivi presto il giorno in cui potremo riabbracciarli... Alla fine tutti facciamo la santa Comunione. A me viene spontanea una preghiera : -Gesù, tu che sei colui
che pacifica i cuori, porta finalmente la sospirata pace in tutto il mondo e fa che ad ogni madre tornino presto a casa i figli...-“
Passa il Natale, arriva la Pasqua. Crollano i palazzi attorno a loro, bruciano le case, scoppiano le bombe. I prigionieri vivono giornate intere rintanati nei rifugi e quando escono con picconi e badili, pare che Berlino non esista più.
Ma un giorno, dato che era stata concessa una certa libertà ai prigionieri, dopo che avevano accettato di aderire ai “lavoratori liberi” , come richiesto dalle autorità tedesche, ecco la grande occasione !
E’ un pomeriggio di novembre e nel campo sportivo di Westend si disputa la partita di calcio Italia - Francia, tra lavoratori di Berlino.
“Sono presenti” , si legge nel diario, “migliaia di persone e moltissimi sono gli italiani. Mentre seguo la partita, mi sento battere sulla spalla. Mi giro e, sorpresa, mi trovo davanti un paesano, Pietro Zanaboni ! Non si può immaginare la gioia ! L’emozione ci chiude la gola... Anche lui si trova a Berlino, ma dall’altra parte della città... La domenica dopo , con un compagno di Trescore Cremasco che ha un compaesano nello stesso campo, vado a trovarlo. Sembra quasi d’essere al paese.”
Arriva un altro Natale e poi Capodanno. Con Zanaboni continuano a vedersi, si vanno a trovare a vicenda attraversando una immensa Berlino ormai ridotta ad un cumulo di macerie fumanti.
I russi, si sente dire da radio - campo, si fanno sempre più vicini. Il nostro amico scrive :
“Sono ormai a 90 chilometri dalla capitale. La popolazione è atterrita e tutti vengono mobilitati per la difesa di quel che rimane della città... Anche noi siamo trasportati dieci Km. più in là per costruire fortificazioni, trincee, camminamenti, fossi anticarro”.
La guerra sta volgendo al termine. Dopo un’altra Pasqua tra le bombe, arriva la fine di aprile.
I caccia russi passano a volo radente e i bombardieri scaricano bombe su bombe. Si vive ormai solo nei rifugi. Scrive ancora Bertazzoli :
“Il 23 aprile ci portano con seghe ed accette nel grande parco di Tiergarten. La Cancelleria di Hitler si trova a meno di cento metri. Noi veniamo impiegati a tagliare grosse piante e a buttarle in terra per formare delle improvvisate difese. Gli apparecchi russi, sfiorando gli alberi, mitragliano a tutta forza... La situazione si fa critica. Io e alcuni compagni riusciamo ad allontanarci da quell’inferno e rientriamo incolumi al nostro campo... Il bosco di Tiergarten viene tutto raso al suolo. I nostri compagni si sono salvati. Abbiamo avuto solo un paio di feriti.... Nella notte attendiamo con ansia l’arrivo dei russi ; sembrano dietro la porta , ma non arrivano mai....Il due maggio 1945 si ode gridare nel rifugio dove siamo nascosti : - La guerra è finita !-“
Ma per il nostro amico non è proprio così.
Arrivano, infatti, i russi e dopo un paio di settimane giunge l’ordine di partire.
Con una lunga e lenta tradotta, tra binari disastrati, su ponti traballanti, con locomotive che perdono acqua, gli italiani lasciano Berlino.
Ma la tradotta non scende in Italia, come essi speravano. Va , invece, a Varsavia, in Polonia.
Altro campo di raccolta, altre attese, altre speranze. Ma pare che nessuno voglia occuparsi degli italiani : ognuno ha i suoi problemi a cui pensare. Gli italiani devono arrangiarsi da soli.
E così un giorno si mettono in cammino e vanno vanno, a piedi, lungo strade polacche sconosciute, alla ricerca di altri compatrioti che sappiano indirizzarli, togliendoli dallo sbando.
Finalmente a Landsberg trovano un centro di raccolta con un capitano medico che lo dirige.
Altra attesa lunga, monotona.
“Qui muoiono sei compagni”, scrive il nostro amico, “ proprio quando si stava avverando il sogno di far ritorno a casa”.
Finalmente il 16 settembre 1945 arriva l’ordine della partenza.
Altra tradotta lenta, scassata, su rotaie semi distrutte, su ponti ricostruiti in fretta.
“Ma non si andrà in Italia neppure stavolta. Si ritorna a Berlino. I russi ci consegnano agli americani, saranno loro a riportarci in patria... Guardando la metropoli ridotta ad un cumulo di macerie , la mia avventura mi sembra un brutto sogno...La realtà, ora, mi riempie di gioia. Mi viene il desiderio di perdonare a tutti”. Così scrive Bertazzoli nel suo diario.
Alla stazione di Berlino, dopo qualche ora d’attesa, viene cambiata la locomotiva al convoglio e si riparte, stavolta giù decisamente verso il sud. Si attraversa la Baviera, si tocca Monaco, si entra in Austria. L’Italia è vicina ! Ecco il confine, poi Bolzano, Trento, Verona, Milano, Treviglio.
Il nostro amico è quasi arrivato a casa. Lascia la stazione con due compagni doveresi incontrati durante il viaggio, e sale sulla corriera per Lodi.
“E’ piena zeppa di gente,” scrive il nostro reduce, “ ma non ci sgomentiamo. Noi tre siamo abituati ai viaggi scomodi : prendiamo posto sul tetto della corriera, dove si respira aria migliore...In meno di mezz’ora sono nelle vicinanze di Pandino. Ecco il mio bel campanile.... E’ lunedì, giorno di mercato, la gente gremisce la piazza...”
In questo modo il pandinese Rosolino Bertazzoli ha fatto il suo “giro d’Europa” : un tragico giro, che egli non augura ad alcuno.
Meglio , molto meglio, certo, il giro del mondo che tanti pandinesi si sono fatti in questo Ferragosto ’98 per godersi le ferie !
LA LUISIANA
LA “LUISIANA”
(Anni 1963-1998)
La “Luisiana” è, tra le realtà sportive pandinesi più consolidate, una delle più ampie per numero di iscritti, delle più seguite dalla gente e delle più amate.
E’ nata nel settembre del 1963, presso l’Oratorio San Luigi di Pandino : da qui il nome di “Luisiana”, che ha in sé qualcosa di esotico e che riesce a far fantasticare anche i bambini.
Ma non occorre un nome per dar le ali alla fantasia dei ragazzini : basta una palla rotonda, comunque sia, di stracci o di cuoio, a Pandino come in ogni altra parte del mondo e ... il gioco è fatto !
La partita di calcio affascina tutti e la felicità più grande per un bambino è quella di poter entrare in un campetto con due porte, anche finte, e tirare quattro calci ad un pallone insieme agli amici.
E i grandi ?
Meglio non parlarne : basta sentire le urla che si alzano dallo stadio alla domenica, o nelle lunghe calde serate d’estate, durante i vari tornei.
C’è gente che impazzisce per il calcio : un paese senza una sua squadra mancherebbe di quel collante, che sembra, purtroppo, l’unico capace di amalgamare tanta gente diversa per età, sesso, cultura.
Ebbene, Pandino ha la sua “Luisiana” !
Conta quasi 200 “giocatori”, tra grandi, piccoli e piccolissimi. C’è da mobilitare tutto il paese quando si tratta di fare il tifo.
Nel 1973 la Società si sgancia dall’Oratorio, è cresciuta, diventa autonoma. L’attuale Consiglio ha come Presidente autorevole e appassionato il dottor Domenico Garbelli, un Vice - presidente, Emilio Monti e un segretario, Giuseppe Scotti.
Altri consiglieri sono : Pierino Torri, Armando Lupi Timini, Mario Bertazzoli, Enrico Raimondi Cominesi, Angelo Bressani, Luigi Dedè, Luigi Devizzi, Giacomo Recanati.
Le squadre sono ben sette e disputano i vari Campionati della F.I.G.C. :
1^ Categoria, Juniores, Allievi , Giovanissimi , Esordienti e due squadre di Pulcini. Questi ultimi sono bambini di prima classe elementare e li allena Enrico Lucini.
C’è poi una bella Scuola di Calcio con 30 ragazzi, molto attiva, con tre istruttori ed è riconosciuta dalla Federazione Italiana Gioco Calcio.
La prima squadra ha iniziato giocando nella Terza Categoria tra il ’63 e il ’68. E’ passata poi alla Seconda Categoria tra il ’68 e il ’71, per essere promossa alla Prima dal ’71 al’79. Il grande balzo lo fece passando alla “Promozione” dal ’79 al ’90, per poi ricadere nella Prima Categoria col 1991.
I “Giovanissimi” si son fatti particolarmente onore negli anni 1970-1971 , conseguendo il titolo di Campioni provinciali.
Altrettanto hanno fatto gli “Allievi” nell’anno ‘89-’90.
Il far parte di una squadra, o l’essere iscritto ad una Scuola di Calcio, dà gioia ai ragazzi e tranquillità alle famiglie. Quando il figlio è in allenamento , i genitori sono contenti, è in buone mani, lontano dai pericoli, incoraggiato ad essere disciplinato, educato, solidale coi compagni.
Durante le partite, poi, tutta la famiglia si mobilita : si segue il ragazzo dovunque vada a giocare, si gioisce con lui, si soffre con lui, lo si consola, se necessario. Insomma, “si sta con lui”, e questo è importante.
Vanto della “Luisiana” sono alcuni ragazzi cresciuti alla sua scuola, che si son fatti onore e che ora militano in squadre importanti come l’Atalanta e la Cremonese. Un nome per tutti : Marazzina, calciatore professionista in forza alla “Chievo” di Verona. Un nome che ha fatto fantasticare grandi e piccoli e che in molti hanno sognato di imitare.
Coraggio, ragazzi ! Non è indispensabile che diventiate tutti dei “Marazzina” ; ciò che importa è crescere col culto della disciplina, del senso dell’onore, dell’amicizia, riconoscendo i propri errori, quando ci sono, e godendo “tutti insieme” delle vittorie.
Anche imparando tutto ciò si diventa grandi.
(Anni 1963-1998)
La “Luisiana” è, tra le realtà sportive pandinesi più consolidate, una delle più ampie per numero di iscritti, delle più seguite dalla gente e delle più amate.
E’ nata nel settembre del 1963, presso l’Oratorio San Luigi di Pandino : da qui il nome di “Luisiana”, che ha in sé qualcosa di esotico e che riesce a far fantasticare anche i bambini.
Ma non occorre un nome per dar le ali alla fantasia dei ragazzini : basta una palla rotonda, comunque sia, di stracci o di cuoio, a Pandino come in ogni altra parte del mondo e ... il gioco è fatto !
La partita di calcio affascina tutti e la felicità più grande per un bambino è quella di poter entrare in un campetto con due porte, anche finte, e tirare quattro calci ad un pallone insieme agli amici.
E i grandi ?
Meglio non parlarne : basta sentire le urla che si alzano dallo stadio alla domenica, o nelle lunghe calde serate d’estate, durante i vari tornei.
C’è gente che impazzisce per il calcio : un paese senza una sua squadra mancherebbe di quel collante, che sembra, purtroppo, l’unico capace di amalgamare tanta gente diversa per età, sesso, cultura.
Ebbene, Pandino ha la sua “Luisiana” !
Conta quasi 200 “giocatori”, tra grandi, piccoli e piccolissimi. C’è da mobilitare tutto il paese quando si tratta di fare il tifo.
Nel 1973 la Società si sgancia dall’Oratorio, è cresciuta, diventa autonoma. L’attuale Consiglio ha come Presidente autorevole e appassionato il dottor Domenico Garbelli, un Vice - presidente, Emilio Monti e un segretario, Giuseppe Scotti.
Altri consiglieri sono : Pierino Torri, Armando Lupi Timini, Mario Bertazzoli, Enrico Raimondi Cominesi, Angelo Bressani, Luigi Dedè, Luigi Devizzi, Giacomo Recanati.
Le squadre sono ben sette e disputano i vari Campionati della F.I.G.C. :
1^ Categoria, Juniores, Allievi , Giovanissimi , Esordienti e due squadre di Pulcini. Questi ultimi sono bambini di prima classe elementare e li allena Enrico Lucini.
C’è poi una bella Scuola di Calcio con 30 ragazzi, molto attiva, con tre istruttori ed è riconosciuta dalla Federazione Italiana Gioco Calcio.
La prima squadra ha iniziato giocando nella Terza Categoria tra il ’63 e il ’68. E’ passata poi alla Seconda Categoria tra il ’68 e il ’71, per essere promossa alla Prima dal ’71 al’79. Il grande balzo lo fece passando alla “Promozione” dal ’79 al ’90, per poi ricadere nella Prima Categoria col 1991.
I “Giovanissimi” si son fatti particolarmente onore negli anni 1970-1971 , conseguendo il titolo di Campioni provinciali.
Altrettanto hanno fatto gli “Allievi” nell’anno ‘89-’90.
Il far parte di una squadra, o l’essere iscritto ad una Scuola di Calcio, dà gioia ai ragazzi e tranquillità alle famiglie. Quando il figlio è in allenamento , i genitori sono contenti, è in buone mani, lontano dai pericoli, incoraggiato ad essere disciplinato, educato, solidale coi compagni.
Durante le partite, poi, tutta la famiglia si mobilita : si segue il ragazzo dovunque vada a giocare, si gioisce con lui, si soffre con lui, lo si consola, se necessario. Insomma, “si sta con lui”, e questo è importante.
Vanto della “Luisiana” sono alcuni ragazzi cresciuti alla sua scuola, che si son fatti onore e che ora militano in squadre importanti come l’Atalanta e la Cremonese. Un nome per tutti : Marazzina, calciatore professionista in forza alla “Chievo” di Verona. Un nome che ha fatto fantasticare grandi e piccoli e che in molti hanno sognato di imitare.
Coraggio, ragazzi ! Non è indispensabile che diventiate tutti dei “Marazzina” ; ciò che importa è crescere col culto della disciplina, del senso dell’onore, dell’amicizia, riconoscendo i propri errori, quando ci sono, e godendo “tutti insieme” delle vittorie.
Anche imparando tutto ciò si diventa grandi.
BICICLETTA, CHE PASSIONE!
BICICLETTA , CHE PASSIONE !
(anni 1968-1994)
“Iris” è il nome di un fiore, bello e profumato.
Ma , a Pandino, chi dice “Iris” non pensa a un fiore, ma subito gli appaiono , nella mente, gruppi colorati e allegri , con biciclette sportive fruscianti sull’asfalto, mentre, china sui manubri, passa volando tanta bella gioventù !
Io, poi, se dico “Iris” ritorno col pensiero a quei due giorni di maggio di vent’anni fa, quando con una scolaresca vivace e felice siamo stati a Venezia.
Tra la folla, nella grande piazza, dentro e fuori chiese e musei, sui ponti delle calli, nelle stradette silenziose o sui vaporetti, tutti i nostri piccoli gitanti avevano berrettini bianchi con visiera e sopra, in bella mostra, la scritta “Iris - Pandino”.
Era impossibile smarrire qualcuno : quel cappellino bianco risaltava subito tra la gente e, immediatamente, l’alunno distratto veniva recuperato.
I cappellini ce li aveva forniti Franco Fedeli, fondatore, animatore, corridore e spesso campione del Gruppo Ciclistico Iris - Colnaghi Pandino.
Fare la storia dell’ “Iris” è un ripercorrere trent’anni di ciclismo locale, provinciale e anche nazionale, dato che alcuni campioni di fama, come Morettini, si son fatti le ossa a fianco di Franco Fedeli nell’ “Iris” e , prima ancora, con le “Cantine Castello”, la prima Società Ciclistica pandinese, nata nel 1960. Simpatizzanti del Gruppo sono sempre stati gli indimenticabili Pierino Baffi e i due fratelli Baronchelli, Gian Battista e Gaetano.
Le vittorie di Franco Fedeli sono state molte, anche se quei suoi primi compagni di gara hanno fatta tanta più strada di lui. Ora egli ricorda con gioia il 2° posto nel Campionato Provinciale del 1988, oppure quello, importante, nel Giro dell’Etna per tre anni di seguito, o la qualifica di Campione Provinciale della Categoria , che egli tenne per sei anni consecutivi. Fu anche Campione Italiano di staffetta e attualmente, a sessantasei anni, è Campione Provinciale di Mountain Bike !
In tutto ha vinto circa duecento corse !
L’ “Iris- Colnago” venne creata nel 1969 e restò viva e attiva fino al 1994.
Tra i Soci fondatori e primi responsabili del Gruppo ciclistico, oltre a Franco Fedeli, ricordiamo Renato Carelli, morto a soli 32 anni nel ’74, Bruno Rosa, diventato poi un valente maratoneta e ancora Armando Lupi Timini, Primo Ceresa, Pierangelo Cazzulani, Capparini, Fulvio Stroppa e Peppino Ferla, che ne fu per decenni il Segretario.
La sede , allora , era presso l’Oratorio maschile di Pandino e don Attilio Berta, curato, ne fu il grande animatore.
Successivamente la sede fu spostata presso il Bar Roma. Altri Presidenti del Gruppo, negli anni successivi, furono Francesco Lanzani, Romano Buzzoni, Alberto Agosti.
Tra gli accompagnatori fissi del Gruppo durante ogni gara, per riscaldare i corridori col loro entusiasmo, Fedeli cita Fulvio Stroppa , innamorato dei “suoi” campioni, sempre pronto a celebrarne gli scatti, le “fughe”, l’impegno, e l’indimenticabile Mario Pettinari, a tutti noto come “Mariet”.
Parlando di lui , Fedeli si commuove ; morì nel ’90 investito da un camion all’altezza della Latteria LAP, presso Nosadello, mentre, in bicicletta da corsa, stava recandosi a Paullo per assistere ad una gara. Era solo, Franco doveva essere con lui, ma un impegno improvviso l’aveva trattenuto. Ora, egli, quasi se ne fa una colpa...
Grande e instancabile “sponsor” fu sempre Nino “Bano” Donati.
Quante gare, “Trofei”, “Notturne” ha organizzato l’ “Iris” ! Da ricordare, in particolare, il Campionato Italiano veterani per il Trofeo “Bovis Market” del 1972. Anche la “Ciclolonga” è nata con l’ “Iris” : allora c’erano , sì e no, duecento partecipanti, ora si arriva ai duemila e più !
Fedeli ricorda in particolare la prima “Notturna” in paese, nel nome di “Danio e Roberto”.
Egli aveva preparato numerosi manifesti con la scritta finale : “Pane e salame per tutti”.
Non l’avesse mai fatto !
La gente accorse così numerosa che ad un certo punto temette che salami e salamelle, offerti in abbondanza dalle ditte locali, non bastassero per tutti.
“Invece no,” mi dice, “fu come per la moltiplicazione dei pani ; tutti mangiarono e in più ci furono degli avanzi”.
Indimenticabili anche le feste di fine Campionato nell’Arena del Castello, con danze, musiche e canti, con tanta gente che accorreva da ogni parte , portando amicizia e allegria.
Da qualche anno l’ “Iris” non c’ è più, così come si è sfaldato il “Pedale Nosadellese” : due Società spesso in gara tra loro, ma con una rivalità sempre da “gentiluomini”.
Un fiorire di magliette colorate e di biciclette luccicanti sotto il sole, che portavano lungo le strade vita ed entusiasmo.
Peccato che tutto questo ora sia finito.
E anche se Franco Fedeli l’han fatto recentemente Cavaliere al merito della Repubblica, il grande vanto della sua vita resta l’ “Iris” e il suo grande amore è, ancora e sempre, la bicicletta !
(anni 1968-1994)
“Iris” è il nome di un fiore, bello e profumato.
Ma , a Pandino, chi dice “Iris” non pensa a un fiore, ma subito gli appaiono , nella mente, gruppi colorati e allegri , con biciclette sportive fruscianti sull’asfalto, mentre, china sui manubri, passa volando tanta bella gioventù !
Io, poi, se dico “Iris” ritorno col pensiero a quei due giorni di maggio di vent’anni fa, quando con una scolaresca vivace e felice siamo stati a Venezia.
Tra la folla, nella grande piazza, dentro e fuori chiese e musei, sui ponti delle calli, nelle stradette silenziose o sui vaporetti, tutti i nostri piccoli gitanti avevano berrettini bianchi con visiera e sopra, in bella mostra, la scritta “Iris - Pandino”.
Era impossibile smarrire qualcuno : quel cappellino bianco risaltava subito tra la gente e, immediatamente, l’alunno distratto veniva recuperato.
I cappellini ce li aveva forniti Franco Fedeli, fondatore, animatore, corridore e spesso campione del Gruppo Ciclistico Iris - Colnaghi Pandino.
Fare la storia dell’ “Iris” è un ripercorrere trent’anni di ciclismo locale, provinciale e anche nazionale, dato che alcuni campioni di fama, come Morettini, si son fatti le ossa a fianco di Franco Fedeli nell’ “Iris” e , prima ancora, con le “Cantine Castello”, la prima Società Ciclistica pandinese, nata nel 1960. Simpatizzanti del Gruppo sono sempre stati gli indimenticabili Pierino Baffi e i due fratelli Baronchelli, Gian Battista e Gaetano.
Le vittorie di Franco Fedeli sono state molte, anche se quei suoi primi compagni di gara hanno fatta tanta più strada di lui. Ora egli ricorda con gioia il 2° posto nel Campionato Provinciale del 1988, oppure quello, importante, nel Giro dell’Etna per tre anni di seguito, o la qualifica di Campione Provinciale della Categoria , che egli tenne per sei anni consecutivi. Fu anche Campione Italiano di staffetta e attualmente, a sessantasei anni, è Campione Provinciale di Mountain Bike !
In tutto ha vinto circa duecento corse !
L’ “Iris- Colnago” venne creata nel 1969 e restò viva e attiva fino al 1994.
Tra i Soci fondatori e primi responsabili del Gruppo ciclistico, oltre a Franco Fedeli, ricordiamo Renato Carelli, morto a soli 32 anni nel ’74, Bruno Rosa, diventato poi un valente maratoneta e ancora Armando Lupi Timini, Primo Ceresa, Pierangelo Cazzulani, Capparini, Fulvio Stroppa e Peppino Ferla, che ne fu per decenni il Segretario.
La sede , allora , era presso l’Oratorio maschile di Pandino e don Attilio Berta, curato, ne fu il grande animatore.
Successivamente la sede fu spostata presso il Bar Roma. Altri Presidenti del Gruppo, negli anni successivi, furono Francesco Lanzani, Romano Buzzoni, Alberto Agosti.
Tra gli accompagnatori fissi del Gruppo durante ogni gara, per riscaldare i corridori col loro entusiasmo, Fedeli cita Fulvio Stroppa , innamorato dei “suoi” campioni, sempre pronto a celebrarne gli scatti, le “fughe”, l’impegno, e l’indimenticabile Mario Pettinari, a tutti noto come “Mariet”.
Parlando di lui , Fedeli si commuove ; morì nel ’90 investito da un camion all’altezza della Latteria LAP, presso Nosadello, mentre, in bicicletta da corsa, stava recandosi a Paullo per assistere ad una gara. Era solo, Franco doveva essere con lui, ma un impegno improvviso l’aveva trattenuto. Ora, egli, quasi se ne fa una colpa...
Grande e instancabile “sponsor” fu sempre Nino “Bano” Donati.
Quante gare, “Trofei”, “Notturne” ha organizzato l’ “Iris” ! Da ricordare, in particolare, il Campionato Italiano veterani per il Trofeo “Bovis Market” del 1972. Anche la “Ciclolonga” è nata con l’ “Iris” : allora c’erano , sì e no, duecento partecipanti, ora si arriva ai duemila e più !
Fedeli ricorda in particolare la prima “Notturna” in paese, nel nome di “Danio e Roberto”.
Egli aveva preparato numerosi manifesti con la scritta finale : “Pane e salame per tutti”.
Non l’avesse mai fatto !
La gente accorse così numerosa che ad un certo punto temette che salami e salamelle, offerti in abbondanza dalle ditte locali, non bastassero per tutti.
“Invece no,” mi dice, “fu come per la moltiplicazione dei pani ; tutti mangiarono e in più ci furono degli avanzi”.
Indimenticabili anche le feste di fine Campionato nell’Arena del Castello, con danze, musiche e canti, con tanta gente che accorreva da ogni parte , portando amicizia e allegria.
Da qualche anno l’ “Iris” non c’ è più, così come si è sfaldato il “Pedale Nosadellese” : due Società spesso in gara tra loro, ma con una rivalità sempre da “gentiluomini”.
Un fiorire di magliette colorate e di biciclette luccicanti sotto il sole, che portavano lungo le strade vita ed entusiasmo.
Peccato che tutto questo ora sia finito.
E anche se Franco Fedeli l’han fatto recentemente Cavaliere al merito della Repubblica, il grande vanto della sua vita resta l’ “Iris” e il suo grande amore è, ancora e sempre, la bicicletta !
lunedì 11 febbraio 2008
IL CONVENTO DEI SERVIZI DI MARIA
IL CONVENTO DEI servi di maria a pandino
(1446-1772)
A Pandino di questo Convento, esistito nel nostro territorio per più di trecento anni (dal 1446 al 1772), resta una traccia sicura solo nel nome della “Cascina Convento”, ora abitata dalla famiglia Arrighetti, appena al di là del nostro Cimitero e nei bellissimi mobili della Sacrestia della Chiesa Parrocchiale con la statua di Maria Addolorata, che già fecero parte di quell’antica Chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie, annessa al Convento dei Frati Servi di Maria. A.giudicare della imponenza e dalla bellezza degli arredi, si deve dedurre che la chiesa del “Convento” doveva essere eccezionale.
Per fortuna a Pandino c’è un grande appassionato di storia locale, che ha voluto andare un poco più a fondo nell’opera di ricerca : si tratta del nostro concittadino Mario Perelli.
Egli, sapendo che l’antico Convento era diretto dai Frati, comunemente detti “Serviti” , ossia dell’ordine dei Servi di Maria, istituito nel 1223 a Monte Senario , in quel di Firenze, scrisse recentemente al Priore di quel Convento, chiedendo se vi fosse agli atti qualche documento che parlasse del Convento pandinese.
Ed ecco che l’archivista dei Servi di Maria gli risponde inviandogli fotocopie di antiche carte, datate 1650, scritte in italiano volgare.
Mario Perelli mi ha gentilmente permesso di riportare in queste pagine uno dei documenti, in cui Pandino e il suo Convento sono largamente citati.
Eccone il contenuto :
“Il Convento di Santa Maria delle Grazie dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine, è situato in strada pubblica, fuori della terra murata di Pandino, Diocesi di Cremona, lontano un quarto di miglio incirca, (400-600 metri) , qui vi concorrono (gli abitanti) come maggior comodità di sentir la messa, i divini offici e di ricevere altri sacramenti.
Ebbe principio l’anno 1446, l’ultimo di maggio, avendo l’Illustrissimo signor Conte Sanseverino (Ugone Sanseverino), padrone della terra di Pandino e suo territorio Gera d’Adda, Ducato di Milano, dato un pezzo di terra, situato nel territorio sud, di pertiche quattro al priore frà Cristoforo Patavini da Brescia, dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine, con patto che questi fosse obbligato a fabbricare in questa pezza di terra un convento e una chiesa sotto il titolo di Santa Maria delle grazie, e che questo convento fosse abitato da frati del medesimo ordine dei Servi.
L’istanza della soprannominata donazione fu rogata dal gentil signor Vincenzo Berinzago, notaio in Pandino , l’ultimo di maggio del 1446.
E così il Convento ebbe origine, sotto poi qual Pontefice e con che autorità non si trova, né tante , né poche scritture essendo tutte, o quasi, bruciate, come appare da una memoria registrata a libri del Convento, in occasione d’un fatto d’arme, che seguì l’anno 1509 (la battaglia di Agnadello), dove fu fatto un gran conflitto lontano solamente un miglio e mezzo (circa chilometri due e mezzo) dal Convento, che fu spogliato di tutto.
Sta la chiesa sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie, la cui festa si fa nella natività della stessa Beata Vergine, il giorno 8 settembre.
Chiesa ampia e di antichissima devozione, con colonne in mezzo, sebbene senza volta. Ma con soffitto d’assi e con un onorevole campanile e due campane assai buone, non essendovi altri conventi vicini a cinque e sette miglia (tra gli otto e gli undici chilometri) né dell’ordine dei Serviti, né d’altri.
La struttura del Convento consiste in un’ala e mezzo d’un quadrato claustro (chiostro), chiuso con le sue colonne di mattoni cotti, e nel mezzo un orto bastevole (sufficiente), circondato da muraglia , congiunta alla quale sta una stalletta, con il suo fienile e portico per la legna.
A basso vi è il Refettorio , la cucina e una camerotta, ogni camera addirittura con bellissima volta, ed appresso la cantina.
Di sopra sta il dormitorio con camere d’ambe le parti, queste sono otto.
Ora, 16 marzo 1650, vi abitano solo tre frati e cioè il Padre Priore frà Angelo Mainardi di Cremona, frà Liberti da Casalmaggiore e il non ancora professo Giovanni Battista Carnali da Agnadello.
Il Convento di Pandino fu soppresso il 17 febbraio 1772, come risulta da una carta dei trasferimenti di cinque frati del Convento stesso presso altri conventi”.
Anche il Convento dei Servi di Maria, col chiostro e la chiesa, come l’antico Santuario del Tomasone, di cui , almeno, ci restano i ruderi, fu chiuso e sconsacrato tra la fine del ‘700 e i primi dell’ ‘800, in seguito ai Decreti anti-ecclesiastici di Napoleone.
Del Tomasone ci è rimasta intatta la statua lignea quattrocentesca della Madonna del Riposo.
Del Convento, oltre ai mobili della Sacrestia, si conserva la statua della Madonna Addolorata e, forse, come scrive don Carlo Necchi su “Collegamento” nell’ottobre ’94, l’altare della Madonna posto lateralmente nella nostra chiesa parrocchiale. Lo dimostrerebbero “i frati raffigurati sul paliotto dell’altare stesso”.
Un grazie vivissimo a Mario Perelli, che sta cercando di recuperare tutti i dati possibili sull’antico Convento dei Servi di Maria e che ha promesso , poi, di offrirli alla comunità raccolti in un opuscolo.
(1446-1772)
A Pandino di questo Convento, esistito nel nostro territorio per più di trecento anni (dal 1446 al 1772), resta una traccia sicura solo nel nome della “Cascina Convento”, ora abitata dalla famiglia Arrighetti, appena al di là del nostro Cimitero e nei bellissimi mobili della Sacrestia della Chiesa Parrocchiale con la statua di Maria Addolorata, che già fecero parte di quell’antica Chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie, annessa al Convento dei Frati Servi di Maria. A.giudicare della imponenza e dalla bellezza degli arredi, si deve dedurre che la chiesa del “Convento” doveva essere eccezionale.
Per fortuna a Pandino c’è un grande appassionato di storia locale, che ha voluto andare un poco più a fondo nell’opera di ricerca : si tratta del nostro concittadino Mario Perelli.
Egli, sapendo che l’antico Convento era diretto dai Frati, comunemente detti “Serviti” , ossia dell’ordine dei Servi di Maria, istituito nel 1223 a Monte Senario , in quel di Firenze, scrisse recentemente al Priore di quel Convento, chiedendo se vi fosse agli atti qualche documento che parlasse del Convento pandinese.
Ed ecco che l’archivista dei Servi di Maria gli risponde inviandogli fotocopie di antiche carte, datate 1650, scritte in italiano volgare.
Mario Perelli mi ha gentilmente permesso di riportare in queste pagine uno dei documenti, in cui Pandino e il suo Convento sono largamente citati.
Eccone il contenuto :
“Il Convento di Santa Maria delle Grazie dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine, è situato in strada pubblica, fuori della terra murata di Pandino, Diocesi di Cremona, lontano un quarto di miglio incirca, (400-600 metri) , qui vi concorrono (gli abitanti) come maggior comodità di sentir la messa, i divini offici e di ricevere altri sacramenti.
Ebbe principio l’anno 1446, l’ultimo di maggio, avendo l’Illustrissimo signor Conte Sanseverino (Ugone Sanseverino), padrone della terra di Pandino e suo territorio Gera d’Adda, Ducato di Milano, dato un pezzo di terra, situato nel territorio sud, di pertiche quattro al priore frà Cristoforo Patavini da Brescia, dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine, con patto che questi fosse obbligato a fabbricare in questa pezza di terra un convento e una chiesa sotto il titolo di Santa Maria delle grazie, e che questo convento fosse abitato da frati del medesimo ordine dei Servi.
L’istanza della soprannominata donazione fu rogata dal gentil signor Vincenzo Berinzago, notaio in Pandino , l’ultimo di maggio del 1446.
E così il Convento ebbe origine, sotto poi qual Pontefice e con che autorità non si trova, né tante , né poche scritture essendo tutte, o quasi, bruciate, come appare da una memoria registrata a libri del Convento, in occasione d’un fatto d’arme, che seguì l’anno 1509 (la battaglia di Agnadello), dove fu fatto un gran conflitto lontano solamente un miglio e mezzo (circa chilometri due e mezzo) dal Convento, che fu spogliato di tutto.
Sta la chiesa sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie, la cui festa si fa nella natività della stessa Beata Vergine, il giorno 8 settembre.
Chiesa ampia e di antichissima devozione, con colonne in mezzo, sebbene senza volta. Ma con soffitto d’assi e con un onorevole campanile e due campane assai buone, non essendovi altri conventi vicini a cinque e sette miglia (tra gli otto e gli undici chilometri) né dell’ordine dei Serviti, né d’altri.
La struttura del Convento consiste in un’ala e mezzo d’un quadrato claustro (chiostro), chiuso con le sue colonne di mattoni cotti, e nel mezzo un orto bastevole (sufficiente), circondato da muraglia , congiunta alla quale sta una stalletta, con il suo fienile e portico per la legna.
A basso vi è il Refettorio , la cucina e una camerotta, ogni camera addirittura con bellissima volta, ed appresso la cantina.
Di sopra sta il dormitorio con camere d’ambe le parti, queste sono otto.
Ora, 16 marzo 1650, vi abitano solo tre frati e cioè il Padre Priore frà Angelo Mainardi di Cremona, frà Liberti da Casalmaggiore e il non ancora professo Giovanni Battista Carnali da Agnadello.
Il Convento di Pandino fu soppresso il 17 febbraio 1772, come risulta da una carta dei trasferimenti di cinque frati del Convento stesso presso altri conventi”.
Anche il Convento dei Servi di Maria, col chiostro e la chiesa, come l’antico Santuario del Tomasone, di cui , almeno, ci restano i ruderi, fu chiuso e sconsacrato tra la fine del ‘700 e i primi dell’ ‘800, in seguito ai Decreti anti-ecclesiastici di Napoleone.
Del Tomasone ci è rimasta intatta la statua lignea quattrocentesca della Madonna del Riposo.
Del Convento, oltre ai mobili della Sacrestia, si conserva la statua della Madonna Addolorata e, forse, come scrive don Carlo Necchi su “Collegamento” nell’ottobre ’94, l’altare della Madonna posto lateralmente nella nostra chiesa parrocchiale. Lo dimostrerebbero “i frati raffigurati sul paliotto dell’altare stesso”.
Un grazie vivissimo a Mario Perelli, che sta cercando di recuperare tutti i dati possibili sull’antico Convento dei Servi di Maria e che ha promesso , poi, di offrirli alla comunità raccolti in un opuscolo.
ALLA RICERCA DEL TEMPO PASSATO
ALLA RICERCA DEL TEMPO PASSATO
(Dal 1500 al 1891)
Curiosando tra le vecchie foto trovate in Parrocchia, mi piace parlare di una che rispecchia un’antica consuetudine del nostro paese e che ricorda una Associazione la cui istituzione risale addirittura al 1500 e che ora, da alcuni decenni, è completamente scomparsa: si tratta di una Confraternita.
Oggi nessuno tra i giovani sa cosa sia, o sia stata, una Confraternita. Eppure a Pandino esse furono per secoli parte integrante della nostra vita parrocchiale.
Vorrei, quindi, ricordarne almeno una, quella del “Santissimo Sacramento”, che durò molto a lungo nel tempo.
Gli anziani del paese ricordano ancora, certamente, quegli uomini in tunica bianca con una mantellina detta pellegrina, un cordone rosso alla cintola e un nastro pure rosso al collo con un medaglione argentato, che reggevano il baldacchino durante le processioni col Santissimo Sacramento.
Uno degli ultimi di questi uomini, se ricordo bene, fu Natalino Broglia, ormai morto da decenni.
Questa Confraternita era molto importante: aveva avuto per secoli la gestione dell’antico Santuario del Tomasone.
Tra i vecchi documenti dell’archivio Parrocchiale trovo la Bolla del Pontefice Paolo IV, datata 9 settembre 1555, in cui viene confermato un diritto che aveva detta Confraternita, chiamato “Ius patronati”, cioè “Diritto di Patronato”, il quale la autorizzava a scegliere il Parroco del paese. Un diritto, datato 1500, goduto dalla Confraternita, sicuramente, fino al 1871, quando venne nominato don Zanenga, il parroco che provvide, poi, a costruire la nostra chiesa parrocchiale.
Nella Bolla di Paolo IV si legge questa frase rivolta ai Pandinesi:
“Noi vi confermiamo le prerogative suddette: pertanto a nessun uomo sia permesso rompere questa pagina o ad essa contraddire. Se qualcuno presumerà tentare ciò, incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Beati Pietro e Paolo suoi Apostoli.”
Seguono le firme, i bolli e i sigilli di piombo nel solito modo della Curia Romana.
La Confraternita del S:S: Sacramento aveva un suo Regolamento: uno degli ultimi è stato steso dal Parroco dell’epoca don Pietro Martire Frosi e porta la data del 29 agosto 1891.
E’ interessante leggere alcune clausole per accorgersi di quanto siano cambiati i tempi in cent’anni.
In esso si legge : ”Tale Compagnia era, già nel 1500, tanto affezionata al proprio Pastore, da volergli venire in aiuto, dotando la prebenda parrocchiale di alcune centinaia di lire annualmente. Ora, (anno 1891) danno la somma di lire 202,68”.
I Confratelli dovevano “onorare Gesù Cristo in Sacramento intervenendo con la loro divisa a processioni e funerali e molto più con la condotta di veri e buoni cristiani per il maggior bene delle loro anime e pel buon esempio del paese.”
Nel Regolamento troviamo anche l’elenco dei “Doveri e vantaggi dei Confratelli”.
Tra i doveri c’è quello di frequentare i Sacramenti, “tenendo un contegno edificante” alle funzioni religiose.
“Chi fosse scandaloso pubblicamente o non facesse la Santa Pasqua, o venisse di rado alle funzioni religiose è cancellato dalla Compagnia”.
Gli iscritti devono pagare una “tassa d’ingresso” che va da una lira per chi ha da dieci a vent’anni, fino ben 47 lire per chi di anni ne ha 71.C’era poi una “tassa di debito” di una lira all’anno quando il fratello non poteva intervenire alle funzioni. Anzi, “la mancanza ai funerali è tassata ogni volta con una multa di dieci centesimi”.
Se poi “non si paga la tassa di debito o le altre multe per tre anni e si viene a morire, non si faranno loro le esequie a spese della compagnia”.
Tra i vantaggi troviamo: “una candela di tre once in dono nella festa della Ceriola”. E se poi il Confratello viene a star male, se si porta a lui il Viatico, “la Compagnia accompagna il Signore nelle loro case, con avviso della propria campana, che è la quarta per le Consorelle e la seconda per i Confratelli”:
Morendo essi avevano diritto ad un funerale da 75 lire con tre preti e due messe lette e una cantata, con catafalco a quattro ordini e strato di prima classe. Sarà inoltre accompagnato al cimitero da otto confratelli: quattro di loro terranno in mano i fiocchi dello strato e una candela.
Queste sono alcune delle notizie un po’ curiose che fanno parte della nostra storia passata e che potranno essere ricordate, magari con un sorriso, dalla nostra gente.
(Dal 1500 al 1891)
Curiosando tra le vecchie foto trovate in Parrocchia, mi piace parlare di una che rispecchia un’antica consuetudine del nostro paese e che ricorda una Associazione la cui istituzione risale addirittura al 1500 e che ora, da alcuni decenni, è completamente scomparsa: si tratta di una Confraternita.
Oggi nessuno tra i giovani sa cosa sia, o sia stata, una Confraternita. Eppure a Pandino esse furono per secoli parte integrante della nostra vita parrocchiale.
Vorrei, quindi, ricordarne almeno una, quella del “Santissimo Sacramento”, che durò molto a lungo nel tempo.
Gli anziani del paese ricordano ancora, certamente, quegli uomini in tunica bianca con una mantellina detta pellegrina, un cordone rosso alla cintola e un nastro pure rosso al collo con un medaglione argentato, che reggevano il baldacchino durante le processioni col Santissimo Sacramento.
Uno degli ultimi di questi uomini, se ricordo bene, fu Natalino Broglia, ormai morto da decenni.
Questa Confraternita era molto importante: aveva avuto per secoli la gestione dell’antico Santuario del Tomasone.
Tra i vecchi documenti dell’archivio Parrocchiale trovo la Bolla del Pontefice Paolo IV, datata 9 settembre 1555, in cui viene confermato un diritto che aveva detta Confraternita, chiamato “Ius patronati”, cioè “Diritto di Patronato”, il quale la autorizzava a scegliere il Parroco del paese. Un diritto, datato 1500, goduto dalla Confraternita, sicuramente, fino al 1871, quando venne nominato don Zanenga, il parroco che provvide, poi, a costruire la nostra chiesa parrocchiale.
Nella Bolla di Paolo IV si legge questa frase rivolta ai Pandinesi:
“Noi vi confermiamo le prerogative suddette: pertanto a nessun uomo sia permesso rompere questa pagina o ad essa contraddire. Se qualcuno presumerà tentare ciò, incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Beati Pietro e Paolo suoi Apostoli.”
Seguono le firme, i bolli e i sigilli di piombo nel solito modo della Curia Romana.
La Confraternita del S:S: Sacramento aveva un suo Regolamento: uno degli ultimi è stato steso dal Parroco dell’epoca don Pietro Martire Frosi e porta la data del 29 agosto 1891.
E’ interessante leggere alcune clausole per accorgersi di quanto siano cambiati i tempi in cent’anni.
In esso si legge : ”Tale Compagnia era, già nel 1500, tanto affezionata al proprio Pastore, da volergli venire in aiuto, dotando la prebenda parrocchiale di alcune centinaia di lire annualmente. Ora, (anno 1891) danno la somma di lire 202,68”.
I Confratelli dovevano “onorare Gesù Cristo in Sacramento intervenendo con la loro divisa a processioni e funerali e molto più con la condotta di veri e buoni cristiani per il maggior bene delle loro anime e pel buon esempio del paese.”
Nel Regolamento troviamo anche l’elenco dei “Doveri e vantaggi dei Confratelli”.
Tra i doveri c’è quello di frequentare i Sacramenti, “tenendo un contegno edificante” alle funzioni religiose.
“Chi fosse scandaloso pubblicamente o non facesse la Santa Pasqua, o venisse di rado alle funzioni religiose è cancellato dalla Compagnia”.
Gli iscritti devono pagare una “tassa d’ingresso” che va da una lira per chi ha da dieci a vent’anni, fino ben 47 lire per chi di anni ne ha 71.C’era poi una “tassa di debito” di una lira all’anno quando il fratello non poteva intervenire alle funzioni. Anzi, “la mancanza ai funerali è tassata ogni volta con una multa di dieci centesimi”.
Se poi “non si paga la tassa di debito o le altre multe per tre anni e si viene a morire, non si faranno loro le esequie a spese della compagnia”.
Tra i vantaggi troviamo: “una candela di tre once in dono nella festa della Ceriola”. E se poi il Confratello viene a star male, se si porta a lui il Viatico, “la Compagnia accompagna il Signore nelle loro case, con avviso della propria campana, che è la quarta per le Consorelle e la seconda per i Confratelli”:
Morendo essi avevano diritto ad un funerale da 75 lire con tre preti e due messe lette e una cantata, con catafalco a quattro ordini e strato di prima classe. Sarà inoltre accompagnato al cimitero da otto confratelli: quattro di loro terranno in mano i fiocchi dello strato e una candela.
Queste sono alcune delle notizie un po’ curiose che fanno parte della nostra storia passata e che potranno essere ricordate, magari con un sorriso, dalla nostra gente.
MUSICA A PANDINO
(Anni 1931-1998)
A Pandino si ama la musica e ciò non sembri strano in un paese essenzialmente pratico, col senso degli affari molto accentuato, come è il nostro.
Che si ami la musica, infatti, è dimostrato dal fiorire di gruppi grandi e piccoli, che , anche se erano più efficienti, forse, negli anni sessanta - settanta, non smettono di meravigliare.
Mi riferisco, in particolare ai gruppi più noti, come la Banda musicale, che è tra le più quotate dei dintorni ; alla Corale parrocchiale “Santa Cecilia”, che si è distinta in vari concerti ; agli “Amici della musica” sempre pronti ad organizzare viaggi per assistere, anche alla Scala, a spettacoli famosi ; al coro “Gabrieli” di Alberto Piacentini ; alla “Scuola di musica” che da più di dieci anni funziona presso il nostro oratorio Maschile ; agli “Amici del Jazz” con le frequenti esibizioni degli anni passati ; ai vari complessi che si riuniscono abitualmente nelle vecchie scuole di Gradella e che stanno insieme solo per il gusto di far musica.
La Scuola di Musica che funziona presso il nostro Oratorio Maschile è una bella realtà che conta ormai dieci anni di vita e che accoglie ogni volta una trentina di allievi . In essa sono organizzati corsi di teoria e di solfeggio, di pianoforte, di violino, di chitarra, di flauto con bravi insegnanti, tutti regolarmente diplomati. Ad ogni fine d’anno gli allievi si presentano al pubblico per il saggio finale, sempre apprezzato e molto applaudito.
Nella fotografia che pubblichiamo, appare il gruppo dei “musicisti” in erba al saggio dell’anno 1994.
Ora alcuni dei gruppi esistenti pare stiano entrando in crisi, non per il livello delle prestazioni, che è sempre eccellente, ma per il reclutamento di nuove voci, di nuovi appassionati, di nuovi strumentisti, i quali mal sopportano, forse, le lunghe ore di prove, le esercitazioni, le impegnative lezioni cui debbono sottoporsi.
La “Corale di Santa Cecilia”, in particolare, ha una lunga storia piena di soddisfazioni. Un tempo, negli anni ’60 , contava fino a cinquanta elementi, divisi in voci bianche, tenori, contralti, soprani e bassi.
Attualmente, alle soglie del terzo millennio, essi si sono ridotti ad una ventina soltanto, anche se in paese non mancano belle voci che potrebbero arricchire e nobilitare la nostra Corale.
Il suo repertorio è molto vasto : va dai brani classici delle corali ecclesiali, ai cori folcloristici, popolari, di montagna.
Ho ritrovato in un vecchio “Qui Pandino”, il nostro quindicinale degli anni sessanta, un articolo senza firma, ma che chiaramente, dallo stile, riconosco essere di Domenico Invernizzi. In esso si fa un po’ la storia della “Santa Cecilia”.
Vi si legge : ” Scrivere della Corale Santa Cecilia non è semplice. Bisognerebbe adoperare le note, anziché le parole, ricamando sulla carta le melodie che così spesso ci hanno toccato il cuore” :
Bellissima definizione dovuta , certo, ad un vero appassionato di musica.
La nostra Corale è nata, o meglio, rinata nel 1961, con l’arrivo in Parrocchia di don Rino Stellardi, un Parroco innamorato del bel canto.
Essa, però, esisteva fin dal 1931, quando la guidava il maestro Guido Macchini. Allora era costituita solo da voci maschili e si esibiva appena durante le funzioni religiose.
Don Rino Stellardi chiamò a dirigere la nuova Corale il maestro Ernesto Merlini di Lodi, un giovane, allora, pieno di brio e di passione, compositore sensibilissimo e dotato di una schietta comunicativa.
A lui si unì Domenico Invernizzi.
Con un trio simile, don Rino, Merlini e Invernizzi, la nostra “Santa Cecilia” prese il volo !
Il suo repertorio si arricchì e si aggiornò, i suoi concerti furono sempre più applauditi anche al di fuori dell’ambito parrocchiale. Famoso è rimasto il successo ottenuto al Centro Sant’Agostino di Crema nel 1964.
Poi i maestri si susseguirono, affiancando o sostituendo Merlini : ricordiamo Fausto Esposti, Gualtiero Poggioli, Paolo Marcarini.
Attualmente la Corale è diretta da Cristiano Bassoricci di Crema, violinista diplomato al Conservatorio di Piacenza, che tiene le lezioni ogni lunedì sera presso l'oratorio maschile, mentre Invernizzi, sempre sulla breccia, lo sostituisce nelle esecuzioni, quando il maestro è impossibilitato a presenziare.
Ora gli elementi si sono ridotti ad una ventina ed alcuni di essi, mi dicono, avrebbero bisogno di...ringiovanire. Ma nonostante gli appelli del Parroco don Gino Alberti, le nuove voci stentano a presentarsi : forse i giovani ritengono troppo impegnative le prove serali. Oggi si preferisce dedicarsi ad altre attività ed è un peccato.
Eppure, nonostante la scarsità degli elementi, la nostra Corale sa offrire ancora concerti bellissimi. Basti ricordare il Concerto di Natale che si tiene ogni anno nella chiesa parrocchiale, in una atmosfera sempre suggestiva e commovente.
Diceva un Santo di cui ho dimenticato il nome :
“Chi canta prega due volte” :
Che sia vero ?
E chi è stonato come me, allora ? Che riesca ad alzare a Dio solo una preghiera ...dimezzata ?
E’ un po’ mortificante, però...
A Pandino si ama la musica e ciò non sembri strano in un paese essenzialmente pratico, col senso degli affari molto accentuato, come è il nostro.
Che si ami la musica, infatti, è dimostrato dal fiorire di gruppi grandi e piccoli, che , anche se erano più efficienti, forse, negli anni sessanta - settanta, non smettono di meravigliare.
Mi riferisco, in particolare ai gruppi più noti, come la Banda musicale, che è tra le più quotate dei dintorni ; alla Corale parrocchiale “Santa Cecilia”, che si è distinta in vari concerti ; agli “Amici della musica” sempre pronti ad organizzare viaggi per assistere, anche alla Scala, a spettacoli famosi ; al coro “Gabrieli” di Alberto Piacentini ; alla “Scuola di musica” che da più di dieci anni funziona presso il nostro oratorio Maschile ; agli “Amici del Jazz” con le frequenti esibizioni degli anni passati ; ai vari complessi che si riuniscono abitualmente nelle vecchie scuole di Gradella e che stanno insieme solo per il gusto di far musica.
La Scuola di Musica che funziona presso il nostro Oratorio Maschile è una bella realtà che conta ormai dieci anni di vita e che accoglie ogni volta una trentina di allievi . In essa sono organizzati corsi di teoria e di solfeggio, di pianoforte, di violino, di chitarra, di flauto con bravi insegnanti, tutti regolarmente diplomati. Ad ogni fine d’anno gli allievi si presentano al pubblico per il saggio finale, sempre apprezzato e molto applaudito.
Nella fotografia che pubblichiamo, appare il gruppo dei “musicisti” in erba al saggio dell’anno 1994.
Ora alcuni dei gruppi esistenti pare stiano entrando in crisi, non per il livello delle prestazioni, che è sempre eccellente, ma per il reclutamento di nuove voci, di nuovi appassionati, di nuovi strumentisti, i quali mal sopportano, forse, le lunghe ore di prove, le esercitazioni, le impegnative lezioni cui debbono sottoporsi.
La “Corale di Santa Cecilia”, in particolare, ha una lunga storia piena di soddisfazioni. Un tempo, negli anni ’60 , contava fino a cinquanta elementi, divisi in voci bianche, tenori, contralti, soprani e bassi.
Attualmente, alle soglie del terzo millennio, essi si sono ridotti ad una ventina soltanto, anche se in paese non mancano belle voci che potrebbero arricchire e nobilitare la nostra Corale.
Il suo repertorio è molto vasto : va dai brani classici delle corali ecclesiali, ai cori folcloristici, popolari, di montagna.
Ho ritrovato in un vecchio “Qui Pandino”, il nostro quindicinale degli anni sessanta, un articolo senza firma, ma che chiaramente, dallo stile, riconosco essere di Domenico Invernizzi. In esso si fa un po’ la storia della “Santa Cecilia”.
Vi si legge : ” Scrivere della Corale Santa Cecilia non è semplice. Bisognerebbe adoperare le note, anziché le parole, ricamando sulla carta le melodie che così spesso ci hanno toccato il cuore” :
Bellissima definizione dovuta , certo, ad un vero appassionato di musica.
La nostra Corale è nata, o meglio, rinata nel 1961, con l’arrivo in Parrocchia di don Rino Stellardi, un Parroco innamorato del bel canto.
Essa, però, esisteva fin dal 1931, quando la guidava il maestro Guido Macchini. Allora era costituita solo da voci maschili e si esibiva appena durante le funzioni religiose.
Don Rino Stellardi chiamò a dirigere la nuova Corale il maestro Ernesto Merlini di Lodi, un giovane, allora, pieno di brio e di passione, compositore sensibilissimo e dotato di una schietta comunicativa.
A lui si unì Domenico Invernizzi.
Con un trio simile, don Rino, Merlini e Invernizzi, la nostra “Santa Cecilia” prese il volo !
Il suo repertorio si arricchì e si aggiornò, i suoi concerti furono sempre più applauditi anche al di fuori dell’ambito parrocchiale. Famoso è rimasto il successo ottenuto al Centro Sant’Agostino di Crema nel 1964.
Poi i maestri si susseguirono, affiancando o sostituendo Merlini : ricordiamo Fausto Esposti, Gualtiero Poggioli, Paolo Marcarini.
Attualmente la Corale è diretta da Cristiano Bassoricci di Crema, violinista diplomato al Conservatorio di Piacenza, che tiene le lezioni ogni lunedì sera presso l'oratorio maschile, mentre Invernizzi, sempre sulla breccia, lo sostituisce nelle esecuzioni, quando il maestro è impossibilitato a presenziare.
Ora gli elementi si sono ridotti ad una ventina ed alcuni di essi, mi dicono, avrebbero bisogno di...ringiovanire. Ma nonostante gli appelli del Parroco don Gino Alberti, le nuove voci stentano a presentarsi : forse i giovani ritengono troppo impegnative le prove serali. Oggi si preferisce dedicarsi ad altre attività ed è un peccato.
Eppure, nonostante la scarsità degli elementi, la nostra Corale sa offrire ancora concerti bellissimi. Basti ricordare il Concerto di Natale che si tiene ogni anno nella chiesa parrocchiale, in una atmosfera sempre suggestiva e commovente.
Diceva un Santo di cui ho dimenticato il nome :
“Chi canta prega due volte” :
Che sia vero ?
E chi è stonato come me, allora ? Che riesca ad alzare a Dio solo una preghiera ...dimezzata ?
E’ un po’ mortificante, però...
DANTE GROPPELLI
DANTE GROPPELLI, L’ “AMERICANO”
(Anno 1916-1998)
Non veniva dall’America, no !
E nemmeno c’era stato.
Eppure , quando si stabilì a Pandino, aprendo un negozio di “ferramenta” sull’angolo tra Via Umberto e la Circonvallazione sud, fu quasi subito “bollato” con questo soprannome, che , oltretutto, pare lo facesse felice.
Il soprannome glielo avevano dato all’Oratorio Maschile ai tempi di don Rino e di don Attilio, quando fu invitato a organizzare una squadra di calcio tra i ragazzi di allora, ai tempi di Grandini, Reduzzi e compagni.
Era solito dire :
“Forza, ragazzi, se ce la mettiamo tutta , vinciamo il campionato”.
E la cosa pareva tanto grossa e impossibile da essere giudicata, appunto, una “americanata” , come si usava dire a quei tempi.
Da ciò il soprannome affibbiato al signor Groppelli.
Da allora egli fu per tutti l’ ”Americano” e se qualcuno chiedeva dove poter acquistare un attrezzo, dal tagliaerba alla carriola, dalla pentola alle posate, dal piccone al chiodo, si rispondeva :
“Prova dall’Americano, vedrai che lo trovi...”
L’Americano, però, veniva da ,,,Trucazzano !
Era nato e cresciuto alla Cascina Rosina, la più grande della zona, vicino all’Adda, dove la famiglia Groppelli, vasta e patriarcale, conduceva un’azienda agricola.
Il signor Dante è della classe 1916 : una classe , sì, “di ferro”, ma sfortunata. Egli, infatti , si trovò a fare il soldato tra la Campagna d’Abissinia e la seconda guerra mondiale : partì da casa coi suoi coscritti nel 1936 e vi tornò nel 1943 !
Gli anni migliori della sua giovinezza li visse in grigioverde, prima in aviazione, poi nella contro- aerea e , infine, grazie alla sua esperienza di armi e motori, fu “istruttore d’armi” a Nettuno : una posizione invidiabile e rispettata, che gli permise di conoscere in anticipo ciò che poi successe , in caserma, quel nefasto 8 settembre ’43, giorno che seminò tanto disordine e dolore dovunque. Potè , quindi, raggiungere casa in tempo, risalendo mezza Italia allo sbando e riuscendo così ad evitare molte pericolose conseguenze.
A casa fu accolto a braccia aperte e si buttò nel lavoro in campagna , mentre il fratello e la sorella stavano tentando di terminare gli studi.
Durante gli anni passati sotto le armi egli aveva raggranellato dei risparmi e quando la sorella più giovane espresse il desiderio di specializzarsi in psicologia, non esitò a mettere il proprio gruzzolo a sua disposizione. Così Angela si laureò e fece tanta strada : attualmente vive ancora a Roma , fa parte, come laica, dell’Ordine religioso della Compagnia “Cardinal Ferrari” e non esita, alla bella età di 78 anni, ad imbarcarsi su un aereo per andare a tenere conferenze in ogni parte del mondo.
Quando celebrò il suo 50° di Consacrazione, nel ’92, chiese di poterlo fare a Pandino. E fu festa grande in casa Groppelli, con la prestigiosa presenza del Cardinale Silvestrini della Curia Vaticana.
Qui a Pandino la famiglia dell’Americano, con la dolcissima signora Albertina e coi figli Giovanni, Caterina e Pietro, fu subito di casa.
La nuova bottega di ferramenta è diventata, ben presto, quasi un “circolo”, dove amici e conoscenti entravano, si sedevano davanti al bancone e discutevano dei fatti del giorno.
La figlia ricorda, in particolare, una bella figura di donna, frequentatrice del negozio, la vecchia signora Righini, che veniva dal Cascinetto, parecchio lontano dal centro.
I figli la portavano ogni giorno alla prima messa in parrocchia con l’automobile. La lasciavano all’inizio del paese e la venivano a riprendere più tardi, quando la signora, sulla strada del ritorno, faceva la sua sosta obbligata da Groppelli, dove trovava sempre una sedia preparata per lei e dove il signor Dante era pronto a fare conversazione.
I tre ragazzi dell’Americano, svegli e intelligenti, erano continuamente stimolati dal padre, che non esitava a caricarli ogni domenica sulla “giardinetta” di famiglia per portarli in esplorazione nelle più belle località dei dintorni, o in montagna per lunghe camminate.
E quando i figli, crescendo, si appassionarono allo sci, che cosa fece il padre ?
Per riuscire a star con loro anche sulla neve, egli che, arrivato a 53 anni non aveva mai sciato, si mise a prendere lezioni di sci e per due estati se ne andò al Tonale ad esercitarsi, per poter tenere il ritmo dei suoi ragazzi.
E i libri che comperava per loro ! Quanti !
Giovanni, il dottor Giovanni, il più grande, alle scuole elementari ricordo che era chiamato “l’enciclopedico” , tanti erano i libri che leggeva e le notizie che assimilava, di cui, poi, faceva sfoggio in classe.
Le stesse cose , ora, il signor Dante le fa per i nipotini, che sono cinque : Silvia, Riccardo, Anna, Giorgio e Alberto. Appena hanno l’età per capire , li abbona al “Giornalino” e compra per loro tutti i fascicoli che le varie Case Editrici pubblicano per le ricerche sui più svariati argomenti.
Per loro, alla nascita , ha anche pensato di costituire un libretto bancario con un buon deposito, per dar modo a tutti, da grandi, di continuare gli studi fino all’università : è questo, infatti, il suo chiodo fisso !
Negli ultimi anni il signor Dante lo si vedeva spesso, quando l’artrosi non lo aveva ancora piegato in due, percorrere la Circonvallazione spingendo carrozzine , oppure tirando una corda a cui stavano legati un trattorino , o una macchinina guidati dai nipotini : un nonno perfetto, insomma.
Così lo descrive la figlia Rinuccia, ora fisiatra presso l’ospedale di Crema .
Mi dice :
“Ma la caratteristica migliore di mio padre è un’altra : è stato per trent’anni “lettore” sull’altare della Chiesa Parrocchiale alla prima messa di ogni domenica, con qualsiasi tempo, in qualsiasi periodo dell’anno, qualunque fosse il suo stato di salute.”
Lo ricordiamo bene noi pandinesi : sempre irreprensibile, in giacca e cravatta, col fazzolettino in tinta che affiorava dal taschino, con quella sua voce tonante e caratteristica ; anche ultimamente, quando per salire i gradini dell’altare doveva faticare ed aggrapparsi alla balaustra.
Nei giorni di festa si alzava di primo mattino, si vestiva di tutto punto, ordinato ed elegante come si conviene per andare nella Casa del Signore.
Poi telefonava ai figli :
“Io sono pronto, venite a prendermi.”
E guai se ritardavano.
Ora gli spiace che in Santuario non vi siano appigli per salire quei tre gradini. E poi, adesso, le gambe lo aiutano di meno e spesso ha bisogno del deambulatore per camminare.
Ha capito anche lui che ora tocca ad altri leggere la Parola del Signore.
Non me ne voglia, signor Groppelli, se, d’accordo con Rinuccia, le ho giocato questo tiro : spero lo gradisca. Il suo nome merita d’essere ricordato, anche se lei, “americano”, proprio del tutto pandinese non lo è.
Ma lo è diventato, non lo crede ? E a Pandino sono in molti a guardarla con simpatia e la sua storia, sono certa, verrà letta volentieri.
PANDINO ... IN MUSICA
(Anno 1916-1998)
Non veniva dall’America, no !
E nemmeno c’era stato.
Eppure , quando si stabilì a Pandino, aprendo un negozio di “ferramenta” sull’angolo tra Via Umberto e la Circonvallazione sud, fu quasi subito “bollato” con questo soprannome, che , oltretutto, pare lo facesse felice.
Il soprannome glielo avevano dato all’Oratorio Maschile ai tempi di don Rino e di don Attilio, quando fu invitato a organizzare una squadra di calcio tra i ragazzi di allora, ai tempi di Grandini, Reduzzi e compagni.
Era solito dire :
“Forza, ragazzi, se ce la mettiamo tutta , vinciamo il campionato”.
E la cosa pareva tanto grossa e impossibile da essere giudicata, appunto, una “americanata” , come si usava dire a quei tempi.
Da ciò il soprannome affibbiato al signor Groppelli.
Da allora egli fu per tutti l’ ”Americano” e se qualcuno chiedeva dove poter acquistare un attrezzo, dal tagliaerba alla carriola, dalla pentola alle posate, dal piccone al chiodo, si rispondeva :
“Prova dall’Americano, vedrai che lo trovi...”
L’Americano, però, veniva da ,,,Trucazzano !
Era nato e cresciuto alla Cascina Rosina, la più grande della zona, vicino all’Adda, dove la famiglia Groppelli, vasta e patriarcale, conduceva un’azienda agricola.
Il signor Dante è della classe 1916 : una classe , sì, “di ferro”, ma sfortunata. Egli, infatti , si trovò a fare il soldato tra la Campagna d’Abissinia e la seconda guerra mondiale : partì da casa coi suoi coscritti nel 1936 e vi tornò nel 1943 !
Gli anni migliori della sua giovinezza li visse in grigioverde, prima in aviazione, poi nella contro- aerea e , infine, grazie alla sua esperienza di armi e motori, fu “istruttore d’armi” a Nettuno : una posizione invidiabile e rispettata, che gli permise di conoscere in anticipo ciò che poi successe , in caserma, quel nefasto 8 settembre ’43, giorno che seminò tanto disordine e dolore dovunque. Potè , quindi, raggiungere casa in tempo, risalendo mezza Italia allo sbando e riuscendo così ad evitare molte pericolose conseguenze.
A casa fu accolto a braccia aperte e si buttò nel lavoro in campagna , mentre il fratello e la sorella stavano tentando di terminare gli studi.
Durante gli anni passati sotto le armi egli aveva raggranellato dei risparmi e quando la sorella più giovane espresse il desiderio di specializzarsi in psicologia, non esitò a mettere il proprio gruzzolo a sua disposizione. Così Angela si laureò e fece tanta strada : attualmente vive ancora a Roma , fa parte, come laica, dell’Ordine religioso della Compagnia “Cardinal Ferrari” e non esita, alla bella età di 78 anni, ad imbarcarsi su un aereo per andare a tenere conferenze in ogni parte del mondo.
Quando celebrò il suo 50° di Consacrazione, nel ’92, chiese di poterlo fare a Pandino. E fu festa grande in casa Groppelli, con la prestigiosa presenza del Cardinale Silvestrini della Curia Vaticana.
Qui a Pandino la famiglia dell’Americano, con la dolcissima signora Albertina e coi figli Giovanni, Caterina e Pietro, fu subito di casa.
La nuova bottega di ferramenta è diventata, ben presto, quasi un “circolo”, dove amici e conoscenti entravano, si sedevano davanti al bancone e discutevano dei fatti del giorno.
La figlia ricorda, in particolare, una bella figura di donna, frequentatrice del negozio, la vecchia signora Righini, che veniva dal Cascinetto, parecchio lontano dal centro.
I figli la portavano ogni giorno alla prima messa in parrocchia con l’automobile. La lasciavano all’inizio del paese e la venivano a riprendere più tardi, quando la signora, sulla strada del ritorno, faceva la sua sosta obbligata da Groppelli, dove trovava sempre una sedia preparata per lei e dove il signor Dante era pronto a fare conversazione.
I tre ragazzi dell’Americano, svegli e intelligenti, erano continuamente stimolati dal padre, che non esitava a caricarli ogni domenica sulla “giardinetta” di famiglia per portarli in esplorazione nelle più belle località dei dintorni, o in montagna per lunghe camminate.
E quando i figli, crescendo, si appassionarono allo sci, che cosa fece il padre ?
Per riuscire a star con loro anche sulla neve, egli che, arrivato a 53 anni non aveva mai sciato, si mise a prendere lezioni di sci e per due estati se ne andò al Tonale ad esercitarsi, per poter tenere il ritmo dei suoi ragazzi.
E i libri che comperava per loro ! Quanti !
Giovanni, il dottor Giovanni, il più grande, alle scuole elementari ricordo che era chiamato “l’enciclopedico” , tanti erano i libri che leggeva e le notizie che assimilava, di cui, poi, faceva sfoggio in classe.
Le stesse cose , ora, il signor Dante le fa per i nipotini, che sono cinque : Silvia, Riccardo, Anna, Giorgio e Alberto. Appena hanno l’età per capire , li abbona al “Giornalino” e compra per loro tutti i fascicoli che le varie Case Editrici pubblicano per le ricerche sui più svariati argomenti.
Per loro, alla nascita , ha anche pensato di costituire un libretto bancario con un buon deposito, per dar modo a tutti, da grandi, di continuare gli studi fino all’università : è questo, infatti, il suo chiodo fisso !
Negli ultimi anni il signor Dante lo si vedeva spesso, quando l’artrosi non lo aveva ancora piegato in due, percorrere la Circonvallazione spingendo carrozzine , oppure tirando una corda a cui stavano legati un trattorino , o una macchinina guidati dai nipotini : un nonno perfetto, insomma.
Così lo descrive la figlia Rinuccia, ora fisiatra presso l’ospedale di Crema .
Mi dice :
“Ma la caratteristica migliore di mio padre è un’altra : è stato per trent’anni “lettore” sull’altare della Chiesa Parrocchiale alla prima messa di ogni domenica, con qualsiasi tempo, in qualsiasi periodo dell’anno, qualunque fosse il suo stato di salute.”
Lo ricordiamo bene noi pandinesi : sempre irreprensibile, in giacca e cravatta, col fazzolettino in tinta che affiorava dal taschino, con quella sua voce tonante e caratteristica ; anche ultimamente, quando per salire i gradini dell’altare doveva faticare ed aggrapparsi alla balaustra.
Nei giorni di festa si alzava di primo mattino, si vestiva di tutto punto, ordinato ed elegante come si conviene per andare nella Casa del Signore.
Poi telefonava ai figli :
“Io sono pronto, venite a prendermi.”
E guai se ritardavano.
Ora gli spiace che in Santuario non vi siano appigli per salire quei tre gradini. E poi, adesso, le gambe lo aiutano di meno e spesso ha bisogno del deambulatore per camminare.
Ha capito anche lui che ora tocca ad altri leggere la Parola del Signore.
Non me ne voglia, signor Groppelli, se, d’accordo con Rinuccia, le ho giocato questo tiro : spero lo gradisca. Il suo nome merita d’essere ricordato, anche se lei, “americano”, proprio del tutto pandinese non lo è.
Ma lo è diventato, non lo crede ? E a Pandino sono in molti a guardarla con simpatia e la sua storia, sono certa, verrà letta volentieri.
PANDINO ... IN MUSICA
LA VITA IN RINASCENTE
LA VITA IN “ RINASCENTE”
(Anni 1930-1950)
Ho conosciuto la “Cecchina”, o meglio, la graziosa e simpatica signora Francesca Bressani in Grioni, ora residente a Rivolta d’Adda, che ha abitato in “Rinascente” durante tutta la sua infanzia e la sua giovinezza.
Coi suoi ricordi così vivaci e interessanti, si potrebbe scrivere un romanzo, non un solo articolo come io mi propongo di fare. Il suo racconto è un fuoco di fila di notizie, macchiette, episodi, piccole storie che , una volta, prima e durante la guerra del ‘40-45, si vivevano tutti insieme , in comunità di vita e di affetti.
C’erano più di venti famiglie in quegli anni in “Rinascente , ognuna con la sua “fetta” di casa.
Infatti il grande e lungo caseggiato a tre piani, appena al di là di Piazza Castello, aveva tante porte che davano direttamente sull’ampio cortile . Da queste porte ogni famiglia entrava nella sua cucina, saliva una scala e raggiungeva la prima camera da letto , poi, dopo una seconda rampa, arrivava all’altra stanza : stanze sempre affollate perché di figli ce n’erano dovunque parecchi.
“ Ogni abitazione aveva due sole lampadine, una in cucina e l’altra a metà scala. Era questa che illuminava, malamente s’intende , anche le due camere da letto, dove, d’altra parte, la luce non serviva, perché a letto si doveva dormire”, mi dice.
E siccome nelle stanze non vi erano orologi o sveglie, la signora Cecchina ricorda che nella sua il “Giotto” aveva aperto una fessura nella parete verso il campanile e da lì si potevano adocchiare le ore al grande orologio della torre.
In “Rinascente” la Cecchina, con madre e sei fratelli, si era trasferita quando aveva quattro anni. Per lei quella fu un giornata molto triste : suo padre , che faceva il carrettiere al servizio della falegnameria del Conte Premoli, aveva avuto, proprio quel giorno un grave incidente a Milano .
Il carro che guidava, incagliatosi tra le rotaie del tram, si era rovesciato schiacciando l’uomo che era morto sul colpo. La vedova con quei sette bambini, in una casa nuova, senza mezzi per vivere,
non faceva che piangere.
“Ma allora, in paese, ci volevamo più bene. Quante volte il fornaio che faceva il pane proprio lì, all’entrata della “Rinascente”, ci ha sfamato gratuitamente ! In tanti ci hanno aiutato in quel periodo a sopravvivere, anche se di fame, lo confesso, ne abbiamo patita parecchia”, dice la signora.
Tra gli abitanti del grande cortile c’era l’abitudine, nelle sere invernali del tempo di guerra, di riunirsi tutti, per risparmiare la legna, in un’unica cucina.
Quella dei ragazzi Bressani era una delle più accoglienti. Nonostante le grandi difficoltà della famiglia, tutta quella gioventù metteva allegria .
Talvolta, oltre ai vicini , arrivava anche qualche militare del “147”.
Questo “147” mi ha incuriosito e ho chiesto spiegazioni : mi è stato detto che si trattava di un Battaglione di militari cecoslovacchi, tedeschi e italiani che aveva sede in Castello.
Ebbene, una sera d’inverno , mentre la cucina era particolarmente affollata, si sentì arrivare “Pippo”, l’aeroplano solitario così tristemente noto, che non esitava a buttare spezzoni incendiari dovunque vedesse un lume.
In casa quella sera , racconta sempre la Cecchina, c’era anche Mariconti il sarto, che era appena tornato in licenza, dopo un burrascoso viaggio in treno sotto i bombardamenti.
Egli, quindi, pratico di azioni di guerra, sentendo il rombo dell’aereo, subito ordinò :
“Spegnete il lume e tutti a terra, sotto il tavolo”.
E così fu fatto , mentre nelle vicinanze si sentivano già gli scoppi e guizzavano il lampi.
Quando “Pippo” se ne andò, la luce venne riaccesa e tutti si alzarono con grandi lamenti.
Infatti, nella foga di buttarsi a terra, nascondendo il capo sotto il tavolo, qualcuno si era avvicinato troppo alla stufa, che stava al centro della stanza, e si era prodotto scottature e baffi di fuliggine un po’ dovunque.
Alla fine la stanza sembrava essere diventata un campo di battaglia.
Tra i ricordi di guerra della signora Cecchina ce n’è uno che la commuove ancora adesso.
Era un giorno di fine aprile del 1945. La guerra era giunta alla fine e Giuseppe, uno dei suoi fratelli, tornò a casa dalla Germania, dove era stato prigioniero per mesi.
Quella sera entrò in “Rinascente” piangendo e la gente non capiva il perché. Finalmente riuscì a spiegare quello che era appena successo.
Un suo caro amico, Giulio Imberti della cascina Falconera, che era sempre stato con lui nel campo tedesco, era morto, quando già si ritenevano tutti in salvo. Egli stava viaggiando , con altri, su uno dei camion che erano stati messi a loro disposizione per il ritorno in Patria.
In vicinanza di Lonato, quindi già praticamente a casa, Giulio Imberti era seduto con la schiena appoggiata al portellone posteriore dell’automezzo, quando questo, forse chiuso male, improvvisamente si spalancò ed egli fu scaraventato a terra, dove venne investito dal camion successivo, proprio quello su cui viaggiava Giuseppe Bressani.
Giulio morì sul colpo e i commilitoni lo raccolsero pietosamente e lo portarono alla camera mortuaria del cimitero di Lonato, raccomandando che non venisse sepolto, perché i famigliari si sarebbero certamente recati subito a riprenderlo e il sacerdote del posto diede tutte le assicurazioni.
Invece passarono otto giorni prima che i fratelli potessero raggiungere Lonato, a causa dei molti disordini che ancora insanguinavano le nostre strade. Poi, finalmente, Giulio Imberti fu riportato a casa tra la disperazione dei genitori e il compianto di tutto il paese.
Ma c’è anche un altro episodio, di tutt’altro genere, molto simpatico e brioso, che mi racconta la signora Cecchina.
Si era nel 1948, la guerra era finita, nella gente c’era una gran voglia di far festa : feste modeste, come balli sull’aia, sagre, o processioni religiose.
Fu in quell’epoca che vennero organizzate un po’ dovunque le cerimonie della così detta “Madonna pellegrina”. La statua della Vergine di Caravaggio passava di paese in paese, oggetto di venerazione per tutta la gente.
Quel giorno la “Madonna pellegrina” era a Pandino e , uscendo dalla chiesa, prima di partire per il paese vicino, avrebbe sostato qua e là, nei vari rioni.
Quella sera il grande onore sarebbe toccato all’ampio cortile della “Rinascente” : bisognava quindi allestirvi l’altare, ripulire e adornare le case, abbellire il tutto con decorazioni vivaci e colorate.
Le donne della “Rinascente” volevano fare le cose in grande. Erano sere e sere che , in casa di Vittorino Agosti, detto il “Vecio”, tutti si davano da fare per preparare fiori di carta.
Già le corde erano state tese tra i pilastri dei portici, sull’altro lato del cortile, per nascondere stalle e fienili con lenzuola, coperte e tappeti ; già si era deciso di preparare, all’entrata di ogni casa, piccoli altarini con piante, lumini e quadri di Santi.
Ma per l’altare in mezzo al cortile c’era un po’ di preoccupazione, dato che lo si voleva proprio speciale.
Poi a qualcuno venne un’idea. A Cascine Gandini abitava una anziana donna che aveva fatto, per anni, la “Perpetua” di un Parroco dei dintorni. Quando il Parroco morì, lei ebbe in eredità la statua della Madonna che il sacerdote teneva in casa.
Si trattava, racconta la Cecchina, di una specie di manichino, con le mani giunte, che veniva rivestito di volta in volta con abiti femminili.
Si decise, quindi, di andarla a chiedere in prestito per la grande festa.
Con un carrettino spinto a mano, le ragazze della “Rinascente” partirono e durante il viaggio di ritorno, ricoprirono la statua con fronde verdi per non esporla alla curiosità della gente.
Ma una volta a casa la delusione fu grande : la statua era talmente sporca che pareva una “Madonna nera”, e gli abiti erano quasi tutti ridotti a stracci.
Quindi la si portò in cucina e si cercò di lavarla con acqua e sapone.
Ma la Madonna nuda scandalizzò la mamma di Cecchina, che le buttò addosso un grembiule per ricoprirla, recitando giaculatorie.
Una volta ripulita, però, bisognava rivestirla e di abiti lunghi e belli, adatti alla solennità, in “Rinascente” non ce n’erano proprio.
Alle sorelle Moro venne allora in mente di metterle addosso una delle loro camicie da notte, tutta bianca e ricamata.
Provvidero anche alla biancheria intima, ricorrendo ai lavori all’uncinetto di Rosetta “Balilla”, molto nota in paese, che volentieri si prestò. Poi le misero sulle spalle uno scialle azzurro e la loro Madonna, posta sull’altare in mezzo al cortile, fece la sua bella figura .
Questi sono solo alcuni episodi che la signora Francesca Bressani mi racconta con l’entusiasmo della ragazzina vissuta per tanti anni in quel piccolo angolo di mondo, che veniva chiamato “Rinascente”.
Quella “Rinascente” che era rinata dalle rovine della “Valmorta”, dopo un pauroso incendio e dove la “Spezierina”, che ne era la proprietaria, passava ogni anno, nel giorno di san Martino, a riscuotere gli affitti.
In quella “Rinascente”, con venti e più famiglie tutte ricche di figli, in molti avevano trovato riparo, alloggio e calore negli anni difficili della guerra e del dopoguerra.
Qualche ragazza da marito vi aveva trovato anche l’uomo della sua vita, tra i militari del “147” .
In “Rinascente” si era patita la fame, ci si scaldava stando tutti insieme , a turno, nelle varie cucine.
Ma qui si erano anche stabiliti rapporti di amicizia veramente saldi e duraturi : rapporti che ancora oggi, dopo più di cinquant’anni, fanno inumidire di commozione gli occhi della simpaticissima signora Cecchina.
Ora la “Rinascente”, completamente deserta da anni, sta andando alla rovina.
Probabilmente verrà abbattuta , o ristrutturata, come si suol dire, e chissà che vi si possa ricreare un mondo di affetti e di solidarietà simile a quello degli anni passati.
Anche se , certo, non sarà mai più la stessa cosa.
(Anni 1930-1950)
Ho conosciuto la “Cecchina”, o meglio, la graziosa e simpatica signora Francesca Bressani in Grioni, ora residente a Rivolta d’Adda, che ha abitato in “Rinascente” durante tutta la sua infanzia e la sua giovinezza.
Coi suoi ricordi così vivaci e interessanti, si potrebbe scrivere un romanzo, non un solo articolo come io mi propongo di fare. Il suo racconto è un fuoco di fila di notizie, macchiette, episodi, piccole storie che , una volta, prima e durante la guerra del ‘40-45, si vivevano tutti insieme , in comunità di vita e di affetti.
C’erano più di venti famiglie in quegli anni in “Rinascente , ognuna con la sua “fetta” di casa.
Infatti il grande e lungo caseggiato a tre piani, appena al di là di Piazza Castello, aveva tante porte che davano direttamente sull’ampio cortile . Da queste porte ogni famiglia entrava nella sua cucina, saliva una scala e raggiungeva la prima camera da letto , poi, dopo una seconda rampa, arrivava all’altra stanza : stanze sempre affollate perché di figli ce n’erano dovunque parecchi.
“ Ogni abitazione aveva due sole lampadine, una in cucina e l’altra a metà scala. Era questa che illuminava, malamente s’intende , anche le due camere da letto, dove, d’altra parte, la luce non serviva, perché a letto si doveva dormire”, mi dice.
E siccome nelle stanze non vi erano orologi o sveglie, la signora Cecchina ricorda che nella sua il “Giotto” aveva aperto una fessura nella parete verso il campanile e da lì si potevano adocchiare le ore al grande orologio della torre.
In “Rinascente” la Cecchina, con madre e sei fratelli, si era trasferita quando aveva quattro anni. Per lei quella fu un giornata molto triste : suo padre , che faceva il carrettiere al servizio della falegnameria del Conte Premoli, aveva avuto, proprio quel giorno un grave incidente a Milano .
Il carro che guidava, incagliatosi tra le rotaie del tram, si era rovesciato schiacciando l’uomo che era morto sul colpo. La vedova con quei sette bambini, in una casa nuova, senza mezzi per vivere,
non faceva che piangere.
“Ma allora, in paese, ci volevamo più bene. Quante volte il fornaio che faceva il pane proprio lì, all’entrata della “Rinascente”, ci ha sfamato gratuitamente ! In tanti ci hanno aiutato in quel periodo a sopravvivere, anche se di fame, lo confesso, ne abbiamo patita parecchia”, dice la signora.
Tra gli abitanti del grande cortile c’era l’abitudine, nelle sere invernali del tempo di guerra, di riunirsi tutti, per risparmiare la legna, in un’unica cucina.
Quella dei ragazzi Bressani era una delle più accoglienti. Nonostante le grandi difficoltà della famiglia, tutta quella gioventù metteva allegria .
Talvolta, oltre ai vicini , arrivava anche qualche militare del “147”.
Questo “147” mi ha incuriosito e ho chiesto spiegazioni : mi è stato detto che si trattava di un Battaglione di militari cecoslovacchi, tedeschi e italiani che aveva sede in Castello.
Ebbene, una sera d’inverno , mentre la cucina era particolarmente affollata, si sentì arrivare “Pippo”, l’aeroplano solitario così tristemente noto, che non esitava a buttare spezzoni incendiari dovunque vedesse un lume.
In casa quella sera , racconta sempre la Cecchina, c’era anche Mariconti il sarto, che era appena tornato in licenza, dopo un burrascoso viaggio in treno sotto i bombardamenti.
Egli, quindi, pratico di azioni di guerra, sentendo il rombo dell’aereo, subito ordinò :
“Spegnete il lume e tutti a terra, sotto il tavolo”.
E così fu fatto , mentre nelle vicinanze si sentivano già gli scoppi e guizzavano il lampi.
Quando “Pippo” se ne andò, la luce venne riaccesa e tutti si alzarono con grandi lamenti.
Infatti, nella foga di buttarsi a terra, nascondendo il capo sotto il tavolo, qualcuno si era avvicinato troppo alla stufa, che stava al centro della stanza, e si era prodotto scottature e baffi di fuliggine un po’ dovunque.
Alla fine la stanza sembrava essere diventata un campo di battaglia.
Tra i ricordi di guerra della signora Cecchina ce n’è uno che la commuove ancora adesso.
Era un giorno di fine aprile del 1945. La guerra era giunta alla fine e Giuseppe, uno dei suoi fratelli, tornò a casa dalla Germania, dove era stato prigioniero per mesi.
Quella sera entrò in “Rinascente” piangendo e la gente non capiva il perché. Finalmente riuscì a spiegare quello che era appena successo.
Un suo caro amico, Giulio Imberti della cascina Falconera, che era sempre stato con lui nel campo tedesco, era morto, quando già si ritenevano tutti in salvo. Egli stava viaggiando , con altri, su uno dei camion che erano stati messi a loro disposizione per il ritorno in Patria.
In vicinanza di Lonato, quindi già praticamente a casa, Giulio Imberti era seduto con la schiena appoggiata al portellone posteriore dell’automezzo, quando questo, forse chiuso male, improvvisamente si spalancò ed egli fu scaraventato a terra, dove venne investito dal camion successivo, proprio quello su cui viaggiava Giuseppe Bressani.
Giulio morì sul colpo e i commilitoni lo raccolsero pietosamente e lo portarono alla camera mortuaria del cimitero di Lonato, raccomandando che non venisse sepolto, perché i famigliari si sarebbero certamente recati subito a riprenderlo e il sacerdote del posto diede tutte le assicurazioni.
Invece passarono otto giorni prima che i fratelli potessero raggiungere Lonato, a causa dei molti disordini che ancora insanguinavano le nostre strade. Poi, finalmente, Giulio Imberti fu riportato a casa tra la disperazione dei genitori e il compianto di tutto il paese.
Ma c’è anche un altro episodio, di tutt’altro genere, molto simpatico e brioso, che mi racconta la signora Cecchina.
Si era nel 1948, la guerra era finita, nella gente c’era una gran voglia di far festa : feste modeste, come balli sull’aia, sagre, o processioni religiose.
Fu in quell’epoca che vennero organizzate un po’ dovunque le cerimonie della così detta “Madonna pellegrina”. La statua della Vergine di Caravaggio passava di paese in paese, oggetto di venerazione per tutta la gente.
Quel giorno la “Madonna pellegrina” era a Pandino e , uscendo dalla chiesa, prima di partire per il paese vicino, avrebbe sostato qua e là, nei vari rioni.
Quella sera il grande onore sarebbe toccato all’ampio cortile della “Rinascente” : bisognava quindi allestirvi l’altare, ripulire e adornare le case, abbellire il tutto con decorazioni vivaci e colorate.
Le donne della “Rinascente” volevano fare le cose in grande. Erano sere e sere che , in casa di Vittorino Agosti, detto il “Vecio”, tutti si davano da fare per preparare fiori di carta.
Già le corde erano state tese tra i pilastri dei portici, sull’altro lato del cortile, per nascondere stalle e fienili con lenzuola, coperte e tappeti ; già si era deciso di preparare, all’entrata di ogni casa, piccoli altarini con piante, lumini e quadri di Santi.
Ma per l’altare in mezzo al cortile c’era un po’ di preoccupazione, dato che lo si voleva proprio speciale.
Poi a qualcuno venne un’idea. A Cascine Gandini abitava una anziana donna che aveva fatto, per anni, la “Perpetua” di un Parroco dei dintorni. Quando il Parroco morì, lei ebbe in eredità la statua della Madonna che il sacerdote teneva in casa.
Si trattava, racconta la Cecchina, di una specie di manichino, con le mani giunte, che veniva rivestito di volta in volta con abiti femminili.
Si decise, quindi, di andarla a chiedere in prestito per la grande festa.
Con un carrettino spinto a mano, le ragazze della “Rinascente” partirono e durante il viaggio di ritorno, ricoprirono la statua con fronde verdi per non esporla alla curiosità della gente.
Ma una volta a casa la delusione fu grande : la statua era talmente sporca che pareva una “Madonna nera”, e gli abiti erano quasi tutti ridotti a stracci.
Quindi la si portò in cucina e si cercò di lavarla con acqua e sapone.
Ma la Madonna nuda scandalizzò la mamma di Cecchina, che le buttò addosso un grembiule per ricoprirla, recitando giaculatorie.
Una volta ripulita, però, bisognava rivestirla e di abiti lunghi e belli, adatti alla solennità, in “Rinascente” non ce n’erano proprio.
Alle sorelle Moro venne allora in mente di metterle addosso una delle loro camicie da notte, tutta bianca e ricamata.
Provvidero anche alla biancheria intima, ricorrendo ai lavori all’uncinetto di Rosetta “Balilla”, molto nota in paese, che volentieri si prestò. Poi le misero sulle spalle uno scialle azzurro e la loro Madonna, posta sull’altare in mezzo al cortile, fece la sua bella figura .
Questi sono solo alcuni episodi che la signora Francesca Bressani mi racconta con l’entusiasmo della ragazzina vissuta per tanti anni in quel piccolo angolo di mondo, che veniva chiamato “Rinascente”.
Quella “Rinascente” che era rinata dalle rovine della “Valmorta”, dopo un pauroso incendio e dove la “Spezierina”, che ne era la proprietaria, passava ogni anno, nel giorno di san Martino, a riscuotere gli affitti.
In quella “Rinascente”, con venti e più famiglie tutte ricche di figli, in molti avevano trovato riparo, alloggio e calore negli anni difficili della guerra e del dopoguerra.
Qualche ragazza da marito vi aveva trovato anche l’uomo della sua vita, tra i militari del “147” .
In “Rinascente” si era patita la fame, ci si scaldava stando tutti insieme , a turno, nelle varie cucine.
Ma qui si erano anche stabiliti rapporti di amicizia veramente saldi e duraturi : rapporti che ancora oggi, dopo più di cinquant’anni, fanno inumidire di commozione gli occhi della simpaticissima signora Cecchina.
Ora la “Rinascente”, completamente deserta da anni, sta andando alla rovina.
Probabilmente verrà abbattuta , o ristrutturata, come si suol dire, e chissà che vi si possa ricreare un mondo di affetti e di solidarietà simile a quello degli anni passati.
Anche se , certo, non sarà mai più la stessa cosa.
MARIO TUTI
MARIO TUTI
(Anni 1912-1998)
E chi, tra la gente che frequenta la Chiesa, non lo conosce ?
Un arzillo ottantaseienne, piccolo di statura, vivace, sempre in movimento.
E’, si può dire, l’Angelo custode della nostra Parrocchiale.
Allo scoccar delle sette, ogni mattina, appena dopo l’Ave Maria, quando la chiesa è ancora sbarrata, ecco il signor Mario, già pronto con scopa, paletta, innaffiatoio. Passa, ripassa, lava con cura il sagrato, i gradini , i marciapiedi. Gira tutto attorno all’isolato, dietro il campanile, davanti al Saloncino e alla Casa Parrocchiale sulla Piazza del Castello.
Ci scopa e ci lava come fosse casa sua , con la stessa cura e lo stesso amore.
Poi, quando don Gino apre il cancello, entra in giardino e si dedica ai fiori : li ripulisce dalle foglie secche, ne taglia quelli sfioriti, zappetta, rastrella , innaffia. Per questo i gerani e le rose del Parroco sono sempre un trionfo di freschezza e di colori !
Poi sistema il ghiaietto, lo livella per bene e intanto tiene d’occhio la porta della Chiesa : ci sono, a volte, dei male intenzionati e occorre sempre che qualcuno vigili con attenzione.
Ogni lunedì mattina, alle sei, in anticipo sul ruolino di marcia, eccolo all’Oratorio Maschile : deve raccogliere cartacce e rifiuti che i ragazzi vi hanno lasciato la domenica sera.
E al sabato, dopo l’ultima Messa, ci sono da sistemare le innumerevoli sedie della Chiesa Parrocchiale. Le porta fuori dal ripostiglio e le allinea con cura, silenzioso e attento, come si conviene davanti al Signore.
E poi ... e poi...
I lavori da fare spuntano in ogni angolo, ogni giorno ce n’è uno nuovo. Gli altri, magari, non li vedono neppure, ma lui sì, nulla gli sfugge e subito vi pone rimedio.
Nella sua lunga vita Mario Tuti ha sempre lavorato : prima presso i macelli della zona. Dai Signorini, da Zanaboni, poi a Milano presso la “Pirelli” e successivamente, per 23 anni di seguito , alla “Calderara accessori tessili”.
“Una ditta importante”, dice con orgoglio” tutti mi rispettavano, mi trovavo come in famiglia, tanto che non volevo neppure andarmene in pensione.”
Ha servito la Chiesa e l’Oratorio prima con don Luigi Pollastri ed ora lo fa con don Gino.
“E’ un piacere aiutare don Gino. Quando il lavoro è tanto, mi chiama in casa e mi offre una brioche e un bicchiere di vino da messa...”
Il signor Mario mi vuole raccontare anche la sua esperienza fatta, da militare, in tempo di guerra. Era arruolato nel Genio e quando, all’inizio degli anni ’40 fu richiamato, venne imbarcato sopra una nave diretta in Eritrea.
Superato il Canale di Suez, all’entrata del mar Rosso, s’accorsero che, nei giorni precedenti, doveva essere stata affondata una petroliera. C’erano ancora i rottami che galleggiavano sulle onde burrascose.
“Pensi, “ mi dice, “ il Comandante ha fatto fermare la nostra nave perché sopra un rottame stava un gattino spaventato. Certo era a bordo quando la petroliera era stata distrutta e si era aggrappato ad una tavola sballottata qua e là sul mare burrascoso. Incredibile ! L’abbiamo salvato ! Abbiamo fermato una nave militare per salvare un gattino ! Che cuore , gli italiani ...”
Ha anche un’altra curiosità da raccontarmi con un po’ di tristezza :
“Della mia classe , il 1912, qui a Pandino eravamo in 52 uomini : sono rimasto solo io...”
“Come mai” gli chiedo”, così sano e arzillo ?”
Sapevo che aveva un piccolo segreto.
“Non mi crederà : limoni e limonate, sempre , tanti. E poi “Saridon”. Se mi sento addosso qualche doloretto , una pastiglia o due di Saridon e torno come nuovo.”
E c’è da credergli, non è mai fermo, pare non accusare mai stanchezza. E’ molto vicino alle due figlie : cura il bel giardino della figlia Daniela e ammira i quadri che dipinge la figlia Lucia. E’ orgoglioso di loro !
Dopo più di sessant’anni di matrimonio, è sempre felice vicino alla sua Mariuccia.
Auguri, signor Mario, continui così, per tanti anni ancora, a darsi da fare per gli altri, con semplicità, senza chiedere niente a nessuno, accettando , magari, soltanto una brioche e un bicchiere di vin santo, se proprio si insiste...
(Anni 1912-1998)
E chi, tra la gente che frequenta la Chiesa, non lo conosce ?
Un arzillo ottantaseienne, piccolo di statura, vivace, sempre in movimento.
E’, si può dire, l’Angelo custode della nostra Parrocchiale.
Allo scoccar delle sette, ogni mattina, appena dopo l’Ave Maria, quando la chiesa è ancora sbarrata, ecco il signor Mario, già pronto con scopa, paletta, innaffiatoio. Passa, ripassa, lava con cura il sagrato, i gradini , i marciapiedi. Gira tutto attorno all’isolato, dietro il campanile, davanti al Saloncino e alla Casa Parrocchiale sulla Piazza del Castello.
Ci scopa e ci lava come fosse casa sua , con la stessa cura e lo stesso amore.
Poi, quando don Gino apre il cancello, entra in giardino e si dedica ai fiori : li ripulisce dalle foglie secche, ne taglia quelli sfioriti, zappetta, rastrella , innaffia. Per questo i gerani e le rose del Parroco sono sempre un trionfo di freschezza e di colori !
Poi sistema il ghiaietto, lo livella per bene e intanto tiene d’occhio la porta della Chiesa : ci sono, a volte, dei male intenzionati e occorre sempre che qualcuno vigili con attenzione.
Ogni lunedì mattina, alle sei, in anticipo sul ruolino di marcia, eccolo all’Oratorio Maschile : deve raccogliere cartacce e rifiuti che i ragazzi vi hanno lasciato la domenica sera.
E al sabato, dopo l’ultima Messa, ci sono da sistemare le innumerevoli sedie della Chiesa Parrocchiale. Le porta fuori dal ripostiglio e le allinea con cura, silenzioso e attento, come si conviene davanti al Signore.
E poi ... e poi...
I lavori da fare spuntano in ogni angolo, ogni giorno ce n’è uno nuovo. Gli altri, magari, non li vedono neppure, ma lui sì, nulla gli sfugge e subito vi pone rimedio.
Nella sua lunga vita Mario Tuti ha sempre lavorato : prima presso i macelli della zona. Dai Signorini, da Zanaboni, poi a Milano presso la “Pirelli” e successivamente, per 23 anni di seguito , alla “Calderara accessori tessili”.
“Una ditta importante”, dice con orgoglio” tutti mi rispettavano, mi trovavo come in famiglia, tanto che non volevo neppure andarmene in pensione.”
Ha servito la Chiesa e l’Oratorio prima con don Luigi Pollastri ed ora lo fa con don Gino.
“E’ un piacere aiutare don Gino. Quando il lavoro è tanto, mi chiama in casa e mi offre una brioche e un bicchiere di vino da messa...”
Il signor Mario mi vuole raccontare anche la sua esperienza fatta, da militare, in tempo di guerra. Era arruolato nel Genio e quando, all’inizio degli anni ’40 fu richiamato, venne imbarcato sopra una nave diretta in Eritrea.
Superato il Canale di Suez, all’entrata del mar Rosso, s’accorsero che, nei giorni precedenti, doveva essere stata affondata una petroliera. C’erano ancora i rottami che galleggiavano sulle onde burrascose.
“Pensi, “ mi dice, “ il Comandante ha fatto fermare la nostra nave perché sopra un rottame stava un gattino spaventato. Certo era a bordo quando la petroliera era stata distrutta e si era aggrappato ad una tavola sballottata qua e là sul mare burrascoso. Incredibile ! L’abbiamo salvato ! Abbiamo fermato una nave militare per salvare un gattino ! Che cuore , gli italiani ...”
Ha anche un’altra curiosità da raccontarmi con un po’ di tristezza :
“Della mia classe , il 1912, qui a Pandino eravamo in 52 uomini : sono rimasto solo io...”
“Come mai” gli chiedo”, così sano e arzillo ?”
Sapevo che aveva un piccolo segreto.
“Non mi crederà : limoni e limonate, sempre , tanti. E poi “Saridon”. Se mi sento addosso qualche doloretto , una pastiglia o due di Saridon e torno come nuovo.”
E c’è da credergli, non è mai fermo, pare non accusare mai stanchezza. E’ molto vicino alle due figlie : cura il bel giardino della figlia Daniela e ammira i quadri che dipinge la figlia Lucia. E’ orgoglioso di loro !
Dopo più di sessant’anni di matrimonio, è sempre felice vicino alla sua Mariuccia.
Auguri, signor Mario, continui così, per tanti anni ancora, a darsi da fare per gli altri, con semplicità, senza chiedere niente a nessuno, accettando , magari, soltanto una brioche e un bicchiere di vin santo, se proprio si insiste...
UNA SIRENA A MEZZODI'
E’ successo a Pandino :
una sirena a mezzodì
(Anno 1985)
Da qualche giorno, ad ore fisse, tutti gli abitanti della zona sud del paese, sobbalzavano al fischio lacerante di una sirena. Pareva proprio quella di un’autoambulanza che arrivasse di corsa. La gente si affacciava alle finestre e si fermava ai lati delle strade.
Ma di lettighe neppure l’ombra.
Poi l’arcano è stato svelato.
La sirena suonava al cimitero e non c’era proprio nulla di allarmante. Era stata semplicemente sostituita la campanella che, da sempre, il custode suonava a mezzogiorno e al tramonto per avvertire i visitatori che stava per chiudere i cancelli.
Pensammo che fosse perché la campanella non aveva un suono abbastanza forte da farsi sentire in ogni angolo del camposanto, anche da chi era duro d’orecchio. Infatti, col fischio ripetuto della sirena, non c’era più ragione perché si dicesse di non aver sentito l’avvertimento. Ora, come si suol dire, si sarebbero svegliati anche i morti.
Prima, invece, capitava spesso che qualche vecchietta col rosario tra le dita, non l’udisse e allora la si sentiva gridare “aiuto...aiuto...”, aggrappata alle sbarre del cancello, finché qualcuno di passaggio non correva a chiamare il custode.
Ma non era stato per questo che si era sostituita la campanella.
Era successo che i ladri, in azione quasi continuata in paese, dopo aver prelevato le offerte dalla cassetta della chiesa, dopo aver rubato i candelabri in Santa Marta, dopo aver distrutto i registri nelle aule delle Medie, danneggiati gli stereo sulle automobili in sosta, fatte sparire le biciclette appoggiate ai muri delle scuole, fatto razzia di denaro e preziosi nelle case di giorno e di notte, erano arrivati anche al cimitero e vi avevano asportato vasi, lampade, cornici di fotografie e...campanella.
“Non c’è proprio più religione”, avrà detto qualcuno.
E siccome ognuno, di solito, si difende come può, ecco che si mettono serrature nuove, si sistemano segnali di allarme, si pongono lucchetti alle ruote delle biciclette, si cerca di non lasciare alcunché di incustodito e così via.
Per la campanella del cimitero cosa si poteva fare? A qualcuno era venuta l’idea della sirena. La sirena non poteva far gola ad alcuno e, in più, neppure i sordi avrebbero potuto dire di non averla sentita. Sono stati presi due piccioni con una fava, dunque...
Gli abitanti della zona avrebbero fatto presto ad abituarsi al suo suono. Anzi, avrebbero detto : “Butta la pasta, è mezzogiorno. Suona la sirena.”
Oppure: ”Bambini sono le cinque, è l’ora dei cartoni!”
Però, in che mondo si vive ! Come sembrano lontani i tempi di cui parlano i nostri vecchi, quando si lasciava la casa aperta e si usciva sicuri, senza pensieri, per giornate intere!
una sirena a mezzodì
(Anno 1985)
Da qualche giorno, ad ore fisse, tutti gli abitanti della zona sud del paese, sobbalzavano al fischio lacerante di una sirena. Pareva proprio quella di un’autoambulanza che arrivasse di corsa. La gente si affacciava alle finestre e si fermava ai lati delle strade.
Ma di lettighe neppure l’ombra.
Poi l’arcano è stato svelato.
La sirena suonava al cimitero e non c’era proprio nulla di allarmante. Era stata semplicemente sostituita la campanella che, da sempre, il custode suonava a mezzogiorno e al tramonto per avvertire i visitatori che stava per chiudere i cancelli.
Pensammo che fosse perché la campanella non aveva un suono abbastanza forte da farsi sentire in ogni angolo del camposanto, anche da chi era duro d’orecchio. Infatti, col fischio ripetuto della sirena, non c’era più ragione perché si dicesse di non aver sentito l’avvertimento. Ora, come si suol dire, si sarebbero svegliati anche i morti.
Prima, invece, capitava spesso che qualche vecchietta col rosario tra le dita, non l’udisse e allora la si sentiva gridare “aiuto...aiuto...”, aggrappata alle sbarre del cancello, finché qualcuno di passaggio non correva a chiamare il custode.
Ma non era stato per questo che si era sostituita la campanella.
Era successo che i ladri, in azione quasi continuata in paese, dopo aver prelevato le offerte dalla cassetta della chiesa, dopo aver rubato i candelabri in Santa Marta, dopo aver distrutto i registri nelle aule delle Medie, danneggiati gli stereo sulle automobili in sosta, fatte sparire le biciclette appoggiate ai muri delle scuole, fatto razzia di denaro e preziosi nelle case di giorno e di notte, erano arrivati anche al cimitero e vi avevano asportato vasi, lampade, cornici di fotografie e...campanella.
“Non c’è proprio più religione”, avrà detto qualcuno.
E siccome ognuno, di solito, si difende come può, ecco che si mettono serrature nuove, si sistemano segnali di allarme, si pongono lucchetti alle ruote delle biciclette, si cerca di non lasciare alcunché di incustodito e così via.
Per la campanella del cimitero cosa si poteva fare? A qualcuno era venuta l’idea della sirena. La sirena non poteva far gola ad alcuno e, in più, neppure i sordi avrebbero potuto dire di non averla sentita. Sono stati presi due piccioni con una fava, dunque...
Gli abitanti della zona avrebbero fatto presto ad abituarsi al suo suono. Anzi, avrebbero detto : “Butta la pasta, è mezzogiorno. Suona la sirena.”
Oppure: ”Bambini sono le cinque, è l’ora dei cartoni!”
Però, in che mondo si vive ! Come sembrano lontani i tempi di cui parlano i nostri vecchi, quando si lasciava la casa aperta e si usciva sicuri, senza pensieri, per giornate intere!
"DIVERTIMENTI VARI, LIRE QUATTROCENTO"
“DIVERTIMENTI VARI, LIRE QUATTROCENTO”
(Anno 1949)
Oggi con quattrocento lire non si può comprare un quotidiano e neppure si può bere una tazzina di caffè espresso.
Allora, nel 1949, con quattrocento lire, in un giorno di sagra, si divertiva tutta quanta la famiglia composta da tre adulti e da una piccolina di poco più d’un anno.
Questo risulta da un vecchio registro-spese che, a quei tempi, in quel di Gradella, avevamo la buona abitudine di tenere aggiornato e che oggi ho ritrovato, per caso, in un cassetto. Alla data 19 marzo, quindi in occasione della Sagra di San Giuseppe, trovo scritto: “divertimenti vari, lire 400”.
A quei tempi avevamo una Vespa e due biciclette, di cui una col seggiolino di vimini appeso al manubrio per il trasporto della piccina.
Abitavamo alla frazione di Gradella da un paio d’anni e al capoluogo si teneva, in quel giorno, e si tiene ancora, la Sagra di Primavera.
Certamente eravamo partiti tutti e quattro, con Vespa e biciclette, per passare qualche ora fuori dall’ordinario.
Sul prato del Castello c’era il solito parco dei divertimenti con giostrine, autodromo, banchetti di dolciumi e di giocattoli, baracca del tiro a segno e numerosi venditori che reclamizzavano a gran voce le merci più diverse.
Il tutto nel vivace frastuono di musiche e canzoni diffuse dagli altoparlanti, in mezzo a gente allegra che, dopo l’incubo della guerra, trovava che era molto bello far festa insieme.
I “divertimenti vari” segnati sul registro saranno sicuramente stati un giro o due sulle giostrine, forse una corsa sull’autopista, qualche tira-molla o uno zucchero filato comprato sul banchetto dei dolciumi, una girandola o una trombetta per la bimba e, quasi certamente, qualche colpo sparato al tiro a segno per vincere un pesciolino rosso o la scimmietta di peluche. E alla fine, passando davanti alla chiesa di Santa Marta, l’acquisto di un paio di biglietti alla Pesca parrocchiale.
Il tutto per quattrocento lire e, a casa, poi, il bisogno di segnare la cifra tra le spese ”straordinarie”.
Nel vecchio registro trovo parecchie altre cose interessanti: gli stipendi d’allora, per esempio. Essi andavano, per un’insegnante elementare e un impiegato comunale dalle 25 alle 28 mila lire mensili. E le “spese ordinarie per alimenti” che trovo segnate in fondo alla colonna, ammontavano a 42.187 lire! Pare incredibile!
Qualche pagina più avanti, nel mese di giugno, trovo un’altra annotazione che mi invita a ricordare. C’è scritto, infatti “Gita al Ghisallo”.
Ricordo che la facemmo in Vespa. Io ho sempre avuto il terrore dei viaggi in moto. Mi pareva, ogni volta, che la velocità fosse eccessiva e i sobbalzi pericolosi, o che le curve fossero prese male. Vedevo solo l’ora di arrivare a destinazione, dopo di che mi assaliva l’incubo del ritorno, magari col buio, o con guasti alla Vespa...
Durante queste gite si mangiava al sacco: panini portati da casa e bibite comperate sul posto.
Ebbene, la gita al Ghisallo di quell’anno ci costò lire 450.
Un’altra pagina mi porta nel cuore una ventata di dolci ricordi.
Qualche volta, in quei primi anni di matrimonio, venivano a trovarci amici cremonesi. Era sempre una festa. A quei tempi ci sentivamo un po’ spaesati nel nuovo ambiente e anche la semplice parlata di casa nostra ci allargava il cuore.
In data sei febbraio del 1949 vedo segnato sul registro-spese: “Festeggiamenti frati”, dicitura sbrigativa per indicare gli amici più cari che avevamo in quel periodo, i Padri Saveriani delle Missioni Estere di Parma.
Non ricordo quali, in particolare, fossero venuti da noi quel 6 febbraio: la piccina compiva un anno proprio quel giorno, probabilmente erano venuti per questo.
Forse si trattava di padre Mario Sguazzi, oppure di Padre Luca, o di Padre Cocci, o di Padre Dante oppure di qualche altro Padre ancora, tra i molti che ci avevano aiutato negli anni difficili del dopoguerra appena trascorsi.
Per noi essi erano più che persone di famiglia e in queste occasioni si stappava una bottiglia di vino speciale, si compravano le paste e si apparecchiava la tavola col servizio buono.
Anche quel giorno, certamente, avvennero le stesse cose con una spesa straordinaria, che, come al solito, venne regolarmente registrata in lire settecento.
I miei figli si divertono ora a sfogliare le pagine ingiallite del vecchio quaderno. Certo, i tempi sono molto cambiati, non par vero.
Io guardo, ora, quella scrittura minuta e ordinata e mi rivedo, china sotto la lampada di casa, a dettare a Paolo la nota delle spese fatte durante il giorno, scrupolosamente, meditando su ogni cifra, calcolando se si poteva, magari, sopra di esse, risparmiare qualcosa la prossima volta.
Così, giorno dopo giorno, per anni, dicendoci l’un l’altro :
“Questo potremmo farlo...quest’altro no...questo lo rimandiamo al mese prossimo se tutto funziona a dovere”.
E ad ogni mese, al rendiconto finale delle entrate e delle uscite, mettevamo un sogno nel cassetto: sogni piccoli, semplici, innocenti come qualche pranzetto in trattoria, una gita al lago, qualche oggetto nuovo per la casa.
Ma i sogni nel cassetto si coprivano pian piano di polvere e quando, dopo mesi, si tentava di tirarli fuori, avevano perduto il loro smalto e non esercitavano più alcun fascino.
Magari ne subentravano altri, che facevano poi la stessa fine. E così per anni e anni, poiché dopo il primo figlio venne il secondo e poi il terzo e il quarto.
E i sogni, lo sappiamo tutti, al confronto coi figli, contano proprio nulla.
(Anno 1949)
Oggi con quattrocento lire non si può comprare un quotidiano e neppure si può bere una tazzina di caffè espresso.
Allora, nel 1949, con quattrocento lire, in un giorno di sagra, si divertiva tutta quanta la famiglia composta da tre adulti e da una piccolina di poco più d’un anno.
Questo risulta da un vecchio registro-spese che, a quei tempi, in quel di Gradella, avevamo la buona abitudine di tenere aggiornato e che oggi ho ritrovato, per caso, in un cassetto. Alla data 19 marzo, quindi in occasione della Sagra di San Giuseppe, trovo scritto: “divertimenti vari, lire 400”.
A quei tempi avevamo una Vespa e due biciclette, di cui una col seggiolino di vimini appeso al manubrio per il trasporto della piccina.
Abitavamo alla frazione di Gradella da un paio d’anni e al capoluogo si teneva, in quel giorno, e si tiene ancora, la Sagra di Primavera.
Certamente eravamo partiti tutti e quattro, con Vespa e biciclette, per passare qualche ora fuori dall’ordinario.
Sul prato del Castello c’era il solito parco dei divertimenti con giostrine, autodromo, banchetti di dolciumi e di giocattoli, baracca del tiro a segno e numerosi venditori che reclamizzavano a gran voce le merci più diverse.
Il tutto nel vivace frastuono di musiche e canzoni diffuse dagli altoparlanti, in mezzo a gente allegra che, dopo l’incubo della guerra, trovava che era molto bello far festa insieme.
I “divertimenti vari” segnati sul registro saranno sicuramente stati un giro o due sulle giostrine, forse una corsa sull’autopista, qualche tira-molla o uno zucchero filato comprato sul banchetto dei dolciumi, una girandola o una trombetta per la bimba e, quasi certamente, qualche colpo sparato al tiro a segno per vincere un pesciolino rosso o la scimmietta di peluche. E alla fine, passando davanti alla chiesa di Santa Marta, l’acquisto di un paio di biglietti alla Pesca parrocchiale.
Il tutto per quattrocento lire e, a casa, poi, il bisogno di segnare la cifra tra le spese ”straordinarie”.
Nel vecchio registro trovo parecchie altre cose interessanti: gli stipendi d’allora, per esempio. Essi andavano, per un’insegnante elementare e un impiegato comunale dalle 25 alle 28 mila lire mensili. E le “spese ordinarie per alimenti” che trovo segnate in fondo alla colonna, ammontavano a 42.187 lire! Pare incredibile!
Qualche pagina più avanti, nel mese di giugno, trovo un’altra annotazione che mi invita a ricordare. C’è scritto, infatti “Gita al Ghisallo”.
Ricordo che la facemmo in Vespa. Io ho sempre avuto il terrore dei viaggi in moto. Mi pareva, ogni volta, che la velocità fosse eccessiva e i sobbalzi pericolosi, o che le curve fossero prese male. Vedevo solo l’ora di arrivare a destinazione, dopo di che mi assaliva l’incubo del ritorno, magari col buio, o con guasti alla Vespa...
Durante queste gite si mangiava al sacco: panini portati da casa e bibite comperate sul posto.
Ebbene, la gita al Ghisallo di quell’anno ci costò lire 450.
Un’altra pagina mi porta nel cuore una ventata di dolci ricordi.
Qualche volta, in quei primi anni di matrimonio, venivano a trovarci amici cremonesi. Era sempre una festa. A quei tempi ci sentivamo un po’ spaesati nel nuovo ambiente e anche la semplice parlata di casa nostra ci allargava il cuore.
In data sei febbraio del 1949 vedo segnato sul registro-spese: “Festeggiamenti frati”, dicitura sbrigativa per indicare gli amici più cari che avevamo in quel periodo, i Padri Saveriani delle Missioni Estere di Parma.
Non ricordo quali, in particolare, fossero venuti da noi quel 6 febbraio: la piccina compiva un anno proprio quel giorno, probabilmente erano venuti per questo.
Forse si trattava di padre Mario Sguazzi, oppure di Padre Luca, o di Padre Cocci, o di Padre Dante oppure di qualche altro Padre ancora, tra i molti che ci avevano aiutato negli anni difficili del dopoguerra appena trascorsi.
Per noi essi erano più che persone di famiglia e in queste occasioni si stappava una bottiglia di vino speciale, si compravano le paste e si apparecchiava la tavola col servizio buono.
Anche quel giorno, certamente, avvennero le stesse cose con una spesa straordinaria, che, come al solito, venne regolarmente registrata in lire settecento.
I miei figli si divertono ora a sfogliare le pagine ingiallite del vecchio quaderno. Certo, i tempi sono molto cambiati, non par vero.
Io guardo, ora, quella scrittura minuta e ordinata e mi rivedo, china sotto la lampada di casa, a dettare a Paolo la nota delle spese fatte durante il giorno, scrupolosamente, meditando su ogni cifra, calcolando se si poteva, magari, sopra di esse, risparmiare qualcosa la prossima volta.
Così, giorno dopo giorno, per anni, dicendoci l’un l’altro :
“Questo potremmo farlo...quest’altro no...questo lo rimandiamo al mese prossimo se tutto funziona a dovere”.
E ad ogni mese, al rendiconto finale delle entrate e delle uscite, mettevamo un sogno nel cassetto: sogni piccoli, semplici, innocenti come qualche pranzetto in trattoria, una gita al lago, qualche oggetto nuovo per la casa.
Ma i sogni nel cassetto si coprivano pian piano di polvere e quando, dopo mesi, si tentava di tirarli fuori, avevano perduto il loro smalto e non esercitavano più alcun fascino.
Magari ne subentravano altri, che facevano poi la stessa fine. E così per anni e anni, poiché dopo il primo figlio venne il secondo e poi il terzo e il quarto.
E i sogni, lo sappiamo tutti, al confronto coi figli, contano proprio nulla.
domenica 10 febbraio 2008
IL DONO DEL SANGUE
IL DONO DEL SANGUE
(Anni 1979-1998)
Son passati cinquant’anni, mezzo secolo della mia vita, ma quel giorno è ancora così vivo in me, che mi par quasi sia stato ieri.
Mi avevano portato d’urgenza all’Ospedale di Lodi, dopo la nascita della mia primogenita, in bilico tra la vita e la morte a causa di una gravissima emorragia.
Ricordo l’accorrere dei medici e degli infermieri : era urgente provvedere subito ad una trasfusione, ma del mio gruppo sanguigno non c’erano scorte a disposizione. Si fece accorre un donatore, un ragazzo giovane, alla sua prima donazione, mi dissero.
Egli si stese su un lettino accanto al mio e subito agganciarono tubi e tubicini al suo braccio e al mio.
Mano a mano che il sangue riprendeva a scorrere nelle mie vene, io acquistavo vita , ed era un’impressione bellissima.
Egli, invece, dicevano gli infermieri, impallidiva a vista d’occhio.
Alla fine svenne e dovettero prendersi cura di lui, mentre io tornavo a vivere.
Chi non ha provato, non può capire cosa significa il “dono del sangue” per chi lo riceve.
Anche l’AVIS di Pandino ha tra i suoi iscritti gente così, che ridona la vita senza neanche sapere a chi, senza chiedere nulla, senza esitare mai.
Fondata nel 1979, tra poco la nostra Sezione compirà vent’anni.
Ho davanti a me una la lunga lista delle donazioni fatte a tutto il maggio 1998 : sono state ben 7871, corrispondenti a più di tre milioni di litri di sangue.
Quante vite sono state salvate !
Nell’aprile del ’79 ventidue nostri concittadini, che già offrivano il sangue presso sezioni di altri Comuni, decidevano di costituire un gruppo anche a Pandino.
Il primo donatore del nuovo nucleo fu Bruno Federici.
La sede era stata trovata, piccola e forse inadatta, ma non importava : era un posto dove ritrovarsi, dove parlare dei propri problemi e delle proprie speranze.
La sede era ... un garage ! Non si era trovato di meglio. E chi l’aveva offerta veramente col cuore, era un uomo che Pandino non dovrebbe mai dimenticare : Ferruccio Alzani.
Al momento di inaugurarla egli disse al Sindaco, che allora era Domenico Invernizzi :
“Io ho fatto quel che ho potuto. Lei che è il Sindaco, faccia il resto.”
E il “resto” venne alcuni anni dopo, nel 1986, per opera della Amministrazione Comunale.
Il garage della “Fabbrica del ghiaccio” venne sgomberato e ci fu il trasferimento in quell’appartamento di via Stefano da Pandino, che era stato l’abitazione del dottor Greco ; un locale molto decoroso e abbastanza ampio, che l’infaticabile Presidente, signor Ernesto Silva, con l’aiuto di alcuni iscritti, si diede ad arredare e a rendere accogliente.
“Ora c’è tutto”, mi diceva il signor Silva qualche giorno fa. “abbiamo persino il computer”.
Alla Sezione AVIS , nel 1987, si era unita anche la Sezione AIDO per diffondere l’offerta di organi.
I Soci Avis, dai ventidue che erano inizialmente, sono diventati duecento quaranta. .
Le donazioni si sono moltiplicate. Il generoso entusiasmo degli iscritti è sempre alle stelle.
Difficilmente c’è qualche ritiro, più frequentemente, invece , c’è la richiesta di nuove iscrizioni.
Il signor Silva, insieme ai suoi collaboratori, è un vulcano di iniziative : tutto va bene purchè si parli dell’AVIS.
Ecco, allora, il Giornalino mensile, i Concorsi di poesia, le mostre fotografiche, le manifestazioni, le premiazioni, le sfilate, le marce , le biciclettate e così via.
E’ facile vedere, sempre più spesso, la Sede di via Stefano da Pandino imbandierata, con striscioni , labari e luminarie.
Tutto sembra dire :
“Venite, l’AVIS vi aspetta.”
E io, ricordando la mia esperienza personale di cinquant’anni fa, vorrei aggiungere :
“Non dite mai di no. Potreste salvare una vita.”
(Anni 1979-1998)
Son passati cinquant’anni, mezzo secolo della mia vita, ma quel giorno è ancora così vivo in me, che mi par quasi sia stato ieri.
Mi avevano portato d’urgenza all’Ospedale di Lodi, dopo la nascita della mia primogenita, in bilico tra la vita e la morte a causa di una gravissima emorragia.
Ricordo l’accorrere dei medici e degli infermieri : era urgente provvedere subito ad una trasfusione, ma del mio gruppo sanguigno non c’erano scorte a disposizione. Si fece accorre un donatore, un ragazzo giovane, alla sua prima donazione, mi dissero.
Egli si stese su un lettino accanto al mio e subito agganciarono tubi e tubicini al suo braccio e al mio.
Mano a mano che il sangue riprendeva a scorrere nelle mie vene, io acquistavo vita , ed era un’impressione bellissima.
Egli, invece, dicevano gli infermieri, impallidiva a vista d’occhio.
Alla fine svenne e dovettero prendersi cura di lui, mentre io tornavo a vivere.
Chi non ha provato, non può capire cosa significa il “dono del sangue” per chi lo riceve.
Anche l’AVIS di Pandino ha tra i suoi iscritti gente così, che ridona la vita senza neanche sapere a chi, senza chiedere nulla, senza esitare mai.
Fondata nel 1979, tra poco la nostra Sezione compirà vent’anni.
Ho davanti a me una la lunga lista delle donazioni fatte a tutto il maggio 1998 : sono state ben 7871, corrispondenti a più di tre milioni di litri di sangue.
Quante vite sono state salvate !
Nell’aprile del ’79 ventidue nostri concittadini, che già offrivano il sangue presso sezioni di altri Comuni, decidevano di costituire un gruppo anche a Pandino.
Il primo donatore del nuovo nucleo fu Bruno Federici.
La sede era stata trovata, piccola e forse inadatta, ma non importava : era un posto dove ritrovarsi, dove parlare dei propri problemi e delle proprie speranze.
La sede era ... un garage ! Non si era trovato di meglio. E chi l’aveva offerta veramente col cuore, era un uomo che Pandino non dovrebbe mai dimenticare : Ferruccio Alzani.
Al momento di inaugurarla egli disse al Sindaco, che allora era Domenico Invernizzi :
“Io ho fatto quel che ho potuto. Lei che è il Sindaco, faccia il resto.”
E il “resto” venne alcuni anni dopo, nel 1986, per opera della Amministrazione Comunale.
Il garage della “Fabbrica del ghiaccio” venne sgomberato e ci fu il trasferimento in quell’appartamento di via Stefano da Pandino, che era stato l’abitazione del dottor Greco ; un locale molto decoroso e abbastanza ampio, che l’infaticabile Presidente, signor Ernesto Silva, con l’aiuto di alcuni iscritti, si diede ad arredare e a rendere accogliente.
“Ora c’è tutto”, mi diceva il signor Silva qualche giorno fa. “abbiamo persino il computer”.
Alla Sezione AVIS , nel 1987, si era unita anche la Sezione AIDO per diffondere l’offerta di organi.
I Soci Avis, dai ventidue che erano inizialmente, sono diventati duecento quaranta. .
Le donazioni si sono moltiplicate. Il generoso entusiasmo degli iscritti è sempre alle stelle.
Difficilmente c’è qualche ritiro, più frequentemente, invece , c’è la richiesta di nuove iscrizioni.
Il signor Silva, insieme ai suoi collaboratori, è un vulcano di iniziative : tutto va bene purchè si parli dell’AVIS.
Ecco, allora, il Giornalino mensile, i Concorsi di poesia, le mostre fotografiche, le manifestazioni, le premiazioni, le sfilate, le marce , le biciclettate e così via.
E’ facile vedere, sempre più spesso, la Sede di via Stefano da Pandino imbandierata, con striscioni , labari e luminarie.
Tutto sembra dire :
“Venite, l’AVIS vi aspetta.”
E io, ricordando la mia esperienza personale di cinquant’anni fa, vorrei aggiungere :
“Non dite mai di no. Potreste salvare una vita.”
IL MERCATO DEL LUNEDI'
IL MERCATO DEL LUNEDI’
(Anno 1476)
Ludovico il Moro (1452-1508) ha lasciato parecchi ricordi storici negativi in molti paesi e città a causa del suo desiderio smodato di dominio e di ricchezza.
Ma Pandino gli deve riconoscenza a causa di una istituzione che ha superato i secoli e che , ancora oggi, è florida e viva in paese.
Si tratta del nostro mercato del commercio e delle merci.
Fu, infatti, una ordinanza di Ludovico il Moro, datata “Pandino 1476”, che definì l’istituzione del mercato settimanale con merci esenti dal dazio, che si doveva tenere tra la mezzanotte del mercoledì e la mezzanotte del giovedì.
Successivamente i giorni di mercato furono spostati e divisi : alla domenica si teneva il mercato delle merci e al lunedì quello del commercio.
Negli anni sessanta, tra molte polemiche, il mercato delle merci venne spostato al sabato pomeriggio e, nonostante i timori di un suo scadimento, prese sempre più vigore ed è, tutt’oggi, un punto di riferimento e di richiamo per tanta gente anche dei dintorni.
Il mercato del lunedì, invece, restò inalterato, anche se , di periodo in periodo, mutò nella merce da trattare.
Infatti all’inizio era nato per lo scambio di qualsiasi merce, ma in seguito si affermò come riunione dei macellatori, una categoria molto forte a Pandino, soprattutto verso la fine della guerra e nell’immediato dopoguerra.
Allora in paese si macellavano migliaia di capi di bestiame alla settimana, quindi sulla piazza, il lunedì, si incontravano a decine gli allevatori, i macellai e i mediatori.
Si era talmente affermato il nostro paese in questo campo che , a Milano, era molto ricercato un certo tipo di carne, chiamato appunto “Carne Pandino”.
Col passare degli anni, per alcuni contrasti tra i vari macellatori e anche, forse, per una certa incomprensione da parte delle Autorità, questa attività poco per volta diminuì fin quasi a scomparire.
A Pandino, oggi, alla vigilia del duemila, la grande macellazione coi vari Signorini, Zanaboni, Brambilla, Calvi è quasi completamente cessata.
Nel mercato del lunedì si passò, nei decenni scorsi, dal commercio delle carni alla contrattazione delle macchine agricole, delle sementi, dei mangimi e dei concimi per l’agricoltura. Per anni furono in primo piano i nuovi macchinari agricoli sempre più perfezionati . Tra i nostri concittadini contammo geniali costruttori, apprezzati, attraverso la partecipazione a varie fiere, anche in campo nazionale. Mi limito a ricordare i più recenti : Barboni, Dornetti, Cremonesi , Manclossi.
L’affollamento del lunedì mattina sotto i portici di molta gente, anche forestiera, porta, naturalmente grandi vantaggi anche ai bar e ai negozi del paese.
Talvolta nella centrale via Umberto, nel tratto tra i portici dell’uno e dell’altro lato, c’è talmente tanta folla che riesce difficile transitarvi anche a piedi.
Ma questa è vita e quindi speranza di benessere e Pandino ne è consapevole,
Un grazie, quindi, lungo...cinquecento anni, a Ludovico il Moro, che , almeno nel nostro paese, ha portato un vantaggio sicuro e gradito.
(Anno 1476)
Ludovico il Moro (1452-1508) ha lasciato parecchi ricordi storici negativi in molti paesi e città a causa del suo desiderio smodato di dominio e di ricchezza.
Ma Pandino gli deve riconoscenza a causa di una istituzione che ha superato i secoli e che , ancora oggi, è florida e viva in paese.
Si tratta del nostro mercato del commercio e delle merci.
Fu, infatti, una ordinanza di Ludovico il Moro, datata “Pandino 1476”, che definì l’istituzione del mercato settimanale con merci esenti dal dazio, che si doveva tenere tra la mezzanotte del mercoledì e la mezzanotte del giovedì.
Successivamente i giorni di mercato furono spostati e divisi : alla domenica si teneva il mercato delle merci e al lunedì quello del commercio.
Negli anni sessanta, tra molte polemiche, il mercato delle merci venne spostato al sabato pomeriggio e, nonostante i timori di un suo scadimento, prese sempre più vigore ed è, tutt’oggi, un punto di riferimento e di richiamo per tanta gente anche dei dintorni.
Il mercato del lunedì, invece, restò inalterato, anche se , di periodo in periodo, mutò nella merce da trattare.
Infatti all’inizio era nato per lo scambio di qualsiasi merce, ma in seguito si affermò come riunione dei macellatori, una categoria molto forte a Pandino, soprattutto verso la fine della guerra e nell’immediato dopoguerra.
Allora in paese si macellavano migliaia di capi di bestiame alla settimana, quindi sulla piazza, il lunedì, si incontravano a decine gli allevatori, i macellai e i mediatori.
Si era talmente affermato il nostro paese in questo campo che , a Milano, era molto ricercato un certo tipo di carne, chiamato appunto “Carne Pandino”.
Col passare degli anni, per alcuni contrasti tra i vari macellatori e anche, forse, per una certa incomprensione da parte delle Autorità, questa attività poco per volta diminuì fin quasi a scomparire.
A Pandino, oggi, alla vigilia del duemila, la grande macellazione coi vari Signorini, Zanaboni, Brambilla, Calvi è quasi completamente cessata.
Nel mercato del lunedì si passò, nei decenni scorsi, dal commercio delle carni alla contrattazione delle macchine agricole, delle sementi, dei mangimi e dei concimi per l’agricoltura. Per anni furono in primo piano i nuovi macchinari agricoli sempre più perfezionati . Tra i nostri concittadini contammo geniali costruttori, apprezzati, attraverso la partecipazione a varie fiere, anche in campo nazionale. Mi limito a ricordare i più recenti : Barboni, Dornetti, Cremonesi , Manclossi.
L’affollamento del lunedì mattina sotto i portici di molta gente, anche forestiera, porta, naturalmente grandi vantaggi anche ai bar e ai negozi del paese.
Talvolta nella centrale via Umberto, nel tratto tra i portici dell’uno e dell’altro lato, c’è talmente tanta folla che riesce difficile transitarvi anche a piedi.
Ma questa è vita e quindi speranza di benessere e Pandino ne è consapevole,
Un grazie, quindi, lungo...cinquecento anni, a Ludovico il Moro, che , almeno nel nostro paese, ha portato un vantaggio sicuro e gradito.
CARLO MANZONI, CAVALIERE DEL SANTO SEPOLCRO
CARLO MANZONI CAVALIERE DEL SANTO SEPOLCRO
(Anni ‘40-’50)
Volevo parlare del matrimonio che si celebrò nella nostra Chiesa parrocchiale il 26 novembre del 1947, tra Carlo Manzoni di Pioltello e la signorina Rina Gerlini, pandinese da generazioni.
Chi me lo aveva descritto lo ricordava come un fatto solenne e straordinario, che aveva destato la curiosità e la meraviglia nella gente del paese a causa della presenza di tanti forestieri, che portavano un ampio mantello bianco con decorazioni in oro e una rossa croce sul petto.
Erano i Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, convenuti a Pandino per assistere e far da testimoni all’investitura di Carlo Manzoni, insignito dell’onorificenza da parte di Monsignor Pecora, un alto prelato milanese, appena prima della celebrazione del suo matrimonio.
In quell’occasione mons. Pecora consegnò al neo Cavaliere la pergamena col sigillo Pontificio, la Croce e le decorazioni di rito e gli pose sulle spalle il bianco mantello dell’Ordine del Santo Sepolcro.
Nella fotografia che pubblichiamo si nota il signor Manzoni in ginocchio, coi testimoni ai lati , davanti all’alto Prelato, mentre don Egidio Tornaghi, parroco dell’epoca, regge il libro con la formula dell’investitura.
Di questo volevo parlare con la signora Rina, ma poi il discorso è scivolato prima sulla storia della sua famiglia e poi su simpatici ricordi che un amico comune, Beppe Consolandi, in quegli anni direttore del nostro Consorzio agrario, aveva eternato in piacevoli parodie.
La famiglia Gerlini è una delle più antiche del nostro paese.
La signora Rina mi mostra un documento che risale al 1908, con cui i fratelli Gerlini, alla morte del padre, acquistarono dal Conte Berardo Maggi di Gradella, un locale in via Milano, allora adibito a magazzino di granaglie da parte di certi frati , che vi depositavano ciò che raccoglievano durante le loro questue.
In detto locale i fratelli Gerlini, tra cui il padre , allora minorenne, della signora Rina, aprirono una trattoria, che chiamarono “Trattoria Milano” e che è ancora lì, non più in attività e mezza cadente, a testimoniare della vita d’altri tempi.
La trattoria Milano era molto frequentata poiché aveva un bel campo di bocce sempre affollato. Inoltre vi si disputavano anche accanite partite di “scopa”.
Il ricordo di queste gare ci è stato “tramandato” , appunto, da Beppe Consolandi, un caro amico che ora non c’è più.
Egli, spirito brillante e scanzonato, redigeva , di volta in volta, tra il serio e il faceto, dei “Bollettini”, anche in versi, che erano molto apprezzati dai buontemponi dell’epoca.
In questi vecchi fogli ingialliti, che la signora Rina conserva quasi con venerazione, si trovano i nomi di molti personaggi pandinesi degli anni ‘40-’50, che certamente sono ancora ricordati dagli anziani del paese.
Sono citati, per esempio, “il gran Gallo senza cresta”, che fu il nostro segretario comunale, e ancora “Gilli senza grilli”, l’applicato dei servizi di Stato civile, o “il grande Jon”, il mediatore Giovanni Uberti, che era molto piccolo di statura, oppure “il Banchiere piè veloce”, che era Achille Andreoni, direttore della Banca Popolare, o “il Gatto nero”, com’era chiamato Ghetti il sarto, o “il Maghino”, Luisì Carniti pure sarto, o “il Magone”, cioè Luigi Denti detto Pacì, o “il Tintorello” , che era Ferrari il barbiere e , infine, Carlo Manzoni , detto , naturalmente “il Porporato”, il quale aveva, a quanto si legge nel “Bollettino”, qualche guaio con la lingua italiana, per cui lo si invita, se vuol essere nominato Presidente, a tenere una “concione”
“non importa se sia detta
in prosa o in rima,
ma quel che a lui parrà più strano,
la si vuole in italiano”.
L’allegra compagnia disputava spesso partite di “scopa” e di “scopone”, facendo le ore piccole.
I giocatori erano sempre circondati da numerosi sostenitori, che , nei casi dubbi, diventavano arbitri.
Nella “Gazzetta della Scopa” n°. 1, del 26 gennaio 1950, si legge che “durante il torneo di Scopa di Pandino, le sale dell’Hotel Milano erano gremite sino all’inverosimile con spettatori giunti persino dalla...Cascina Serragli ! Trionfale vittoria della coppia Gerlini - Casali, mentre la coppia Alzani - Macchini ha presentato un reclamo perché un concorrente, Carniti, simulando un malessere, ha fatto segni al compagno di gioco, servendosi di ... una borsa dell’acqua calda !”
Nell’ingiallito foglio della “Gazzetta “ n°. 1 si legge anche che sono state eliminate le fortissime coppie Bennati - Caporali e Stroppa - Denti, mentre il prode Achille Andreoni ha giocato come un fuoriclasse autentico.
Piccole note di cronaca di un piccolo mondo scomparso.
La signora Rina, che ora è sola nella grande casa, sorride ripensando a quei giorni e mi mostra , commossa, fogli ingialliti e vecchie foto d’altri tempi : c’è anche la piccola Lucia , la figlia che ora abita a Roma, una figuretta minuscola che quasi si perde sul grande campo di bocce. E poi c’è quella grande pergamena incorniciata, appesa al posto d’onore, scritta in latino , con al centro il nome del marito, Carlo Manzoni, Cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme, col Sigillo del Papa.
La signora Rina ora riempie la sua solitudine così, ricordando chi non c’è più e ripensando ai tanti amici che un tempo popolavano la vecchia Trattoria Milano e che sempre portavano vita e allegria, in una Pandino così diversa e così lontana, che pare ormai vivere solo nel ricordo dei più anziani.
(Anni ‘40-’50)
Volevo parlare del matrimonio che si celebrò nella nostra Chiesa parrocchiale il 26 novembre del 1947, tra Carlo Manzoni di Pioltello e la signorina Rina Gerlini, pandinese da generazioni.
Chi me lo aveva descritto lo ricordava come un fatto solenne e straordinario, che aveva destato la curiosità e la meraviglia nella gente del paese a causa della presenza di tanti forestieri, che portavano un ampio mantello bianco con decorazioni in oro e una rossa croce sul petto.
Erano i Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, convenuti a Pandino per assistere e far da testimoni all’investitura di Carlo Manzoni, insignito dell’onorificenza da parte di Monsignor Pecora, un alto prelato milanese, appena prima della celebrazione del suo matrimonio.
In quell’occasione mons. Pecora consegnò al neo Cavaliere la pergamena col sigillo Pontificio, la Croce e le decorazioni di rito e gli pose sulle spalle il bianco mantello dell’Ordine del Santo Sepolcro.
Nella fotografia che pubblichiamo si nota il signor Manzoni in ginocchio, coi testimoni ai lati , davanti all’alto Prelato, mentre don Egidio Tornaghi, parroco dell’epoca, regge il libro con la formula dell’investitura.
Di questo volevo parlare con la signora Rina, ma poi il discorso è scivolato prima sulla storia della sua famiglia e poi su simpatici ricordi che un amico comune, Beppe Consolandi, in quegli anni direttore del nostro Consorzio agrario, aveva eternato in piacevoli parodie.
La famiglia Gerlini è una delle più antiche del nostro paese.
La signora Rina mi mostra un documento che risale al 1908, con cui i fratelli Gerlini, alla morte del padre, acquistarono dal Conte Berardo Maggi di Gradella, un locale in via Milano, allora adibito a magazzino di granaglie da parte di certi frati , che vi depositavano ciò che raccoglievano durante le loro questue.
In detto locale i fratelli Gerlini, tra cui il padre , allora minorenne, della signora Rina, aprirono una trattoria, che chiamarono “Trattoria Milano” e che è ancora lì, non più in attività e mezza cadente, a testimoniare della vita d’altri tempi.
La trattoria Milano era molto frequentata poiché aveva un bel campo di bocce sempre affollato. Inoltre vi si disputavano anche accanite partite di “scopa”.
Il ricordo di queste gare ci è stato “tramandato” , appunto, da Beppe Consolandi, un caro amico che ora non c’è più.
Egli, spirito brillante e scanzonato, redigeva , di volta in volta, tra il serio e il faceto, dei “Bollettini”, anche in versi, che erano molto apprezzati dai buontemponi dell’epoca.
In questi vecchi fogli ingialliti, che la signora Rina conserva quasi con venerazione, si trovano i nomi di molti personaggi pandinesi degli anni ‘40-’50, che certamente sono ancora ricordati dagli anziani del paese.
Sono citati, per esempio, “il gran Gallo senza cresta”, che fu il nostro segretario comunale, e ancora “Gilli senza grilli”, l’applicato dei servizi di Stato civile, o “il grande Jon”, il mediatore Giovanni Uberti, che era molto piccolo di statura, oppure “il Banchiere piè veloce”, che era Achille Andreoni, direttore della Banca Popolare, o “il Gatto nero”, com’era chiamato Ghetti il sarto, o “il Maghino”, Luisì Carniti pure sarto, o “il Magone”, cioè Luigi Denti detto Pacì, o “il Tintorello” , che era Ferrari il barbiere e , infine, Carlo Manzoni , detto , naturalmente “il Porporato”, il quale aveva, a quanto si legge nel “Bollettino”, qualche guaio con la lingua italiana, per cui lo si invita, se vuol essere nominato Presidente, a tenere una “concione”
“non importa se sia detta
in prosa o in rima,
ma quel che a lui parrà più strano,
la si vuole in italiano”.
L’allegra compagnia disputava spesso partite di “scopa” e di “scopone”, facendo le ore piccole.
I giocatori erano sempre circondati da numerosi sostenitori, che , nei casi dubbi, diventavano arbitri.
Nella “Gazzetta della Scopa” n°. 1, del 26 gennaio 1950, si legge che “durante il torneo di Scopa di Pandino, le sale dell’Hotel Milano erano gremite sino all’inverosimile con spettatori giunti persino dalla...Cascina Serragli ! Trionfale vittoria della coppia Gerlini - Casali, mentre la coppia Alzani - Macchini ha presentato un reclamo perché un concorrente, Carniti, simulando un malessere, ha fatto segni al compagno di gioco, servendosi di ... una borsa dell’acqua calda !”
Nell’ingiallito foglio della “Gazzetta “ n°. 1 si legge anche che sono state eliminate le fortissime coppie Bennati - Caporali e Stroppa - Denti, mentre il prode Achille Andreoni ha giocato come un fuoriclasse autentico.
Piccole note di cronaca di un piccolo mondo scomparso.
La signora Rina, che ora è sola nella grande casa, sorride ripensando a quei giorni e mi mostra , commossa, fogli ingialliti e vecchie foto d’altri tempi : c’è anche la piccola Lucia , la figlia che ora abita a Roma, una figuretta minuscola che quasi si perde sul grande campo di bocce. E poi c’è quella grande pergamena incorniciata, appesa al posto d’onore, scritta in latino , con al centro il nome del marito, Carlo Manzoni, Cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme, col Sigillo del Papa.
La signora Rina ora riempie la sua solitudine così, ricordando chi non c’è più e ripensando ai tanti amici che un tempo popolavano la vecchia Trattoria Milano e che sempre portavano vita e allegria, in una Pandino così diversa e così lontana, che pare ormai vivere solo nel ricordo dei più anziani.
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