LEANDRO BERINZAGHI E LA SCUOLA MEDIA PANDINESE
(Anno 1986)
Alla scuola media di Pandino, nel settembre del 1986, è giunta una preside nuova, di prima nomina, napoletana, la dottoressa Parente.
Curiosa e intelligente ha cercato di trarre dall’oblio la figura di un giovane pandinese, cui era stata intitolata, trent’anni prima, la locale scuola di Avviamento Professionale, poi trasformata in Scuola Media Statale.
Allora era stato promotore dell’iniziativa il professor Alfredo Manstretta, che, a quell’epoca, era preside della Scuola di Avviamento.
La figura tratta dall’oblio è quella dell’ingegner Leandro Berinzaghi, morto a soli trent’anni, in un incidente d’auto nel 1934.
L’opera di ricerca dei lavori lasciati dal giovane ingegnere pandinese è risultata difficile. Le pubblicazioni e i disegni di Berinzaghi, che dovevano essere parecchi, dopo la morte della madre, avvenuta agli inizi degli anni ’60, sono stati certamente distribuiti tra amici o lontani parenti, difficili da rintracciare..
Presso la scuola esistono solo un ritratto, di grande formato, del giovane Leandro, un album con brevi pensieri di ricordo stesi da compagni di scuola e insegnanti, e tre copie di eliografie di un progetto di macchina per la coloritura dei tessuti, ideata dal Berinzaghi.
Tutto questo la madre lo offrì alla Scuola quando,
nel 1955, si provvide a intitolarla al nome del figlio.
In più è stato rintracciato un giornale, “La nostra voce”, redatto a cura della Scuola di Avviamento e di quella Casearia, il cui preside e animatore era sempre il prof. Manstretta.
Di questo foglio, coraggioso tentativo di dare un giornale al paese, uscirono solo dieci numeri, gli ultimi dei quali si erano ridotti a semplici ciclostilati.
Nel numero 3 dell’anno 2°, troviamo il resoconto della cerimonia di intitolazione, avvenuta alla presenza di numerose autorità locali e provinciali, insieme ad un ampio ricordo del Berinzaghi, steso da un vecchio compagno di collegio, il signor Beppe Consolandi, molto noto in paese per essere stato, per parecchi anni, direttore del locale Consorzio agrario.
Leggendo l’articolo si apprende che il Berinzaghi, dopo aver frequentato le elementari nel collegio Torquato Tasso di Crema, (collegio ora scomparso), passò a Lodi per diplomarsi in ragioneria.
Due anni dopo, però, irresistibilmente attratto dalla chimica, entrò nel Collegio Dante Alighieri di Bergamo per dedicarsi ai nuovi studi.
Qui incontrò un benefattore nella persona di Monsignor Benigno Carrara, poi Vescovo di Imola, il quale gli diede la possibilità di frequentare l’Istituto Superiore di Friburgo, in Svizzera, dove, a venticinque anni, si laureò ingegnere, specializzato in materie coloranti.
Subito occupò posti direttivi in vari laboratori di ricerca, in Italia e all’estero, a Basilea, a Costantinopoli, a Parigi. Ideò e brevettò una macchina per tintoria, che nel 1955 era ancora usata nelle maggiori industrie.
Legò il suo nome anche ad un regolo chimico, detto, appunto “Regolo Berinzaghi”, ceduto poi all’editore Vallardi.
Al momento della sua morte stava lavorando ad un Dizionario chimico.
Perse la vita mentre, in automobile, stava tornando da una visita al lanificio Zegna in Val di Mossa.
Era il marzo del 1934.
La madre, rimasta sola, visse dei ricordi del figlio e fu felice quando il professor Manstretta suggerì agli insegnanti e alle autorità di intitolargli la scuola, che, da quell’anno, (1955) , aggiungeva alle classi di Avviamento Professionale, la prima sezione della Scuola Casearia.
Il nome di Leandro Berinzaghi fu posto a grosse lettere sul frontespizio dell’edificio.
Poi la Scuola di Avviamento fu trasformata in Scuola Media Statale. L’edificio venne prima ampliato e, successivamente, arricchito di un’ampia succursale, che, naturalmente, rimase senza nome. A quell’epoca, infatti, chiedendo agli alunni chi fosse Leandro Berinzaghi, non se ne trovò uno che ne conoscesse la vita e l’opera. Sempre a quei tempi suggerimmo di istituire una borsa di studio per l’allievo migliore dell’ultimo anno di scuola media, a ricordo di Berinzaghi. Inutilmente.
Sarebbe stato un modo efficace per tener viva la memoria di un giovane pandinese, che può benissimo essere portato ad esempio alle nuove generazioni.
Questo mi permetto di suggerire anche all’attuale Preside, il professor Carlo Rancati, che so appassionato e attento cultore di tutto ciò che può dar lustro al suo Istituto e giovamento ai suoi giovani allievi.
lunedì 28 gennaio 2008
UN NIDO CALDO CALDO
UN NIDO CALDO CALDO
(anno 1985)
Nella bella foto che presentiamo c’è una dolcissima signora con tanti bimbi intorno : è Lucia de Paoli nel giorno in cui, col cuore gonfio di commozione, ha lasciato l’Asilo Nido per la pensione.
Era il 1985, dopo venticinque anni di lavoro, avendo preso servizio nel 1960.
Dice sorridendo :
“Praticamente il Nido, a Pandino, l’ho aperto io...”
La signora Lucia è una figura assai nota in paese. Le sono passati “per le mani” moltissimi ragazzini pandinesi in questo quarto di secolo .
E’ la vedova di Stelio de Paolis, pittore e musicista assai affermato , che ha lasciato una ricca ed apprezzata produzione di quadri.
Il carattere dolce e tranquillo della signora Lucia le ha procurato la stima di tante famiglie, costrette, per motivi di lavoro, ad affidare i figli al Nido.
Ella cominciò la sua attività come guardarobiera, poi divenne cuoca, ma i bambini le piacevano troppo e appena aveva finito di rigovernare in cucina, correva tra i piccini, li coccolava, li consolava nei loro piccoli inconvenienti, cantava loro la ninna nanna, raccontava fiabe e giocava con loro.
Quei bambini arrivavano al Nido all’età di tre mesi e se ne andavano al compimento dei tre anni.
C’era davvero tutto il tempo per conoscerli bene e per affezionarsi incondizionatamente.
Nella fotografia vediamo la signora Lucia in mezzo ad un gruppo di piccolissimi. Ella li ricorda ancora tutti per nome , anche se sono passati quasi quindici anni : ci sono Simone e Sara, che lei si tiene tra le braccia e poi Stefano, Alessandra, le due gemelline Laura e Sara, e ancora Daniela, Manuela, Alex, Gabriele, Cristiano, Marianna, Stefi e Fabio.
All’epoca del suo pensionamento i problemi dell’Asilo-nido erano parecchi ; la signora Lucia li conosceva alla perfezione, come se fossero stati problemi della sua famiglia.
Il numero dei bambini, per esempio, era diminuito, dato che il Comune di Pandino, che gestiva il Nido dal ’75 , aveva rifiutato l’iscrizione ai piccini provenienti dai paesi limitrofi, dopo che le varie Amministrazioni si erano rifiutate di collaborare alle spese generali di gestione. Il Nido, quindi, allora come ora, gravava parecchio sul bilancio comunale.
A quei tempi i bambini iscritti erano 18, attualmente sono una ventina, ma il personale è numeroso, anche se indispensabile, data l’ampiezza dell’orario di apertura, praticamente dalle 7,30 alle 18,30.
In più la bella palazzina stile “liberty”, dono del notaio Calleri alla comunità pandinese, non era più idonea alle esigenze di un Asilo Nido moderno. Da anni si parlava di una nuova costruzione più adatta alle esigenze dei piccoli ospiti e, finalmente, nei primi mesi del ’98, si è visto l’inizio dei lavori, in zona periferica, ma con ampio spazio di cui disporre.
La signora Lucia vive ancora, si può dire, tutti i problemi del “suo” Nido, dato che come coordinatrice vi lavora , da parecchi anni, sua figlia Mariarosa.
Insieme a Mariarosa De Paoli ci sono altre due assistenti all’infanzia, Nicoletta Zanaboni e Luisella Loda e due provvisorie, Faustina Mauri e Samanta Castoldi. C’è, poi, la cuoca Margherita Bottani e un inserviente, Gino Tessaroli, maestro elementare, che, pur di lavorare, ha accettato questo incarico, facendosi molto apprezzare per il suo impegno.
Il nuovo Asilo Nido in costruzione sarà più ampio e potrà accogliere, volendo, fino a trentacinque, quaranta bambini : forse ci sarà posto anche per chi arriva dai paesi vicini.
“Coi piccoli”, dice la signora Lucia, “si vive bene, si dimenticano i propri crucci, si scoprono sempre momenti sereni. Io, coi “miei” bambini, ho passato ore veramente felici, ho sorriso anche se avevo voglia di piangere. Mi sono mancati molto, soprattutto nei primi tempi...”
Ma poi, aggiungo io, alla signora Lucia sono arrivati i nipotini Nicolò e Filippo e allora...bando alla malinconia.
La vita continua !
(anno 1985)
Nella bella foto che presentiamo c’è una dolcissima signora con tanti bimbi intorno : è Lucia de Paoli nel giorno in cui, col cuore gonfio di commozione, ha lasciato l’Asilo Nido per la pensione.
Era il 1985, dopo venticinque anni di lavoro, avendo preso servizio nel 1960.
Dice sorridendo :
“Praticamente il Nido, a Pandino, l’ho aperto io...”
La signora Lucia è una figura assai nota in paese. Le sono passati “per le mani” moltissimi ragazzini pandinesi in questo quarto di secolo .
E’ la vedova di Stelio de Paolis, pittore e musicista assai affermato , che ha lasciato una ricca ed apprezzata produzione di quadri.
Il carattere dolce e tranquillo della signora Lucia le ha procurato la stima di tante famiglie, costrette, per motivi di lavoro, ad affidare i figli al Nido.
Ella cominciò la sua attività come guardarobiera, poi divenne cuoca, ma i bambini le piacevano troppo e appena aveva finito di rigovernare in cucina, correva tra i piccini, li coccolava, li consolava nei loro piccoli inconvenienti, cantava loro la ninna nanna, raccontava fiabe e giocava con loro.
Quei bambini arrivavano al Nido all’età di tre mesi e se ne andavano al compimento dei tre anni.
C’era davvero tutto il tempo per conoscerli bene e per affezionarsi incondizionatamente.
Nella fotografia vediamo la signora Lucia in mezzo ad un gruppo di piccolissimi. Ella li ricorda ancora tutti per nome , anche se sono passati quasi quindici anni : ci sono Simone e Sara, che lei si tiene tra le braccia e poi Stefano, Alessandra, le due gemelline Laura e Sara, e ancora Daniela, Manuela, Alex, Gabriele, Cristiano, Marianna, Stefi e Fabio.
All’epoca del suo pensionamento i problemi dell’Asilo-nido erano parecchi ; la signora Lucia li conosceva alla perfezione, come se fossero stati problemi della sua famiglia.
Il numero dei bambini, per esempio, era diminuito, dato che il Comune di Pandino, che gestiva il Nido dal ’75 , aveva rifiutato l’iscrizione ai piccini provenienti dai paesi limitrofi, dopo che le varie Amministrazioni si erano rifiutate di collaborare alle spese generali di gestione. Il Nido, quindi, allora come ora, gravava parecchio sul bilancio comunale.
A quei tempi i bambini iscritti erano 18, attualmente sono una ventina, ma il personale è numeroso, anche se indispensabile, data l’ampiezza dell’orario di apertura, praticamente dalle 7,30 alle 18,30.
In più la bella palazzina stile “liberty”, dono del notaio Calleri alla comunità pandinese, non era più idonea alle esigenze di un Asilo Nido moderno. Da anni si parlava di una nuova costruzione più adatta alle esigenze dei piccoli ospiti e, finalmente, nei primi mesi del ’98, si è visto l’inizio dei lavori, in zona periferica, ma con ampio spazio di cui disporre.
La signora Lucia vive ancora, si può dire, tutti i problemi del “suo” Nido, dato che come coordinatrice vi lavora , da parecchi anni, sua figlia Mariarosa.
Insieme a Mariarosa De Paoli ci sono altre due assistenti all’infanzia, Nicoletta Zanaboni e Luisella Loda e due provvisorie, Faustina Mauri e Samanta Castoldi. C’è, poi, la cuoca Margherita Bottani e un inserviente, Gino Tessaroli, maestro elementare, che, pur di lavorare, ha accettato questo incarico, facendosi molto apprezzare per il suo impegno.
Il nuovo Asilo Nido in costruzione sarà più ampio e potrà accogliere, volendo, fino a trentacinque, quaranta bambini : forse ci sarà posto anche per chi arriva dai paesi vicini.
“Coi piccoli”, dice la signora Lucia, “si vive bene, si dimenticano i propri crucci, si scoprono sempre momenti sereni. Io, coi “miei” bambini, ho passato ore veramente felici, ho sorriso anche se avevo voglia di piangere. Mi sono mancati molto, soprattutto nei primi tempi...”
Ma poi, aggiungo io, alla signora Lucia sono arrivati i nipotini Nicolò e Filippo e allora...bando alla malinconia.
La vita continua !
MONSIGNOR FRANCO FOLLO
MONSIGNOR FRANCO FOLLO
(Anno 1946-1998)
Parlare di don Franco Follo è insieme facile e difficile.
E’ facile perché lo conosco fin da quando era bambino ed aveva sei anni. Veniva alla scuola elementare per la prima volta. Fu, infatti, mio scolaro in prima e seconda classe durante gli anni 1952-‘53-’54.
Ne conoscevo la famiglia, padre e madre, e la casa, prima in via Palestro, dove la madre Pina faceva “l’ondulera”, poi quella sulla Circonvallazione . Lo seguii durante il corso di studi in Seminario, di cui egli, coscienziosamente, ad ogni fine d’anno mi informava. Gli fui vicina, come del resto tutto il paese, nel giorno solenne della sua prima Messa, celebrata contemporaneamente alla Messa d’argento del nostro Parroco d’allora, don Rino Stellardi, il 28 giugno del 1970.
Ci fu poi il breve periodo del suo incarico, come Curato, a Casirate d’Adda, un periodo piuttosto tribolato della sua vita a causa di alcune incomprensioni, ma anche ricco di affetti da parte dei giovani del paese. E, infine, il proseguimento degli studi a Gallarate, presso i Gesuiti, nel 1974 e la successiva laurea in filosofia presso l’Università Gregoriana di Roma.
Nella storia di don Franco c’è anche un fitto impegno di apostolato presso i gruppi di Comunione e Liberazione. Ben presto egli viene conosciuto, stimato, ricercato. Ha particolari doti di oratoria, sa parlare al cuore della gente, sa andare sempre al nocciolo del problema.
Agisce in favore di famiglie e di gruppi che si dedicano al sostegno reciproco. Offre la sua casa di Pandino ad una coppia che sta mettendo in pratica i dettami di CL e che ben presto allargherà la sua cerchia di affetti adottando, o prendendo in affido, bambini e ragazzi in difficoltà.
E’ continuamente in movimento per animare, predicare, costituire gruppi, intervenire con consigli ed aiuti un po’ dovunque. E intanto perfeziona la sua cultura. Approfondisce lo studio delle lingue e, oltre al francese e all’inglese, si dedica al tedesco ed è spesso in Germania.
E’ l’animatore di gruppi di studenti, li accompagna e li segue nei vari viaggi di formazione. E, inoltre, si dedica all’approfondimento dell’opera di San Tommaso e collabora alla stesura di un Dizionario antologico della filosofia Tomistica di rilevante importanza.
Anche per tutto questo, nel 1983, gli viene fatta una proposta che quasi lo mette in crisi : a Roma, presso la Segreteria di Stato del Vaticano, è libero un posto che sembra fatto proprio per lui, per la sua cultura e la sua preparazione filosofica.
Lotta a lungo contro la tentazione di accettare, ora che è solo, dopo la morte anche di sua madre.
Dovrebbe lasciare tutto il suo piccolo mondo, dovrebbe, come insiste la “sua maestra”, non essere più un prete tra la gente, ma diventare un prete tra le carte, in mezzo alla burocrazia romana, chiuso in un ufficio, anche se di prestigio, lontano dalla sua opera di apostolato spicciolo alla quale pareva così portato.
La sua maestra insiste. “Non andare, resta con noi a fare il buon parroco di campagna...”
Ma, evidentemente, la strada segnata da Dio per lui è diversa.
Ed eccolo a Roma. Al suo primo ritorno in paese mi racconta felice :
“Una sera il Papa ci ha voluto a cena con lui, noi dell’ufficio. Io ero il più giovane, mi ha fatto sedere alla sua destra”.
E ancora :
“Non sono appena tra le carte. Celebro sempre la messa in un convento di clausura e mi reco con regolarità presso un Istituto di madre Teresa di Calcutta, che raccoglie ragazze - madri coi loro bambini da ogni parte del mondo”.
E poi, aggiungo io, quante volte vola in Lombardia per un incontro di CL, per un dibattito, per una riunione di famiglie ! Una “volata” soltanto, poche ore di sosta ; ma don Franco si “ricarica” e con lui riprendono vigore i suoi amici, quelli che su di lui continuano a contare per vivere la loro vita di apostolato e di generosità.
Ecco, fin qui parlare di don Franco è stato facile.
Il difficile viene dopo : la sua vita e il suo lavoro in Vaticano.
Di questo non parla mai. Lo si può anche interrogare, insistere. Egli sorride e scuote la testa.
Però è sempre disponibile, appena qualche pandinese si reca a Roma. Basta telefonargli ed egli li accoglie con una cordialità sempre sincera.
Certo, diciamo la verità, è un po’ difficile raggiungerlo all’interno degli uffici vaticani. Trovi ad ogni passo Guardie Svizzere che ti fermano, ti chiedono i documenti, controllano, telefonano a “Monsignore” e solo quando lui stesso assicura : “Sono miei amici, li aspetto”, danno il via libera.
Dopo , però, “Monsignore” si mette a loro completa disposizione, li guida, mostra il suo ufficio, li fa affacciare alla terrazza che dà sulla Piazza più famosa del mondo.
Una volta un’amica che si muoveva con la stampella , mi dice : “ Mi ha fatto salire con l’ascensore che usa il Papa !”
Quando a Roma è arrivata la nostra Madonna del Riposo le ha fatto, in grande, gli onori di casa : l’ha sistemata sulla gradinata, davanti alla Basilica di San Pietro, proprio là dove il Papa doveva per forza passare. E il Papa è passato, si è fermato, ha parlato coi nostri pandinesi, ha baciato la nostra Madonna. E don Franco , vestito da monsignore, era là, pandinese tra i pandinesi, semplice e cordiale, felice della gioia che procurava ai suoi compaesani.
Insomma, forse lo faranno Vescovo, chissà ! Ma per noi è sempre il nostro don Franco e quando torna in paese, ci pare che torni bambino tra le nostre strade, tra la nostra gente che ancora gli dà del -tu-, come se gli anni non fossero passati.
Un pandinese che si è fatto onore ed è diventato importante : non poteva mancare il suo ricordo in un libro che la “sua maestra” ha scritto con semplicità di cuore e come gesto d’amore.
(Anno 1946-1998)
Parlare di don Franco Follo è insieme facile e difficile.
E’ facile perché lo conosco fin da quando era bambino ed aveva sei anni. Veniva alla scuola elementare per la prima volta. Fu, infatti, mio scolaro in prima e seconda classe durante gli anni 1952-‘53-’54.
Ne conoscevo la famiglia, padre e madre, e la casa, prima in via Palestro, dove la madre Pina faceva “l’ondulera”, poi quella sulla Circonvallazione . Lo seguii durante il corso di studi in Seminario, di cui egli, coscienziosamente, ad ogni fine d’anno mi informava. Gli fui vicina, come del resto tutto il paese, nel giorno solenne della sua prima Messa, celebrata contemporaneamente alla Messa d’argento del nostro Parroco d’allora, don Rino Stellardi, il 28 giugno del 1970.
Ci fu poi il breve periodo del suo incarico, come Curato, a Casirate d’Adda, un periodo piuttosto tribolato della sua vita a causa di alcune incomprensioni, ma anche ricco di affetti da parte dei giovani del paese. E, infine, il proseguimento degli studi a Gallarate, presso i Gesuiti, nel 1974 e la successiva laurea in filosofia presso l’Università Gregoriana di Roma.
Nella storia di don Franco c’è anche un fitto impegno di apostolato presso i gruppi di Comunione e Liberazione. Ben presto egli viene conosciuto, stimato, ricercato. Ha particolari doti di oratoria, sa parlare al cuore della gente, sa andare sempre al nocciolo del problema.
Agisce in favore di famiglie e di gruppi che si dedicano al sostegno reciproco. Offre la sua casa di Pandino ad una coppia che sta mettendo in pratica i dettami di CL e che ben presto allargherà la sua cerchia di affetti adottando, o prendendo in affido, bambini e ragazzi in difficoltà.
E’ continuamente in movimento per animare, predicare, costituire gruppi, intervenire con consigli ed aiuti un po’ dovunque. E intanto perfeziona la sua cultura. Approfondisce lo studio delle lingue e, oltre al francese e all’inglese, si dedica al tedesco ed è spesso in Germania.
E’ l’animatore di gruppi di studenti, li accompagna e li segue nei vari viaggi di formazione. E, inoltre, si dedica all’approfondimento dell’opera di San Tommaso e collabora alla stesura di un Dizionario antologico della filosofia Tomistica di rilevante importanza.
Anche per tutto questo, nel 1983, gli viene fatta una proposta che quasi lo mette in crisi : a Roma, presso la Segreteria di Stato del Vaticano, è libero un posto che sembra fatto proprio per lui, per la sua cultura e la sua preparazione filosofica.
Lotta a lungo contro la tentazione di accettare, ora che è solo, dopo la morte anche di sua madre.
Dovrebbe lasciare tutto il suo piccolo mondo, dovrebbe, come insiste la “sua maestra”, non essere più un prete tra la gente, ma diventare un prete tra le carte, in mezzo alla burocrazia romana, chiuso in un ufficio, anche se di prestigio, lontano dalla sua opera di apostolato spicciolo alla quale pareva così portato.
La sua maestra insiste. “Non andare, resta con noi a fare il buon parroco di campagna...”
Ma, evidentemente, la strada segnata da Dio per lui è diversa.
Ed eccolo a Roma. Al suo primo ritorno in paese mi racconta felice :
“Una sera il Papa ci ha voluto a cena con lui, noi dell’ufficio. Io ero il più giovane, mi ha fatto sedere alla sua destra”.
E ancora :
“Non sono appena tra le carte. Celebro sempre la messa in un convento di clausura e mi reco con regolarità presso un Istituto di madre Teresa di Calcutta, che raccoglie ragazze - madri coi loro bambini da ogni parte del mondo”.
E poi, aggiungo io, quante volte vola in Lombardia per un incontro di CL, per un dibattito, per una riunione di famiglie ! Una “volata” soltanto, poche ore di sosta ; ma don Franco si “ricarica” e con lui riprendono vigore i suoi amici, quelli che su di lui continuano a contare per vivere la loro vita di apostolato e di generosità.
Ecco, fin qui parlare di don Franco è stato facile.
Il difficile viene dopo : la sua vita e il suo lavoro in Vaticano.
Di questo non parla mai. Lo si può anche interrogare, insistere. Egli sorride e scuote la testa.
Però è sempre disponibile, appena qualche pandinese si reca a Roma. Basta telefonargli ed egli li accoglie con una cordialità sempre sincera.
Certo, diciamo la verità, è un po’ difficile raggiungerlo all’interno degli uffici vaticani. Trovi ad ogni passo Guardie Svizzere che ti fermano, ti chiedono i documenti, controllano, telefonano a “Monsignore” e solo quando lui stesso assicura : “Sono miei amici, li aspetto”, danno il via libera.
Dopo , però, “Monsignore” si mette a loro completa disposizione, li guida, mostra il suo ufficio, li fa affacciare alla terrazza che dà sulla Piazza più famosa del mondo.
Una volta un’amica che si muoveva con la stampella , mi dice : “ Mi ha fatto salire con l’ascensore che usa il Papa !”
Quando a Roma è arrivata la nostra Madonna del Riposo le ha fatto, in grande, gli onori di casa : l’ha sistemata sulla gradinata, davanti alla Basilica di San Pietro, proprio là dove il Papa doveva per forza passare. E il Papa è passato, si è fermato, ha parlato coi nostri pandinesi, ha baciato la nostra Madonna. E don Franco , vestito da monsignore, era là, pandinese tra i pandinesi, semplice e cordiale, felice della gioia che procurava ai suoi compaesani.
Insomma, forse lo faranno Vescovo, chissà ! Ma per noi è sempre il nostro don Franco e quando torna in paese, ci pare che torni bambino tra le nostre strade, tra la nostra gente che ancora gli dà del -tu-, come se gli anni non fossero passati.
Un pandinese che si è fatto onore ed è diventato importante : non poteva mancare il suo ricordo in un libro che la “sua maestra” ha scritto con semplicità di cuore e come gesto d’amore.
vittorino agosti
VITTORINO AGOSTI, DETTO “IL VECIO”
(Anno 1998)
Ottant’anni compiuti, un fisico asciutto, un sorriso che gli pare stampato, in modo indelebile, sul volto, capelli bianchi nascosti sotto un berrettino da ciclista, tuta da lavoro e mani sempre in movimento : è Vittorino Agosti, detto il “Vecio”.
Ha una storia lunghissima da raccontare : però non vorrebbe parlare di sé, ma del suo “museo” e per questo ci porta subito nell’ampio garage che chiude, sul retro, il grande cortile - giardino in fondo a Via Castello.
Spalanca le porte e appare un mondo quasi incantato. Ci pare di fare un balzo in un lontano passato.
Ogni oggetto, e sono centinaia, forse migliaia, è appeso in bell’ordine alle pareti , o dentro i grandi scaffali e ognuno di essi ha una sua storia da narrare.
E’ impossibile seguire i discorsi del “Vecio” e, nello stesso tempo, prendere appunti per poterne poi scrivere.
Sono cose raccolte in più di sessant’anni di vita , molte delle quali collezionate nella Svizzera tedesca, dove egli ha abitato per quasi trent’anni.
Già, perché il nostro amico, nato nel 1918 a Pandino, in “Valmorta”, è emigrato in Svizzera nel ’56 e vi è rimasto fino all’84, lavorando sempre nella stessa ditta.
Io, però, sono curiosa di sapere, prima, com’era la vita in Valmorta in quegli anni.
I non pandinesi forse pensano che si tratti di qualche oscura e triste vallata, chiusa tra i monti.
E invece no : la Valmorta è un angolo della vecchia Pandino di cui resta soltanto il ricordo.
Allora la via Palestro era chiusa sul fondo, verso la Circonvallazione, da un pesante cancello. Il gruppo di case che si trovava al di qua del cancello e che confinava con la cascina dei Villa, detti “Galbiati”, costituiva la Valmorta .
Qualcuno ricorda che la zona era spesso fangosa e forse a questo era dovuto quel nome così tetro.
Poi, un giorno , avvenne che nel camino di un tale Abondio scoppiasse un incendio violentissimo , che rapidamente attaccò fienili, stalle e legnaie e che rese inabitabili molte case.
Le persone rimaste senza abitazione furono, allora, trasferite in Castello dove, con tramezze di legno e masonite, si erano ricavate, dagli ampi saloni quattrocenteschi, stanze e stanzette dove la vita della povera gente trascorreva quasi a contatto di gomito e dove quello di cui si discuteva in una famiglia era udito da tutti, attraverso le sottilissime pareti.
La Valmorta rimase tale, distrutta e abbandonata, fino a quando la “Spezierina”, proprietaria dell’ampio complesso, decise di riedificarlo.
Da allora la zona mutò nome ed ebbe quello più lieto e beneaugurante di “Rinascente”.
Appena terminata la guerra il nostro Vittorino, che tutti in paese chiamavano “il Vecio” dal soprannome che gli aveva affibbiato lo zio Bassanì, quand’era ancora bambino, cominciò a lavorare a Milano. Per dieci anni , insieme all’amico Colombo Bertoni, nato anch’egli in Valmorta, raggiunse la metropoli in bicicletta. E’ stato anche questo allenamento quotidiano a lasciare in lui e in Bertoni un grande amore per le due ruote.
Ancora oggi i due amici, uno ottantenne, l’altro settantacinquenne, percorrono per hobby chilometri e chilometri senza accusare fatica.
Ci dice “il Vecio” :
“In media pedaliamo per quaranta, cinquanta chilometri , un giorno sì e uno no. Ma a volte ne percorriamo anche di più, arriviamo a cento, centocinquanta, restando fuori casa dal mattino fino a sera.”
Nel suo museo egli di biciclette ne ha ben sedici : da quella svizzera, nera e pesante di tanti anni fa , alla più moderna Mountain bike, che usa frequentemente.
Quando lo si vede sfrecciare, in perfetta tenuta da ciclista, chino sul manubrio, un tutt’un con la bici, nessuno direbbe che si tratta di un ottantenne.
Oltre che alla bicicletta, la sua passione è rivolta al suo “museo”.
E’ impossibile venire a sapere la storia di ogni oggetto, anche se Vittorino starebbe giorni e giorni a raccontare. Passa da un angolo all’altro del garage, si intrufola dietro le scansie, si china negli angoli, si arrampica su sgabelli e dice :
“Guardi qui, osservi questo, lo prenda in mano, lo sollevi, lo tocchi...”
E poi te ne snocciola tutta la storia :
“Questo è un -penacc-, ovvero una vecchissima zangola per fare il burro... E quest’altro, guardi com’è alto, è un -compasso- che il vecchio Merici usava nella sua bottega per fare le ruote dei carri... E questa imbottigliatrice...era dei Labò di almeno di tre generazioni fa... C’è poi questo antico arcolaio, o avvolgi-matasse, tutto fatto a mano, di legno forte. Era dei “Galbiati”. E questo “schiaccia-paglia”, osservi ; serviva per appiattire la paglia per farne dei cappelli da usare in campagna... E quelle grosse “grattugge” appese al soffitto le usavano le contadine per sgranocchiare le pannocchie di granoturco, quando le trebbiatrici non erano ancora di moda... E il “curlett”, là nell’angolo, era un tenditore per corde, usato per bloccare le balle di fieno o i covoni di frumento sui carri quando venivano trasportati in cascina... E questi sono “zuff”, i gioghi per le coppie di buoi quando li si attaccava ai carri ...”
C’è da smarrirsi tra le mille cose che Vittorino ti vuole a tutti i costi mostrare : per esempio, c’è la pesantissima piccola cassaforte che ha più di trecento anni e poi c’è il materiale bellico della guerra ‘15-’18 : gavette, elmetti, proiettili, un cannocchiale nella sua custodia di cuoio, un caratteristico macina - caffè di uso certamente militare.
C’è anche una grossa fornella di rame, pesante, con pentolone e centrifuga, portati a Pandino dalla Svizzera, dove erano usati per fare il bucato : sono ancora perfettamente funzionanti. E poi c’è una grossa bilancia a piatti, pesantissima, in ferro, “che non sbaglia un grammo”, con tutti i suoi pesi in perfetto ordine e avrà certo più di cent’anni.
E c’è, appeso al muro, un erpice di legno pesantissimo, con inserite delle grosse punte di ferro. E poi dei chiodi enormi, lunghi almeno 45 centimetri, recuperati dalle trecentesche travi del nostro Castello, durante i lavori di ripristino dell’ala ovest, quella che era crollata tanti anni fa.
Da quello straordinario museo non si verrebbe più via. Ma Vittorino deve lavorare e lavorare sodo, non può perder tempo con dei curiosi come noi : deve falciare l’erba del prato trapuntato di margherite, e riparare la piscina dei nipotini, e tagliare la legna per il prossimo inverno con la sega elettrica , perfetta, che si è costruita , pezzo per pezzo , da solo...
E poi... e poi...
“Le ore del giorno non mi bastano mai ...”
Lo dice sorridendo, come se quella fosse la cosa più bella del mondo.
“E poi c’è la bici... quella non la posso proprio lasciare...”
Complimenti e auguri “Vecio” ! Resti sempre così, per tanti tanti anni ancora .
(Anno 1998)
Ottant’anni compiuti, un fisico asciutto, un sorriso che gli pare stampato, in modo indelebile, sul volto, capelli bianchi nascosti sotto un berrettino da ciclista, tuta da lavoro e mani sempre in movimento : è Vittorino Agosti, detto il “Vecio”.
Ha una storia lunghissima da raccontare : però non vorrebbe parlare di sé, ma del suo “museo” e per questo ci porta subito nell’ampio garage che chiude, sul retro, il grande cortile - giardino in fondo a Via Castello.
Spalanca le porte e appare un mondo quasi incantato. Ci pare di fare un balzo in un lontano passato.
Ogni oggetto, e sono centinaia, forse migliaia, è appeso in bell’ordine alle pareti , o dentro i grandi scaffali e ognuno di essi ha una sua storia da narrare.
E’ impossibile seguire i discorsi del “Vecio” e, nello stesso tempo, prendere appunti per poterne poi scrivere.
Sono cose raccolte in più di sessant’anni di vita , molte delle quali collezionate nella Svizzera tedesca, dove egli ha abitato per quasi trent’anni.
Già, perché il nostro amico, nato nel 1918 a Pandino, in “Valmorta”, è emigrato in Svizzera nel ’56 e vi è rimasto fino all’84, lavorando sempre nella stessa ditta.
Io, però, sono curiosa di sapere, prima, com’era la vita in Valmorta in quegli anni.
I non pandinesi forse pensano che si tratti di qualche oscura e triste vallata, chiusa tra i monti.
E invece no : la Valmorta è un angolo della vecchia Pandino di cui resta soltanto il ricordo.
Allora la via Palestro era chiusa sul fondo, verso la Circonvallazione, da un pesante cancello. Il gruppo di case che si trovava al di qua del cancello e che confinava con la cascina dei Villa, detti “Galbiati”, costituiva la Valmorta .
Qualcuno ricorda che la zona era spesso fangosa e forse a questo era dovuto quel nome così tetro.
Poi, un giorno , avvenne che nel camino di un tale Abondio scoppiasse un incendio violentissimo , che rapidamente attaccò fienili, stalle e legnaie e che rese inabitabili molte case.
Le persone rimaste senza abitazione furono, allora, trasferite in Castello dove, con tramezze di legno e masonite, si erano ricavate, dagli ampi saloni quattrocenteschi, stanze e stanzette dove la vita della povera gente trascorreva quasi a contatto di gomito e dove quello di cui si discuteva in una famiglia era udito da tutti, attraverso le sottilissime pareti.
La Valmorta rimase tale, distrutta e abbandonata, fino a quando la “Spezierina”, proprietaria dell’ampio complesso, decise di riedificarlo.
Da allora la zona mutò nome ed ebbe quello più lieto e beneaugurante di “Rinascente”.
Appena terminata la guerra il nostro Vittorino, che tutti in paese chiamavano “il Vecio” dal soprannome che gli aveva affibbiato lo zio Bassanì, quand’era ancora bambino, cominciò a lavorare a Milano. Per dieci anni , insieme all’amico Colombo Bertoni, nato anch’egli in Valmorta, raggiunse la metropoli in bicicletta. E’ stato anche questo allenamento quotidiano a lasciare in lui e in Bertoni un grande amore per le due ruote.
Ancora oggi i due amici, uno ottantenne, l’altro settantacinquenne, percorrono per hobby chilometri e chilometri senza accusare fatica.
Ci dice “il Vecio” :
“In media pedaliamo per quaranta, cinquanta chilometri , un giorno sì e uno no. Ma a volte ne percorriamo anche di più, arriviamo a cento, centocinquanta, restando fuori casa dal mattino fino a sera.”
Nel suo museo egli di biciclette ne ha ben sedici : da quella svizzera, nera e pesante di tanti anni fa , alla più moderna Mountain bike, che usa frequentemente.
Quando lo si vede sfrecciare, in perfetta tenuta da ciclista, chino sul manubrio, un tutt’un con la bici, nessuno direbbe che si tratta di un ottantenne.
Oltre che alla bicicletta, la sua passione è rivolta al suo “museo”.
E’ impossibile venire a sapere la storia di ogni oggetto, anche se Vittorino starebbe giorni e giorni a raccontare. Passa da un angolo all’altro del garage, si intrufola dietro le scansie, si china negli angoli, si arrampica su sgabelli e dice :
“Guardi qui, osservi questo, lo prenda in mano, lo sollevi, lo tocchi...”
E poi te ne snocciola tutta la storia :
“Questo è un -penacc-, ovvero una vecchissima zangola per fare il burro... E quest’altro, guardi com’è alto, è un -compasso- che il vecchio Merici usava nella sua bottega per fare le ruote dei carri... E questa imbottigliatrice...era dei Labò di almeno di tre generazioni fa... C’è poi questo antico arcolaio, o avvolgi-matasse, tutto fatto a mano, di legno forte. Era dei “Galbiati”. E questo “schiaccia-paglia”, osservi ; serviva per appiattire la paglia per farne dei cappelli da usare in campagna... E quelle grosse “grattugge” appese al soffitto le usavano le contadine per sgranocchiare le pannocchie di granoturco, quando le trebbiatrici non erano ancora di moda... E il “curlett”, là nell’angolo, era un tenditore per corde, usato per bloccare le balle di fieno o i covoni di frumento sui carri quando venivano trasportati in cascina... E questi sono “zuff”, i gioghi per le coppie di buoi quando li si attaccava ai carri ...”
C’è da smarrirsi tra le mille cose che Vittorino ti vuole a tutti i costi mostrare : per esempio, c’è la pesantissima piccola cassaforte che ha più di trecento anni e poi c’è il materiale bellico della guerra ‘15-’18 : gavette, elmetti, proiettili, un cannocchiale nella sua custodia di cuoio, un caratteristico macina - caffè di uso certamente militare.
C’è anche una grossa fornella di rame, pesante, con pentolone e centrifuga, portati a Pandino dalla Svizzera, dove erano usati per fare il bucato : sono ancora perfettamente funzionanti. E poi c’è una grossa bilancia a piatti, pesantissima, in ferro, “che non sbaglia un grammo”, con tutti i suoi pesi in perfetto ordine e avrà certo più di cent’anni.
E c’è, appeso al muro, un erpice di legno pesantissimo, con inserite delle grosse punte di ferro. E poi dei chiodi enormi, lunghi almeno 45 centimetri, recuperati dalle trecentesche travi del nostro Castello, durante i lavori di ripristino dell’ala ovest, quella che era crollata tanti anni fa.
Da quello straordinario museo non si verrebbe più via. Ma Vittorino deve lavorare e lavorare sodo, non può perder tempo con dei curiosi come noi : deve falciare l’erba del prato trapuntato di margherite, e riparare la piscina dei nipotini, e tagliare la legna per il prossimo inverno con la sega elettrica , perfetta, che si è costruita , pezzo per pezzo , da solo...
E poi... e poi...
“Le ore del giorno non mi bastano mai ...”
Lo dice sorridendo, come se quella fosse la cosa più bella del mondo.
“E poi c’è la bici... quella non la posso proprio lasciare...”
Complimenti e auguri “Vecio” ! Resti sempre così, per tanti tanti anni ancora .
ENZO CENTI E GIANCARLO PAVESI
ENZO CENTI E GIANCARLO PAVESI
(1986-1988)
Era una magnifica mattinata romana di fine agosto del 1986.
Nella Caserma della Cecchignola si stava svolgendo una esercitazione di atletica tra le giovani leve della Scuola Allievi ufficiali del Genio Trasmissioni.
Improvvisamente un grido: uno dei “ragazzi” era piombato a terra, senza un gesto, senza una parola. Inutile la corsa all’ospedale: il ragazzo era morto, senza un perché.
Erano le 9,15 ; il giorno era appena iniziato.
Il ragazzo caduto era Vincenzo Centi chiamato, tra gli amici, Enzo, residente da un paio d’anni a Pandino coi genitori e la sorella.
La famiglia era romana d’origine ed era giunta tra noi alla ricerca di verde e di tranquillità e per essere più vicina al luogo di lavoro del padre.
La morte improvvisa di Enzo, nel pieno di una splendida giovinezza, mentre si preparava con entusiasmo a diventare Ufficiale, ha colpito dolorosamente tutti.
Lo conoscevano in molti, in paese, soprattutto i giovani dell’Oratorio, che egli frequentava appena poteva, quando era libero dagli impegni di studio. Era infatti iscritto alla Facoltà di ingegneria elettronica a Milano.
Era un ragazzo sempre disponibile, sempre aperto all’amicizia.
La madre, la signora Elvira, una Nobil Donna molto colta e dalla fede profonda, aveva continuamente il suo nome sulle labbra.
Diceva:
“Enzo era un gigante. I primi mesi in Caserma li ha passati in borghese perché non c’erano divise che gli andassero bene”.
Il sabato precedente, quattro giorni prima della sua morte, aveva prestato giuramento e i parenti vi avevano presenziato, orgogliosi di avere un figlio così. Poi erano ripartiti per Pandino con Enzo.
L’indomani, domenica, egli era passato dall’oratorio e aveva salutato gli amici. Si era persino recato a dare un saluto al vicino, che tante volte, insieme ai compagni di gioco, aveva disturbato con lanci troppo alti del pallone, per cui era stato poi necessario chiedere scusa , recuperando la palla, sperando di non aver fatto troppi danni al suo giardino.
Il lunedì sera Enzo ripartiva per Roma fiero ed entusiasta, come al solito.
Due giorni dopo la morte. Il sabato successivo il ritorno di Enzo a Pandino, chiuso in una bara, con un picchetto di commilitoni a montare la guardia.
“Era d’esempio a tutti in Caserma”, diceva la madre, “tutti gli volevano bene. Il giorno della sua morte nessuno ha voluto andare in licenza per stargli vicino fino all’ultimo”.
Qualche mese dopo la sua scomparsa molti pandinesi col Sindaco Invernizzi, furono presenti a Roma, alla Cecchignola, alla austera e commovente cerimonia della intitolazione di una della aule della Scuola militare al nome di Vincenzo Centi, perché la sua figura e il suo esempio fossero di stimolo alle nuove leve.
Qualche anno dopo, nel 1993, la madre, che non aveva mai smesso il lutto e che aveva passato, ogni giorno, lunghe ore davanti alla tomba del figlio nel nostro cimitero, lo ha raggiunto là dove nessuno piange più.
Insieme ad Enzo Centi voglio ricordare ai Pandinesi un altro nostro ragazzo, morto così, due anni dopo, come Enzo, improvvisamente, stavolta sopra un campo di gioco, all’Oratorio del nostro paese, in una calda serata di luglio : Giancarlo Pavesi.
Lo stesso campo di gioco su cui abitualmente egli si allenava, così come aveva fatto Enzo.
Era il 1988.
Si doveva disputare una partita di calcio tra amici.
Giancarlo era lì, come sempre, in attesa di poter tirare qualche calcio al pallone.
Aveva 26 anni e con lui c’era il fratello, Maurizio.
Li ricordo tutti e due, bambini nella nostra scuola elementare. Io li chiamavo , affettuosamente, i miei due “Pavesini” tanto erano biondi e dolci , timidi e sorridenti.
Quella sera niente faceva presagire il dramma.
E invece Giancarlo improvvisamente si accasciò.
Corsero gli amici, il fratello, i responsabili dell’Oratorio : corse il medico, arrivò a sirene spiegate l’autoambulanza .
Tutto inutile.
La madre stava tornando dalla Messa che, solitamente, d’estate si celebra al nostro Cimitero.
Le dissero.
“Corri, tuo figlio sta male...”
Col cuore in gola la povera Colomba arrivò all’Oratorio, ma Giancarlo se n’era già andato, senza un lamento, tra la disperazione dei genitori, del fratello, degli amici, dei responsabili dell’Oratorio.
Sul campo di gioco era scesa la morte : un luogo di festa si era trasformato in un luogo di pianto.
Enzo e Giancarlo, due giovani promesse scomparse in un attimo, lasciando la nostra comunità costernata e incredula.
Due ragazzi. che mi piace ricordare insieme per tenerne viva la memoria.
(1986-1988)
Era una magnifica mattinata romana di fine agosto del 1986.
Nella Caserma della Cecchignola si stava svolgendo una esercitazione di atletica tra le giovani leve della Scuola Allievi ufficiali del Genio Trasmissioni.
Improvvisamente un grido: uno dei “ragazzi” era piombato a terra, senza un gesto, senza una parola. Inutile la corsa all’ospedale: il ragazzo era morto, senza un perché.
Erano le 9,15 ; il giorno era appena iniziato.
Il ragazzo caduto era Vincenzo Centi chiamato, tra gli amici, Enzo, residente da un paio d’anni a Pandino coi genitori e la sorella.
La famiglia era romana d’origine ed era giunta tra noi alla ricerca di verde e di tranquillità e per essere più vicina al luogo di lavoro del padre.
La morte improvvisa di Enzo, nel pieno di una splendida giovinezza, mentre si preparava con entusiasmo a diventare Ufficiale, ha colpito dolorosamente tutti.
Lo conoscevano in molti, in paese, soprattutto i giovani dell’Oratorio, che egli frequentava appena poteva, quando era libero dagli impegni di studio. Era infatti iscritto alla Facoltà di ingegneria elettronica a Milano.
Era un ragazzo sempre disponibile, sempre aperto all’amicizia.
La madre, la signora Elvira, una Nobil Donna molto colta e dalla fede profonda, aveva continuamente il suo nome sulle labbra.
Diceva:
“Enzo era un gigante. I primi mesi in Caserma li ha passati in borghese perché non c’erano divise che gli andassero bene”.
Il sabato precedente, quattro giorni prima della sua morte, aveva prestato giuramento e i parenti vi avevano presenziato, orgogliosi di avere un figlio così. Poi erano ripartiti per Pandino con Enzo.
L’indomani, domenica, egli era passato dall’oratorio e aveva salutato gli amici. Si era persino recato a dare un saluto al vicino, che tante volte, insieme ai compagni di gioco, aveva disturbato con lanci troppo alti del pallone, per cui era stato poi necessario chiedere scusa , recuperando la palla, sperando di non aver fatto troppi danni al suo giardino.
Il lunedì sera Enzo ripartiva per Roma fiero ed entusiasta, come al solito.
Due giorni dopo la morte. Il sabato successivo il ritorno di Enzo a Pandino, chiuso in una bara, con un picchetto di commilitoni a montare la guardia.
“Era d’esempio a tutti in Caserma”, diceva la madre, “tutti gli volevano bene. Il giorno della sua morte nessuno ha voluto andare in licenza per stargli vicino fino all’ultimo”.
Qualche mese dopo la sua scomparsa molti pandinesi col Sindaco Invernizzi, furono presenti a Roma, alla Cecchignola, alla austera e commovente cerimonia della intitolazione di una della aule della Scuola militare al nome di Vincenzo Centi, perché la sua figura e il suo esempio fossero di stimolo alle nuove leve.
Qualche anno dopo, nel 1993, la madre, che non aveva mai smesso il lutto e che aveva passato, ogni giorno, lunghe ore davanti alla tomba del figlio nel nostro cimitero, lo ha raggiunto là dove nessuno piange più.
Insieme ad Enzo Centi voglio ricordare ai Pandinesi un altro nostro ragazzo, morto così, due anni dopo, come Enzo, improvvisamente, stavolta sopra un campo di gioco, all’Oratorio del nostro paese, in una calda serata di luglio : Giancarlo Pavesi.
Lo stesso campo di gioco su cui abitualmente egli si allenava, così come aveva fatto Enzo.
Era il 1988.
Si doveva disputare una partita di calcio tra amici.
Giancarlo era lì, come sempre, in attesa di poter tirare qualche calcio al pallone.
Aveva 26 anni e con lui c’era il fratello, Maurizio.
Li ricordo tutti e due, bambini nella nostra scuola elementare. Io li chiamavo , affettuosamente, i miei due “Pavesini” tanto erano biondi e dolci , timidi e sorridenti.
Quella sera niente faceva presagire il dramma.
E invece Giancarlo improvvisamente si accasciò.
Corsero gli amici, il fratello, i responsabili dell’Oratorio : corse il medico, arrivò a sirene spiegate l’autoambulanza .
Tutto inutile.
La madre stava tornando dalla Messa che, solitamente, d’estate si celebra al nostro Cimitero.
Le dissero.
“Corri, tuo figlio sta male...”
Col cuore in gola la povera Colomba arrivò all’Oratorio, ma Giancarlo se n’era già andato, senza un lamento, tra la disperazione dei genitori, del fratello, degli amici, dei responsabili dell’Oratorio.
Sul campo di gioco era scesa la morte : un luogo di festa si era trasformato in un luogo di pianto.
Enzo e Giancarlo, due giovani promesse scomparse in un attimo, lasciando la nostra comunità costernata e incredula.
Due ragazzi. che mi piace ricordare insieme per tenerne viva la memoria.
QUANDO DON PIRRO TORNO' A PANDINO
QUANDO DON PIRRO TORNO’ A PANDINO
(Anno 1967)
Don Pirro era stato Curato a Pandino tra la fine degli anni ’20 e l’ottobre del 1933, quando era Parroco in paese “quel colosso di don Valsecchi”.
I pandinesi si erano affezionati moltissimo a don Pirro, forse anche perché il suo carattere doveva essere molto dolce e brioso, soprattutto al confronto con quello del Parroco, un prete dalla voce tonante, sempre pronto a denunciare pubblicamente, dal pulpito e per la strada, i peccati, privati e pubblici, dei suoi parrocchiani.
Quando don Valsecchi morì e venne nominato a succedergli don Egidio Tornaghi, un prete sconosciuto, in paese scoppiò... la rivoluzione. I pandinesi volevano don Pirro a far loro da pastore, non volevano altri. Ci furono lettere al Vescovo, manifestazioni, discussioni, ribellioni.
Ma si sa, gli ordini sono ordini: bisognava accettare le decisioni del Vescovo, piacesse o non piacesse alla gente.
Così per la Sagra di ottobre don Egidio Tornaghi arrivò in paese, un po’ trepidante, a dire il vero.
Il Curato, ubbidiente, se ne era appena andato, alla chetichella, di mattino presto: aveva caricato le sue povere robe sopra un carretto traballante ed era partito con la morte nel cuore. A Pandino lasciava tanti, tanti amici!
All’ora fissata per l’entrata del nuovo Parroco, la gente esasperata mise in atto l’ultima “vendetta”: sbarrò porte e finestre e si chiuse in casa. Nessuno si affacciò, nessuno uscì, non solo per partecipare alla tradizionale processione della terza domenica d’ottobre, ma neppure per curiosare.
Un bel caratterino questi pandinesi, però!
E quando, al rientro in chiesa del nuovo Parroco, preceduto dalla statua della Madonna del Rosario, dopo essere passato, quasi in solitudine, per le vie del paese, avvenne un piccolo incidente, la gente gridò al miracolo: “Neppure la Madonna voleva quel prete sconosciuto!”
Era successo, infatti, che, sull’ultimo gradino del sagrato, la statua traballasse ; uno dei portatori perse l’equilibrio e la Madonna per poco non cadde a terra, sfiorando don Egidio : un segno, un segno sicuro che i pandinesi avevano ragione! E pensare che dopo vent’anni quel giovane Parroco fu pianto da tutti, alla sua morte, come una persona di famiglia! Don Egidio era riuscito a conquistare in pieno il cuore della gente.
Ma chi era questo don Pirro, che era riuscito, sia pure involontariamente, a turbare per qualche tempo la serenità inaltereta di don Egidio?
Quando ho sentito parlare di lui la prima volta, egli aveva ormai ottant’anni suonati e veniva a Pandino per restarci; avrebbe fatto il Cappellano nella nostra Casa di Riposo.
Lo immaginavo un prete robusto, imponente, anche se coi capelli bianchi e dall’incedere un po’ stanco, data l’età. Quel suo nome, così fuori dal comune, richiamava alla mia mente sonanti battaglie di antichi romani, con fragore di scudi e barriti di elefanti.
Poi lo vidi, don Pirro, una domenica sera, in chiesa.
Piccolo, minuto, svelto, curioso di tutto. Si guardava intorno come chi vuole riprendere contatto, in fretta, con tutto ciò che già era stato suo, tanti e tanti anni fa, quasi stupito che molte cose fossero, nel frattempo, cambiate.
Quel giorno è sceso dai gradini della balaustra, vivace come un fanciullo, ha cercato posto nel primo banco, quasi incerto se star lì o andare a sedersi sulla cassapanca, vicino al confessionale per farsi meglio notare dai penitenti, che potevano aver bisogno di lui.
Ma qualcuno l’aveva già visto: una donna... un’altra... un’altra ancora.
Si avvicinavano al confessionale, prima adagio, quasi timorose di disturbare un pretino così esile e bianco, poi più in fretta, poiché altri nel frattempo s’erano mossi.
Don Pirro balzò su dal suo posto come spinto da una molla; pareva che quella fosse l’unica cosa al mondo che avesse mai desiderato.
Chiuse lo sportello del confessionale, tirò la tendina e cominciò a confessare.
La fila delle donne in quell’angolo di chiesa si allungava sempre più. Io quasi ne soffrivo, pensando alla sua stanchezza, ai suoi anni...
Dall’altare, intanto, il celebrante parlava della regalità di Cristo: era l’ultima domenica di ottobre. Egli si sforzava di convincerci che le gemme più belle nella corona di Cristo eravamo noi, tutti noi.
Io meditavo tristemente: era una ben misera corona, pensavo, se tutte le sue gemme assomigliavano a me!
E intanto il pretino confessava e confessava.
E la gente si alzava dalla sua grata col volto disteso.
Alla fine, quasi incredulo che non ci fosse più alcuno ad aver bisogno di lui, egli spostò del tutto la tendina e aprì lo sportello. Mi apparve nel vano scuro del confessionale, coi capelli bianchi che parevano luminosi, sorridente, quasi ammiccante, a guardare la “sua” gente di tanti anni fa, così cresciuta e così diversa, e pur ancora così simile nei suoi pensieri, nei suoi crucci, nei suoi problemi come se gli anni non fossero passati.
“Signore”, ho pensato, “credo proprio che la vera regalità sia questa: l’unica grande gemma che onora la corona di Cristo è proprio questo sacerdozio vissuto e sofferto con la serenità di chi è caro al Signore”
Qualche giorno dopo don Pirro venne anche nelle nostre scuole elementari e mi chiese di poter passare nelle aule a salutare i bambini. L’accompagnai volentieri.
Davanti ad ogni banco egli si fermava e guardava negli occhi i piccoli alunni, in alcuni riconosceva i tratti dei nonni, o almeno così diceva. A tutti chiedeva il nome e il cognome e di tanto in tanto mi raccontava aneddoti riferiti a questo o quel parrocchiano che aveva portato quel cognome: aveva una memoria fenomenale, ricordava tutto, perfettamente.
Un vero tuffo nel passato, con tanti affetti da rinfrescare, con tanta gioia ancora da donare.
Nel 1973 don Pirro celebrò nella nostra chiesa parrocchiale, festeggiatissimo, la sua Messa di Diamante e continuò a soggiornare, fino alla morte, nella nostra Casa di Riposo.
Don Pirro, (non ne ricordo il cognome!), una figura veramente indimenticabile!
(Anno 1967)
Don Pirro era stato Curato a Pandino tra la fine degli anni ’20 e l’ottobre del 1933, quando era Parroco in paese “quel colosso di don Valsecchi”.
I pandinesi si erano affezionati moltissimo a don Pirro, forse anche perché il suo carattere doveva essere molto dolce e brioso, soprattutto al confronto con quello del Parroco, un prete dalla voce tonante, sempre pronto a denunciare pubblicamente, dal pulpito e per la strada, i peccati, privati e pubblici, dei suoi parrocchiani.
Quando don Valsecchi morì e venne nominato a succedergli don Egidio Tornaghi, un prete sconosciuto, in paese scoppiò... la rivoluzione. I pandinesi volevano don Pirro a far loro da pastore, non volevano altri. Ci furono lettere al Vescovo, manifestazioni, discussioni, ribellioni.
Ma si sa, gli ordini sono ordini: bisognava accettare le decisioni del Vescovo, piacesse o non piacesse alla gente.
Così per la Sagra di ottobre don Egidio Tornaghi arrivò in paese, un po’ trepidante, a dire il vero.
Il Curato, ubbidiente, se ne era appena andato, alla chetichella, di mattino presto: aveva caricato le sue povere robe sopra un carretto traballante ed era partito con la morte nel cuore. A Pandino lasciava tanti, tanti amici!
All’ora fissata per l’entrata del nuovo Parroco, la gente esasperata mise in atto l’ultima “vendetta”: sbarrò porte e finestre e si chiuse in casa. Nessuno si affacciò, nessuno uscì, non solo per partecipare alla tradizionale processione della terza domenica d’ottobre, ma neppure per curiosare.
Un bel caratterino questi pandinesi, però!
E quando, al rientro in chiesa del nuovo Parroco, preceduto dalla statua della Madonna del Rosario, dopo essere passato, quasi in solitudine, per le vie del paese, avvenne un piccolo incidente, la gente gridò al miracolo: “Neppure la Madonna voleva quel prete sconosciuto!”
Era successo, infatti, che, sull’ultimo gradino del sagrato, la statua traballasse ; uno dei portatori perse l’equilibrio e la Madonna per poco non cadde a terra, sfiorando don Egidio : un segno, un segno sicuro che i pandinesi avevano ragione! E pensare che dopo vent’anni quel giovane Parroco fu pianto da tutti, alla sua morte, come una persona di famiglia! Don Egidio era riuscito a conquistare in pieno il cuore della gente.
Ma chi era questo don Pirro, che era riuscito, sia pure involontariamente, a turbare per qualche tempo la serenità inaltereta di don Egidio?
Quando ho sentito parlare di lui la prima volta, egli aveva ormai ottant’anni suonati e veniva a Pandino per restarci; avrebbe fatto il Cappellano nella nostra Casa di Riposo.
Lo immaginavo un prete robusto, imponente, anche se coi capelli bianchi e dall’incedere un po’ stanco, data l’età. Quel suo nome, così fuori dal comune, richiamava alla mia mente sonanti battaglie di antichi romani, con fragore di scudi e barriti di elefanti.
Poi lo vidi, don Pirro, una domenica sera, in chiesa.
Piccolo, minuto, svelto, curioso di tutto. Si guardava intorno come chi vuole riprendere contatto, in fretta, con tutto ciò che già era stato suo, tanti e tanti anni fa, quasi stupito che molte cose fossero, nel frattempo, cambiate.
Quel giorno è sceso dai gradini della balaustra, vivace come un fanciullo, ha cercato posto nel primo banco, quasi incerto se star lì o andare a sedersi sulla cassapanca, vicino al confessionale per farsi meglio notare dai penitenti, che potevano aver bisogno di lui.
Ma qualcuno l’aveva già visto: una donna... un’altra... un’altra ancora.
Si avvicinavano al confessionale, prima adagio, quasi timorose di disturbare un pretino così esile e bianco, poi più in fretta, poiché altri nel frattempo s’erano mossi.
Don Pirro balzò su dal suo posto come spinto da una molla; pareva che quella fosse l’unica cosa al mondo che avesse mai desiderato.
Chiuse lo sportello del confessionale, tirò la tendina e cominciò a confessare.
La fila delle donne in quell’angolo di chiesa si allungava sempre più. Io quasi ne soffrivo, pensando alla sua stanchezza, ai suoi anni...
Dall’altare, intanto, il celebrante parlava della regalità di Cristo: era l’ultima domenica di ottobre. Egli si sforzava di convincerci che le gemme più belle nella corona di Cristo eravamo noi, tutti noi.
Io meditavo tristemente: era una ben misera corona, pensavo, se tutte le sue gemme assomigliavano a me!
E intanto il pretino confessava e confessava.
E la gente si alzava dalla sua grata col volto disteso.
Alla fine, quasi incredulo che non ci fosse più alcuno ad aver bisogno di lui, egli spostò del tutto la tendina e aprì lo sportello. Mi apparve nel vano scuro del confessionale, coi capelli bianchi che parevano luminosi, sorridente, quasi ammiccante, a guardare la “sua” gente di tanti anni fa, così cresciuta e così diversa, e pur ancora così simile nei suoi pensieri, nei suoi crucci, nei suoi problemi come se gli anni non fossero passati.
“Signore”, ho pensato, “credo proprio che la vera regalità sia questa: l’unica grande gemma che onora la corona di Cristo è proprio questo sacerdozio vissuto e sofferto con la serenità di chi è caro al Signore”
Qualche giorno dopo don Pirro venne anche nelle nostre scuole elementari e mi chiese di poter passare nelle aule a salutare i bambini. L’accompagnai volentieri.
Davanti ad ogni banco egli si fermava e guardava negli occhi i piccoli alunni, in alcuni riconosceva i tratti dei nonni, o almeno così diceva. A tutti chiedeva il nome e il cognome e di tanto in tanto mi raccontava aneddoti riferiti a questo o quel parrocchiano che aveva portato quel cognome: aveva una memoria fenomenale, ricordava tutto, perfettamente.
Un vero tuffo nel passato, con tanti affetti da rinfrescare, con tanta gioia ancora da donare.
Nel 1973 don Pirro celebrò nella nostra chiesa parrocchiale, festeggiatissimo, la sua Messa di Diamante e continuò a soggiornare, fino alla morte, nella nostra Casa di Riposo.
Don Pirro, (non ne ricordo il cognome!), una figura veramente indimenticabile!
IL MALOCCHIO
E’ successo a Pandino :
IL MALOCCHIO
(Anno 1988)
Ricordate? L’estate del 1988, un po’ per ridere e un po’ sul serio, venne chiamata, a Pandino, la “stagione del malocchio”.
I “signori del Castello”, ossia gli amministratori che sono di casa nel palazzo comunale, da qualche mese sembravano perseguitati dalla cattiva sorte.
C’era stato anche, a chiusura del ciclo, il gravissimo incidente al segretario comunale Bassano Vitali che aveva provocato la morte della moglie Anna e a lui gravissime ferite, con perdurante stato di coma: con questa disgrazia pareva proprio che la misura fosse giunta al colmo.
Ma facciamo rapidamente la storia di quelle maledette disavventure.
Aveva cominciato l’ex sindaco DC Invernizzi con un’ulcera riacutizzatasi all’improvviso e con relativo urgente ricovero in ospedale.
Ha continuato Orso, capogruppo del PCI, con un grave incidente sul lavoro a causa dello scoppio di un estintore in un laboratorio chimico. Le ossa del braccio destro si erano spezzate ed aveva avuto bisogno di ripetuti interventi chirurgici.
Poi tocca alla missina Cornalba: una peritonite improvvisa e un ricovero urgente all’ospedale di Crema.
Successivamente ecco Scotti, assessore DC, con una esofagite acuta e imprevedibile, così violenta da far pensare a dolori ischemici d’infarto: corsa notturna all’ospedale di Rivolta d’Adda.
Passa qualche settimana ed è la volta di Cufersin, consigliere del PC: tornando dal lavoro, sulla Paullese, ha un incidente stradale: ne esce illeso, anche se con grande spavento, macchina rovinata e due motociclisti all’ospedale con fratture agli arti.
Quasi contemporaneamente sulla strada “Melotta”, ecco un altro incidente. Stavolta tocca al consigliere DC Pizzocri, con conseguenze più gravi del collega comunista: trauma cranico con rottura di un’arteria e conseguente grave stato emorragico. Ricovero urgente all’ospedale di Crema.
Successivamente tocca al nuovo sindaco DC Moretti: durante le ferie si dedica al suo giardino. Con la sega elettrica, mentre sta sistemando un albero, si produce un profondo taglio all’avambraccio, mettendo in pericolo il tendine. Corsa all’ospedale, ricucitura e vistosa fasciatura.
Sette dei venti “signori del Castello” hanno vissuto giorni di paura in poche settimane.
Fino ad allora, veramente, la gente aveva solo sorriso delle loro disavventure, scherzando sul “malocchio” di cui qualche giornale aveva scritto. Infatti, dopo lo spavento iniziale , gli “inconvenienti” si erano tutti risolti senza gravi danni.
Poi, però, l’incidente al segretario Vitali aveva lasciato tutti con la bocca amara. La morte tragica della moglie e lo stato gravissimo in cui si era trovato per settimane, seguito da una morte liberatrice, ci aveva lasciato tutti costernati e nessuno aveva più avuto voglia di sorridere.
IL MALOCCHIO
(Anno 1988)
Ricordate? L’estate del 1988, un po’ per ridere e un po’ sul serio, venne chiamata, a Pandino, la “stagione del malocchio”.
I “signori del Castello”, ossia gli amministratori che sono di casa nel palazzo comunale, da qualche mese sembravano perseguitati dalla cattiva sorte.
C’era stato anche, a chiusura del ciclo, il gravissimo incidente al segretario comunale Bassano Vitali che aveva provocato la morte della moglie Anna e a lui gravissime ferite, con perdurante stato di coma: con questa disgrazia pareva proprio che la misura fosse giunta al colmo.
Ma facciamo rapidamente la storia di quelle maledette disavventure.
Aveva cominciato l’ex sindaco DC Invernizzi con un’ulcera riacutizzatasi all’improvviso e con relativo urgente ricovero in ospedale.
Ha continuato Orso, capogruppo del PCI, con un grave incidente sul lavoro a causa dello scoppio di un estintore in un laboratorio chimico. Le ossa del braccio destro si erano spezzate ed aveva avuto bisogno di ripetuti interventi chirurgici.
Poi tocca alla missina Cornalba: una peritonite improvvisa e un ricovero urgente all’ospedale di Crema.
Successivamente ecco Scotti, assessore DC, con una esofagite acuta e imprevedibile, così violenta da far pensare a dolori ischemici d’infarto: corsa notturna all’ospedale di Rivolta d’Adda.
Passa qualche settimana ed è la volta di Cufersin, consigliere del PC: tornando dal lavoro, sulla Paullese, ha un incidente stradale: ne esce illeso, anche se con grande spavento, macchina rovinata e due motociclisti all’ospedale con fratture agli arti.
Quasi contemporaneamente sulla strada “Melotta”, ecco un altro incidente. Stavolta tocca al consigliere DC Pizzocri, con conseguenze più gravi del collega comunista: trauma cranico con rottura di un’arteria e conseguente grave stato emorragico. Ricovero urgente all’ospedale di Crema.
Successivamente tocca al nuovo sindaco DC Moretti: durante le ferie si dedica al suo giardino. Con la sega elettrica, mentre sta sistemando un albero, si produce un profondo taglio all’avambraccio, mettendo in pericolo il tendine. Corsa all’ospedale, ricucitura e vistosa fasciatura.
Sette dei venti “signori del Castello” hanno vissuto giorni di paura in poche settimane.
Fino ad allora, veramente, la gente aveva solo sorriso delle loro disavventure, scherzando sul “malocchio” di cui qualche giornale aveva scritto. Infatti, dopo lo spavento iniziale , gli “inconvenienti” si erano tutti risolti senza gravi danni.
Poi, però, l’incidente al segretario Vitali aveva lasciato tutti con la bocca amara. La morte tragica della moglie e lo stato gravissimo in cui si era trovato per settimane, seguito da una morte liberatrice, ci aveva lasciato tutti costernati e nessuno aveva più avuto voglia di sorridere.
HAI DEL TEMPO LIBERO
“HAI DEL TEMPO LIBERO ?”
(1998)
A Pandino pare ci sia un problema : trovare del tempo libero da usare a favore di chi ha bisogno di compagnia.
E con tanti pensionati ancora efficienti in giro, di tempo libero ce n’è sicuramente.
La vita si è allungata e a sessanta, settant’anni c’è ancora tanta vitalità e tanta energia da regalare.
Ebbene, a Pandino le cose da fare ci sono , e come !
Me ne parla con entusiasmo una certa signora che vuole restare assolutamente anonima . Mi piacerebbe raccontare qualcosa di lei in modo più dettagliato. Ma il divieto è assoluto.
Dice : “ Abbiamo bisogno di persone in gamba, attive, generose. Nella nostra Associazione siamo rimasti in pochi e non riusciamo più a coprire le necessità della gente che si rivolge a noi per avere un aiuto. Questo aiuto, talvolta, è anche di carattere finanziario, ma allora è relativamente facile sopperirvi. Più di frequente, invece, ci viene richiesto un aiuto di altro genere, si cerca compagnia, si aspetta una visita, un incoraggiamento, si ha bisogno di parlare con qualcuno. Le ore passano così lentamente quando si è soli !”
A questo punto la signora mi accenna al nome della Associazione di cui fa parte : è un gruppo di grande tradizione, che ha lavorato per decenni anche in paese. Si tratta della San Vincenzo.
Oggi non c’è più bisogno, forse, come faceva la signora Gina Polgatti negli anni ‘50-‘60, di portare la bottiglia di vino, o il pezzo di carne, la legna per la stufa , o il corredino per la neonata di una famiglia di povera gente. Oggi occorre altro.
Certo, è più facile aprire il portafoglio , o firmare un assegno. Ci si sente subito in pace con la coscienza. Ma non è questo che la signora sta chiedendo. Oggi occorre qualche ora di tempo, solo qualche ora di tempo !
C’è, per esempio, l’ammalato solo, magari costretto a letto, o l’anziana signora coi figli lontani, che passa lunghi pomeriggi in silenzio, rimuginando pensieri malinconici, aspettando che qualcuno vada a bussare alla sua porta per scambiare quattro parole. Oppure chi, con difficoltà di movimenti, ha bisogno d’una piccola spesa urgente e sta alla finestra sperando che passi qualcuno a cui affidare l’incarico.
Cose da poco, sembrerebbe . Se si fosse in tanti si potrebbero coprire le varie necessità, non facendo mancare ad alcuno quel “pane” morale che oggi, purtroppo, sta diventando così prezioso.
Ecco, la San Vincenzo ha bisogno soprattutto di questo.
A volte l’anziano è un po’ monotono nei suoi discorsi, si ripete, si commisera.
Occorre tatto e generosità per dargli sollievo. Dice la signora :
“Ma come è gratificante, quando si esce da una casa, sentirsi dire .- Venga ancora , torni presto...-“
Veramente la signora di cui parlo di cose per gli altri ne fa molte di più : assiste famiglie numerose con bimbi piccoli onde dar sollievo a certe povere madri, aiuta genitori con figli in difficoltà o colpiti da handicap, accompagna malati in ospedale per sedute di terapia, paga bollette a persone indigenti.
“Tutto a nome della San Vincenzo, naturalmente... Non è poi gran cosa. Se ci fosse più gente potremmo fare di più...”
E’ come un ritornello : “Se ci fosse più gente ...”
E’ questo che occorre, ormai, alle soglie del 2000, a Pandino come altrove. E’ questa la nuova povertà, cui occorre provvedere.
“Se l’avrai fatto al più piccolo dei tuoi fratelli, l’avrai fatto a me...” si legge nel Vangelo.
E allora, anziché chiudersi in casa e lasciarsi prendere, magari, dalla depressione, ecco l’invito :
“Venite alla San Vincenzo, troverete sempre qualcosa da fare e non avrete più le giornate vuote ! E inoltre, riceverete più di quanto darete...”
Coraggio, dunque. Chi ha qualche ora da riempire, vada a bussare alla Casa parrocchiale e dica :
“Eccomi, cosa posso fare ?”
C’è un lungo elenco di persone in attesa : il “lavoro” si troverà immediatamente e la “depressione da pensionamento” sparirà.
(1998)
A Pandino pare ci sia un problema : trovare del tempo libero da usare a favore di chi ha bisogno di compagnia.
E con tanti pensionati ancora efficienti in giro, di tempo libero ce n’è sicuramente.
La vita si è allungata e a sessanta, settant’anni c’è ancora tanta vitalità e tanta energia da regalare.
Ebbene, a Pandino le cose da fare ci sono , e come !
Me ne parla con entusiasmo una certa signora che vuole restare assolutamente anonima . Mi piacerebbe raccontare qualcosa di lei in modo più dettagliato. Ma il divieto è assoluto.
Dice : “ Abbiamo bisogno di persone in gamba, attive, generose. Nella nostra Associazione siamo rimasti in pochi e non riusciamo più a coprire le necessità della gente che si rivolge a noi per avere un aiuto. Questo aiuto, talvolta, è anche di carattere finanziario, ma allora è relativamente facile sopperirvi. Più di frequente, invece, ci viene richiesto un aiuto di altro genere, si cerca compagnia, si aspetta una visita, un incoraggiamento, si ha bisogno di parlare con qualcuno. Le ore passano così lentamente quando si è soli !”
A questo punto la signora mi accenna al nome della Associazione di cui fa parte : è un gruppo di grande tradizione, che ha lavorato per decenni anche in paese. Si tratta della San Vincenzo.
Oggi non c’è più bisogno, forse, come faceva la signora Gina Polgatti negli anni ‘50-‘60, di portare la bottiglia di vino, o il pezzo di carne, la legna per la stufa , o il corredino per la neonata di una famiglia di povera gente. Oggi occorre altro.
Certo, è più facile aprire il portafoglio , o firmare un assegno. Ci si sente subito in pace con la coscienza. Ma non è questo che la signora sta chiedendo. Oggi occorre qualche ora di tempo, solo qualche ora di tempo !
C’è, per esempio, l’ammalato solo, magari costretto a letto, o l’anziana signora coi figli lontani, che passa lunghi pomeriggi in silenzio, rimuginando pensieri malinconici, aspettando che qualcuno vada a bussare alla sua porta per scambiare quattro parole. Oppure chi, con difficoltà di movimenti, ha bisogno d’una piccola spesa urgente e sta alla finestra sperando che passi qualcuno a cui affidare l’incarico.
Cose da poco, sembrerebbe . Se si fosse in tanti si potrebbero coprire le varie necessità, non facendo mancare ad alcuno quel “pane” morale che oggi, purtroppo, sta diventando così prezioso.
Ecco, la San Vincenzo ha bisogno soprattutto di questo.
A volte l’anziano è un po’ monotono nei suoi discorsi, si ripete, si commisera.
Occorre tatto e generosità per dargli sollievo. Dice la signora :
“Ma come è gratificante, quando si esce da una casa, sentirsi dire .- Venga ancora , torni presto...-“
Veramente la signora di cui parlo di cose per gli altri ne fa molte di più : assiste famiglie numerose con bimbi piccoli onde dar sollievo a certe povere madri, aiuta genitori con figli in difficoltà o colpiti da handicap, accompagna malati in ospedale per sedute di terapia, paga bollette a persone indigenti.
“Tutto a nome della San Vincenzo, naturalmente... Non è poi gran cosa. Se ci fosse più gente potremmo fare di più...”
E’ come un ritornello : “Se ci fosse più gente ...”
E’ questo che occorre, ormai, alle soglie del 2000, a Pandino come altrove. E’ questa la nuova povertà, cui occorre provvedere.
“Se l’avrai fatto al più piccolo dei tuoi fratelli, l’avrai fatto a me...” si legge nel Vangelo.
E allora, anziché chiudersi in casa e lasciarsi prendere, magari, dalla depressione, ecco l’invito :
“Venite alla San Vincenzo, troverete sempre qualcosa da fare e non avrete più le giornate vuote ! E inoltre, riceverete più di quanto darete...”
Coraggio, dunque. Chi ha qualche ora da riempire, vada a bussare alla Casa parrocchiale e dica :
“Eccomi, cosa posso fare ?”
C’è un lungo elenco di persone in attesa : il “lavoro” si troverà immediatamente e la “depressione da pensionamento” sparirà.
IL CORREDINO ROSA
IL CORREDINO ROSA - Una storia vera.
(Anno 1970)
L’anziana signora Gina Polgatti scese l’ultima rampa di scale del suo caseggiato e si fermò un attimo sul portone, prima di affrontare la nebbia spessa della strada.
Si tirò il pelo del cappotto fin sulla bocca e uscì. Aveva una borsa infilata al braccio e la teneva con molto riguardo . Sperava che suo marito non rientrasse proprio allora: poteva chiederle che cosa teneva in fondo alla borsa.
“E’ un gran buon uomo”, pensava la signora Gina”, peccato che non voglia ammettere che certa gente, per tirarsi un po’ su, abbia bisogno di quel suo vecchio vino robusto, a cui tiene tanto.”
Però, insieme alla bottiglia, quel giorno, aveva anche un corredino rosa che era un amore. E quello era piaciuto anche a suo marito. Tutti e due, infatti, avevano un gran cruccio: la loro casa era troppo vuota senza i figli che avevano desiderato e che non erano mai arrivati. Così, appena ne nasceva uno in una famiglia di povera gente, vi pensavano con un certo senso d’invidia e provavano piacere nel provvedere anche loro a qualcosa.
In quei giorni, appunto, era nata una bimbetta ; la signora Gina non sapeva bene se era la nona o la decima, in una casa di contadini, in una cascina fuori di mano. E quindi, anche se c’era quel nebbione tremendo, bisognava proprio andare, tanto più che la vecchia signora cullava in cuore una segreta speranza: che alla bambina mettessero il suo nome e le chiedessero di far da madrina.
Come le sarebbe piaciuto! A questo pensava camminando svelta sul ciglio erboso della strada.
I rari passanti che incontrava non potevano fare a meno di gridarle:
“Oh, signora Gina, anche oggi in giro? Stia attenta...!”
Aveva una gamba che, col freddo, le faceva male e zoppicava. Ma ci teneva a fare in fretta, perché voleva essere di ritorno prima che facesse buio completo. D’un tratto, però, si sovvenne che da qualche giorno non vedeva la vecchia Carolina. Forse si era messa a letto ed era sola... e chissà se aveva ancora legna per accendere la stufa. Pensò, quindi, di farvi una capatina, proprio il tempo di mettere dentro la testa per darle la buona sera.
Piegò nel vicolo, zoppicando ancora di più sull’acciottolato. L’abitazione di Carolina era costituita da una sola stanza. Bussò e spinse la porta. C’era così buio dentro che, a tutta prima, non vide nulla. Poi dal letto venne la voce della donna:
“O signora Gina, finalmente. .Sono qui sola e ho finito la legna...E pensare che ai miei tempi...”
“Povera me”, pensò la vecchia signora, “ se non la interrompo subito non riuscirò più ad arrivare alla cascina...”
Le spiaceva riconoscerlo, ma le pareva di peccare contro la carità, desiderando solo di far presto per andare a vedere quella piccina appena nata. Eppure era così, c’era poco da fingere. E allora, per castigarsi, portò la sedia accanto al letto e si preparò ad ascoltare con pazienza.
La Carolina si mise a parlare, ansimando, con frequenti colpi di tosse. Ripeteva cose che la signora Gina aveva già sentito decine di volte. Lei stava sulle spine, cercava di interromperla e intanto rabbrividiva: nella stanza la stufa era spenta e c’era solo un mucchietto di legna in un angolo.
“Ma qui avete freddo, aspettate che vi accendo il fuoco...”
“Oh, no, sotto le coperte sto bene... la legna mi servirà per domani...”
“Macché, ora ve lo accendo, poi passerò alla segheria e vi ordinerò un po’ di legna, non preoccupatevi...E poi, tenete....”
Trasse dal fondo della borsa la bottiglia di vino e la pose sul tavolo.
“Domani potrete berne un po’... vi farà bene, vedrete...”
Veramente la bottiglia era destinata alla mamma della piccina appena nata. Ma come si fa, non si poteva lasciare la vecchia Carolina senza un goccio di vino buono.
Poi si tolse i guanti, si levò il cappotto e si accinse ad accendere la stufa. La legna era umidiccia e cominciò a far fumo. Dovette tribolare un po’, costringendosi a non fare le cose in fretta e facendo continuamente dei cenni di assenso alla Carolina, che andava avanti imperterrita a raccontare.
La signora Gina stava sulle spine. Finalmente, con l’aiuto di Dio, riuscì a districarsi, si alzò, salutò, promise di tornare appena possibile e uscì.
La nebbia, fuori, le parve ancora più fitta e il buio stava scendendo al galoppo.
All’angolo della strada c’era l’edicola e il giornale della sera portava titoli cubitali. Al vecchio Domenico sarebbe piaciuto poterlo leggere... Un attimo solo! Comperò il giornale e si propose di mettere dentro la testa (solo la testa!) da Domenico per consegnarglielo.
Ma sulla porta della macelleria, lì vicino, stava la signora Adele:
“Venga, signora Gina, solo un minuto, debbo darle una cosa....”
Come si fa a dire di no... era certo qualcosa che doveva servire ai suoi poveri.
“Guardi che bel pezzo di carne...domani è domenica, cosa dice? Può far comodo a qualcuno...”
Certo, certo, alla mamma di quella piccina appena nata servirà a meraviglia, in sostituzione della bottiglia di vino appena data alla Carolina...
Ma naturalmente anche la signora Adele aveva qualcosa da dire... Non si poteva correre via come un ladro! Così la signora Gina perse un altro po’ di tempo.
La casa di Domenico era proprio lì a due passi. Mise dentro la testa e tese il giornale.
“Ecco le ultime notizie, Menico. Avrete da leggere per un po’”.
La gioia che gli lesse negli occhi la compensò del tempo perduto.
“Mi accenda la luce, signora Gina: di solito me la accende mia figlia, quando mi porta la cena, pane e latte, latte e pane, non c’è molto da divertirsi...E tanta grazia che c’è quello...sa, mia figlia fa fatica anche lei, poveretta. Intanto che aspetto leggo un po’....Mi piace leggere il giornale, sa...”
Il pezzo di carne in fondo alla borsa le pesava, ora, come fosse di piombo. Chiese mentalmente perdono a Dio se aveva cercato di tenerlo nascosto a Menico e lo trasse da sotto il corredino.
“Ecco, tenete. Domani potrete avere un buon brodo e un pezzo di lesso che deve essere una meraviglia..."
Così anche la carne se n’era andata, ma ora non avrebbe più avuto intoppi e avrebbe raggiunto la cascina. Temeva che il battesimo si facesse l’indomani e si sa come vanno le cose nelle case dei contadini con molti figli: all’ultimo momento, a far da madrina si manda la più alta delle sorelle...e lei...
Meglio non pensarci e camminare.
Ma alla periferia del paese c’era ancora la sosta alla segheria per ordinare la legna promessa alla vecchia Carolina. Ma avrebbe fatto presto, bastavano due parole.
In casa c’era il proprietario, il signor Zucchelli, un uomo di gran cuore, che cominciò a parlare degli acquisti che la povera gente faceva ai primi freddi.
”Una cosa che fa pena... un quintale, o anche meno, per volta... e a credito. Quando vedo che comprano col contagocce e sempre senza un centesimo, penso che ci sia ancora tanta miseria in giro. Anzi, se non disturbo troppo, vorrei sottoporle alcuni nomi. Conosco poco la gente di qui, ma se ci fosse veramente bisogno, darei volentieri una mano.”
Si poteva dire di no?
Così la signora Gina lo seguì nello studio e cominciò a far passare bollette su bollette. Lei parlava e lui scriveva “saldato”, “saldato”, “saldato”....
Alla signora Gina si apriva il cuore per la felicità e quasi dimenticò che fuori il buio stava scendendo.
Quando uscì i lampioni erano già accesi. La nebbia cadeva giù dall’alto con folate cattive.
La strada per andare alla cascina correva in mezzo ai campi, tra due rogge e non aveva illuminazione.
Era assurdo, ormai, tentare di raggiungerla.
Tristemente, col suo corredino rosa pieno di nastri e di fiocchi, fece ritorno a casa.
L’ indomani telefonò al parroco e chiese della piccina che le stava tanto a cuore.
“Non lo sa? L’abbiamo battezzata stamattina. L’han chiamata Ornella... Un bel nome, vero?”
La signora Gina restò senza parole, depose il telefono e sentì una gran voglia di piangere.
(Anno 1970)
L’anziana signora Gina Polgatti scese l’ultima rampa di scale del suo caseggiato e si fermò un attimo sul portone, prima di affrontare la nebbia spessa della strada.
Si tirò il pelo del cappotto fin sulla bocca e uscì. Aveva una borsa infilata al braccio e la teneva con molto riguardo . Sperava che suo marito non rientrasse proprio allora: poteva chiederle che cosa teneva in fondo alla borsa.
“E’ un gran buon uomo”, pensava la signora Gina”, peccato che non voglia ammettere che certa gente, per tirarsi un po’ su, abbia bisogno di quel suo vecchio vino robusto, a cui tiene tanto.”
Però, insieme alla bottiglia, quel giorno, aveva anche un corredino rosa che era un amore. E quello era piaciuto anche a suo marito. Tutti e due, infatti, avevano un gran cruccio: la loro casa era troppo vuota senza i figli che avevano desiderato e che non erano mai arrivati. Così, appena ne nasceva uno in una famiglia di povera gente, vi pensavano con un certo senso d’invidia e provavano piacere nel provvedere anche loro a qualcosa.
In quei giorni, appunto, era nata una bimbetta ; la signora Gina non sapeva bene se era la nona o la decima, in una casa di contadini, in una cascina fuori di mano. E quindi, anche se c’era quel nebbione tremendo, bisognava proprio andare, tanto più che la vecchia signora cullava in cuore una segreta speranza: che alla bambina mettessero il suo nome e le chiedessero di far da madrina.
Come le sarebbe piaciuto! A questo pensava camminando svelta sul ciglio erboso della strada.
I rari passanti che incontrava non potevano fare a meno di gridarle:
“Oh, signora Gina, anche oggi in giro? Stia attenta...!”
Aveva una gamba che, col freddo, le faceva male e zoppicava. Ma ci teneva a fare in fretta, perché voleva essere di ritorno prima che facesse buio completo. D’un tratto, però, si sovvenne che da qualche giorno non vedeva la vecchia Carolina. Forse si era messa a letto ed era sola... e chissà se aveva ancora legna per accendere la stufa. Pensò, quindi, di farvi una capatina, proprio il tempo di mettere dentro la testa per darle la buona sera.
Piegò nel vicolo, zoppicando ancora di più sull’acciottolato. L’abitazione di Carolina era costituita da una sola stanza. Bussò e spinse la porta. C’era così buio dentro che, a tutta prima, non vide nulla. Poi dal letto venne la voce della donna:
“O signora Gina, finalmente. .Sono qui sola e ho finito la legna...E pensare che ai miei tempi...”
“Povera me”, pensò la vecchia signora, “ se non la interrompo subito non riuscirò più ad arrivare alla cascina...”
Le spiaceva riconoscerlo, ma le pareva di peccare contro la carità, desiderando solo di far presto per andare a vedere quella piccina appena nata. Eppure era così, c’era poco da fingere. E allora, per castigarsi, portò la sedia accanto al letto e si preparò ad ascoltare con pazienza.
La Carolina si mise a parlare, ansimando, con frequenti colpi di tosse. Ripeteva cose che la signora Gina aveva già sentito decine di volte. Lei stava sulle spine, cercava di interromperla e intanto rabbrividiva: nella stanza la stufa era spenta e c’era solo un mucchietto di legna in un angolo.
“Ma qui avete freddo, aspettate che vi accendo il fuoco...”
“Oh, no, sotto le coperte sto bene... la legna mi servirà per domani...”
“Macché, ora ve lo accendo, poi passerò alla segheria e vi ordinerò un po’ di legna, non preoccupatevi...E poi, tenete....”
Trasse dal fondo della borsa la bottiglia di vino e la pose sul tavolo.
“Domani potrete berne un po’... vi farà bene, vedrete...”
Veramente la bottiglia era destinata alla mamma della piccina appena nata. Ma come si fa, non si poteva lasciare la vecchia Carolina senza un goccio di vino buono.
Poi si tolse i guanti, si levò il cappotto e si accinse ad accendere la stufa. La legna era umidiccia e cominciò a far fumo. Dovette tribolare un po’, costringendosi a non fare le cose in fretta e facendo continuamente dei cenni di assenso alla Carolina, che andava avanti imperterrita a raccontare.
La signora Gina stava sulle spine. Finalmente, con l’aiuto di Dio, riuscì a districarsi, si alzò, salutò, promise di tornare appena possibile e uscì.
La nebbia, fuori, le parve ancora più fitta e il buio stava scendendo al galoppo.
All’angolo della strada c’era l’edicola e il giornale della sera portava titoli cubitali. Al vecchio Domenico sarebbe piaciuto poterlo leggere... Un attimo solo! Comperò il giornale e si propose di mettere dentro la testa (solo la testa!) da Domenico per consegnarglielo.
Ma sulla porta della macelleria, lì vicino, stava la signora Adele:
“Venga, signora Gina, solo un minuto, debbo darle una cosa....”
Come si fa a dire di no... era certo qualcosa che doveva servire ai suoi poveri.
“Guardi che bel pezzo di carne...domani è domenica, cosa dice? Può far comodo a qualcuno...”
Certo, certo, alla mamma di quella piccina appena nata servirà a meraviglia, in sostituzione della bottiglia di vino appena data alla Carolina...
Ma naturalmente anche la signora Adele aveva qualcosa da dire... Non si poteva correre via come un ladro! Così la signora Gina perse un altro po’ di tempo.
La casa di Domenico era proprio lì a due passi. Mise dentro la testa e tese il giornale.
“Ecco le ultime notizie, Menico. Avrete da leggere per un po’”.
La gioia che gli lesse negli occhi la compensò del tempo perduto.
“Mi accenda la luce, signora Gina: di solito me la accende mia figlia, quando mi porta la cena, pane e latte, latte e pane, non c’è molto da divertirsi...E tanta grazia che c’è quello...sa, mia figlia fa fatica anche lei, poveretta. Intanto che aspetto leggo un po’....Mi piace leggere il giornale, sa...”
Il pezzo di carne in fondo alla borsa le pesava, ora, come fosse di piombo. Chiese mentalmente perdono a Dio se aveva cercato di tenerlo nascosto a Menico e lo trasse da sotto il corredino.
“Ecco, tenete. Domani potrete avere un buon brodo e un pezzo di lesso che deve essere una meraviglia..."
Così anche la carne se n’era andata, ma ora non avrebbe più avuto intoppi e avrebbe raggiunto la cascina. Temeva che il battesimo si facesse l’indomani e si sa come vanno le cose nelle case dei contadini con molti figli: all’ultimo momento, a far da madrina si manda la più alta delle sorelle...e lei...
Meglio non pensarci e camminare.
Ma alla periferia del paese c’era ancora la sosta alla segheria per ordinare la legna promessa alla vecchia Carolina. Ma avrebbe fatto presto, bastavano due parole.
In casa c’era il proprietario, il signor Zucchelli, un uomo di gran cuore, che cominciò a parlare degli acquisti che la povera gente faceva ai primi freddi.
”Una cosa che fa pena... un quintale, o anche meno, per volta... e a credito. Quando vedo che comprano col contagocce e sempre senza un centesimo, penso che ci sia ancora tanta miseria in giro. Anzi, se non disturbo troppo, vorrei sottoporle alcuni nomi. Conosco poco la gente di qui, ma se ci fosse veramente bisogno, darei volentieri una mano.”
Si poteva dire di no?
Così la signora Gina lo seguì nello studio e cominciò a far passare bollette su bollette. Lei parlava e lui scriveva “saldato”, “saldato”, “saldato”....
Alla signora Gina si apriva il cuore per la felicità e quasi dimenticò che fuori il buio stava scendendo.
Quando uscì i lampioni erano già accesi. La nebbia cadeva giù dall’alto con folate cattive.
La strada per andare alla cascina correva in mezzo ai campi, tra due rogge e non aveva illuminazione.
Era assurdo, ormai, tentare di raggiungerla.
Tristemente, col suo corredino rosa pieno di nastri e di fiocchi, fece ritorno a casa.
L’ indomani telefonò al parroco e chiese della piccina che le stava tanto a cuore.
“Non lo sa? L’abbiamo battezzata stamattina. L’han chiamata Ornella... Un bel nome, vero?”
La signora Gina restò senza parole, depose il telefono e sentì una gran voglia di piangere.
domenica 27 gennaio 2008
LA SIGNORA GINA
LA SIGNORA GINA
(Anno 1973)
La signora Gina Polgatti, da decenni, rappresentava in Parrocchia la San Vincenzo.
Era la carità fatta persona: è stata la benefattrice dei poveri, la consolatrice degli afflitti, ha incoraggiato, e non solo a parole, chiunque avesse dei problemi o delle difficoltà da superare.
Ha avuto in tasca per anni e anni le caramelle per i bambini, i “toscani” per i vecchietti del Ricovero, il biglietto da mille per chi era solo e anziano e si sarebbe magari consolato con un buon bicchiere al bar.
Mancava un letto a qualche immigrato, a qualche famiglia numerosa era nato un altro figlio?
Si andava dalla signora Gina: lei sapeva dove trovare il necessario.
Occorreva un cappotto pesante per mandare un ragazzo al lavoro, oppure un mantello per il nonno, o un abitino per la prima comunione, o il velo per un battesimo? La signora Gina apriva un armadio e lì c’era tutto.
Qualcuno non aveva più riso, o pasta, o mancava dell’olio o del burro per cucinare? Ci pensava lei, molto spesso provvedendo di tasca sua, oppure consegnando il tanto atteso “Buono” della San Vincenzo.
Aveva spesso anche la bottiglia di vino buono nascosta in fondo alla borsa: il marito di quel vino era geloso, ma in certi casi, secondo la signora Gina, esso era proprio necessario.
Nasceva un bambino? Eccola pronta col corredino nuovo.
Stava male qualcuno? Lei correva subito a dare una mano.
Portavano una mamma all’ospedale? Per i bambini e per la casa si dava subito da fare lei, la signora Gina.
Tutti i ragazzini di Pandino le volevano bene come se fosse stata la nonna di tutti. Era felice quando poteva dire:
“Io non ho figli, ma ieri, a San Rocco, avevo trenta bambini a fare merenda”.
Ispirava fiducia a chiunque e non si stancava mai di bussare alla porta dei consueti benefattori per chiedere l’offerta mensile.
Una donna eccezionale, semplice semplice, ingenua come un fanciullo, con un viso ridente anche quando aveva gli occhi pieni di lacrime per la commozione. Una di quelle donne che una comunità non riesce a dimenticare.
(Anno 1973)
La signora Gina Polgatti, da decenni, rappresentava in Parrocchia la San Vincenzo.
Era la carità fatta persona: è stata la benefattrice dei poveri, la consolatrice degli afflitti, ha incoraggiato, e non solo a parole, chiunque avesse dei problemi o delle difficoltà da superare.
Ha avuto in tasca per anni e anni le caramelle per i bambini, i “toscani” per i vecchietti del Ricovero, il biglietto da mille per chi era solo e anziano e si sarebbe magari consolato con un buon bicchiere al bar.
Mancava un letto a qualche immigrato, a qualche famiglia numerosa era nato un altro figlio?
Si andava dalla signora Gina: lei sapeva dove trovare il necessario.
Occorreva un cappotto pesante per mandare un ragazzo al lavoro, oppure un mantello per il nonno, o un abitino per la prima comunione, o il velo per un battesimo? La signora Gina apriva un armadio e lì c’era tutto.
Qualcuno non aveva più riso, o pasta, o mancava dell’olio o del burro per cucinare? Ci pensava lei, molto spesso provvedendo di tasca sua, oppure consegnando il tanto atteso “Buono” della San Vincenzo.
Aveva spesso anche la bottiglia di vino buono nascosta in fondo alla borsa: il marito di quel vino era geloso, ma in certi casi, secondo la signora Gina, esso era proprio necessario.
Nasceva un bambino? Eccola pronta col corredino nuovo.
Stava male qualcuno? Lei correva subito a dare una mano.
Portavano una mamma all’ospedale? Per i bambini e per la casa si dava subito da fare lei, la signora Gina.
Tutti i ragazzini di Pandino le volevano bene come se fosse stata la nonna di tutti. Era felice quando poteva dire:
“Io non ho figli, ma ieri, a San Rocco, avevo trenta bambini a fare merenda”.
Ispirava fiducia a chiunque e non si stancava mai di bussare alla porta dei consueti benefattori per chiedere l’offerta mensile.
Una donna eccezionale, semplice semplice, ingenua come un fanciullo, con un viso ridente anche quando aveva gli occhi pieni di lacrime per la commozione. Una di quelle donne che una comunità non riesce a dimenticare.
GIANNI E PIERO, PANDINESI IN ... MISSIONE!
GIANNI E PIERO, PANDINESI IN...MISSIONE!
(Anno 1997)
Chi l’avrebbe detto!
Gianni Bertazzoli, non certo un uomo con la vocazione...missionaria, e Pierino Tonelli, un piccolo commerciante dalla vita pacifica, si sono innamorati dell’Africa Equatoriale.
Chi sono i nostri amici?
A Pandino sarebbe forse inutile descriverli. Tutti, credo, li conoscono: robusti, più che cinquantenni, con tanto di...pancetta sporgente e una calvizie prematura incoronata da pochi capelli già bianchi..
Il primo, mio vicino di casa, ai tempi dei tempi, quando i miei figli erano bambini, veniva da loro chiamato “il biondo delle gomme”. Faceva, infatti, il gommista come suo padre e i capelli, allora, tendevano al biondo.
Ora, da buon pensionato, insegna l’arte ai due figli, Pierangelo e Lorenzo ed egli sovrintende, dà consigli, tratta allegramente coi clienti, li intrattiene, ama scherzare.
Una volta amava anche cantare. Era un piacere ascoltarlo, al mattino presto, appena apriva il cancello del suo capannone.
Attualmente è anche Presidente della Pro - loco pandinese e inventa di continuo feste ed incontri.
Pierino Tonelli , “il bambino che crebbe in un Santuario”, lo conosco da quando aveva sei anni: piccolo, biondo, un po’ solitario. Abitava alla cascina Tomasone, dove poi, quasi mezzo secolo più tardi, vennero scoperti sotto gli intonaci dei vecchi muri della casa, preziosi affreschi del ‘400, appartenenti all’antico Santuario che sorgeva sul posto.
Ora quel bambino è cresciuto e, come ho detto, ha messo su pancia. Ha aperto un negozietto, tipo supermercato familiare e fa il commerciante. Collabora con Gianni Bertazzoli ed è vice presidente della Pro - loco.
Che in due uomini così potesse nascere questa specie di “vocazione”, nessuno l’avrebbe mai pensato.
Eppure...
E’ successo a ferragosto del 1997.
Un giorno un cliente di Gianni, residente a Paullo, va da lui a comperare le gomme per un trattore. Chiede un prezzo speciale, poiché si tratta di un’opera di beneficienza. E poi dice:
“Ora servirebbe qualcuno che le monti queste gomme.”
E Gianni, subito:
” Posso farlo io. Dov’è il trattore?”
Risponde il cliente:
“Sul Lago Vittoria, in Tanzania, al confine col Kenya: aereo fino a Nairobi e 800 chilometri in fuoristrada nella foresta equatoriale.”
Gianni, dopo un primo sbalordimento, ci fa un pensierino e ne parla all’amico Piero:
“Tu ci verresti?”
“Io sì”, risponde Piero.
Così combinano. C’è un bel po’ da fare prima: vaccinazioni, documenti, cambio di moneta, piccoli oggetti da portare con sé per distribuirli, dolcetti per i bambini e così via.
Quando arrivano le feste dei Morti, dopo aver sistemato tutto in famiglia e sul lavoro, i due amici partono: aereo fino a Nairobi, poi la jeep per 800 chilometri, un po’ su strada, un po’ su sentieri impraticabili nella foresta equatoriale.
In un ambiente tutto verde e azzurro, bello a vedersi, popolato da gridi d’uccelli e da animali selvaggi, con tanto tanto caldo, i nostri due amici incontrano un Missionario bergamasco, Padre Giuseppe, Passionista, in Tanzania da più di trent’anni. Qui egli è a casa sua, completamente inserito, come se qui fosse nato e non nelle fresche vallate bergamasche.
I villaggi sparsi qua e là hanno solo capanne di fango. I bambini sbucano da tutte le parti, vivacissimi e ridenti per far festa ai due uomini bianchi appena arrivati.
Pierino, prima di partire, ha prelevato dal suo negozio caramelle e Baci Perugina. Ora ne riempie le mani tese dei piccoli e organizza persino dei giochi e delle gare e li distribuisce in premio.
Poi Gianni e Piero cominciano ad esplorare quel mondo così nuovo e diverso: scoprono una vegetazione stupenda, piccole capanne fatte di fango e di foglie, dove bisogna chinarsi fin quasi a terra per entrare, vedono bambini di pochi anni che già maneggiano in modo esperto il machete e uccidono, senza timore, grossi serpenti avvinghiati agli alberi.
La gente è cordiale e ospitale, tutti vorrebbero avere l’onore di accogliere e toccare i due uomini bianchi.
I due amici visitano anche le scuole: capannoni senza pareti, col solo tetto sostenuto da pali e coperto di rami. Le ha costruite tutte Padre Giuseppe nei posti più sperduti, vicino ai villaggi. Sono ben 53 e sono piene di bambini con maestri improvvisati.
In una di queste scuole non arriva ancora l’acqua potabile: i tubi, appena inviati da un benefattore di Dalmine, ci sono ; c’è anche il piccolo acquedotto che il Padre ha scavato. Occorre un volonteroso che faccia le misure, che scavi, che saldi i tubi e applichi i rubinetti e così via.
Gianni si offre, ha una certa pratica, sa fare un po’ di tutto. Pierino collabora.
E l’acqua arriva nella scuola con grande festa di tutti!
Poi il periodo di “missione” finisce. E’ ora di tornare.
Mi confessa Gianni:
“Mentre il fuoristrada mi portava a Nairobi e dopo, quando dall’aereo vedevo l’Africa sparire, dicevo tra me: - Troppa miseria, troppa ignoranza, non è vita quella. Basta, io non ci torno più.- Avevo un groppo in gola, ero demoralizzato e infastidito.”
Ma appena a casa, parlandone con gli amici, quel senso di disagio si attenua.
“Durante le ferie natalizie” dice, “mi son trovato qui a bighellonare, ad annoiarmi, senza aver nulla da fare. Ho detto a Piero: - E pensare che là ci sarebbe tanto lavoro! Cosa dici?- E Piero mi ha risposto: -Penso che dobbiamo tornarci, non credi?-“
Nello sfogliare le fotografie fatte laggiù, Gianni commenta:
“Guardi, per bere filtrano l’acqua delle pozzanghere. E noi mandiamo le sonde su Marte! L’altro giorno alla riunione degli artigiani, in città, ci hanno spiegato che ora nei nostri negozi, nelle nostre officine verrà tutto computerizzato! E là non vanno a scuola perché ci sarebbero chilometri e chilometri da percorrere in mezzo alle foreste, e non ci sono strade, e se la stagione delle piogge ritarda o anticipa, neppure i fagioli nascono più e loro non sanno cosa mangiare!”
Conclusione: Gianni e Piero ripartiranno. Si organizzeranno meglio, porteranno più roba, si fermeranno di più. E chissà che non ci sia qualcun altro che chieda di partire con loro! Gianni, nel frattempo, ha pensato, (immaginate un po’ ) , di fare una raccolta di occhiali da vista. Laggiù, ha detto il missionario, c’è tanta gente che ne ha bisogno. Egli conosce alcuni rappresentanti e da loro si fa consegnare i campionari con gli occhiali passati di moda. Faranno il loro servizio splendidamente !
E bravi amici! La vita è proprio sempre piena di sorprese.
(Anno 1997)
Chi l’avrebbe detto!
Gianni Bertazzoli, non certo un uomo con la vocazione...missionaria, e Pierino Tonelli, un piccolo commerciante dalla vita pacifica, si sono innamorati dell’Africa Equatoriale.
Chi sono i nostri amici?
A Pandino sarebbe forse inutile descriverli. Tutti, credo, li conoscono: robusti, più che cinquantenni, con tanto di...pancetta sporgente e una calvizie prematura incoronata da pochi capelli già bianchi..
Il primo, mio vicino di casa, ai tempi dei tempi, quando i miei figli erano bambini, veniva da loro chiamato “il biondo delle gomme”. Faceva, infatti, il gommista come suo padre e i capelli, allora, tendevano al biondo.
Ora, da buon pensionato, insegna l’arte ai due figli, Pierangelo e Lorenzo ed egli sovrintende, dà consigli, tratta allegramente coi clienti, li intrattiene, ama scherzare.
Una volta amava anche cantare. Era un piacere ascoltarlo, al mattino presto, appena apriva il cancello del suo capannone.
Attualmente è anche Presidente della Pro - loco pandinese e inventa di continuo feste ed incontri.
Pierino Tonelli , “il bambino che crebbe in un Santuario”, lo conosco da quando aveva sei anni: piccolo, biondo, un po’ solitario. Abitava alla cascina Tomasone, dove poi, quasi mezzo secolo più tardi, vennero scoperti sotto gli intonaci dei vecchi muri della casa, preziosi affreschi del ‘400, appartenenti all’antico Santuario che sorgeva sul posto.
Ora quel bambino è cresciuto e, come ho detto, ha messo su pancia. Ha aperto un negozietto, tipo supermercato familiare e fa il commerciante. Collabora con Gianni Bertazzoli ed è vice presidente della Pro - loco.
Che in due uomini così potesse nascere questa specie di “vocazione”, nessuno l’avrebbe mai pensato.
Eppure...
E’ successo a ferragosto del 1997.
Un giorno un cliente di Gianni, residente a Paullo, va da lui a comperare le gomme per un trattore. Chiede un prezzo speciale, poiché si tratta di un’opera di beneficienza. E poi dice:
“Ora servirebbe qualcuno che le monti queste gomme.”
E Gianni, subito:
” Posso farlo io. Dov’è il trattore?”
Risponde il cliente:
“Sul Lago Vittoria, in Tanzania, al confine col Kenya: aereo fino a Nairobi e 800 chilometri in fuoristrada nella foresta equatoriale.”
Gianni, dopo un primo sbalordimento, ci fa un pensierino e ne parla all’amico Piero:
“Tu ci verresti?”
“Io sì”, risponde Piero.
Così combinano. C’è un bel po’ da fare prima: vaccinazioni, documenti, cambio di moneta, piccoli oggetti da portare con sé per distribuirli, dolcetti per i bambini e così via.
Quando arrivano le feste dei Morti, dopo aver sistemato tutto in famiglia e sul lavoro, i due amici partono: aereo fino a Nairobi, poi la jeep per 800 chilometri, un po’ su strada, un po’ su sentieri impraticabili nella foresta equatoriale.
In un ambiente tutto verde e azzurro, bello a vedersi, popolato da gridi d’uccelli e da animali selvaggi, con tanto tanto caldo, i nostri due amici incontrano un Missionario bergamasco, Padre Giuseppe, Passionista, in Tanzania da più di trent’anni. Qui egli è a casa sua, completamente inserito, come se qui fosse nato e non nelle fresche vallate bergamasche.
I villaggi sparsi qua e là hanno solo capanne di fango. I bambini sbucano da tutte le parti, vivacissimi e ridenti per far festa ai due uomini bianchi appena arrivati.
Pierino, prima di partire, ha prelevato dal suo negozio caramelle e Baci Perugina. Ora ne riempie le mani tese dei piccoli e organizza persino dei giochi e delle gare e li distribuisce in premio.
Poi Gianni e Piero cominciano ad esplorare quel mondo così nuovo e diverso: scoprono una vegetazione stupenda, piccole capanne fatte di fango e di foglie, dove bisogna chinarsi fin quasi a terra per entrare, vedono bambini di pochi anni che già maneggiano in modo esperto il machete e uccidono, senza timore, grossi serpenti avvinghiati agli alberi.
La gente è cordiale e ospitale, tutti vorrebbero avere l’onore di accogliere e toccare i due uomini bianchi.
I due amici visitano anche le scuole: capannoni senza pareti, col solo tetto sostenuto da pali e coperto di rami. Le ha costruite tutte Padre Giuseppe nei posti più sperduti, vicino ai villaggi. Sono ben 53 e sono piene di bambini con maestri improvvisati.
In una di queste scuole non arriva ancora l’acqua potabile: i tubi, appena inviati da un benefattore di Dalmine, ci sono ; c’è anche il piccolo acquedotto che il Padre ha scavato. Occorre un volonteroso che faccia le misure, che scavi, che saldi i tubi e applichi i rubinetti e così via.
Gianni si offre, ha una certa pratica, sa fare un po’ di tutto. Pierino collabora.
E l’acqua arriva nella scuola con grande festa di tutti!
Poi il periodo di “missione” finisce. E’ ora di tornare.
Mi confessa Gianni:
“Mentre il fuoristrada mi portava a Nairobi e dopo, quando dall’aereo vedevo l’Africa sparire, dicevo tra me: - Troppa miseria, troppa ignoranza, non è vita quella. Basta, io non ci torno più.- Avevo un groppo in gola, ero demoralizzato e infastidito.”
Ma appena a casa, parlandone con gli amici, quel senso di disagio si attenua.
“Durante le ferie natalizie” dice, “mi son trovato qui a bighellonare, ad annoiarmi, senza aver nulla da fare. Ho detto a Piero: - E pensare che là ci sarebbe tanto lavoro! Cosa dici?- E Piero mi ha risposto: -Penso che dobbiamo tornarci, non credi?-“
Nello sfogliare le fotografie fatte laggiù, Gianni commenta:
“Guardi, per bere filtrano l’acqua delle pozzanghere. E noi mandiamo le sonde su Marte! L’altro giorno alla riunione degli artigiani, in città, ci hanno spiegato che ora nei nostri negozi, nelle nostre officine verrà tutto computerizzato! E là non vanno a scuola perché ci sarebbero chilometri e chilometri da percorrere in mezzo alle foreste, e non ci sono strade, e se la stagione delle piogge ritarda o anticipa, neppure i fagioli nascono più e loro non sanno cosa mangiare!”
Conclusione: Gianni e Piero ripartiranno. Si organizzeranno meglio, porteranno più roba, si fermeranno di più. E chissà che non ci sia qualcun altro che chieda di partire con loro! Gianni, nel frattempo, ha pensato, (immaginate un po’ ) , di fare una raccolta di occhiali da vista. Laggiù, ha detto il missionario, c’è tanta gente che ne ha bisogno. Egli conosce alcuni rappresentanti e da loro si fa consegnare i campionari con gli occhiali passati di moda. Faranno il loro servizio splendidamente !
E bravi amici! La vita è proprio sempre piena di sorprese.
RICORDO DI DON PEPPINO
RICORDO DI DON PEPPINO
(Anno 1983)
Rimettendo ordine tra alcune mie vecchie carte, mi son capitate tra le mani alcune note, che avevo steso, tanti anni fa, per incarico di don Peppino de Stefani, il Parroco che resse la nostra comunità per circa sei anni, dal 1954 all’inizio di gennaio del 1961.
Avevo scritto quelle note dietro sua richiesta per illustrare una iniziativa che egli aveva voluto chiamare la “Crociata della bontà”.
Tanti giovani di oggi, che a quell’epoca erano bambini e frequentavano la nostra scuola elementare, certamente se ne ricordano e, forse, ora ne sorrideranno compiaciuti. Fu, infatti, una iniziativa che coinvolse tutti, i genitori, i ragazzi e gli insegnanti.
Ho riletto quelle pagine prima con un senso di curiosità, poi con commozione.
La figura del nostro Parroco di allora mi è tornata davanti così viva, che alla fine mi son chiesta, con un esame di coscienza un po’ tardivo, se avevo sempre fatto, nei suoi riguardi, tutto il mio dovere, se non gli avevo talvolta negato, involontariamente, delle soddisfazioni che meritava, se avevo sempre cercato di essergli d’aiuto.
Durante la Crociata della bontà, però, gli fui accanto con entusiasmo.
Ricordo come fosse ora il giorno in cui mi telefonò in Direzione per chiedermi un colloquio e parlarmi della sua idea.
Venne in ufficio un po’ ansante, su per quelle due lunghe rampe di scale, e siccome gli dicevo che sarei andata io, con piacere, da lui, egli con quel suo fare umile e sorridente, mi rispose:
“Oh no, era mio dovere...”
Poi aggiunse che contava su di me, sui maestri, sulla scuola tutta perché la bella iniziativa riuscisse.
Mano a mano che parlava per spiegarmi le varie fasi della Crociata, spiava sul mio viso l’impressione che suscitava e quando s’accorse che mi stavo entusiasmando forse più di lui, divenne allegro come un bambino.
Credo che tra tutte le iniziative prese negli anni in cui rimase in mezzo a noi, questa sia stata quella che gli ha dato più soddisfazioni.
Mi pare bello, quindi, ricordarla a tutti coloro che l’hanno vissuta durante quella lontana quaresima. Non c’era bambino, in quei giorni, che non si fosse messo d’impegno.
A casa, a scuola, in chiesa, per la strada era tutto un fiorire di buone azioni, di ubbidienze, di gesti gentili.
Chi non ricorda la piazza invasa da centinaia e centinaia di bimbi, dai piccolissimi dell’asilo ai grandi delle medie, tutti col proprio palloncino variopinto legato al polso?
E che festa di colori quando quella miriade di palloncini prese il volo portando lontano il proprio messaggio d’amore.
Noi, forse, io per prima, non dicemmo al nostro Parroco grazie abbastanza, o glielo dicemmo male, o dimenticammo troppo presto il bene che ci aveva fatto nei sei anni di permanenza tra noi.
Sapemmo troppo tardi, è vero, della sua grave e strana malattia, per cui, come ci spiegò don Berta un anno dopo la sua morte, sulle colonne del “Qui Pandino”, egli aveva, a volte, delle crisi che lo coglievano per la strada, sul pulpito, durante la stessa celebrazione della Messa, creandogli quasi uno stato di ipnosi, di cui, spesso, egli neppure si accorgeva, tranne quando cadeva a terra addirittura privo di sensi. Ecco perché talvolta pareva dimentico di una promessa, non riconosceva un volto, non salutava un amico.
Povero don Peppino, quanto deve essergli costato il poco calore, la mancanza, talvolta, di collaborazione sincera, quanto deve aver sofferto nella solitudine in cui, qualche volta, fu lasciato.
Alle nuove generazioni, quelle che di don Peppino sentiranno parlare soltanto ora, vogliamo raccomandare di star vicini ai loro sacerdoti e di non commettere gli stessi errori che alcuni di noi, allora, senza saperlo, hanno commesso.
(Anno 1983)
Rimettendo ordine tra alcune mie vecchie carte, mi son capitate tra le mani alcune note, che avevo steso, tanti anni fa, per incarico di don Peppino de Stefani, il Parroco che resse la nostra comunità per circa sei anni, dal 1954 all’inizio di gennaio del 1961.
Avevo scritto quelle note dietro sua richiesta per illustrare una iniziativa che egli aveva voluto chiamare la “Crociata della bontà”.
Tanti giovani di oggi, che a quell’epoca erano bambini e frequentavano la nostra scuola elementare, certamente se ne ricordano e, forse, ora ne sorrideranno compiaciuti. Fu, infatti, una iniziativa che coinvolse tutti, i genitori, i ragazzi e gli insegnanti.
Ho riletto quelle pagine prima con un senso di curiosità, poi con commozione.
La figura del nostro Parroco di allora mi è tornata davanti così viva, che alla fine mi son chiesta, con un esame di coscienza un po’ tardivo, se avevo sempre fatto, nei suoi riguardi, tutto il mio dovere, se non gli avevo talvolta negato, involontariamente, delle soddisfazioni che meritava, se avevo sempre cercato di essergli d’aiuto.
Durante la Crociata della bontà, però, gli fui accanto con entusiasmo.
Ricordo come fosse ora il giorno in cui mi telefonò in Direzione per chiedermi un colloquio e parlarmi della sua idea.
Venne in ufficio un po’ ansante, su per quelle due lunghe rampe di scale, e siccome gli dicevo che sarei andata io, con piacere, da lui, egli con quel suo fare umile e sorridente, mi rispose:
“Oh no, era mio dovere...”
Poi aggiunse che contava su di me, sui maestri, sulla scuola tutta perché la bella iniziativa riuscisse.
Mano a mano che parlava per spiegarmi le varie fasi della Crociata, spiava sul mio viso l’impressione che suscitava e quando s’accorse che mi stavo entusiasmando forse più di lui, divenne allegro come un bambino.
Credo che tra tutte le iniziative prese negli anni in cui rimase in mezzo a noi, questa sia stata quella che gli ha dato più soddisfazioni.
Mi pare bello, quindi, ricordarla a tutti coloro che l’hanno vissuta durante quella lontana quaresima. Non c’era bambino, in quei giorni, che non si fosse messo d’impegno.
A casa, a scuola, in chiesa, per la strada era tutto un fiorire di buone azioni, di ubbidienze, di gesti gentili.
Chi non ricorda la piazza invasa da centinaia e centinaia di bimbi, dai piccolissimi dell’asilo ai grandi delle medie, tutti col proprio palloncino variopinto legato al polso?
E che festa di colori quando quella miriade di palloncini prese il volo portando lontano il proprio messaggio d’amore.
Noi, forse, io per prima, non dicemmo al nostro Parroco grazie abbastanza, o glielo dicemmo male, o dimenticammo troppo presto il bene che ci aveva fatto nei sei anni di permanenza tra noi.
Sapemmo troppo tardi, è vero, della sua grave e strana malattia, per cui, come ci spiegò don Berta un anno dopo la sua morte, sulle colonne del “Qui Pandino”, egli aveva, a volte, delle crisi che lo coglievano per la strada, sul pulpito, durante la stessa celebrazione della Messa, creandogli quasi uno stato di ipnosi, di cui, spesso, egli neppure si accorgeva, tranne quando cadeva a terra addirittura privo di sensi. Ecco perché talvolta pareva dimentico di una promessa, non riconosceva un volto, non salutava un amico.
Povero don Peppino, quanto deve essergli costato il poco calore, la mancanza, talvolta, di collaborazione sincera, quanto deve aver sofferto nella solitudine in cui, qualche volta, fu lasciato.
Alle nuove generazioni, quelle che di don Peppino sentiranno parlare soltanto ora, vogliamo raccomandare di star vicini ai loro sacerdoti e di non commettere gli stessi errori che alcuni di noi, allora, senza saperlo, hanno commesso.
SILVIA
SILVIA
(Anno I988)
L’avevo definita “la bambina del miracolo”, sopra un quotidiano locale, tre settimane sole prima che morisse.
Parlo di Silvia Ferla, la nipotina di Tino il sagrestano: una bella ragazzina bionda, sorridente, piena di vita.
E’ morta di leucemia nel gennaio del 1988.
La malattia si era manifestata, improvvisamente, alla fine della quarta elementare: sulle gambe della bambina la mamma aveva trovato alcune macchie, simili a “botte” così frequenti nei ragazzini che corrono e giocano tutto il giorno con frequenti cadute.
Silvia amava la bicicletta, c’era sempre sopra, in gara con tutti. E poi aveva appena partecipato ai “Giochi della gioventù” insieme ai compagni di classe ; si era impegnata nelle gare di corsa e quei segni sulle gambe potevano essere benissimo le tracce di qualche caduta.
Ma i primi controlli medici misero tutti in allarme. Il sospetto era che si trattasse di leucemia e della forma più pericolosa.
Da allora i ricoveri nell’ospedale San Gerardo di Monza, specializzato nella cura delle leucemie infantili, furono parecchi. Però la bambina reagiva bene. Un po’ per volta i ricoveri si distanziavano tra di loro, anche se, lo si sapeva, il decorso sarebbe stato lungo, lunghissimo, prima di poter dichiarare vinto il terribile male.
L’Ospedale San Gerardo era dotato di apparecchiature altamente specializzate, il gruppo dei medici del Reparto era tra i più preparati, la ricerca sulla malattia tra le più avanzate.
Silvia era senz’altro in buone mani.
Il papà della bambina, riconoscente per le attenzioni riservate alla figlia, aveva aderito al Comitato Maria Letizia Verga, fondato da un genitore che aveva perso la sua bimba a causa della leucemia.
Detto Comitato raccoglieva fondi con manifestazioni e iniziative varie e cercava di sensibilizzare la gente, affinché l’ospedale potesse acquistare macchinari sempre più perfezionati e istituisse borse di studio per giovani medici interessati all’argomento.
Così anche Pandino visse in quegli anni momenti di generosità: pesche di beneficenza, lotterie, spettacoli, raccolta di carta e di ferro, convegni, incontri. Presto, in paese, tutti sapemmo tutto, o quasi, sulla leucemia infantile.
E intanto Silvia migliorava, anche se la terapia le aveva fatto perdere i bei capelli biondi di cui era andata fiera: la si vedeva a scuola, o in giro per il paese col fularino in testa, ma sempre sorridente e vivace.
Tappa dopo tappa, passo dopo passo, Silvia aveva superato ogni prova. Erano passati cinque anni, i medici la chiamavano “la bambina del miracolo”. Ancora pochi mesi, ancora un ultimo controllo, poi Silvia sarebbe stata definitivamente dichiarata guarita. E ciò dava speranza a molti: la leucemia si poteva vincere!
Ma verso il natale del 1987, improvvisamente, senza un motivo apparente, ecco ripresentarsi le terribili macchie sul corpo della ragazzina, ecco di nuovo le piccole emorragie, segno che la malattia stava tornando.
Di nuovo corsa all’ospedale di Monza, di nuovo cameretta sterile, flebo, iniezioni: i genitori e i nonni si disperano. Ma lei, Silvia, quasi ci scherza sopra, fa coraggio a chi le sta vicino giorno e notte.
“E’ capitato altre volte...vedrete, tra poco passerà...”
E invece no. Per l’Epifania Silvia si aggrava sempre più e poco dopo muore.
E’ il 9 gennaio 1988.
Un vero dramma per tutto il paese, per la famiglia, per i compagni di scuola, per i ragazzi dell’oratorio.
La malattia di Silvia era stata vissuta da tutti, tra timori e speranze. La sua guarigione avrebbe dato sicurezza a tanti altri bambini che stavano combattendo la stessa battaglia, e avrebbe ridato ai medici l’entusiasmo per continuare tenacemente nella ricerca.
Invece...
A distanza di dieci anni il nome di Silvia Ferla è ancora vivo in paese, la sua storia viene ogni volta raccontata, gli aiuti al Comitato Maria Letizia Verga continuano ad affluire. Ogni anno si “corre per la vita” e tutto il paese, nel nome di Silvia, si mette a camminare per strade e viottoli ; ognuno è felice di trovarsi a fianco dell’altro per contribuire, con questo trionfo primaverile, a far sì che la storia di Silvia non si ripeta, che, d’ora in poi, abbia un finale diverso.
E quando si vede passare per le nostre strade quella marea di gente multicolore, con ragazzi ed adulti, coi bambini più piccoli issati sulle spalle dei padri, con giovani madri che spingono carrozzelle, persino coi cagnolini di casa, con tanto di numero allacciato sul dorso, avendo anch’essi pagato la quota d’iscrizione, ebbene, pare proprio che Silvia sia ancora lì, in mezzo a loro, a correre con loro con quel suo sorriso schietto e con la sua grande voglia di vivere.
Ricordando Silvia desidero rivolgere un pensiero anche a tutti coloro, bambini o ragazzi, che hanno perso la vita per gravi malattie in questi ultimi anni a Pandino . Tutti hanno lasciato un segno nella nostra vita di comunità e resteranno per sempre nei nostri cuori.
(Anno I988)
L’avevo definita “la bambina del miracolo”, sopra un quotidiano locale, tre settimane sole prima che morisse.
Parlo di Silvia Ferla, la nipotina di Tino il sagrestano: una bella ragazzina bionda, sorridente, piena di vita.
E’ morta di leucemia nel gennaio del 1988.
La malattia si era manifestata, improvvisamente, alla fine della quarta elementare: sulle gambe della bambina la mamma aveva trovato alcune macchie, simili a “botte” così frequenti nei ragazzini che corrono e giocano tutto il giorno con frequenti cadute.
Silvia amava la bicicletta, c’era sempre sopra, in gara con tutti. E poi aveva appena partecipato ai “Giochi della gioventù” insieme ai compagni di classe ; si era impegnata nelle gare di corsa e quei segni sulle gambe potevano essere benissimo le tracce di qualche caduta.
Ma i primi controlli medici misero tutti in allarme. Il sospetto era che si trattasse di leucemia e della forma più pericolosa.
Da allora i ricoveri nell’ospedale San Gerardo di Monza, specializzato nella cura delle leucemie infantili, furono parecchi. Però la bambina reagiva bene. Un po’ per volta i ricoveri si distanziavano tra di loro, anche se, lo si sapeva, il decorso sarebbe stato lungo, lunghissimo, prima di poter dichiarare vinto il terribile male.
L’Ospedale San Gerardo era dotato di apparecchiature altamente specializzate, il gruppo dei medici del Reparto era tra i più preparati, la ricerca sulla malattia tra le più avanzate.
Silvia era senz’altro in buone mani.
Il papà della bambina, riconoscente per le attenzioni riservate alla figlia, aveva aderito al Comitato Maria Letizia Verga, fondato da un genitore che aveva perso la sua bimba a causa della leucemia.
Detto Comitato raccoglieva fondi con manifestazioni e iniziative varie e cercava di sensibilizzare la gente, affinché l’ospedale potesse acquistare macchinari sempre più perfezionati e istituisse borse di studio per giovani medici interessati all’argomento.
Così anche Pandino visse in quegli anni momenti di generosità: pesche di beneficenza, lotterie, spettacoli, raccolta di carta e di ferro, convegni, incontri. Presto, in paese, tutti sapemmo tutto, o quasi, sulla leucemia infantile.
E intanto Silvia migliorava, anche se la terapia le aveva fatto perdere i bei capelli biondi di cui era andata fiera: la si vedeva a scuola, o in giro per il paese col fularino in testa, ma sempre sorridente e vivace.
Tappa dopo tappa, passo dopo passo, Silvia aveva superato ogni prova. Erano passati cinque anni, i medici la chiamavano “la bambina del miracolo”. Ancora pochi mesi, ancora un ultimo controllo, poi Silvia sarebbe stata definitivamente dichiarata guarita. E ciò dava speranza a molti: la leucemia si poteva vincere!
Ma verso il natale del 1987, improvvisamente, senza un motivo apparente, ecco ripresentarsi le terribili macchie sul corpo della ragazzina, ecco di nuovo le piccole emorragie, segno che la malattia stava tornando.
Di nuovo corsa all’ospedale di Monza, di nuovo cameretta sterile, flebo, iniezioni: i genitori e i nonni si disperano. Ma lei, Silvia, quasi ci scherza sopra, fa coraggio a chi le sta vicino giorno e notte.
“E’ capitato altre volte...vedrete, tra poco passerà...”
E invece no. Per l’Epifania Silvia si aggrava sempre più e poco dopo muore.
E’ il 9 gennaio 1988.
Un vero dramma per tutto il paese, per la famiglia, per i compagni di scuola, per i ragazzi dell’oratorio.
La malattia di Silvia era stata vissuta da tutti, tra timori e speranze. La sua guarigione avrebbe dato sicurezza a tanti altri bambini che stavano combattendo la stessa battaglia, e avrebbe ridato ai medici l’entusiasmo per continuare tenacemente nella ricerca.
Invece...
A distanza di dieci anni il nome di Silvia Ferla è ancora vivo in paese, la sua storia viene ogni volta raccontata, gli aiuti al Comitato Maria Letizia Verga continuano ad affluire. Ogni anno si “corre per la vita” e tutto il paese, nel nome di Silvia, si mette a camminare per strade e viottoli ; ognuno è felice di trovarsi a fianco dell’altro per contribuire, con questo trionfo primaverile, a far sì che la storia di Silvia non si ripeta, che, d’ora in poi, abbia un finale diverso.
E quando si vede passare per le nostre strade quella marea di gente multicolore, con ragazzi ed adulti, coi bambini più piccoli issati sulle spalle dei padri, con giovani madri che spingono carrozzelle, persino coi cagnolini di casa, con tanto di numero allacciato sul dorso, avendo anch’essi pagato la quota d’iscrizione, ebbene, pare proprio che Silvia sia ancora lì, in mezzo a loro, a correre con loro con quel suo sorriso schietto e con la sua grande voglia di vivere.
Ricordando Silvia desidero rivolgere un pensiero anche a tutti coloro, bambini o ragazzi, che hanno perso la vita per gravi malattie in questi ultimi anni a Pandino . Tutti hanno lasciato un segno nella nostra vita di comunità e resteranno per sempre nei nostri cuori.
GABRIELLA, O DELL'AMICIZIA
GABRIELLA, O DELL’AMICIZIA
(Anno 1998)
La domenica sera, uscendo dalla chiesa, dopo la “Vespertina”, incontro spesso tra la folla il volto sorridente di Gabriella. Lo incontro da anni, (dieci? venti?), e mi par sempre lo stesso, come se il tempo, per lei, si fosse fermato.
E’ un viso tutto speciale, molto dolce, con un sorriso che sembra non finire mai, in una giovane donna tutta linda, elegante e gentile. In certe domeniche, fino a qualche tempo fa, vedevo, quasi appesa al suo braccio, la Mariuccia, un’amica cieca dagli anni dell’infanzia.
Con lei Gabriella era venuta alla Messa, con lei era andata all’altare a fare la Comunione, con lei, dopo la Messa, si sarebbe recata sicuramente al cimitero a far visita alla povera Teresina, che era partita per l’aldilà col cruccio della figlia cieca lasciata sola.
Ora la Mariuccia non si vede più, non esce più di casa, il suo handicap l’ha resa scontrosa e solitaria. E allora è Gabriella che, dopo la messa, passa da lei e le fa compagnia.
A volte, ancora adesso, mi piace fermarmi a far due chiacchiere con Gabriella: è una fonte di notizie, conosce tutti, è sempre piena di premure .
Per lei la gente è sempre “tanto brava” e se poi è gente che soffre, come si fa a non darsi da fare per aiutarla? E lei l’ha sempre fatto e continua a farlo, con semplicità, sul lavoro, a casa, per la strada.
Ne parla come se tutto ciò sia cosa da nulla, cose che tutti fanno anche se non lo dicono.
“Cosa vuole che sia” mi chiede sorridendo” dar la mano a un’amica? Per esempio alla Mariuccia, una compagna d’infanzia. Le voglio bene, ecco.”
E questo anche se la Mariuccia, dopo la morte della madre, si è chiusa in se stessa ed è diventata scontrosa.
“Cosette da niente, per carità! Quando vado da lei le accendo la radio, una volta le piaceva molto la musica. Lo sa che aveva imparato a suonare il pianoforte? E poi le regolo la sveglia perché suoni le ore al tempo giusto, e le scaldo la cena che la sorella Giuseppina le porta ogni volta, già pronta, e parliamo un po’ insieme... Cosa vuole che sia? E’ una cosa che mi piace, non c’è proprio alcun merito a farlo. Non crede?”
E’ così convincente che quasi le credo.
E poi continua :
“Quel che faccio io per Mariuccia è proprio un niente. Sapesse cosa fa la Marile! E anche la Giuseppina...”
La Marile è la cognata, la Giuseppina la sorella .
“Loro sì che sono da ammirare ! Vanno da lei tutti i giorni, a turno, non la lasciano mai sola. Ed è una pena, perché lei, povera Mariuccia, adesso non parla quasi più, o meglio, parla soltanto da sola. Si è creata un suo mondo, completamente isolato dal resto della gente. E qualche volta, quando è nervosa, la gente la caccia anche di casa. La Marile fa tutto sorridendo, non si lamenta mai. E pensare che anche lei ha la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi problemi. Lei sì, meriterebbe un lungo articolo, non io, per carità... Io alla Mariuccia, voglio soltanto bene. Torno a dirle :-È forse un merito voler bene a un’amica ?-“
Ecco, questa è Gabriella Villa : un sorriso piacevole in mezzo alla gente, un cuore buono che crede gli altri sempre più buoni di lei.
(Anno 1998)
La domenica sera, uscendo dalla chiesa, dopo la “Vespertina”, incontro spesso tra la folla il volto sorridente di Gabriella. Lo incontro da anni, (dieci? venti?), e mi par sempre lo stesso, come se il tempo, per lei, si fosse fermato.
E’ un viso tutto speciale, molto dolce, con un sorriso che sembra non finire mai, in una giovane donna tutta linda, elegante e gentile. In certe domeniche, fino a qualche tempo fa, vedevo, quasi appesa al suo braccio, la Mariuccia, un’amica cieca dagli anni dell’infanzia.
Con lei Gabriella era venuta alla Messa, con lei era andata all’altare a fare la Comunione, con lei, dopo la Messa, si sarebbe recata sicuramente al cimitero a far visita alla povera Teresina, che era partita per l’aldilà col cruccio della figlia cieca lasciata sola.
Ora la Mariuccia non si vede più, non esce più di casa, il suo handicap l’ha resa scontrosa e solitaria. E allora è Gabriella che, dopo la messa, passa da lei e le fa compagnia.
A volte, ancora adesso, mi piace fermarmi a far due chiacchiere con Gabriella: è una fonte di notizie, conosce tutti, è sempre piena di premure .
Per lei la gente è sempre “tanto brava” e se poi è gente che soffre, come si fa a non darsi da fare per aiutarla? E lei l’ha sempre fatto e continua a farlo, con semplicità, sul lavoro, a casa, per la strada.
Ne parla come se tutto ciò sia cosa da nulla, cose che tutti fanno anche se non lo dicono.
“Cosa vuole che sia” mi chiede sorridendo” dar la mano a un’amica? Per esempio alla Mariuccia, una compagna d’infanzia. Le voglio bene, ecco.”
E questo anche se la Mariuccia, dopo la morte della madre, si è chiusa in se stessa ed è diventata scontrosa.
“Cosette da niente, per carità! Quando vado da lei le accendo la radio, una volta le piaceva molto la musica. Lo sa che aveva imparato a suonare il pianoforte? E poi le regolo la sveglia perché suoni le ore al tempo giusto, e le scaldo la cena che la sorella Giuseppina le porta ogni volta, già pronta, e parliamo un po’ insieme... Cosa vuole che sia? E’ una cosa che mi piace, non c’è proprio alcun merito a farlo. Non crede?”
E’ così convincente che quasi le credo.
E poi continua :
“Quel che faccio io per Mariuccia è proprio un niente. Sapesse cosa fa la Marile! E anche la Giuseppina...”
La Marile è la cognata, la Giuseppina la sorella .
“Loro sì che sono da ammirare ! Vanno da lei tutti i giorni, a turno, non la lasciano mai sola. Ed è una pena, perché lei, povera Mariuccia, adesso non parla quasi più, o meglio, parla soltanto da sola. Si è creata un suo mondo, completamente isolato dal resto della gente. E qualche volta, quando è nervosa, la gente la caccia anche di casa. La Marile fa tutto sorridendo, non si lamenta mai. E pensare che anche lei ha la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi problemi. Lei sì, meriterebbe un lungo articolo, non io, per carità... Io alla Mariuccia, voglio soltanto bene. Torno a dirle :-È forse un merito voler bene a un’amica ?-“
Ecco, questa è Gabriella Villa : un sorriso piacevole in mezzo alla gente, un cuore buono che crede gli altri sempre più buoni di lei.
PEPPINO FERLA
PEPPINO FERLA
(Anno 1926-1982)
Salendo i gradini della bella casa della famiglia Ferla, pensavo a lui, a Peppino, che quella casa l’aveva sognata e costruita con tanti sacrifici, pensando certamente di vivervi a lungo, nel riposo, coltivando i suoi molti hobby.
E, invece, Peppino Ferla è morto improvvisamente soltanto tre anni dopo, quando una nuova speranza era nata in famiglia : la nipotina Enrica, che aveva appena tre mesi.
Peppino Ferla, classe 1926, era un vero pandinese doc, anzi, era uno dei “castellani”, di quelli che avevano abitato per anni nel nostro Castello Visconteo, là dove, con varie tramezze, si erano ricavati, dai grandi saloni, tanti piccoli appartamenti per le famiglie più numerose.
Era un uomo molto noto in paese per il suo carattere allegro, per il suo grande cuore sempre pronto ad aiutare gli altri e per i suoi molti interessi.
Di professione faceva il barbiere, era quindi abituato a trattare con la gente, ad ascoltarne le confidenze, a rivolgersi a tutti con estrema cortesia. Era stato per anni segretario del Gruppo Sportivo Castello e della Banda Comunale.
Ma, soprattutto, amava coltivare i suoi hobby : aveva, per esempio, la passione per la musica lirica e non perdeva uno spettacolo. Aveva creato, insieme a Pierino Pavesi, il Gruppo “Amici della Musica” ed organizzava ad ogni stagione, dei pullman che erano sempre al completo, per i vari spettacoli alla Scala di Milano, o all’Arena di Verona, o a Cremona, o a Parma.
Conosceva tutte le opere liriche più famose e le cantava con una bella voce tenorile ogni volta che se ne presentava l’occasione.
In gioventù aveva seguito dei corsi di pianoforte e di canto presso il Maestro Cacciani di Milano.
Nella foto che pubblichiamo, Peppino sta cantando un brano operistico durante un Festival all’Oratorio di Pandino con l’orchestra del “Pandin City”, un complessino che rallegrò i pandinesi degli anni ’60 per quasi un decennio.
Nella fotografia riconosciamo, oltre a Peppino Ferla al microfono, Martellosio al pianoforte, Mariconti alla chitarra, Merici al saxofono e “Cianela” Marzagalli alla batteria . Presentatore dello spettacolo era , come sempre, Antonio Invernizzi.
Proprio per questa sua passione musicale, Peppino Ferla ha presentato per anni, alla nostra “Radio Antenna 66”, ogni domenica mattina, “L’ora della lirica” , affinando il gusto dei pandinesi che lo ascoltavano con interesse.
Cantava spesso anche ai matrimoni : era diventata famosa la sua “Ave Maria” quando si sposavano amici o parenti. In chiesa suonava spesso anche l’organo.
Un altro suo hobby era la fotografia : quanta gente ha ripreso nel corso dei decenni in occasione di liete o tristi ricorrenze.
Era diventato il fotografo ufficiale dei Carabinieri e quando si verificava un incidente, anche in piena notte, essi telefonavano a Peppino, che correva con la sua macchina fotografica. E quante scene penose e spaventose ha dovuto guardare e riprendere.
La moglie dice : “Deve essere stato anche questo a danneggiargli il cuore.”
Come quando constatò la morte di un suo carissimo amico, all’incrocio dei Serragli sulla Paullese.
Quella volta era morto Piero Manzoli, un ragazzo d’oro, da poco padre di una bambina, Nadia.
Ricordo anch’io la battaglia che facemmo, insieme, io e Peppino, attraverso la stampa provinciale e locale per ottenere a quell’incrocio una rotonda o un semaforo : Piero Manzoli era la trentatreesima vittima in quel tratto di strada.
Anche Peppino Ferla scrisse e riscrisse, gli pareva quasi di farlo per il suo amico, la cui morte l’aveva così sconvolto.
Al suo lavoro ben presto affiancò , nelle ore libere, anche l’incarico di sub-agente della MAA Assicurazioni. Più tardi, poi, ne divenne l’Agente generale.
Il Gruppo assicurativo organizzava per i suoi agenti una gita importante ogni anno. Nel 1982 la meta prescelta era stata la Scozia.
Il gruppo era partito il 25 aprile e doveva rientrare il 1° maggio.
Peppino, quell’anno, aveva partecipato alla gita senza la moglie, che , di solito, lo seguiva ovunque. Era nata da poco la nipotina, figlia di Maria Grazia, e la neo - nonna voleva starle vicino.
Fu nella mattina del 1° maggio , giorno del ritorno, che egli si sentì male e, mentre si cercava un medico, spirò.
Aveva telefonato a casa la sera prima, allegro come al solito, enumerando i regali per tutti che aveva già chiuso in valigia. Aveva pensato anche alla piccola Enrica : un bell’abitino scozzese, che le sarebbe andato a pennello quando avesse cominciato a camminare. Mi è stata mostrata con commozione , incorniciata e appesa alla parete, la fotografia della piccina con quell’abitino allegro e colorato, ultimo pensiero del nonno per lei.
La morte improvvisa di Peppino Ferla scosse, allora, tutto il paese. I pandinesi avevano perso un amico dal cuore d’oro.
La moglie e la figlia ne hanno conservato un ricordo vivo e tangibile lasciando intatte le sue cose : il pianoforte su cui si dilettava a suonare, i suoi dischi di musica lirica, la sua poltrona nell’angolo, su cui si rilassava ascoltando le opere preferite. Tutto, in casa, parla ancora di lui.
Penso piaccia anche agli amici vederlo ricordato dopo tanti anni.
(Anno 1926-1982)
Salendo i gradini della bella casa della famiglia Ferla, pensavo a lui, a Peppino, che quella casa l’aveva sognata e costruita con tanti sacrifici, pensando certamente di vivervi a lungo, nel riposo, coltivando i suoi molti hobby.
E, invece, Peppino Ferla è morto improvvisamente soltanto tre anni dopo, quando una nuova speranza era nata in famiglia : la nipotina Enrica, che aveva appena tre mesi.
Peppino Ferla, classe 1926, era un vero pandinese doc, anzi, era uno dei “castellani”, di quelli che avevano abitato per anni nel nostro Castello Visconteo, là dove, con varie tramezze, si erano ricavati, dai grandi saloni, tanti piccoli appartamenti per le famiglie più numerose.
Era un uomo molto noto in paese per il suo carattere allegro, per il suo grande cuore sempre pronto ad aiutare gli altri e per i suoi molti interessi.
Di professione faceva il barbiere, era quindi abituato a trattare con la gente, ad ascoltarne le confidenze, a rivolgersi a tutti con estrema cortesia. Era stato per anni segretario del Gruppo Sportivo Castello e della Banda Comunale.
Ma, soprattutto, amava coltivare i suoi hobby : aveva, per esempio, la passione per la musica lirica e non perdeva uno spettacolo. Aveva creato, insieme a Pierino Pavesi, il Gruppo “Amici della Musica” ed organizzava ad ogni stagione, dei pullman che erano sempre al completo, per i vari spettacoli alla Scala di Milano, o all’Arena di Verona, o a Cremona, o a Parma.
Conosceva tutte le opere liriche più famose e le cantava con una bella voce tenorile ogni volta che se ne presentava l’occasione.
In gioventù aveva seguito dei corsi di pianoforte e di canto presso il Maestro Cacciani di Milano.
Nella foto che pubblichiamo, Peppino sta cantando un brano operistico durante un Festival all’Oratorio di Pandino con l’orchestra del “Pandin City”, un complessino che rallegrò i pandinesi degli anni ’60 per quasi un decennio.
Nella fotografia riconosciamo, oltre a Peppino Ferla al microfono, Martellosio al pianoforte, Mariconti alla chitarra, Merici al saxofono e “Cianela” Marzagalli alla batteria . Presentatore dello spettacolo era , come sempre, Antonio Invernizzi.
Proprio per questa sua passione musicale, Peppino Ferla ha presentato per anni, alla nostra “Radio Antenna 66”, ogni domenica mattina, “L’ora della lirica” , affinando il gusto dei pandinesi che lo ascoltavano con interesse.
Cantava spesso anche ai matrimoni : era diventata famosa la sua “Ave Maria” quando si sposavano amici o parenti. In chiesa suonava spesso anche l’organo.
Un altro suo hobby era la fotografia : quanta gente ha ripreso nel corso dei decenni in occasione di liete o tristi ricorrenze.
Era diventato il fotografo ufficiale dei Carabinieri e quando si verificava un incidente, anche in piena notte, essi telefonavano a Peppino, che correva con la sua macchina fotografica. E quante scene penose e spaventose ha dovuto guardare e riprendere.
La moglie dice : “Deve essere stato anche questo a danneggiargli il cuore.”
Come quando constatò la morte di un suo carissimo amico, all’incrocio dei Serragli sulla Paullese.
Quella volta era morto Piero Manzoli, un ragazzo d’oro, da poco padre di una bambina, Nadia.
Ricordo anch’io la battaglia che facemmo, insieme, io e Peppino, attraverso la stampa provinciale e locale per ottenere a quell’incrocio una rotonda o un semaforo : Piero Manzoli era la trentatreesima vittima in quel tratto di strada.
Anche Peppino Ferla scrisse e riscrisse, gli pareva quasi di farlo per il suo amico, la cui morte l’aveva così sconvolto.
Al suo lavoro ben presto affiancò , nelle ore libere, anche l’incarico di sub-agente della MAA Assicurazioni. Più tardi, poi, ne divenne l’Agente generale.
Il Gruppo assicurativo organizzava per i suoi agenti una gita importante ogni anno. Nel 1982 la meta prescelta era stata la Scozia.
Il gruppo era partito il 25 aprile e doveva rientrare il 1° maggio.
Peppino, quell’anno, aveva partecipato alla gita senza la moglie, che , di solito, lo seguiva ovunque. Era nata da poco la nipotina, figlia di Maria Grazia, e la neo - nonna voleva starle vicino.
Fu nella mattina del 1° maggio , giorno del ritorno, che egli si sentì male e, mentre si cercava un medico, spirò.
Aveva telefonato a casa la sera prima, allegro come al solito, enumerando i regali per tutti che aveva già chiuso in valigia. Aveva pensato anche alla piccola Enrica : un bell’abitino scozzese, che le sarebbe andato a pennello quando avesse cominciato a camminare. Mi è stata mostrata con commozione , incorniciata e appesa alla parete, la fotografia della piccina con quell’abitino allegro e colorato, ultimo pensiero del nonno per lei.
La morte improvvisa di Peppino Ferla scosse, allora, tutto il paese. I pandinesi avevano perso un amico dal cuore d’oro.
La moglie e la figlia ne hanno conservato un ricordo vivo e tangibile lasciando intatte le sue cose : il pianoforte su cui si dilettava a suonare, i suoi dischi di musica lirica, la sua poltrona nell’angolo, su cui si rilassava ascoltando le opere preferite. Tutto, in casa, parla ancora di lui.
Penso piaccia anche agli amici vederlo ricordato dopo tanti anni.
AUGURI, DOTTORE!
È successo a Pandino :
“Auguri dottore!”
(Anno 1985)
Un giorno si è diffusa a Pandino, chissà come, la notizia che il dottor X era morto!
Grande costernazione in paese.
“Ma come? E’ impossibile...”
“Si diceva che fosse al mare, con la signora...”
“Ha avuto un infarto qualche anno fa, è vero, ma si curava, e come...Si riguardava...”
“Forse lavorava troppo...”
“Poveretto, come mi dispiace...”
Ne parlano dal giornalaio, al bar, nei negozi. La voce si diffonde persino nella scuola.
Si pensa alla moglie del dottor X, una cara collega; alla figlia, una graziosa ragazza, simpatica a tutti. E poi a lui, al dottore, così cordiale, così gentile...
Pare proprio impossibile.
“L’ho visto non molto tempo fa, in automobile, mi ha sorriso. Pareva il ritratto della salute!”
Dopo tanto parlare e tanto raccontare, a qualcuno viene in mente di informarsi con certezza.
Telefonare a casa? Mai! Con che cuore...
“E allora proviamo alla pensione di Alassio, dove ha detto che andava. Facciamo finta di niente...Sentiamo...”
Un amico intraprendente si procura il numero e telefona.
“No, il dottore non c’è. E’ uscito per compere, con la moglie...”
L’amico tira un gran respiro di sollievo. Avverte gli altri. Questi lo dicono ad altri ancora. La voce corre con la velocità del vento.
Dio sia lodato! Il dottor X sta benone. Anzi, tra un paio di giorni torna a casa; le ferie, purtroppo, sono finite.
Caro dottore, (possiamo dirlo ora il suo nome, vero dottor Mattioli?), un vecchio detto cremonese assicura che queste dicerie, come i sogni di morte, allungano la vita.
E allora auguri di lunga, lunghissima vita !
Mi resta, però, una considerazione da fare.
Come diceva un Santo, di cui non ricordo il nome, la chiacchiera fa presto a uscir di bocca, ma poi nessuno la ferma più.
Il Santo di cui sopra, infatti, aveva dato per penitenza ad una donna che confessava una maldicenza,
( chissà poi perché son sempre le donne ad esser prese di mira!), di prendere una gallina, spennarla camminando lungo le strade del paese e sparpagliarne le penne al vento ; poi ritornare sui suoi passi e raccoglierle tutte, fino all’ultima.
La povera donna tentò di ubbidire, ma inutilmente. Così tornò dal Santo piangendo.
“Mi è stato impossibile, Padre. Come posso fare?”
“Lo so, lo so” le rispose il saggio sacerdote, “era solo per farti capire che si deve mettere molta attenzione in ciò che si dice. La parola fa presto ad uscire, ma è difficile, poi, farla rientrare!”
E invece, per il nostro buon dottore, la parola sbagliata ha fatto prestissimo a rientrare.
La domenica successiva, infatti, egli era a Messa, nella nostra chiesa e, alto com’è, tutti l’han visto e hanno sorriso.
Tutto è bene ciò che finisce bene. E per lui il “tutto” è finito con la simpatia e il sorriso dell’intero
paese.
E’ questo il pregio dei piccoli centri: il dolore di uno è il dolore di tutti, ma anche il sorriso di uno è il sorriso di tutti!
Auguri, comunque, dottor Mattioli!
“Auguri dottore!”
(Anno 1985)
Un giorno si è diffusa a Pandino, chissà come, la notizia che il dottor X era morto!
Grande costernazione in paese.
“Ma come? E’ impossibile...”
“Si diceva che fosse al mare, con la signora...”
“Ha avuto un infarto qualche anno fa, è vero, ma si curava, e come...Si riguardava...”
“Forse lavorava troppo...”
“Poveretto, come mi dispiace...”
Ne parlano dal giornalaio, al bar, nei negozi. La voce si diffonde persino nella scuola.
Si pensa alla moglie del dottor X, una cara collega; alla figlia, una graziosa ragazza, simpatica a tutti. E poi a lui, al dottore, così cordiale, così gentile...
Pare proprio impossibile.
“L’ho visto non molto tempo fa, in automobile, mi ha sorriso. Pareva il ritratto della salute!”
Dopo tanto parlare e tanto raccontare, a qualcuno viene in mente di informarsi con certezza.
Telefonare a casa? Mai! Con che cuore...
“E allora proviamo alla pensione di Alassio, dove ha detto che andava. Facciamo finta di niente...Sentiamo...”
Un amico intraprendente si procura il numero e telefona.
“No, il dottore non c’è. E’ uscito per compere, con la moglie...”
L’amico tira un gran respiro di sollievo. Avverte gli altri. Questi lo dicono ad altri ancora. La voce corre con la velocità del vento.
Dio sia lodato! Il dottor X sta benone. Anzi, tra un paio di giorni torna a casa; le ferie, purtroppo, sono finite.
Caro dottore, (possiamo dirlo ora il suo nome, vero dottor Mattioli?), un vecchio detto cremonese assicura che queste dicerie, come i sogni di morte, allungano la vita.
E allora auguri di lunga, lunghissima vita !
Mi resta, però, una considerazione da fare.
Come diceva un Santo, di cui non ricordo il nome, la chiacchiera fa presto a uscir di bocca, ma poi nessuno la ferma più.
Il Santo di cui sopra, infatti, aveva dato per penitenza ad una donna che confessava una maldicenza,
( chissà poi perché son sempre le donne ad esser prese di mira!), di prendere una gallina, spennarla camminando lungo le strade del paese e sparpagliarne le penne al vento ; poi ritornare sui suoi passi e raccoglierle tutte, fino all’ultima.
La povera donna tentò di ubbidire, ma inutilmente. Così tornò dal Santo piangendo.
“Mi è stato impossibile, Padre. Come posso fare?”
“Lo so, lo so” le rispose il saggio sacerdote, “era solo per farti capire che si deve mettere molta attenzione in ciò che si dice. La parola fa presto ad uscire, ma è difficile, poi, farla rientrare!”
E invece, per il nostro buon dottore, la parola sbagliata ha fatto prestissimo a rientrare.
La domenica successiva, infatti, egli era a Messa, nella nostra chiesa e, alto com’è, tutti l’han visto e hanno sorriso.
Tutto è bene ciò che finisce bene. E per lui il “tutto” è finito con la simpatia e il sorriso dell’intero
paese.
E’ questo il pregio dei piccoli centri: il dolore di uno è il dolore di tutti, ma anche il sorriso di uno è il sorriso di tutti!
Auguri, comunque, dottor Mattioli!
RICCARDO GILLI
RICCARDO GILLI
(Anni ’60)
Riccardo Gilli è scomparso nel 1984, ma sono in molti, certamente, a ricordarlo in paese: ha, infatti, lavorato 35 anni presso il nostro municipio come ufficiale di stato civile, responsabile, quindi, dell’Ufficio Anagrafe comunale.
La sua figura alta, asciutta, severa, imponeva rispetto.
Il suo carattere serio, rigoroso, intransigente, qualche volta metteva persino a disagio.
Era un uomo “tutto d’un pezzo” e non ammetteva manchevolezze, disordini o compromessi.
Io l’ho conosciuto da vicino nel 1946 quando ebbi nella mia classe, come alunno, il suo primogenito Giancarlo: un bambino simpaticissimo, vivace, mai fermo.
Il signor Gilli veniva spesso a scuola per chiedermi informazioni : quel demonietto di Giancarlo era tutto l’opposto di suo padre ed egli si crucciava che non fosse più compreso del suo “lavoro” di scolaro di prima elementare.
Avevo una speciale tenerezza per Giancarlo, mi piaceva così com’era, non avrei voluto che cambiasse, mortificando il suo carattere. E’ morto tragicamente in un incidente stradale dopo che si era appena formato una bella famiglia ad Offanengo.
Del signor Riccardo Gilli ho appreso tante notizie rileggendo un vecchio articolo che il nostro compaesano Angelo Martani scrisse per lui nel ’69, quando fu collocato a riposo.
Era lodigiano di nascita, figlio di un impiegato comunale di Lodi, fratello di un segretario comunale e di una maestra, morta a soli quarantatré anni.
Una famiglia, come si vede, tutta al servizio del pubblico.
Il signor Gilli era stato in gioventù un appassionato sportivo e ci teneva a dirlo : giocò come terzino in una squadra del campionato lodigiano, fece, con buoni risultati, del canottaggio nella società “Canottieri Adda” e poi del nuoto nel “Fanfulla”.
A diciassette anni entrò come volontario nella Scuola Allievi Sottufficiali di Pola e ne uscì sergente.
Più tardi, nel ’40, fu richiamato e partecipò alla seconda guerra mondiale nella campagna Iugoslava.
Ma i pandinesi l’hanno più che altro conosciuto negli uffici comunali. In quanti l’hanno avvicinato per chiedere un certificato, una informazione, per denunciare una nascita, un matrimonio, una morte !
Egli era la precisione fatta persona. Non tollerava errori.
Era piuttosto taciturno, non amava i pettegolezzi.
Le disposizioni di legge e i regolamenti erano sacri per lui.
La sua puntualità sul lavoro era proverbiale. Era quasi impensabile non trovarlo, ogni mattina dietro il suo bancone negli uffici comunali, attento ad ogni particolare, a volte intimorendo, persino, con la sua severità, chi gli stava davanti.
Nella vita ebbe a soffrire moltissimo per la morte dei due giovani figli: prima Claudio, nel ’71, in un incidente di moto, poi Giancarlo, tre anni più tardi.
Gli rimase solo Pierbianca che gli fu sempre vicina, così come ora è vicina alla madre, una donna silenziosa e riservata, che tanto pianse, in solitudine, per quei due ragazzi rapiti così presto al suo cuore di mamma.
Riccardo Gilli è un personaggio pandinese, che merita di essere ricordato per il lungo servizio prestato in favore della nostra comunità.
Egli sapeva tutto di tutti.
Le sue carte sempre aggiornate, hanno fotografato per trentacinque anni le nostre famiglie.
Hanno registrato le nascite, i matrimoni, le morti, i trasferimenti.
E ogni volta, da dietro il bancone, egli stringeva mani e diceva, secondo le occasioni liete o tristi : “complimenti”, oppure “auguri”, o “condoglianze”.
E sempre con cuore sincero poiché tutto il paese, per lui, era una sola grande famiglia.
(Anni ’60)
Riccardo Gilli è scomparso nel 1984, ma sono in molti, certamente, a ricordarlo in paese: ha, infatti, lavorato 35 anni presso il nostro municipio come ufficiale di stato civile, responsabile, quindi, dell’Ufficio Anagrafe comunale.
La sua figura alta, asciutta, severa, imponeva rispetto.
Il suo carattere serio, rigoroso, intransigente, qualche volta metteva persino a disagio.
Era un uomo “tutto d’un pezzo” e non ammetteva manchevolezze, disordini o compromessi.
Io l’ho conosciuto da vicino nel 1946 quando ebbi nella mia classe, come alunno, il suo primogenito Giancarlo: un bambino simpaticissimo, vivace, mai fermo.
Il signor Gilli veniva spesso a scuola per chiedermi informazioni : quel demonietto di Giancarlo era tutto l’opposto di suo padre ed egli si crucciava che non fosse più compreso del suo “lavoro” di scolaro di prima elementare.
Avevo una speciale tenerezza per Giancarlo, mi piaceva così com’era, non avrei voluto che cambiasse, mortificando il suo carattere. E’ morto tragicamente in un incidente stradale dopo che si era appena formato una bella famiglia ad Offanengo.
Del signor Riccardo Gilli ho appreso tante notizie rileggendo un vecchio articolo che il nostro compaesano Angelo Martani scrisse per lui nel ’69, quando fu collocato a riposo.
Era lodigiano di nascita, figlio di un impiegato comunale di Lodi, fratello di un segretario comunale e di una maestra, morta a soli quarantatré anni.
Una famiglia, come si vede, tutta al servizio del pubblico.
Il signor Gilli era stato in gioventù un appassionato sportivo e ci teneva a dirlo : giocò come terzino in una squadra del campionato lodigiano, fece, con buoni risultati, del canottaggio nella società “Canottieri Adda” e poi del nuoto nel “Fanfulla”.
A diciassette anni entrò come volontario nella Scuola Allievi Sottufficiali di Pola e ne uscì sergente.
Più tardi, nel ’40, fu richiamato e partecipò alla seconda guerra mondiale nella campagna Iugoslava.
Ma i pandinesi l’hanno più che altro conosciuto negli uffici comunali. In quanti l’hanno avvicinato per chiedere un certificato, una informazione, per denunciare una nascita, un matrimonio, una morte !
Egli era la precisione fatta persona. Non tollerava errori.
Era piuttosto taciturno, non amava i pettegolezzi.
Le disposizioni di legge e i regolamenti erano sacri per lui.
La sua puntualità sul lavoro era proverbiale. Era quasi impensabile non trovarlo, ogni mattina dietro il suo bancone negli uffici comunali, attento ad ogni particolare, a volte intimorendo, persino, con la sua severità, chi gli stava davanti.
Nella vita ebbe a soffrire moltissimo per la morte dei due giovani figli: prima Claudio, nel ’71, in un incidente di moto, poi Giancarlo, tre anni più tardi.
Gli rimase solo Pierbianca che gli fu sempre vicina, così come ora è vicina alla madre, una donna silenziosa e riservata, che tanto pianse, in solitudine, per quei due ragazzi rapiti così presto al suo cuore di mamma.
Riccardo Gilli è un personaggio pandinese, che merita di essere ricordato per il lungo servizio prestato in favore della nostra comunità.
Egli sapeva tutto di tutti.
Le sue carte sempre aggiornate, hanno fotografato per trentacinque anni le nostre famiglie.
Hanno registrato le nascite, i matrimoni, le morti, i trasferimenti.
E ogni volta, da dietro il bancone, egli stringeva mani e diceva, secondo le occasioni liete o tristi : “complimenti”, oppure “auguri”, o “condoglianze”.
E sempre con cuore sincero poiché tutto il paese, per lui, era una sola grande famiglia.
DANIO E ROBERTO
DANIO E ROBERTO
(anno 1974)
Quel giorno, era febbraio, affacciata alla finestra di casa mia, verso le 14, vidi passare di volata dal crocicchio l’automobile della maestra Antonietta Bottini col figlio Marco accanto.
Ho detto tra me:
“Dove andrà così di fretta?”
Intanto sul marciapiede davanti alla sua casa, stava la signora Pierina Bertoni e guardava oltre l’incrocio, verso la strada che veniva da Lodi: aspettava il figlio Roberto, diciotto anni, che doveva tornare da scuola.
Era giorno di sciopero nelle autolinee e Roberto, cogli amici Maurizio Bellanda e Loris Ghisolfi, aveva accettato un passaggio in macchina dal compagno di classe Danio Villa, il quale, patentato da poco, aveva strappato al padre il permesso di usare l’automobile per recarsi a Lodi, all’Istituto di ragioneria.
Ma Roberto tardava ad arrivare e la sua mamma, ferma davanti al cancello di casa, cominciava ad essere in ansia, mentre la maestra Bottini, invece di svoltare in via Stadio per portare Marco a casa, volava verso il centro del paese. Cercava il Parroco col cuore gonfio di pena.
Era successo che, arrivata alle curve della cascina Boldraschina in quel di Dovera, aveva visto, schiantata contro un palo, la macchina di Danio. Egli e i suoi tre compagni di viaggio erano a terra, appena estratti dall’ammasso dei rottami. Si era subito fermata, era scesa, aveva preso Danio, ancora vivo, tra le braccia, cercando di parlargli. Maurizio e Loris, lo si vedeva, non erano feriti gravemente. Roberto, invece, non dava più segno di vita.
Quando arrivò l’autoambulanza la signora Bottini, tremando e piangendo, risalì in macchina e corse verso il paese. Voleva dare l’allarme, magari ai genitori di Roberto, che abitavano all’inizio del paese; ma vedendo quella povera mamma in attesa, non ne ebbe il coraggio e proseguì verso la Casa parrocchiale. Solo don Luigi Pollastri, da poche settimane in paese, avrebbe potuto portare la tragica notizia, lei non ne aveva la forza.
Così sono morti Danio e Roberto in quel lontano 1974, ma i loro nomi, sempre uniti nel ricordo, sono rimasti impressi nei cuori dei pandinesi e nessuno li ha più dimenticati, né separati.
Dopo Danio e Roberto tanti altri giovani del nostro paese, (e quanti sono!), hanno trovato la morte in incidenti stradali.
Le loro morti hanno segnato di lacrime il cammino della nostra comunità.
Con questo scritto vorrei tenerne vivo il ricordo ancora per anni e anni.
(anno 1974)
Quel giorno, era febbraio, affacciata alla finestra di casa mia, verso le 14, vidi passare di volata dal crocicchio l’automobile della maestra Antonietta Bottini col figlio Marco accanto.
Ho detto tra me:
“Dove andrà così di fretta?”
Intanto sul marciapiede davanti alla sua casa, stava la signora Pierina Bertoni e guardava oltre l’incrocio, verso la strada che veniva da Lodi: aspettava il figlio Roberto, diciotto anni, che doveva tornare da scuola.
Era giorno di sciopero nelle autolinee e Roberto, cogli amici Maurizio Bellanda e Loris Ghisolfi, aveva accettato un passaggio in macchina dal compagno di classe Danio Villa, il quale, patentato da poco, aveva strappato al padre il permesso di usare l’automobile per recarsi a Lodi, all’Istituto di ragioneria.
Ma Roberto tardava ad arrivare e la sua mamma, ferma davanti al cancello di casa, cominciava ad essere in ansia, mentre la maestra Bottini, invece di svoltare in via Stadio per portare Marco a casa, volava verso il centro del paese. Cercava il Parroco col cuore gonfio di pena.
Era successo che, arrivata alle curve della cascina Boldraschina in quel di Dovera, aveva visto, schiantata contro un palo, la macchina di Danio. Egli e i suoi tre compagni di viaggio erano a terra, appena estratti dall’ammasso dei rottami. Si era subito fermata, era scesa, aveva preso Danio, ancora vivo, tra le braccia, cercando di parlargli. Maurizio e Loris, lo si vedeva, non erano feriti gravemente. Roberto, invece, non dava più segno di vita.
Quando arrivò l’autoambulanza la signora Bottini, tremando e piangendo, risalì in macchina e corse verso il paese. Voleva dare l’allarme, magari ai genitori di Roberto, che abitavano all’inizio del paese; ma vedendo quella povera mamma in attesa, non ne ebbe il coraggio e proseguì verso la Casa parrocchiale. Solo don Luigi Pollastri, da poche settimane in paese, avrebbe potuto portare la tragica notizia, lei non ne aveva la forza.
Così sono morti Danio e Roberto in quel lontano 1974, ma i loro nomi, sempre uniti nel ricordo, sono rimasti impressi nei cuori dei pandinesi e nessuno li ha più dimenticati, né separati.
Dopo Danio e Roberto tanti altri giovani del nostro paese, (e quanti sono!), hanno trovato la morte in incidenti stradali.
Le loro morti hanno segnato di lacrime il cammino della nostra comunità.
Con questo scritto vorrei tenerne vivo il ricordo ancora per anni e anni.
I CONTI CAMILLA ED AIMO MAGGI DI GRADELLA
I CONTI CAMILLA ED AIMO MAGGI DI GRADELLA
(1930-1998)
Sono andata, in un bel giorno di giugno, su, fino a Calino, nella Franciacorta, per rivedere e risentire la Contessa Camilla Maggi, “regina” incontrastata di quel piccolo mondo di sogno che è stata, e, in un certo senso, è ancora, la nostra Gradella.
Che pace lassù e quanto verde !
Alti alberi fiancheggiano la strada, che con dolci curve sale pian piano fino alla villa - castello che domina la vallata.
Si odono canti d’uccelli che il ronzio del motore non disturba.
Qua e là, dal folto del verde, giunge la risata di un bimbo.
La Contessa Camilla, vivace e brillante, mi aspetta col suo sorriso schietto e con tanta voglia di parlare della sua vita tra noi.
Nella pace fresca di quella specie di chiostro, che costituisce il cortile interno della villa, tra vasi enormi di gelsomini e di limoni, con tanti , tanti gerani, tutti in fiore, affacciati alle ringhiere delle balconate, con nidi di rondini sotto il tetto e un gran via vai di uccelli in quel quadrato di cielo che ci sovrasta, la contessa Camilla racconta e racconta e verrebbe voglia di far sera con lei.
“Ho visto Gradella per la prima volta nel ’31 , da fidanzata. Aimo aveva appena ereditata la proprietà da uno zio e aveva voluto mostrarmela. Era stata dei Maggi per dodici generazioni. Ma che disastro !
Ricordo di aver detto : - Dio mio, ma questa è l’Abissinia !- “
I proprietari l’avevano fino ad allora abbandonata a se stessa, senza assolutamente occuparsene.
Era divisa tra ben sessanta piccoli affittuari e ognuno s’arrangiava come poteva, nel suo minuscolo appezzamento faceva di testa sua e lasciava andare un po’ tutto alla rovina : tanto la roba era del padrone.
Allora anche a Gradella, come in tutta la valle padana, la ricchezza della povera gente, anche se una ricchezza molto relativa, derivava dall’allevamento dei bachi da seta.
Ogni famiglia vi si dedicava a tempo pieno e tutti, grandi e piccini, erano “ a servizio” dei bachi. Essi avevano tutti i diritti : li si doveva tenere al caldo quando nascevano , nutrire di continuo (e quanto mangiavano !), far loro spazio in casa quando crescevano, munirli del “bosco” su cui essi preparavano il bozzolo e poi, quando il lavoro del baco era terminato, si dovevano togliere con cura i bozzoli dorati per consegnarli alla "filanda“.
Quella seta , ricavata dalla loro fatica , i contadini allevatori non avrebbero mai potuto comprarla. Era roba per ricchi.
Tutta la vita di Gradella, mi dice la Contessa, gravitava attorno a questa attività negli anni ’30.
Il signor Giovanni Tomaselli, amministratore di Casa Maggi, che mi ha gentilmente accompagnato, mi fa notare che c’erano, in quegli anni, due campanelle, (una esiste ancora), nell’azienda : la prima presso la villa, residenza del Conti, l’altra alla cascina Mais.
Esse venivano usate al mattino presto per chiamare tutto quel piccolo grande mondo contadino alla raccolta delle foglie di gelso per nutrire quell’esercito affamato di vermiciattoli, che mangiavano, mangiavano ininterrottamente.
Al suono della campanella una vera folla usciva dalle case munita di sacchi e scalette e si arrampicava sui gelsi, che allora erano diffusissimi, e strappava foglie su foglie, ne riempiva sacchi e canestri e lasciava gli alberi completamente spogli.
Con l’arrivo del Conte Aimo Maggi, da poco sposo della Contessa Camilla Martinoni, la vita a Gradella cambiò completamente.
La gestione venne presa direttamente in mano dal Conte, scomparvero i fittabili e nacque la mezzadria.
Le case vennero ripulite e in gran parte rifatte, le stalle modernizzate e riempite di bestiame da latte, i cortili abbelliti, i corsi d’acqua risistemati.
Insomma il paese cambiò volto e divenne un luogo di sogno nel quale era piacevole vivere,
Durante la guerra, dal settembre ’43, Villa Maggi fu requisita ed assegnata al Comando militare del Maresciallo Graziani.
I Conti si ritirarono allora a Calino.
Ma nel ’45, a guerra finita, rieccoli a Gradella, pieni di entusiasmo e di voglia di fare.
In quegli anni la Contessa Camilla fu di casa presso ogni famiglia contadina, soprattutto là dove c’era più bisogno di aiuto.
Mi cita ancora adesso nomi e cognomi, il numero dei figli, le disgrazie capitate, le feste organizzate.
Ricorda, per esempio, la Giacomina, vedova con sette figli piccoli e con l’ultima gravemente ammalata. Qui era stato veramente necessario intervenire : e la Contessa lo fece, generosamente.
Ricorda anche quel matrimonio, diventato famoso, di un ragazzo di Gradella, quando lei stessa fece da testimonio, con la sposa che arrivò alla chiesa su una carrozza d’altri tempi, tirata da due cavalli bianchi, col cocchiere in cilindro a cassetta.
E quando c’era qualcuno che stava male si correva dalla contessa, la si invitava a casa a controllare e poi si aspettava che lei chiamasse il medico adatto, che provvedesse, magari, a prenotare l’intervento chirurgico presso lo specialista famoso, perché tutto si risolvesse per il meglio.
Per le strade del piccolo centro era, però, più facile vedere lui, il conte Aimo, in maglietta e con gli zoccoli ai piedi, passare, osservare, prendere nota. E guai se le strade non erano pulite, se nei cortili si ammucchiava la spazzatura, se l’erba sul ciglio della via non era stata regolarmente falciata.
Quelle case tutte uguali, con lo stesso colore caldo del sole, erano belle a vedersi e anche dentro dovevano essere linde e accoglienti.
Di solito i Conti arrivavano a Gradella in novembre e ripartivano all’inizio dell’estate, quando l’afa della nostra pianura cominciava a farsi sentire.
Allora si ritiravano nella splendida villa - museo di Calino, dove, ad ogni passo, anche ora, c’è un ricordo del tempo passato.
Ma era a Gradella che il Conte, di preferenza, portava gli amici, gli sportivi, i corridori famosi della mitica “Mille Miglia”, di cui egli era stato il fondatore e uno dei più assidui partecipanti.
Poi anche quest’epoca d’oro, come tutte le cose belle, è finita.
Il Conte morì improvvisamente a soli 58 anni, a Calino, nel ’61.
La contessa Camilla restò sola nelle sue grandi ville, vuote d’affetti, a piangere il vivace compagno della sua esistenza.
In seguito la vita , inevitabilmente, riprese il suo ritmo, come sempre avviene e come è giusto che avvenga.
La Contessa Camilla con l’aiuto dei suoi valenti Amministratori, continuò a “governare” Gradella con la solita signorilità e attenzione, continuò a voler bene alla gente, ad occuparsi delle sue necessità, a partecipare alle gioie, ai dolori e ai sogni dei gradellesi.
Ma poi, anche per lei venne l’ora del riposo : non aveva eredi diretti e Gradella aveva bisogno, per mantenere il ritmo che le aveva imposto il marito, di un polso forte e di attenzioni continue. E lei non se ne sentiva in grado.
Così decise di vendere la proprietà e cercò a lungo qualcuno che l’acquistasse in blocco, per conservare il più possibile la caratteristica impronta dei Conti Maggi.
Anche questo fu un segno d’amore per il nostro piccolo mondo incantato.
Ci è riuscita ?
Forse sì.
Basta vederla Gradella, anche in questi giorni : è un paese delizioso, dove a tutti piacerebbe vivere e sognare.
(1930-1998)
Sono andata, in un bel giorno di giugno, su, fino a Calino, nella Franciacorta, per rivedere e risentire la Contessa Camilla Maggi, “regina” incontrastata di quel piccolo mondo di sogno che è stata, e, in un certo senso, è ancora, la nostra Gradella.
Che pace lassù e quanto verde !
Alti alberi fiancheggiano la strada, che con dolci curve sale pian piano fino alla villa - castello che domina la vallata.
Si odono canti d’uccelli che il ronzio del motore non disturba.
Qua e là, dal folto del verde, giunge la risata di un bimbo.
La Contessa Camilla, vivace e brillante, mi aspetta col suo sorriso schietto e con tanta voglia di parlare della sua vita tra noi.
Nella pace fresca di quella specie di chiostro, che costituisce il cortile interno della villa, tra vasi enormi di gelsomini e di limoni, con tanti , tanti gerani, tutti in fiore, affacciati alle ringhiere delle balconate, con nidi di rondini sotto il tetto e un gran via vai di uccelli in quel quadrato di cielo che ci sovrasta, la contessa Camilla racconta e racconta e verrebbe voglia di far sera con lei.
“Ho visto Gradella per la prima volta nel ’31 , da fidanzata. Aimo aveva appena ereditata la proprietà da uno zio e aveva voluto mostrarmela. Era stata dei Maggi per dodici generazioni. Ma che disastro !
Ricordo di aver detto : - Dio mio, ma questa è l’Abissinia !- “
I proprietari l’avevano fino ad allora abbandonata a se stessa, senza assolutamente occuparsene.
Era divisa tra ben sessanta piccoli affittuari e ognuno s’arrangiava come poteva, nel suo minuscolo appezzamento faceva di testa sua e lasciava andare un po’ tutto alla rovina : tanto la roba era del padrone.
Allora anche a Gradella, come in tutta la valle padana, la ricchezza della povera gente, anche se una ricchezza molto relativa, derivava dall’allevamento dei bachi da seta.
Ogni famiglia vi si dedicava a tempo pieno e tutti, grandi e piccini, erano “ a servizio” dei bachi. Essi avevano tutti i diritti : li si doveva tenere al caldo quando nascevano , nutrire di continuo (e quanto mangiavano !), far loro spazio in casa quando crescevano, munirli del “bosco” su cui essi preparavano il bozzolo e poi, quando il lavoro del baco era terminato, si dovevano togliere con cura i bozzoli dorati per consegnarli alla "filanda“.
Quella seta , ricavata dalla loro fatica , i contadini allevatori non avrebbero mai potuto comprarla. Era roba per ricchi.
Tutta la vita di Gradella, mi dice la Contessa, gravitava attorno a questa attività negli anni ’30.
Il signor Giovanni Tomaselli, amministratore di Casa Maggi, che mi ha gentilmente accompagnato, mi fa notare che c’erano, in quegli anni, due campanelle, (una esiste ancora), nell’azienda : la prima presso la villa, residenza del Conti, l’altra alla cascina Mais.
Esse venivano usate al mattino presto per chiamare tutto quel piccolo grande mondo contadino alla raccolta delle foglie di gelso per nutrire quell’esercito affamato di vermiciattoli, che mangiavano, mangiavano ininterrottamente.
Al suono della campanella una vera folla usciva dalle case munita di sacchi e scalette e si arrampicava sui gelsi, che allora erano diffusissimi, e strappava foglie su foglie, ne riempiva sacchi e canestri e lasciava gli alberi completamente spogli.
Con l’arrivo del Conte Aimo Maggi, da poco sposo della Contessa Camilla Martinoni, la vita a Gradella cambiò completamente.
La gestione venne presa direttamente in mano dal Conte, scomparvero i fittabili e nacque la mezzadria.
Le case vennero ripulite e in gran parte rifatte, le stalle modernizzate e riempite di bestiame da latte, i cortili abbelliti, i corsi d’acqua risistemati.
Insomma il paese cambiò volto e divenne un luogo di sogno nel quale era piacevole vivere,
Durante la guerra, dal settembre ’43, Villa Maggi fu requisita ed assegnata al Comando militare del Maresciallo Graziani.
I Conti si ritirarono allora a Calino.
Ma nel ’45, a guerra finita, rieccoli a Gradella, pieni di entusiasmo e di voglia di fare.
In quegli anni la Contessa Camilla fu di casa presso ogni famiglia contadina, soprattutto là dove c’era più bisogno di aiuto.
Mi cita ancora adesso nomi e cognomi, il numero dei figli, le disgrazie capitate, le feste organizzate.
Ricorda, per esempio, la Giacomina, vedova con sette figli piccoli e con l’ultima gravemente ammalata. Qui era stato veramente necessario intervenire : e la Contessa lo fece, generosamente.
Ricorda anche quel matrimonio, diventato famoso, di un ragazzo di Gradella, quando lei stessa fece da testimonio, con la sposa che arrivò alla chiesa su una carrozza d’altri tempi, tirata da due cavalli bianchi, col cocchiere in cilindro a cassetta.
E quando c’era qualcuno che stava male si correva dalla contessa, la si invitava a casa a controllare e poi si aspettava che lei chiamasse il medico adatto, che provvedesse, magari, a prenotare l’intervento chirurgico presso lo specialista famoso, perché tutto si risolvesse per il meglio.
Per le strade del piccolo centro era, però, più facile vedere lui, il conte Aimo, in maglietta e con gli zoccoli ai piedi, passare, osservare, prendere nota. E guai se le strade non erano pulite, se nei cortili si ammucchiava la spazzatura, se l’erba sul ciglio della via non era stata regolarmente falciata.
Quelle case tutte uguali, con lo stesso colore caldo del sole, erano belle a vedersi e anche dentro dovevano essere linde e accoglienti.
Di solito i Conti arrivavano a Gradella in novembre e ripartivano all’inizio dell’estate, quando l’afa della nostra pianura cominciava a farsi sentire.
Allora si ritiravano nella splendida villa - museo di Calino, dove, ad ogni passo, anche ora, c’è un ricordo del tempo passato.
Ma era a Gradella che il Conte, di preferenza, portava gli amici, gli sportivi, i corridori famosi della mitica “Mille Miglia”, di cui egli era stato il fondatore e uno dei più assidui partecipanti.
Poi anche quest’epoca d’oro, come tutte le cose belle, è finita.
Il Conte morì improvvisamente a soli 58 anni, a Calino, nel ’61.
La contessa Camilla restò sola nelle sue grandi ville, vuote d’affetti, a piangere il vivace compagno della sua esistenza.
In seguito la vita , inevitabilmente, riprese il suo ritmo, come sempre avviene e come è giusto che avvenga.
La Contessa Camilla con l’aiuto dei suoi valenti Amministratori, continuò a “governare” Gradella con la solita signorilità e attenzione, continuò a voler bene alla gente, ad occuparsi delle sue necessità, a partecipare alle gioie, ai dolori e ai sogni dei gradellesi.
Ma poi, anche per lei venne l’ora del riposo : non aveva eredi diretti e Gradella aveva bisogno, per mantenere il ritmo che le aveva imposto il marito, di un polso forte e di attenzioni continue. E lei non se ne sentiva in grado.
Così decise di vendere la proprietà e cercò a lungo qualcuno che l’acquistasse in blocco, per conservare il più possibile la caratteristica impronta dei Conti Maggi.
Anche questo fu un segno d’amore per il nostro piccolo mondo incantato.
Ci è riuscita ?
Forse sì.
Basta vederla Gradella, anche in questi giorni : è un paese delizioso, dove a tutti piacerebbe vivere e sognare.
DON LUIGI POLLASTRI, UN PARROCO MAI DIMENTICATO
DON LUIGI POLLASTRI, UN PARROCO MAI DIMENTICATO
(Anno 1980)
Monsignor Luigi Pollastri fu Parroco a Pandino dal 1974 al 1980.
Sostituì mons. Rino Stellardi, quando egli fu nominato Arciprete di Caravaggio, e precedette Mons. Gino Alberti. Tre Monsignori in un colpo solo: non era mai successo a Pandino, segno che la nostra Parrocchia stava diventando importante!
Don Luigi ha lasciato molti ricordi tra noi e quando, ogni tanto, ritorna per qualche ricorrenza particolare, invitato dal Parroco don Gino, c’è sempre tanta gente che corre a salutarlo con commozione.
Ho rintracciato un’intervista che gli feci per il nostro foglio parrocchiale, “Collegamento”, alla vigilia della sua sofferta partenza per ricoprire una carica importante presso gli uffici amministrativi della Diocesi, nel settembre del 1980. Mi piace riportarla integralmente, perché la figura di don Luigi vi appare in tutta la sua semplicità e profondità, nel suo essere prete su tutta la linea, legato a Dio e alla sua gente con sicurezza di fede e tenerezza.
“Per quanto vada indietro nei ricordi, ogni volta rivedo la figura dello stesso prete”
Con queste parole egli inizia a parlarmi di sé.
Nello studio fresco e in penombra, mentre fuori infuria la canicola d’agosto, si sta bene: c’è pace e raccoglimento.
Sono venuta qui per sapere da don Luigi tante cose che ancora non so, che avrei appreso, forse, un po’ per volta se, come ormai pareva ovvio, il suo soggiorno in mezzo a noi fosse durato più a lungo, ancora per anni e anni, come era logico aspettarsi da un Parroco così ”parroco” come don Luigi.
Egli mi parla di quel prete che l’ha accompagnato, quasi tenendolo per mano, dal giorno del battesimo fino alla consacrazione sacerdotale e oltre.
Quel prete è Monsignor Paolo Camozzi, prima parroco di Sant’Ilario a Cremona e poi a Soresina.
Il richiamo a S. Ilario mi fa improvvisamente ricordare: anch’io, negli anni della mia adolescenza, ebbi una particolare venerazione per quel sacerdote ascetico e sorridente, sempre a braccia spalancate per accogliere tutti in un gesto d’amore.
“Don Paolo mi ha accompagnato per tutta la vita. Ora non è più, ma il suo insegnamento fa ormai parte di me. Egli diceva: - Bisogna essere buoni, sempre, anche a costo d’essere giudicati deboli. L’amore e la bontà superano molti ostacoli.-“
Don Luigi fu consacrato sacerdote nel ’43, in piena guerra. Era giovanissimo, aveva solo ventidue anni e mezzo. Il Vescovo l’aveva destinato all’Università di Roma per la laurea in teologia. Ma la linea “gotica”, il fronte bellico che tagliava l’Italia in due, impedì a don Luigi di raggiungere la capitale. Così don Paolo, che proprio quell’anno era stato nominato Parroco di Soresina, lo volle con sé come curato.
Un curatino giovane giovane, timido e spaurito, come dice di sé don Luigi.
Gli venne affidato il quartiere della Madonnina ed ebbe cura dei giovani dell’Oratorio. Ricorda i nomi, diventati poi famosi, di alcuni “ragazzi” dell’epoca, come quelli degli onorevoli Zanibelli e Maroli, del professor Gazza.
A Soresina resterà per dieci anni consecutivi, finché mons. Camozzi si ritirerà, per motivi di salute, in città.
“Ha ricordi particolari di quei dieci anni, don Luigi?”
“Sì, in modo particolare due, tremendi. Non li posso dimenticare. Dell’aprile 1945 ricordo la fucilazione di due militari della Repubblica di Salò da parte della folla inferocita. Ricordo i volti della gente, le urla che non avevano più nulla di umano. Ed era la mia gente... Don Paolo mi aveva detto:
-Vai anche tu, io non sono riuscito a calmarli. Per carità, che non ammazzino nessuno. Prova...-“
E don Luigi era andato.
“Ho ancora negli occhi la scena e nelle orecchie le grida disumane. E l’altro ricordo tragico è di qualche giorno dopo: il massacro di un gerarca forestiero e del suo autista e la mia impossibilità di impedire il delitto. Queste sono cose che vorrei poter dimenticare, ma non ci riesco. Sono atroci.”
Dopo i dieci anni di Soresina, passati all’ombra di don Paolo, eccolo a Bordolano, il dolce paese sulle verdi rive dell’Oglio. Aveva milleduecento abitanti quando vi giunse, solo seicento quando lo lasciò, dopo vent’anni.
E qui don Luigi si commuove. Bordolano è la piccola patria del suo cuore, il luogo che non avrebbe mai voluto abbandonare, la gente tra cui avrebbe voluto riposare nell’ultimo sonno.
“Quante cose abbiamo fatto insieme!. Che comunità d’intenti e di affetti c’era tra noi!”
“Ricordi di Bordolano da raccontarci, don Luigi?”
“Oh, sì, tanti, infiniti, non saprei da dove cominciare. Ma sì, ce n’è uno che voglio narrare. Sta ad indicare che nulla di quello che si fa va perduto, anche se sembra una piccola cosa gettata nel vento. C’è sempre il Signore che fa fruttificare anche il seme che sembrava perduto. In quegli anni, per esempio, c’era, proprio davanti alla chiesa, la casa di un anziano signore della vecchia scuola massonica, un ateo convinto e incallito. Aveva già steso il suo testamento, mettendovi la clausola che il suo corpo dovesse essere cremato, proprio per scandalizzare la buona gente e a dispetto delle disposizioni (di allora) della Chiesa. Il dialogo con lui era praticamente impossibile. Ebbene, il giorno del Corpus Domini, mentre uscivo col Santissimo dalla Chiesa, alzo gli occhi verso il palazzo di fronte e chi ti vedo? C’è il vecchio massone, aggrappato all’inferriata, che guarda tra le persiane socchiuse.
Era molto malato, allora, ma si era sempre rifiutato di accogliere un sacerdote. Ebbene, la mattina dopo mi manda a chiamare dalla sorella: mi vuole al suo letto. Si confessa, toglie la clausola della cremazione dal testamento, fa una santa morte.”
Di Bordolano don Luigi mi parla ancora, a lungo.
Gli chiedo:
“E di Pandino, cosa mi racconta?”
“Son cose che sapete già, sono sotto gli occhi di tutti. Io ricordo con uno stringimento di cuore, il giorno del mio arrivo, nel marzo di sei anni fa. Avevo lasciato la mia gente sulla piazza di Bordolano in lacrime. Ho visto uomini e giovanotti singhiozzanti. Per di più, essendo in vigore la restrizione sul consumo di carburante, per cui potevano viaggiare, alternativamente, solo macchine con targhe pari o dispari, molti erano costretti a restare a casa e non mi potevano accompagnare nella nuova sede. Ricordo quelle strade deserte da Bordolano a qui, quella campagna ancora nuda e quel senso di freddo che mi portavo addosso. Ora ne sorrido, ma allora che sofferenza! Qui a Pandino mi sono proposto una cosa, subito: instaurare un buon rapporto con la gente. Certo non era facile: lasciavo seicento anime e ne trovavo quasi quattromila! Eppure dovevo riuscirci e mi proposi di farlo attraverso le visite ai malati e le confessioni. Non so se ho ottenuto ciò che mi proponevo.”
L’ha ottenuto, don Luigi, l’ha ottenuto, non ne dubiti. Lascia un gran vuoto andandosene.
“Pandino è un gran paese. La gente è generosa e cordiale. Quante cose ho potuto fare col suo aiuto. La vita che mi aspetta, a Cremona, avrà tutto un altro carattere. Non so se alla mia età riuscirò ad adattarmi. Al mattino sarò in ufficio, un posto di grande responsabilità, dove, però, sul piano pratico, avrò personale di indiscutibile valore a darmi una mano: un geometra, un segretario, un ragioniere, un applicato. Al pomeriggio mi recherò presso le varie parrocchie per conoscerne i problemi, più che altro finanziari. E quanti ce ne sono, sapesse! Non tutti i parroci sono fortunati come quelli di Pandino!”
Quando lascio don Luigi siamo ambedue commossi.
“Da qui non avrei più voluto muovermi, mi creda. Anche un prete si affeziona e soffre nel distacco. Pazienza... Preghi per me, perché possa far bene il mio lavoro”.
E poi, abbassando la voce un po’ roca per la commozione, aggiunge:
“Preghi perché possa restare un Parroco, perché non diventi mai un burocrate”.
Poco dopo la partenza, don Luigi verrà fatto, certamente, Monsignore. L’ufficio che ricoprirà è tra i più importanti della Curia. Volendo, potrà fregiarsi del cappello da prete col fiocco rosso e della tonaca coi bottoni rossi e tutti gli parleranno con deferenza e soggezione.
Ma, per carità, non cambi, don Luigi! Resti sempre così, come oggi, qui, nella penombra fresca del suo studio, sorridente, amabile, pieno di comprensione, proprio come il don Paolo della sua giovinezza. Così lei è piaciuto alla sua gente, così, certamente, piace al Signore.
(Anno 1980)
Monsignor Luigi Pollastri fu Parroco a Pandino dal 1974 al 1980.
Sostituì mons. Rino Stellardi, quando egli fu nominato Arciprete di Caravaggio, e precedette Mons. Gino Alberti. Tre Monsignori in un colpo solo: non era mai successo a Pandino, segno che la nostra Parrocchia stava diventando importante!
Don Luigi ha lasciato molti ricordi tra noi e quando, ogni tanto, ritorna per qualche ricorrenza particolare, invitato dal Parroco don Gino, c’è sempre tanta gente che corre a salutarlo con commozione.
Ho rintracciato un’intervista che gli feci per il nostro foglio parrocchiale, “Collegamento”, alla vigilia della sua sofferta partenza per ricoprire una carica importante presso gli uffici amministrativi della Diocesi, nel settembre del 1980. Mi piace riportarla integralmente, perché la figura di don Luigi vi appare in tutta la sua semplicità e profondità, nel suo essere prete su tutta la linea, legato a Dio e alla sua gente con sicurezza di fede e tenerezza.
“Per quanto vada indietro nei ricordi, ogni volta rivedo la figura dello stesso prete”
Con queste parole egli inizia a parlarmi di sé.
Nello studio fresco e in penombra, mentre fuori infuria la canicola d’agosto, si sta bene: c’è pace e raccoglimento.
Sono venuta qui per sapere da don Luigi tante cose che ancora non so, che avrei appreso, forse, un po’ per volta se, come ormai pareva ovvio, il suo soggiorno in mezzo a noi fosse durato più a lungo, ancora per anni e anni, come era logico aspettarsi da un Parroco così ”parroco” come don Luigi.
Egli mi parla di quel prete che l’ha accompagnato, quasi tenendolo per mano, dal giorno del battesimo fino alla consacrazione sacerdotale e oltre.
Quel prete è Monsignor Paolo Camozzi, prima parroco di Sant’Ilario a Cremona e poi a Soresina.
Il richiamo a S. Ilario mi fa improvvisamente ricordare: anch’io, negli anni della mia adolescenza, ebbi una particolare venerazione per quel sacerdote ascetico e sorridente, sempre a braccia spalancate per accogliere tutti in un gesto d’amore.
“Don Paolo mi ha accompagnato per tutta la vita. Ora non è più, ma il suo insegnamento fa ormai parte di me. Egli diceva: - Bisogna essere buoni, sempre, anche a costo d’essere giudicati deboli. L’amore e la bontà superano molti ostacoli.-“
Don Luigi fu consacrato sacerdote nel ’43, in piena guerra. Era giovanissimo, aveva solo ventidue anni e mezzo. Il Vescovo l’aveva destinato all’Università di Roma per la laurea in teologia. Ma la linea “gotica”, il fronte bellico che tagliava l’Italia in due, impedì a don Luigi di raggiungere la capitale. Così don Paolo, che proprio quell’anno era stato nominato Parroco di Soresina, lo volle con sé come curato.
Un curatino giovane giovane, timido e spaurito, come dice di sé don Luigi.
Gli venne affidato il quartiere della Madonnina ed ebbe cura dei giovani dell’Oratorio. Ricorda i nomi, diventati poi famosi, di alcuni “ragazzi” dell’epoca, come quelli degli onorevoli Zanibelli e Maroli, del professor Gazza.
A Soresina resterà per dieci anni consecutivi, finché mons. Camozzi si ritirerà, per motivi di salute, in città.
“Ha ricordi particolari di quei dieci anni, don Luigi?”
“Sì, in modo particolare due, tremendi. Non li posso dimenticare. Dell’aprile 1945 ricordo la fucilazione di due militari della Repubblica di Salò da parte della folla inferocita. Ricordo i volti della gente, le urla che non avevano più nulla di umano. Ed era la mia gente... Don Paolo mi aveva detto:
-Vai anche tu, io non sono riuscito a calmarli. Per carità, che non ammazzino nessuno. Prova...-“
E don Luigi era andato.
“Ho ancora negli occhi la scena e nelle orecchie le grida disumane. E l’altro ricordo tragico è di qualche giorno dopo: il massacro di un gerarca forestiero e del suo autista e la mia impossibilità di impedire il delitto. Queste sono cose che vorrei poter dimenticare, ma non ci riesco. Sono atroci.”
Dopo i dieci anni di Soresina, passati all’ombra di don Paolo, eccolo a Bordolano, il dolce paese sulle verdi rive dell’Oglio. Aveva milleduecento abitanti quando vi giunse, solo seicento quando lo lasciò, dopo vent’anni.
E qui don Luigi si commuove. Bordolano è la piccola patria del suo cuore, il luogo che non avrebbe mai voluto abbandonare, la gente tra cui avrebbe voluto riposare nell’ultimo sonno.
“Quante cose abbiamo fatto insieme!. Che comunità d’intenti e di affetti c’era tra noi!”
“Ricordi di Bordolano da raccontarci, don Luigi?”
“Oh, sì, tanti, infiniti, non saprei da dove cominciare. Ma sì, ce n’è uno che voglio narrare. Sta ad indicare che nulla di quello che si fa va perduto, anche se sembra una piccola cosa gettata nel vento. C’è sempre il Signore che fa fruttificare anche il seme che sembrava perduto. In quegli anni, per esempio, c’era, proprio davanti alla chiesa, la casa di un anziano signore della vecchia scuola massonica, un ateo convinto e incallito. Aveva già steso il suo testamento, mettendovi la clausola che il suo corpo dovesse essere cremato, proprio per scandalizzare la buona gente e a dispetto delle disposizioni (di allora) della Chiesa. Il dialogo con lui era praticamente impossibile. Ebbene, il giorno del Corpus Domini, mentre uscivo col Santissimo dalla Chiesa, alzo gli occhi verso il palazzo di fronte e chi ti vedo? C’è il vecchio massone, aggrappato all’inferriata, che guarda tra le persiane socchiuse.
Era molto malato, allora, ma si era sempre rifiutato di accogliere un sacerdote. Ebbene, la mattina dopo mi manda a chiamare dalla sorella: mi vuole al suo letto. Si confessa, toglie la clausola della cremazione dal testamento, fa una santa morte.”
Di Bordolano don Luigi mi parla ancora, a lungo.
Gli chiedo:
“E di Pandino, cosa mi racconta?”
“Son cose che sapete già, sono sotto gli occhi di tutti. Io ricordo con uno stringimento di cuore, il giorno del mio arrivo, nel marzo di sei anni fa. Avevo lasciato la mia gente sulla piazza di Bordolano in lacrime. Ho visto uomini e giovanotti singhiozzanti. Per di più, essendo in vigore la restrizione sul consumo di carburante, per cui potevano viaggiare, alternativamente, solo macchine con targhe pari o dispari, molti erano costretti a restare a casa e non mi potevano accompagnare nella nuova sede. Ricordo quelle strade deserte da Bordolano a qui, quella campagna ancora nuda e quel senso di freddo che mi portavo addosso. Ora ne sorrido, ma allora che sofferenza! Qui a Pandino mi sono proposto una cosa, subito: instaurare un buon rapporto con la gente. Certo non era facile: lasciavo seicento anime e ne trovavo quasi quattromila! Eppure dovevo riuscirci e mi proposi di farlo attraverso le visite ai malati e le confessioni. Non so se ho ottenuto ciò che mi proponevo.”
L’ha ottenuto, don Luigi, l’ha ottenuto, non ne dubiti. Lascia un gran vuoto andandosene.
“Pandino è un gran paese. La gente è generosa e cordiale. Quante cose ho potuto fare col suo aiuto. La vita che mi aspetta, a Cremona, avrà tutto un altro carattere. Non so se alla mia età riuscirò ad adattarmi. Al mattino sarò in ufficio, un posto di grande responsabilità, dove, però, sul piano pratico, avrò personale di indiscutibile valore a darmi una mano: un geometra, un segretario, un ragioniere, un applicato. Al pomeriggio mi recherò presso le varie parrocchie per conoscerne i problemi, più che altro finanziari. E quanti ce ne sono, sapesse! Non tutti i parroci sono fortunati come quelli di Pandino!”
Quando lascio don Luigi siamo ambedue commossi.
“Da qui non avrei più voluto muovermi, mi creda. Anche un prete si affeziona e soffre nel distacco. Pazienza... Preghi per me, perché possa far bene il mio lavoro”.
E poi, abbassando la voce un po’ roca per la commozione, aggiunge:
“Preghi perché possa restare un Parroco, perché non diventi mai un burocrate”.
Poco dopo la partenza, don Luigi verrà fatto, certamente, Monsignore. L’ufficio che ricoprirà è tra i più importanti della Curia. Volendo, potrà fregiarsi del cappello da prete col fiocco rosso e della tonaca coi bottoni rossi e tutti gli parleranno con deferenza e soggezione.
Ma, per carità, non cambi, don Luigi! Resti sempre così, come oggi, qui, nella penombra fresca del suo studio, sorridente, amabile, pieno di comprensione, proprio come il don Paolo della sua giovinezza. Così lei è piaciuto alla sua gente, così, certamente, piace al Signore.
DOMENICO INVERNIZZI
DOMENICO INVERNIZZI
(Anno 1998)
Non so se Domenico Invernizzi, o meglio, il “Sindaco Invernizzi”, mi guarderà ancora con simpatia dopo aver visto questo libro : gli avevo promesso, in seguito ai suoi energici dinieghi, che non avrei scritto niente di lui.
Ma ho mentito, sapendo di mentire.
Egli è ancora amareggiato per la forzata interruzione della sua ultima tornata amministrativa in quel lontano 1987, che egli chiama “l’anno dei veleni”.
Tuttavia tra i ritratti dei personaggi pandinesi che io vado raccogliendo in questo libro, egli non poteva proprio mancare.
Così mi sono data da fare per cercare qua e là notizie di fatti di cui non ero a conoscenza, nonostante per vent’anni abbia vissuto quasi a contatto di gomito con lui, nella scuola.
Ma per me, allora, Domenico Invernizzi era il Maestro, non il Sindaco.
Eppure cominciò a fare il Sindaco nello stesso periodo in cui io iniziai a fare la Direttrice : io nel ’59,
lui nel ’60.
Ma mentre egli, come mio stretto collaboratore, sapeva tutto del mio lavoro e delle iniziative che di volta in volta prendevo, io di lui, Sindaco, conoscevo pochissimo.
Sicché qualche tempo fa, mentre con amici visitavo il Castello in sua compagnia, restai meravigliata nel sentirgli dire, con gli occhi lucidi di commozione :
“Nel primi anni del mio impegno politico, uscivo su questa loggia e lasciavo spaziare lo sguardo ; mi sentivo come Lorenzo il Magnifico , signore della cosa più bella che il nostro passato ci avesse trasmesso e , vi prego, non consideratelo un peccato d’orgoglio.”
Ebbene, quel giorno capii che fare il Sindaco, per lui, non era stato solo un fatto amministrativo, ma anche un gesto d’amore.
Non sempre un Sindaco è apprezzato e benvoluto da tutti.
C’è un vecchio proverbio del mio paese che dice :
“A cuntentà en cumon , ghe bon nison”.
Non so se l’ho scritto nel modo corretto, ad ogni modo traduco :
“Ad accontentare (tutto) un Comune, non è capace nessuno”.
Penso che le difficoltà incontrate, le delusioni subite, l’impegno richiesto siano stati molti. Se non ci fosse stato anche l’amore, l’amore per la gente e per le cose, un Sindaco non sarebbe durato per più di vent’anni, come, invece, durò Invernizzi. Per molta gente pandinese , ancora adesso, ( e non si offenda nessuno), egli è “il Sindaco Invernizzi”, anche se , ormai , ha gettato la spugna da qualche anno.
A questo punto devo ricorrere alle “carte”, dato che la voce di Invernizzi ho potuto ascoltarla solo a sprazzi, strappandogli , occasionalmente, confidenze e ricordi.
Certo, sono carte racimolate qua e là, magari le meno importanti e, per di più, raccontate in ordine sparso. Pazienza !
Pandino nel 1960 aveva 4800 abitanti circa ed era appena scaduta l’Amministrazione Nevicati, sindaco onesto e di molto buon senso.
Nei quattro anni precedenti Invernizzi aveva fatto parte del Consiglio Provinciale ed anche nel ’60 era risultato tra gli eletti. Era intenzionato, quindi, a continuare l’esperienza a Cremona.
Ma era risultato eletto anche nelle elezioni comunali e, a un certo punto, fu contattato con insistenza da un gruppo di amici perché rinunciasse a Cremona e facesse il Sindaco del suo paese.
Accettò e mise a frutto tutta l’esperienza che aveva fatto nei quattro anni precedenti. In quel periodo, inoltre, aveva goduto della stima e dell’amicizia di tante persone importanti, tra cui il Presidente della Provincia avvocato Ghisalberti e l’on. Franco Patrini. A loro essenzialmente si rivolgerà durante il suo incarico a Pandino ogni volta che avrà bisogno d’un consiglio, d’un aiuto, d’un contatto importante per risolvere un problema, o ottenere una autorizzazione, o un mutuo per un’opera pubblica.
In quel 1960 si mise subito al lavoro con entusiasmo. A questo proposito mi torna alla mente la frase che il caro amico Ferruccio Alzani, quasi a giustificare il suo impegno in Amministrazione, spesso mi ripeteva :
“Sa, devo farlo, per dare una mano a Domenico. E’ così giovane e ha bisogno di qualcuno che l’aiuti. Lo merita proprio.”
Il problema più grave del momento era, allora, la mancanza di case : da un decennio la popolazione pandinese era in bilico tra un calo e una crescita zero : bisognava darle una scossa , costruire case per farvi arrivare gente.
Ci furono così i primi approcci con l’Istituto Case Popolari, sorsero le prime villette del Villaggio dei Poeti, poi le palazzine distribuite un po’ dovunque sul territorio del Comune. Una man forte gliela diedero le ACLI, che cominciarono a fabbricare i loro bei palazzi in periferia.
E la popolazione iniziò , gradatamente, ad aumentare.
Un’opera che diede a Invernizzi grande soddisfazione, come gli scappò detto una volta, fu la costruzione della nuova Circonvallazione Ovest, praticamente quella che ha modificato il corso della vecchia “Bergamina”.
Il traffico in paese, a causa del gran passaggio di mezzi sulla Lodi-Treviglio , era diventato insopportabile, bisognava, in qualche modo correre ai ripari.
E’ stato in questa occasione che un suggerimento ed un aiuto potente gli vennero dall’avvocato Ghisalberti, che, da tempo aveva preso a benvolere il giovane Sindaco.
Col suo appoggio la modifica della “Bergamina”, a totale spesa dell’ANAS, diventò una realtà e il traffico veloce e pesante, come fosse un sogno, smise di gravare sull’incrocio del Cimitero e sulle strade del paese e inoltre si aprirono nuove aree allo sviluppo industriale.
Ci fu poi la battaglia per ottenere a Pandino una Sede staccata dell’INAM .
E’ stata una battaglia dura : Invernizzi me ne accennò un giorno in cui si parlò di Ferruccio Alzani.
Qui intervennero, opportunamente sollecitati, personaggi autorevoli. Ma la spinta definitiva la diede il nostro impareggiabile Ferruccio Alzani, facendo trovare pronto, con tutti i crismi richiesti, un palazzo costruito completamente a sue spese . Questo fece crollare le ultime barriere e Pandino ebbe la sospirata sede territoriale dell’INAM, ora diventata USL , a servizio dell’utenza zonale di circa 35.000 persone.
Questi obiettivi perseguiva Invernizzi, che sognava di fare di Pandino un paese che accentrasse ogni genere di servizi a beneficio anche delle località vicine. Unire Palazzo Pignano e Pandino in un unico Comune, per esempio, penso fosse un suo sogno ricorrente di ogni notte ! E per tentare di realizzarlo percorse varie tappe : si batté per un Centro sportivo tra i più moderni e attrezzati, che gli valse poi prestigioso “Premio Ferri” della Amministrazione Provinciale ; arricchì le scuole con nuovi edifici, la mensa per le elementari, la nuova scuola media, la scuola Casearia, il caseificio, la Palestra-spettacolo, richiedendo appoggi ove possibile e ovunque avesse amici ed estimatori.
Anche quelli occorrevano ad un giovane Sindaco, ricco solo del suo coraggio e della sua pazienza.
Per raggiungere il suo scopo promosse sulla stampa un interessante dibattito, titolato “Pandino ‘70”, cui parteciparono numerosi interlocutori importanti.
Ho detto prima della “pazienza “ di Invernizzi. Già, perché Invernizzi è anche un uomo paziente , lento ad entusiasmarsi, ma tenace, capace di “star dietro” ad una pratica per mesi e per anni. Ne è un esempio il recupero del Castello.
Qui occorrerebbero carte, documenti, ricordi più diretti per dire come il nostro vanto paesano sia diventato, a suon di milioni e di miliardi, il gioiello che è.
Tutto denaro chiesto e cercato con insistenza ai vari organi governativi, offrendo , magari, in cambio qualcosa : come , per esempio, l’ospitalità per il Convitto della Scuola Casearia pur di poter ristrutturare un’ala ; oppure un posto di prestito per la Biblioteca provinciale per recuperare qualche sala e poi gli uffici comunali da sistemare nell’ala ovest , dopo i crolli dei secoli passati.
Tutto andava bene per ottenere attenzioni e mutui onde ristrutturare il Castello.
Sfido io che poi, uscendo sulla loggia , Invernizzi si sentisse un po’ come Lorenzo il Magnifico davanti a quel miracolo di bellezza ! Fu ancora lui che riuscì a stanare e far ristampare la monografia sul Castello di Diego Sant’Ambrogio e portare, poi, alla pubblicazione di quella riccamente documentata di Albini e Cavalieri.
Tra le scelte degli ultimi anni del suo lavoro c’è stata l’idea del “Piano di incremento produttivo”, il PIP, che egli avviò con lungimiranza e che altri, poi, hanno concluso.
Ho parlato spesso con lui anche di due tra i suoi collaboratori più stretti, per i quali sofferse, come tutti noi, alla tragica morte : i due ottimi segretari comunali , il dottor Mario Benelli e il dottor Bassano Vitali coi quali , mi disse, aveva bellissimi rapporti, sia sul piano umano che su quello amministrativo.
Nel 1962 Invernizzi fu insignito della onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”.
Ho saputo poi, che quella onorificenza fu per lui una delle cose più gradite , non per il titolo, di cui non ha mai voluto fregiarsi, ma per la bella festa che gli fecero i suoi Consiglieri, quando gli offrirono un prezioso cofanetto per la croce e le insegne di cavaliere : una festa quasi di famiglia., ma di quelle che a lui piacciono di più.
Nella sua lunga carriera egli ha avuto gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni, elogi e critiche .
Quali hanno più influenzato la sua vita ?
Vorrei chiederglielo, ma , forse, non me lo direbbe. Però , sappia una cosa, Invernizzi : anche se le
mortificazioni , le critiche, i dolori fossero stati parecchi durante vent’anni, per tanta gente , per tanta povera gente, lontana dalla politica, lei è, ancora oggi, il “Sindaco “ per antonomasia.
(Anno 1998)
Non so se Domenico Invernizzi, o meglio, il “Sindaco Invernizzi”, mi guarderà ancora con simpatia dopo aver visto questo libro : gli avevo promesso, in seguito ai suoi energici dinieghi, che non avrei scritto niente di lui.
Ma ho mentito, sapendo di mentire.
Egli è ancora amareggiato per la forzata interruzione della sua ultima tornata amministrativa in quel lontano 1987, che egli chiama “l’anno dei veleni”.
Tuttavia tra i ritratti dei personaggi pandinesi che io vado raccogliendo in questo libro, egli non poteva proprio mancare.
Così mi sono data da fare per cercare qua e là notizie di fatti di cui non ero a conoscenza, nonostante per vent’anni abbia vissuto quasi a contatto di gomito con lui, nella scuola.
Ma per me, allora, Domenico Invernizzi era il Maestro, non il Sindaco.
Eppure cominciò a fare il Sindaco nello stesso periodo in cui io iniziai a fare la Direttrice : io nel ’59,
lui nel ’60.
Ma mentre egli, come mio stretto collaboratore, sapeva tutto del mio lavoro e delle iniziative che di volta in volta prendevo, io di lui, Sindaco, conoscevo pochissimo.
Sicché qualche tempo fa, mentre con amici visitavo il Castello in sua compagnia, restai meravigliata nel sentirgli dire, con gli occhi lucidi di commozione :
“Nel primi anni del mio impegno politico, uscivo su questa loggia e lasciavo spaziare lo sguardo ; mi sentivo come Lorenzo il Magnifico , signore della cosa più bella che il nostro passato ci avesse trasmesso e , vi prego, non consideratelo un peccato d’orgoglio.”
Ebbene, quel giorno capii che fare il Sindaco, per lui, non era stato solo un fatto amministrativo, ma anche un gesto d’amore.
Non sempre un Sindaco è apprezzato e benvoluto da tutti.
C’è un vecchio proverbio del mio paese che dice :
“A cuntentà en cumon , ghe bon nison”.
Non so se l’ho scritto nel modo corretto, ad ogni modo traduco :
“Ad accontentare (tutto) un Comune, non è capace nessuno”.
Penso che le difficoltà incontrate, le delusioni subite, l’impegno richiesto siano stati molti. Se non ci fosse stato anche l’amore, l’amore per la gente e per le cose, un Sindaco non sarebbe durato per più di vent’anni, come, invece, durò Invernizzi. Per molta gente pandinese , ancora adesso, ( e non si offenda nessuno), egli è “il Sindaco Invernizzi”, anche se , ormai , ha gettato la spugna da qualche anno.
A questo punto devo ricorrere alle “carte”, dato che la voce di Invernizzi ho potuto ascoltarla solo a sprazzi, strappandogli , occasionalmente, confidenze e ricordi.
Certo, sono carte racimolate qua e là, magari le meno importanti e, per di più, raccontate in ordine sparso. Pazienza !
Pandino nel 1960 aveva 4800 abitanti circa ed era appena scaduta l’Amministrazione Nevicati, sindaco onesto e di molto buon senso.
Nei quattro anni precedenti Invernizzi aveva fatto parte del Consiglio Provinciale ed anche nel ’60 era risultato tra gli eletti. Era intenzionato, quindi, a continuare l’esperienza a Cremona.
Ma era risultato eletto anche nelle elezioni comunali e, a un certo punto, fu contattato con insistenza da un gruppo di amici perché rinunciasse a Cremona e facesse il Sindaco del suo paese.
Accettò e mise a frutto tutta l’esperienza che aveva fatto nei quattro anni precedenti. In quel periodo, inoltre, aveva goduto della stima e dell’amicizia di tante persone importanti, tra cui il Presidente della Provincia avvocato Ghisalberti e l’on. Franco Patrini. A loro essenzialmente si rivolgerà durante il suo incarico a Pandino ogni volta che avrà bisogno d’un consiglio, d’un aiuto, d’un contatto importante per risolvere un problema, o ottenere una autorizzazione, o un mutuo per un’opera pubblica.
In quel 1960 si mise subito al lavoro con entusiasmo. A questo proposito mi torna alla mente la frase che il caro amico Ferruccio Alzani, quasi a giustificare il suo impegno in Amministrazione, spesso mi ripeteva :
“Sa, devo farlo, per dare una mano a Domenico. E’ così giovane e ha bisogno di qualcuno che l’aiuti. Lo merita proprio.”
Il problema più grave del momento era, allora, la mancanza di case : da un decennio la popolazione pandinese era in bilico tra un calo e una crescita zero : bisognava darle una scossa , costruire case per farvi arrivare gente.
Ci furono così i primi approcci con l’Istituto Case Popolari, sorsero le prime villette del Villaggio dei Poeti, poi le palazzine distribuite un po’ dovunque sul territorio del Comune. Una man forte gliela diedero le ACLI, che cominciarono a fabbricare i loro bei palazzi in periferia.
E la popolazione iniziò , gradatamente, ad aumentare.
Un’opera che diede a Invernizzi grande soddisfazione, come gli scappò detto una volta, fu la costruzione della nuova Circonvallazione Ovest, praticamente quella che ha modificato il corso della vecchia “Bergamina”.
Il traffico in paese, a causa del gran passaggio di mezzi sulla Lodi-Treviglio , era diventato insopportabile, bisognava, in qualche modo correre ai ripari.
E’ stato in questa occasione che un suggerimento ed un aiuto potente gli vennero dall’avvocato Ghisalberti, che, da tempo aveva preso a benvolere il giovane Sindaco.
Col suo appoggio la modifica della “Bergamina”, a totale spesa dell’ANAS, diventò una realtà e il traffico veloce e pesante, come fosse un sogno, smise di gravare sull’incrocio del Cimitero e sulle strade del paese e inoltre si aprirono nuove aree allo sviluppo industriale.
Ci fu poi la battaglia per ottenere a Pandino una Sede staccata dell’INAM .
E’ stata una battaglia dura : Invernizzi me ne accennò un giorno in cui si parlò di Ferruccio Alzani.
Qui intervennero, opportunamente sollecitati, personaggi autorevoli. Ma la spinta definitiva la diede il nostro impareggiabile Ferruccio Alzani, facendo trovare pronto, con tutti i crismi richiesti, un palazzo costruito completamente a sue spese . Questo fece crollare le ultime barriere e Pandino ebbe la sospirata sede territoriale dell’INAM, ora diventata USL , a servizio dell’utenza zonale di circa 35.000 persone.
Questi obiettivi perseguiva Invernizzi, che sognava di fare di Pandino un paese che accentrasse ogni genere di servizi a beneficio anche delle località vicine. Unire Palazzo Pignano e Pandino in un unico Comune, per esempio, penso fosse un suo sogno ricorrente di ogni notte ! E per tentare di realizzarlo percorse varie tappe : si batté per un Centro sportivo tra i più moderni e attrezzati, che gli valse poi prestigioso “Premio Ferri” della Amministrazione Provinciale ; arricchì le scuole con nuovi edifici, la mensa per le elementari, la nuova scuola media, la scuola Casearia, il caseificio, la Palestra-spettacolo, richiedendo appoggi ove possibile e ovunque avesse amici ed estimatori.
Anche quelli occorrevano ad un giovane Sindaco, ricco solo del suo coraggio e della sua pazienza.
Per raggiungere il suo scopo promosse sulla stampa un interessante dibattito, titolato “Pandino ‘70”, cui parteciparono numerosi interlocutori importanti.
Ho detto prima della “pazienza “ di Invernizzi. Già, perché Invernizzi è anche un uomo paziente , lento ad entusiasmarsi, ma tenace, capace di “star dietro” ad una pratica per mesi e per anni. Ne è un esempio il recupero del Castello.
Qui occorrerebbero carte, documenti, ricordi più diretti per dire come il nostro vanto paesano sia diventato, a suon di milioni e di miliardi, il gioiello che è.
Tutto denaro chiesto e cercato con insistenza ai vari organi governativi, offrendo , magari, in cambio qualcosa : come , per esempio, l’ospitalità per il Convitto della Scuola Casearia pur di poter ristrutturare un’ala ; oppure un posto di prestito per la Biblioteca provinciale per recuperare qualche sala e poi gli uffici comunali da sistemare nell’ala ovest , dopo i crolli dei secoli passati.
Tutto andava bene per ottenere attenzioni e mutui onde ristrutturare il Castello.
Sfido io che poi, uscendo sulla loggia , Invernizzi si sentisse un po’ come Lorenzo il Magnifico davanti a quel miracolo di bellezza ! Fu ancora lui che riuscì a stanare e far ristampare la monografia sul Castello di Diego Sant’Ambrogio e portare, poi, alla pubblicazione di quella riccamente documentata di Albini e Cavalieri.
Tra le scelte degli ultimi anni del suo lavoro c’è stata l’idea del “Piano di incremento produttivo”, il PIP, che egli avviò con lungimiranza e che altri, poi, hanno concluso.
Ho parlato spesso con lui anche di due tra i suoi collaboratori più stretti, per i quali sofferse, come tutti noi, alla tragica morte : i due ottimi segretari comunali , il dottor Mario Benelli e il dottor Bassano Vitali coi quali , mi disse, aveva bellissimi rapporti, sia sul piano umano che su quello amministrativo.
Nel 1962 Invernizzi fu insignito della onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”.
Ho saputo poi, che quella onorificenza fu per lui una delle cose più gradite , non per il titolo, di cui non ha mai voluto fregiarsi, ma per la bella festa che gli fecero i suoi Consiglieri, quando gli offrirono un prezioso cofanetto per la croce e le insegne di cavaliere : una festa quasi di famiglia., ma di quelle che a lui piacciono di più.
Nella sua lunga carriera egli ha avuto gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni, elogi e critiche .
Quali hanno più influenzato la sua vita ?
Vorrei chiederglielo, ma , forse, non me lo direbbe. Però , sappia una cosa, Invernizzi : anche se le
mortificazioni , le critiche, i dolori fossero stati parecchi durante vent’anni, per tanta gente , per tanta povera gente, lontana dalla politica, lei è, ancora oggi, il “Sindaco “ per antonomasia.
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